guerra

La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

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savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

I poeti della domenica #169: Giovanni Raboni, Guerra

raboni – credits Getty Images

Guerra

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso,
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato tra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? Non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

*
© Giovanni Raboni, Guerra, da A tanto caro sangue (Mondadori, 1988), ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014

Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

jasper-maskelyne (fonte archivioroncacci)

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Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

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Nel film The Prestige di Christopher Nolan si dice che ogni numero da illusionista è composto da tre parti o atti.Il primo atto si chiama “la promessa” ed è la fase iniziale: quando il mago ci mostra le cose che faranno parte del suo numero e ci spiega che si tratta di oggetti ordinari (un cappello, un mantello, un mazzo di carte). Il secondo atto si chiama “la svolta” ed è la parte in cui l’illusionista compie qualcosa di straordinario con quell’oggetto apparentemente ordinario, per esempio lo fa sparire. È la fase in cui noi spettatori veniamo stupiti e ci chiediamo come sia stato possibile quello che abbiamo visto. In effetti è questo il culmine del numero di magia, eppure noi non applaudiamo ancora. L’applauso è il gesto di liberazione finale, che per partire ha bisogno di un terzo gesto, una conclusione o, come si dice in narrativa, uno scioglimento. Il terzo atto è quello che chiude il cerchio e riporta tutto alla normalità, quando l’oggetto sparito riappare da un’altra parte, per esempio, e la situazione straordinaria diventa una nuova situazione ordinaria. Questo terzo e ultimo atto è chiamato “il prestigio”.

Come avrete intuito, e come il film di Nolan mostra bene, anche i racconti possono essere suddivisi in tre atti analoghi. Ogni storia narrata è composta da tre parti che banalmente potremmo chiamare “inizio, sviluppo e finale”, ma che a ben vedere hanno molto in comune con i tre atti del gioco di prestigio. Per questa ragione – e per rendere onore al suo protagonista – dividerò il racconto che segue proprio in tre parti, chiamate rispettivamente come i tre atti del numero di magia.

1. La promessa

Il nostro uomo si chiama Jasper Maskelyne, è nato nel 1902 ed è un mago da palcoscenico, un illusionista inglese, molto famoso tra il 1930 e il 1940. È figlio di un certo Nevil Maskelyne e nipote di John Nevil Maskelyne, maghi a loro volta. Jasper Maskelyne è un prestigiatore di successo. Nel 1936 pubblica un libro con i suoi trucchi che è ancora oggi un classico nell’ambiente. È un maestro dei colpi di scena. Il suo pezzo forte sono i numeri di “lettura della mente” e in genere tutti i trucchi di quell’arte che oggi viene chiamata mentalismo.

Jasper è l’ultimo di una grande dinastia di maghi. Ma, a differenza del padre e del nonno, il suo successo sembra destinato a tramontare proprio quando è all’apice, perché Jasper si ritrova al culmine della sua carriera quando esplode la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940, all’età di 38 anni, Jasper Maskelyne si arruola come volontario nell’esercito britannico. È già troppo avanti con gli anni per imbracciare un fucile e partire per il fronte, ma lui non ha intenzione di fare la guerra da soldato. Appena arruolato, Jasper chiede di far parte dell’intelligence militare, dichiarando di voler mettere a disposizione la propria arte in strategie di guerra. Gli ufficiali ridono. Davanti a loro c’è un mago che vorrebbe usare trucchi da palcoscenico in operazioni militari, trasformando in armi alcuni espedienti da intrattenimento come l’inganno e il camuffamento. Naturalmente, nessuno dell’esercito sembra disposto a dargli retta.

2. La svolta

Un giorno di quello stesso anno, una nave da guerra tedesca appare sul Tamigi, nientemeno che in piena Londra. L’allarme e il terrore corrono in pochi minuti, fino a raggiungere gli alti ufficiali dell’esercito. Ma no: quella che corre sul fiume non è una nave vera. È un’incredibile illusione creata da Jasper Maskelyne con un gioco di luci e specchi, grazie a un modellino di cartapesta. Di lì a poco, Maskelyne entra nell’intelligence militare per direttissima. Viene preso al Camouflage Development and Training Centre, a Farnham Castle,  e l’anno dopo (il 1941) viene reclutato nell’MI9 da Dudley Wrangel Clarke (Johannesburg, 27 aprile 1899 – Londra, 7 maggio 1974), l’ufficiale britannico che passerà alla storia come pioniere delle operazioni di inganno militare.

Il primo incarico di Maskelyne è al Cairo. Qui tiene alcune lezioni ai soldati sulle tecniche di fuga e crea piccoli dispositivi utili per fuggire in caso di cattura, come lame nascoste all’interno di pettini o mappe disegnate in modo criptico su oggetti di uso personale. Poi, nel novembre del 1941, entra nella cosiddetta unità di camuffamento a Helwan, vicino al Cairo, e viene messo a capo della Sezione Sperimentale. In realtà, Maskelyne si ritrova al comando del manipolo di soldati più inefficiente dell’esercito inglese: un gruppo di artisti come attori, musicisti e pittori, incapaci di sparare, ma molto utili per la realizzazione delle idee di un illusionista. È con loro che Jasper riesce a realizzare i suoi veri capolavori, in crescendo, fino a determinare le sorti stesse della guerra.

Il gruppo di artisti guidato da Maskelyne costruisce anzitutto delle strutture con materiali di fortuna accanto al porto di Alessandria. Le strutture posticce replicano il porto stesso con giochi di luce e specchi, mentre le luci del vero porto vengono spente. L’illusione è perfetta per gli aerei tedeschi e così, per ben nove giorni, l’aviazione nazista bombarda il nulla, mentre il vero porto di Alessandria è in salvo, un paio di chilometri a est. Dopodiché, con analoghe illusioni ottiche, Maskelyne fa sparire il Canale di Suez, e acceca ripetutamente l’aviazione tedesca con dei riflettori.

E ancora: nel 1942 Maskelyne crea una divisione corazzata di cartone, con manichini, carri armati fasulli, rumori e voci umane simulati. La divisione fantoccio viene portata in prima linea, dove subisce l’attacco nazista, mentre la vera divisione corazzata avanza lateralmente, mascherata da convoglio di trasporto, con un trucco meccanico capace anche di cancellare le tracce dei cingoli e sostituirle con quelle che lascerebbero le ruote dei camion. E così viene vinta la battaglia di El Alamein: la vittoria degli inglesi su Rommel che sancisce le sorti della guerra, consentendo agli Alleati di prendere il controllo del Mediterraneo.

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Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome

Una frase lunga un libro #97: Max Aub, Gennaio senza nome, (trad. di Ernesto Maggi), Nutrimenti 2017; € 17,00, ebook € 8,99

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“Dove vanno tutti questi qui?”
“Che vuoi, la resistenza ha dei limiti”.
“E una frontiera”.
“Scherza, scherza. La morte è una faccenda di ciascuno. Sopportare è di tutti. Se qualcuno cede, va a monte tutto. Questa gente non sa cosa vuole, ma sa benissimo cosa non vuole. Per quello scappano. Non è che hanno paura, non vogliono essere fascisti. Capisci? È chiaro come il sole: non vogliono essere fascisti.

La guerra, quella guerra, quella che è stata la guerra dei nostri padri e dei nostri nonni, quella che ha buttato giù le case che avrebbero potuto essere le nostre, quella delle fughe, dei morti, dei milioni di morti, quella del terrore e dei campi di concentramento, quella che pareva potesse non finire mai. E poi la guerra degli esodi, degli scavalcamenti di muri e frontiere, di morti lasciati indietro, di bambini caduti per strada, di famiglie annientate. La guerra della fame e della sete, dei bombardamenti, delle esecuzioni, dei dittatori. A queste memorie ci riportano i racconti di Max Aub, che sono davvero straordinari, ci portano in una terra di nessuno che va dalla Spagna alla Francia, e ci va a piedi, che va dal Sudamerica a un campo di concentramento, che va da una fucilazione a un abbraccio, che va da un morto per fame a un sorso d’acqua che ti salva la vita. Il regime di Franco, ma tutti i regimi, che tutti si assomigliano, che tutti quanti segnano chi li attraversa e segnano chi verrà dopo, per conseguenza e per memoria.

Aub è stato un grandissimo scrittore e prima ancora è stato un esiliato, un torturato, una vittima, un uomo segnato. Aub è stato un testimone, ma esserlo è un conto, saper rendere testimonianza è altra cosa. Saper rendere quella testimonianza grande narrativa non è cosa da poco. Se mostri l’orrore della guerra facendo grande letteratura sei uno scrittore eccezionale, sei uno come Aub.

Aub scrisse gli otto racconti di Gennaio senza nome dal suo esilio messicano, queste storie raccontano di esodi di massa e quindi di esilio e di morte, raccontano gli internamenti di Vernet (Francia) o di Djelfa (Algeria); internamenti che Aub visse sulla propria pelle. E vediamo un po’ di che storie si tratta.

Ci hanno dato una scatoletta di sardine da dividere in otto. Era il 25 luglio. Mi ricordo bene, perché lì c’era un calendario. Erano più di tre giorni che non mangiavamo. Per dessert hanno iniziato a bombardare.

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Una frase lunga un libro #85: Brian Turner, La mia vita è un paese straniero

turner

Una frase lunga un libro #85: Brian Turner, La mia vita è un paese straniero, traduzione di Guido Calza, NN editore 2016, € 18,00, ebook € 8,99

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Era come abitare in una bomba inesplosa.

Mi sono spesso domandato quali fossero le ragioni di un soldato, non potendo domandarmi le ragioni di qualunque guerra. Le ragioni di un soldato dei nostri tempi, uno che abbia combattuto nella ex-Jugoslavia, in Iraq e in Afghanistan, per capirci. Se mi fermo a pensare, ad esempio, ai soldati americani, immagino (ma in realtà registro le cose che ci hanno sempre raccontato) che si arruolino per due motivi; per il famoso “Volevo servire il mio paese”, e poi perché nelle piccole cittadine del Vermont, del Montana, della Virginia, dell’Ohio dove c’è poco lavoro e, soprattutto, niente altro da poter fare, le scelte per spostarsi o fare qualcosa sono veramente poche. Questo ci ha detto la storia, questo ci dicono il cinema e la letteratura. Se fosse tutto qui sarebbe ancora poco, qualcosa in più di incredibile e terribile ci racconta il poeta e soldato Brian Turner in La mia vita è un paese straniero (splendida la traduzione di Guido Calza). Ci sono due momenti in questo romanzo a frammenti, a strappi, che indicano qualcosa delle ragioni di Turner e forse di molti altri.

Il primo momento è indelebile, qualcosa alla quale non si può smettere di pensare. La scena vede Turner quattordicenne e suo padre (militare, così come suo nonno) intenti a costruire una bomba al Napalm, dietro casa, in California, negli USA. Questa è la formazione di Turner. La bellezza di questa scena assurda sta nel fatto che leggendola non percepiamo nulla di orrendo, ma solo comunanza e comunicazione tra genitore e figlio. Il Napalm è una tradizione di famiglia che viene passata, ci ho letto la stessa naturalezza di quando mio padre in un cortile mi insegnò il tiro all’ungherese. La bravura di Turner rende perfettamente la meraviglia di un momento terribile. L’altro momento è quello in cui Turner si arruola, per sfuggire a qualcosa o per ritrovarsi, o per continuare quella tradizione alla quale non può sottrarsi:

Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché a un certo punto della vita dell’eroe, l’eroe deve dire Giuro.

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Una frase lunga un libro #18 – Ugo Riccarelli: L’amore graffia il mondo

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Una frase lunga un libro #18 – Ugo Riccarelli: L’amore graffia il mondo, Mondadori, 2012. € 19,00  e-book 6,99

Delmo estrasse dal taschino l’orologio per controllare la puntualità del diretto che di lì a un minuto sarebbe dovuto sbucare dalla curva oltre la roggia, rompendo con il suo sferragliare l’incanto del galleggiare nella dolcezza di quella bevanda opaca. Fu proprio mentre iniziò a sentire il rumore del treno che dalla carie sulla casa si affacciò sua sorella Anita ad annunciare la nascita con un bercio da mercato, e lui all’improvviso dimenticò i treni e la dolcezza dell’orzata e si ricordò della moglie che un paio d’ore prima aveva rotto le acque.

Comincia così L’amore graffia il mondo, con orologi, attese, treni e nascita, e questi quattro elementi saranno i cardini del libro. “Ci sono gesti che bisogna continuare a fare / chiudere finestre, tostare il pane, legarsi / il fazzoletto sulla nuca / non c’è altro modo che i gesti per fare i vivi.” Questi versi, invece,  sono di Paola Turroni (Il Mondo è vedovo, Cartabianca 2010) e ben rappresentano la sintesi di quello che è la vita di Signorina, la protagonista del romanzo di Ugo Riccarelli, vincitore del Premio Campiello 2013, e delle altre donne che di questa storia tesseranno i fili, attraverso le azioni, le scelte, i sacrifici, l’amore e le rinunce. Il nome Signorina viene da un treno. Suo padre Delmo, ferroviere e uomo severo, decide che la bimba appena nata deve essere chiamata così, come il treno che sta entrando in stazione, treno a cui lui ha dato  un nome. Un giorno, ancora bambina, grazie a uno sconosciuto, Signorina scopre di avere un dono, dono che potrebbe cambiarla la vita. La fantasia, che fa sì che Armida, un’oca, sia la sua migliore amica, unita a mani che sono in grado di disegnare, tagliare e cucire e il talento che le permette di creare un modello d’abito da un sacchetto per il pane, rappresentano il dono.

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Le cronache della Leda #40: Tra Kiev e Sanremo

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Le cronache della Leda #40: Tra Kiev e Sanremo

 

Anna, si chiama così la donna ucraina che una volta a settimana viene ad aiutarmi con le faccende di casa. Anna viene da me da quindici anni, è un’amica ormai, ci raccontiamo le cose. Attraverso i suoi racconti, i suoi brevi ritorni a casa, ho visto crescere i suoi due figli, un maschio e una femmina. La femmina, Alina, adesso è sposata e ha due bambini. Suo figlio Serhij ha, ma sarebbe meglio dire aveva, un buon lavoro, ora non lavora, ora è in guerra. È stato richiamato perché ai tempi del servizio militare aveva firmato. Anna mi dice che c’è una guerra vera anche se i giornali ne parlano poco, mi ha raccontato che sono morti un sacco di ragazzi. Io non riesco a dire nulla, posso solo abbracciarla e prepararle un caffè. Anna è una mamma che da una vita pulisce le case della gente, si prende cura degli anziani, per garantire un futuro ai suoi figli. Quale futuro? Sembra volermi dire, guardandomi fissa negli occhi, mentre beve il suo caffè. Anna  mi dice che Serhij ha dovuto (e tutti i richiamati al fronte) provvedere da solo agli abiti, al cibo, ora ci pensano, come e quando possono, le associazioni di volontariato. Anna mi ripete un sacco di volte la parola guerra, ma non c’è odio nei suoi occhi, nei suoi toni, ci sono sgomento e paura. Anna se ne va, a lunedì prossimo, ci diciamo. Trova il tempo di sorridermi mentre esce.

TOPSHOTS AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY

TOPSHOTS AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY

L’Adriana dice se guardiamo Sanremo da lei, dice che comincia stasera. Carlo Conti, dico. Non mi pare che ci sia bisogno di aggiungere altro. L’Adriana sa che a me di Sanremo non importa più nulla, e, forse, non importa a nessuna di noi quattro. La nostra amicizia si basa anche su alcuni rituali, Sanremo è uno di quelli, a prescindere dalle canzoni orribili e dai presentatori perennemente abbronzati. Alle sette e mezza saremo a casa sua, ceneremo e dopo guarderemo il Festival. Lo guarderà anche Anna, le piacciono le nostre canzoni popolari, lo guarderà pensando ai figli, perché non potrà fare altro. Domattina si alzerà, troverà un messaggio del figlio e andrà a pulire uno dei nostri pavimenti, dei nostri bagni. Noi parleremo del  festival, com’era quella canzone di Luca Carboni? A un’ora di volo c’è la guerra anche se qui c’è gente del barbiere. Mi pare facesse così.

Leda

Guido Cupani – Sonata per Gaza

Fonte cospe.org

Fonte cospe.org

Guido Cupani – Sonata per Gaza

I
ISAIA 13:9
CORANO 67:17

Allegro non troppo

Non so, non sappiamo, non sapete, non sai
assolutamente niente di questa guerra ben
servita al termine di una lunga sfilza di
portate una più golosa dell’altra come un
ricciolo di panna dolce sulle fragole del
le nostre indubitabili certezze personali

Chi
:::::::ha provocato chi
::::::::::::::::::::::::::::::::: ha bussato sul tetto

di chi
:::::::::::ha lanciato razzi contro chi
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::tiene
in una morsa chi non contempla il diritto.
in una morsa chi non contempla il diritto
all’esistenza di chi è ben più terrorista.
all’esistenza di chi è ben più terrorista
di chi mette un bambino su ogni obiettivo.
di chi mette un bambino su ogni obiettivo.
come tante ciliegine per la fame di chi è.
come tante ciliegine per la fame di chi è
pronto a mangiarsi pure l’ultima fetta di
terra promessa a chi, da chi e contro chi.
::::::::::::::::::::::a chi, da chi e contro chi :::::::::::::::::::::::::::: (ritornello)

Nell’agorà duepuntozero comodi sul divano
occidental-orientale col nostro corruccio
auto-assolutorio smagliante in camera uno
riempiamo i caricatori di opinioni giuste
prendiamo fuoco sulle tastiere dei laptop
togliamo la sicura alla lingua spieghiamo
cosa debba fare chi abbia scavalcato ogni.
cosa debba fare chi abbia scavalcato ogni
limite perché nessuno possa dirsi vittima.
limite perché nessuno possa dirsi vittima
della storia se si dica salām o shalom la
della storia se si dica salām o shalom la
pace che ora significa soltanto prevalere
prevalere prevalere prevalere prevalere –
sullo straniero all’altro capo della rete
sull’ospite in studio sull’opinionista su
di te, su di voi, su di noi, su di me che

Non so, non sappiamo, non sapete, non sai
proprio un bel niente di questa guerra se
non che casca a proposito come il dessert
dopo la frutta come un’ultima porzione di
male per cui azzannarci gli uni gli altri
strapparci gli occhi massacrarci di botte
riasfaltare finalmente la terra a deserto

Terra non mantenuta a chi sprofonda sotto.
Terra non mantenuta a chi sprofonda sotto
terra i figli di chi intride di sangue la.
terra i figli di chi intride di sangue la
terra di chi falcia un’altra messe d’odio.
terrdi cha i falcia un’altra messe d’odio
terra terra terra terra – urla la vedetta.
Terra terra terra terra – urla la vedetta
dalla coffa delle Nazioni Unite e alza al
cielo una flûte alla salute dei naviganti
di chi sa di aver ragione di chi semplice
mente non è sazio …erra …erra …erra …erra.
mente non è sazio …erra …erra …erra …erra
– l’eco che bombarda di confetti colorati
le nostre indubitabili certezze personali

(altro…)

Tutto fu. Ieri non esiste più. – f.f.

.

La storia è caduta.

Precipitata dalla rupe di questa primitività nuova: di zecca

le farse   studiate a tavolino per un ventunesimo secolo senza vergogna.

La parola

è morta.  Trucidata da avventori che hanno tradito

la sua semplicità

sta sul fondo della discarica sotto quintali di immondizia

e tossici     rifiuti sociali.

Il dialogo

è caduto in un attentato di terrore.

Si è trattato di un  assassinio (in) pubblico

e  nessuno può parlarne perché  ora

la parola è morta.

Quelle che uso le ho raccattate per strade di campagna

e da  pozzi d’acqua in disuso     da deserti luoghi

dai respiri risparmiati     tessuti come lenzuola di canapa ruvida e nodosa

dove i popoli   sfruttati

consumati come  miniere  da estrazione

nei campi da mietere e sotto le pietre delle loro storie

hanno lasciato sillabe di fame   hanno lasciato le braccia  e le gambe

hanno lasciato    una bocca che non tace.

La guerra è oggi

non è sulla linea di un fronte o alla frontiera.

Circola di casa in casa a far fronte all’ immortale immorale

barbarie del forte

cresciuta oltre ogni  misura: dissangua

chi di sangue non ne ha più e lavora lavora

sgravandosi del corpo

crepando di cancro

prima che il favore gli sia restituito.

Tutto fu: ieri

quando la storia dice  con chiarezza cosa

succede. In tutti i tempi del tempo succede.

In questi frangenti i salvagenti non sono i valori

commerciali

non sono i conti in banca

qui crolla l’uomo si uccide

la sua fragilissima sostanza

fatta

di un fiato di vento e qualche sogno alla rinfusa.

.

f.f.- inedito – Il due giugno 2010 la RES non è più pubblica.

…ma le detta parola?- f.f.

Alexander Daniloff – entrata nel regno dei morti

.

m a l e detta parola
mon(a)ca p o e s i a   fatta di fiato
parola amministrata dentro un cart(ell)one di disegni
parola somma senza calcolo astenuta estenuata parlamentare parola
impiastricciata gitante parola gigante
malgovernata tabulata infuriata parola che s’inturbina si staglia s’impenna
si strimpella dentro le orecchie bacheche
di chicchesia prova letta
allettata parola bis-bis-bigliata bi- lingua parola (s)bocc(iat)a
sfoderata ai quattro sensi nel palatino
del cucca e magna et imperat. (altro…)

Te(in)tris gratis

Le voglio mettere
un fuoco dentro
una brace

che bruci la gola e la lingua s’interri
in un eterno di parole friabili

legni della terra radici di cielo
rami bracci fiumi consacrati del dio mai conosciuto

linfa dello stesso mutevole corpo pane
che parla e che ride linfa che scrive

multiple parole senza classifica non merci
ordine o lignaggio linguaggio catena

parola nata per donarsi o bolo
incenerito nella soglia di un bacio

vicinanza domestica del dio che si fa lievito e crepita
divino esce dalla fronte

nasce dalla fonte nel battere del cuore
labirinto di innocenza e di destrezza grande

pronto a ferirsi morirsi e duro e durevole
quanto la pietra di una parola dura

o d i o

dio della guerra e della miseria
della sepoltura e della distanza

dio dell’oblio e della maschera
dell’oro delle fauci della bestia

scannata parola osannata e messa
a catenaccio nell’uscio di ogni casa

spersa là dove resto in ginocchio
esposta ai mille lumi di una sola sapienza

terra intorno all’asse disposta in quel fitto
campidoglio del cielo
dove la luce è sparsa.

Nel lusso e nell’incuria
nazioni e nozioni
case
case
e poi ancora
case e case
un sacco di strade e cose sparse
sicuramente sperse in quei nodi
senza orizzonte chiusi
rinchiusi in matasse di serpi arse
periferie di città e regioni
nazioni di ragioni
testi di disumanazione e ferocia.
Stanze di raccolta
in serie ciò che non serve ciò che si rifà
come una riga di scrittura radiata
cancellata e poi di seguito annerita:
sillabe senza domande.
Una resa disarmante l’eccesso
l’accesso a quelle
forniture di macerie
vernici di oscuro e vertici
di agonia dei soli chiusi dentro
anelli di una specie disarmata
in matrimoni avariati dal consumo
di sesso e vita a cottimo i rimossi sogni
racconti estirpati da stazioni locali      pensieri
stanze amare in cui ci si fa
l’amore in posizioni ambigue in quotidiani inferni
atrio in cui si abita la morte già
grande soglia spoglia porta della casa.
Senza scampo la cancrenosa
malattia: l’incurabile vivere
un tempo mortale
nell’arco della penombra e
ora riflesso dell’oscurità del corpo
questa carne in cui si spillano concetti
gli arditi aforismi pensieri svolti sì in linguaggi
ma nudi e senza incanto
solo macerie e macellate ossa
d’altro fatto di una sabbia
antica frode che strappa quel poco che resta
che brilla la vita in un solo
r e s p i r o.
Là dove stava in gabbia
intrappolato luogo
il corpo non è più.

mi è capitato

di vedere uomini
trasformarsi in topi
e mi è capitato di vederli
banchettare tra loro
con la carne della loro specie
solo perché erano cavie
di altri animali ingordi
avidi e tenaci rapaci della peggior specie
ammalati di febbri antichissime
Nessuno era riuscito a estirpare quel vorace morbo
che ancora infetta la razza
e la lascia in preda alla sua sete
alla sua fame e alla sua svuotata presenza.
Sintomo di questa alienazione è la vitalità nel pretendere di porsi alla luce
in vista sotto i riflettori è il porgere il corpo perché
le ombre lo adattino alla cecità degli altri
di tutti quelli che lo guardano. E’ così che si propaga il contagio.
Ozio e noia
davanti ai mediatici culti
ai riti cui si sottopongono e le droghe
dalle più lievi alle più forti tra cui la detenzione di uno stupefacente
potere con cui erigersi sopra ogni altro fallo.
Parlamentare con questa specie non è possibile
e non è possibile cercare un luogo che non ne sia infetto.
Solo in sé chiusi in se stessi e in silenzio
senza rispondere ai loro continui richiami
forse il primato
decadrà
finirà il banchetto delle svendite globali.

basta un clic per vedere il crac!

Tra le cosce calde della creatura cava- f.f.

.

metto le virgole  i doppi punti

e il doppio petto che ti aggiusti   mentre reciti

una versione di te stesso

lascio il cadavere   delle parole imbalsamate

le spillate strettoie della mente

la vertigine inutile della discussione

il periplo l’assioma e l’algoritmo di una giornata

persa tra queste lettere senza sesso e senza senso

senza altro sogno che un segno

es-posto in vetrina

sotto formal-dei-de la crisi economica che si esaurisce cantando

dibattendo la crisi super a n a t o m i c a  della  disintegrazione del sentire

mentire      l’ultimo cerchio della gogna

agognata carogna di chi ha fame di vergogna e prende

l’ostia dentro il retto     principio di osservarle       le  regole

sacre del mercato edito reale nella carta tormentata

da una insana ragione di educare.

A cosa?  A chi?   Se tutto è forma che si fa orma e meno ancora

sparisce nel getto di un inchiostro senza mano e senza battuta

nemmeno un dente dentro lo scrittoio  io

solo un diaframma tra qui e là dove mai ci si trova.

Paventate parole scena della lercia vacuità che si

sparpaglia si sventricola e si squaglia

nella cella di un corpuscolo di rosso

fattosi avaro scarno e saccente

Il più grosso inconveniente?

Può in un lemma separarti o spararti una raffica assassina o

rendersi tossina d’altri    inconsapevoli  gestori

di un male articolato che travalica la carta e

si fa canto  in frusciante   lussureggiante  cartamoneta  tonante

in lingotti di soqquadri che disarticolano la storia

in vetrine di macelli e falsi testimoni

poichè la storia è solo una grande fossa

un ammasso di menzogna

per una guerra che non cessa

e        sì  da sempre

ci intossica  le ossa.

*

Riferimento:

http://fernirosso.wordpress.com/?s=Tra+le+cosce+calde+della+creatura+cava

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