Guglielmo Aprile

Guglielmo Aprile, poesie da “I masticatori di stagnola”

 

Algoritmo

1

Il pitone delle strade annoda
l’algoritmo della sua morsa
sulla gola delle giornate.

Imitiamo chi ci è seduto accanto
mentre sbuccia tonnellate di sabbia;
nessuna traccia che riporti all’utero.

Migliaia di camicie da infilare
ciascuna con cura nella sua gruccia
per migliaia di mattine,

algebra altera che incatena il sangue.
Spero che il glicine si sbagli
quando teorizza la metempsicosi.

 

La Fenice

La tv accesa fino a immergerci nel lago,
tanto per compagnia, invecchiamo
come posate chiuse nei cassetti

che non hanno imparato mai a volare,
la pelle perde tono e si frastaglia
in frattali, friabili, di ghiaccio,

la nebbia fa illeggibili i tatuaggi,
le vecchie asciugamani buone solo
per farne stracci. Eppure

il sole sfida cecità di secoli
trapassando le serrande abbassate;
lo scarabeo sopravvive agli imperi,

battezza l’alba dalla cenere di ieri,
dopo ogni gradino appena fatto

ne spunta in cima alla scala già un altro.

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Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista

 

Guglielmo Aprile, Il talento dell’equilibrista, Giuliano Ladolfi Editore 2018

Il poeta equilibrista, funambolo sulla corda del disincanto, corda tesa consapevolmente oltre ogni immaginabile delimitazione, è sospeso, solo e a ‘ciglio asciutto’. Senza rete sulla pista del circo, sotto il tendone che chiamiamo mondo, rischia di schiantarsi nel vuoto delle etichette.
Guglielmo Aprile corre questo rischio, rasenta la posa del nichilista, e – in questo scorgo Il talento dell’equilibrista del titolo della raccolta – se ne ritrae. Costeggia il baratro e non sprofonda, in grazia di un atto di volontà, che scansa l’autocompiacimento e sceglie di proseguire l’azzardo della composizione poetica.
Ravvedo i due elementi fondamentali del talento dell’equilibrista nella sapienza compositiva e nella capacità di accostare immagini che la letteratura ci ha reso familiari ad altre inattese, di una bellezza spiazzante.
Per quanto riguarda la sapienza nel comporre questa raccolta poetica, non sfuggirà al lettore la esplicitazione di un programma poetico nei titoli delle tre sezioni, rispettivamente in latino, in tedesco e in italiano: Nequiquam, Bildungsroman e L’ignoranza.
Nequiquam sta per l’italiano “invano” e invano l’umanità si agita contro la propria caducità. Guglielmo Aprile sottopone all’attenzione di chi legge una galleria di quadri sulle cocciute cantonate che ci irretiscono in binari di sogni e vane aspettative; sono binari sui quali corrono treni il cui tragitto non potremo mai determinare, alla cui guida, soprattutto, non saremo mai. Luoghi e oggetti si caricano di energia espressiva: bagnasciuga e castelli coi tappi dei succhi di frutta, stazioni ferroviarie e bidoni dell’indifferenziata, sale d’attesa e cruciverba.
Come in un Bildunngsroman, in un romanzo di formazione, dunque, la seconda sezione ripercorre i momenti salienti del percorso umano, o, per esser più precisi, del percorso dell’io poetico, dall’ingenua e ingorda interrogazione alla propria esistenza, agli altri e al ‘mondo’, alla constatazione dell’eterna sfasatura (così il titolo di un testo) «tra le parole del banditore/ e l’interno della scatola colorata;», giacché «i denti caduti e seminati non daranno raccolto».
L’ignoranza, pare suggerire la terza sezione, è la causa dello ‘stato di minorità’ ovvero della «sindrome di Stoccolma» (Ostaggi), in cui la gran parte degli umani si ostina a vivere, prigioniera com’è  di desideri indotti e di involucri mendaci.
Il talento dell’equilibrista, ho affermato poc’anzi, si manifesta nell’arguto accostamento di immagini non inconsuete – tra queste, ne evidenzio due: il trasloco, che fa pensare allo Sgombero dell’omonima poesia di Michael Krüger; il ghiaccio che blocca e condanna alla fine – ad altre, inusuali e inaudite. Una per tutte: il varano, la cui presenza, negata socialmente eppure persistente nel chiuso dell’abitazione privata, esprime con notevole efficacia il dominio di forze sterminatrici (si pensi al varano di Komodo) sull’asfittico ecosistema dell’esistenza umana sulle piazze e nelle stanze segrete: «ma rientrato a casa/ i resti del pasto del varano sul pavimento// sono ancora là.»

© Anna Maria Curci

 

Orma di sabbia

Me ne intendo di cose che finiscono.
La pioggia laverà
senza troppa fatica né scrupolo
dichiarazioni d’amore e scritte oscene
sui muri della stazione;
dove oggi la città innalza i suoi gonfaloni
rinverranno fra qualche tempo
la vertebra di un pesce preistorico;

lo scorpione sopravvivrà all’uomo
di parecchi deserti:
è molto più incline a venire a patti
con la sabbia e il vento, e ne sarà risparmiato.

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L’assedio di Famagosta, di Guglielmo Aprile

Guglielmo-Aprile-Lassedio-di-Famagosta-copertinapiatta

Il re spodestato, rinchiuso/ nella torre più alta, da solo,/ sentitelo come delira!// Non ha con chi parlare, e sono mesi/ che ha rinunciato al sonno; e quante volte/ l’uccello bianco della follia, con la sua risata atroce,/ gli è balenato dinanzi! E lo tenta/a strangolare mentre dormono i suoi parenti,/ a versare liquido verde nei pozzi,/ a bruciare vivi senza giustificazione/ gli ambasciatori giunti a informarsi della sua salute;/ a tenerlo a bada è solo/ l’efficiente turnover dei carcerieri.// Lo hanno dovuto rinchiudere, si dice,/ perché fuori controllo, e il suo spettro/ viene ancora evocato per far paura ai bambini,/ anche se in tanti/ non l’hanno mai visto in faccia, e pensano persino/ che sia il frutto di una superstizione.// Il re, come delira/ dall’alto della sua torre! Fatelo tacere,/ vi prego, fatelo tacere/ o l’intero regno cadrà nello sconquasso,/ diverrà ingovernabile.

Il libro di Guglielmo Aprile, L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), fa riferimento, in maniera originale e allusiva, sin dal titolo, all‘assedio della città di Famagosta da parte degli Ottomani ai danni della Repubblica di Venezia; fu la battaglia decisiva che permise ai Turchi di impossessarsi dell’intera isola di Cipro. L‘assedio durò quasi un anno, dal 22 agosto 1570 al 4 agosto 1571. Famagosta venne assediata dall’imponente flotta turca ottomana capitanata da Lala Kara Mustafa Pascià. I veneziani erano guidati da Marcantonio Bragadin e da Astorre Baglioni e resistettero nonostante la sproporzione delle forze in campo e la certezza della sconfitta. Aprile dunque sceglie fin dal titolo l’archetipo narrativo dell’assedio, archetipo costitutivo della letteratura e della civiltà occidentale, basti pensare che il primo libro di cui abbiamo memoria l’Iliade narra di un assedio. L’assedio è la metafora dell’esistenza stessa, la ricerca o la difesa di un bene, spesso enigmatico e sfuggente, agognato e vagheggiato, al di là del suo reale valore. La vita è cinta d’assedio da un prima inconoscibile e da un dopo certo, minaccioso e incombente, è circondata da forze che la premono e che la incalzano sia dal di fuori che dal di dentro. L’originalità dell’opera di Aprile è data dalla forza magmatica del verso che emerge come un flusso inconscio che preme e si fa immagine, pensiero, discorso. Il sentimento che sembra prevalere è lo sgomento, la paura (Deve essere accaduto/ qualcosa, e di non poco conto, aprendo/ le pagine a caso del libro/ di Scienze o dando una semplice occhiata/ nella cassettina di latta/ conservata in soffitta,// che mi ha spaventato/ e costretto a fuggire: ed è da quando/ i pesci rossi ancora nuotavano/ nell’occhio dei semafori/ che scappo e ho paura), che trova ristoro in una memoria che si confronta e cerca di salvare ogni più piccolo dettaglio, trasfigurandolo e spesso rendendolo irriconoscibile; essa così si fa soglia tra il buio e la luce, tra la parola, che trova un appiglio per rimanere, e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un “prima” del dire poetico c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, è il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce, in questa prospettiva la storia individuale e la storia collettiva, l’ontogenesi individuale e la filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra (C’è un bambino in me/ che ripassa una vecchia filastrocca/ aspettando di recitarla in presenza/ del custode della vecchia scuola,/ se solo dimentica una sillaba è il ramo/ il cui scricchiolio annuncia una valanga). Questo continuo rimando tra storia individuale, che si trasfigura in tanti frammenti narrativi, e storia collettiva si riverbera anche sulla contemporaneità, non è un caso che nell’episodio storico che dà il titolo al libro si faccia riferimento a un evento in cui si delinea lo scontro tra due civiltà, in cui l’una considera l’altra barbara; il tema dei barbari alle porte ritorna spesso nel testo e dà il titolo alla seconda sezione del libro: Barbari alle porte. La capacità di Aprile è quella di tenere insieme questo sterminato materiale con una versificazione corposa, ma sempre controllata, che assume come metro di riferimento l’endecasillabo, con un linguaggio volutamente alto e ricercato, in cui, pur susseguendosi le immagini e le parole in maniera incalzante, mantengono sempre un filo conduttore che, pur in maniera labirintica, conduce a una conclusione che è, al tempo stesso, narrativa e morale. Vi è un’etica profonda in questi versi, la fiducia nella parola che più che nascondere mostra, per accenni, per tentativi, per sentieri lunghi e interrotti indica una strada, un nuovo umanesimo che porta dalla paranoia del potere – evidenziata dal titolo della prima sezione: Il tiranno nel suo labirinto – ad una possibile fratellanza, in cui l’altro, che si manifesta nelle pagine di questo libro e nell’epoca che viviamo, non sia più il nemico alle porte ma un possibile fratello (Organizziamo barricate, posti di guardia;/ a volte non si fanno vivi per giorni, sembrano/ tacere, essere spariti; ma a uno sguardo/ più attento balena ancora tra i rovi/ il pugnale delle loro pupille/ in agguato. Dobbiamo essere vigili, o forse/ tentare di venire a patti, di imparare a convivere// con i barbari fratelli dei confini?). Ultima suggestione che può illuminare ancor di più la comprensione del libro riguarda la città di Famagosta, infatti essa è da più di quarant’anni, dall’invasione da parte della Repubblica Turca di Cipro, una città fantasma a cavallo del confine che separa la parte turca da quella greca dell’isola. È un luogo in cui le tracce umane arretrano di fronte al trascorrere del tempo e al riaffiorare della natura, è come se fosse una pagina bianca della storia in cui, a dispetto delle intenzioni di chi l’ha resa un deserto, si può cominciare a riscrivere il destino dell’uomo.

© Francesco Filia