Guanda

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

Non provate a pensare di trovarvi davanti alla semplice biografia di una sfrontata e maliziosa fotografa. Qui ci troviamo in un libro di Helena Janeczek la cui narrazione volutamente soffusa e “distratta” è come quella di una belva che segue una o più tracce di una preda in un percorso solo apparentemente casuale. Questo tipo di narrazione prescinde dall’idea di una linea retta; qui le tracce della protagonista (sì, proprio quella “sfrontata ragazza” di copertina) non si appoggiano solo sul terreno fresco delle date, dei documenti, degli archivi. In questo lungo e affascinante percorso ogni risoluzione di un indizio o di una traccia ne genera altri e altri ancora nell’incrociarsi con le narrazioni di tre dei suoi compagni di viaggio “superstiti”; Willy Chardack, Georg Kuritzkes e Ruth Cerf, tre personaggi che, in maniera diversa, sono stati più vicini alla protagonista e ne hanno condiviso la storia, le storie fino al primo agosto del 1937, giorno dei funerali di Gerda Taro, nome d’arte di Gerta Pohorylle, morta alla fine di luglio del 1937 all’età di 27 anni a Brunete sul fronte della guerra di Spagna, schiacciata da un carro armato. Gerda Taro quindi è la nostra ragazza con la Leica; prima reporter morta su un campo di battaglia e compagna del leggendario Robert Capa con cui ha raccontato fotograficamente il conflitto in Spagna. Il titolo e la copertina sono il primo “non indizio” da cui partire; la genericità del termine “ragazza”, una Leica che in realtà non vediamo, ma soprattutto quello sguardo, e quella gestualità. La figura di Gerda Taro per tutto il libro appare come un fantasma a cui non vengono associate imprese, ma è come se tutti i suoi 27 anni si fossero congelati in quell’attimo fotografico e tutto ciò che ha rappresentato, nel suo breve passaggio in vita, potesse così essere narrato solo come assenza, pesante, sconvolgente che, alla vigilia della sconfitta dei repubblicani spagnoli e la conseguente ascesa di Franco, arriva a rappresentarsi come soglia, limite, trauma di un’intera generazione transnazionale di intellettuali entusiasti nel loro coinvolgimento politico, costretti però improvvisamente alla disillusione e ad arrendersi per dissolversi davanti alla realtà di una guerra oramai persa, al successivo immediato esplodere della seconda guerra mondiale e a tutto quello che ne conseguirà. (altro…)

I poeti della domenica #227: Valentino Zeichen, Aspettativa

ASPETTATIVA

Di ieri in ieri
di domani in domani
i secondi curvano lungo
la circonferenza dell’attesa
circuendo più volte il nulla.

Il mio capo non trova posizione
in nessuna geografia
e si volge alterno
al passato e al futuro facendo capolino;
il suo cruccio è non sapere
d quale parte, semmai, verrai.

.

in Valentino Zeichen, Pagine di gloria, Parma, Guanda, 1983 ora in Tutte le poesie 1963-2014, Milano, Mondadori, 2014

Eccomi: Foer e l’arte dell’oreficeria

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda editore 2016 (tascabile 2017), € 14,50; traduzione di Irene Abigail Piccinini

 

Per svariate ragioni quella che segue è la più bella pagina di Eccomi, ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, edito da Guanda nel 2016, con la traduzione di Irene Abigail Piccinini. E con “svariate ragioni” intendo la commistione tra arguzia di scrittura, profondità di riflessione e, ovviamente, riferimento anche semantico al macromondo che gravita attorno al titolo del libro, come se la pagina fosse monade del lungo e poderoso romanzo che il titolo contiene. La pagina è questa:

Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice: «Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: ‘Abramo!’ ‘Eccomi’ rispose Abramo». La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: «Che cosa vuoi?» Non dice «Sì?». Risponde con una dichiarazione: «Eccomi». Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola – hinneni, eccomi – ritorna altre due volte in questo brano, Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge: «E Isacco si rivolse ad Abramo, suo padre, e gli disse: ‘Padre mio!’, ed egli: ‘Eccomi, figlio mio’. E Isacco disse: ‘Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?’ E Abramo disse: ‘Dio provvederà all’agnello per il sacrificio, figlio mio’». Isacco non dice: «Padre», dice «Padre mio». Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice: «Eccomi». Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com’è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un’altra volta nel brano, nel momento più drammatico. «E arrivarono nel luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: ‘Abramo, Abramo!’, ed egli: ‘Eccomi’. E quegli disse: ‘Non alzare la mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico’.» Abramo non chiede: «Che cosa vuoi?» Dice:«Eccomi». La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa, definisca la nostra umanità. Il mio bisnonno, che ho già nominato prima, ha chiesto aiuto. Non vuole andare alla Casa ebraica. Ma nessuno in famiglia ha risposto: «Eccomi». Hanno invece cercato di convincerlo che non sa qual è la cosa migliore per lui e che non sa neppure bene quello che vuole. Davvero, non hanno neppure cercato di convincerlo, gli hanno solo detto cosa dovrà fare. Stamattina, alla scuola ebraica, mi è stata rivolta l’accusa di avere usato delle brutte parole. Non so neanche bene se usato sia il termine giusto: fare un elenco non è certo usare qualcosa. Comunque, quando i miei genitori sono venuti a parlare con il rabbino Singer, non mi hanno detto: «Eccoci». Hanno chiesto: «Cos’hai fatto?», Vorrei che mi avessero almeno concesso il beneficio del dubbio, perché me lo merito. Tutti quelli che mi conoscono sanno che faccio un casino di errori, ma sanno anche che sono una brava persona. Ma non è perché sono una brava persona che merito il beneficio del dubbio, è perché loro sono i miei genitori che avrebbero dovuto concedermelo.

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Omaggio a Maurizio Brusa (1951-2017)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

 

Mi reputo indegno di parlare di Maurizio Brusa e della sua poesia, ma due ragioni mi spingono a farlo: l’ammirazione per la sua poesia e l’affetto per suo figlio Alessandro, poeta e mio grande amico. Io e Alessandro più volte abbiamo parlato di suo padre, sia dell’uomo sia del poeta. Un poeta così defilato, appartato, che non solo non si è mai visto riconosciuto quel posto che dovrebbe occupare nei discorsi sullo “stato della poesia”, ma del quale in questi ultimi anni si era quasi fatta impossibile la reperibilità di buona parte della produzione, a eccezione delle raccolte più recenti.
L’improvvisa morte di Maurizio Brusa, sopraggiunta lo scorso 29 settembre, a non molte settimane di distanza da quella del padre Omero, ha, come sempre accade in questi casi, risvegliato il desiderio in molti di riscoprire una poesia che porta i segni di un’inedita esposizione al dolore del vivere per un ragazzo che ha conosciuto nell’età liceale la forza rivoluzionaria, utopica, del ′68, senza in verità riconoscersi in essa (lui, uno degli «emarginati coscienti» – definizione di Alfredo Taracchini, che firmò Per presentare Maurizio, ossia lo scritto che seguiva e inquadrava Idea per la prefazione di un ritmo, esordio di Maurizio Brusa nel fascicolo 29/30, gennaio 1977, della rivista «Rendiconti»); quel vento d rivoluzione che soffiò su quella parte di Romagna (lui nato e cresciuto a Imola) che in quegli anni rappresentava, insieme a Bologna (la pars emiliana), e più della capitale, la voglia di riscatto di un’Italia decisa realmente a lasciarsi alle spalle le contraddizioni del dopoguerra.

Spero che firme più qualificate di me nei prossimi mesi renderanno il giusto omaggio alla poesia di Maurizio Brusa. Io, grazie soprattutto ad Alessandro, che immediatamente ha accolto il mio invito a inviarmi dei componimenti di suo padre, compresi alcuni tra i meno noti perché lontani negli anni, voglio proporvi queste sue poesie con l’intenzione di colmare un vuoto, che è stato anche il mio vuoto.
È un percorso di lettura a ritroso, dalla penultima raccolta alle poesie pubblicate nel 1979 nel n. 43 dei «Quaderni della fenice» diretti da Giovanni Raboni, una stagione, questa sua prima, che proprio in Romagna conosceva pure le esperienze di Ferruccio Benzoni e della rivista «Sul porto». Ma se in questi due altri poeti romagnoli la poesia guardava inevitabilmente all’Adriatico, come confine e limes da oltrepassare per riscattare la parola stessa, per Maurizio Brusa proprio su un molo la parola, dove nulla pareva essere mai accaduto, riconosceva il suo di limite; nonostante questa dolorosa constatazione, il poeta non rinunciava a dire e soprattutto non dissimulava l’assoluta fiducia nella poesia, continuamente rinnovata attraverso la costruzione di immagini evocative sorrette da un verseggiare elegante, e una lingua altrettanto fluida e in continua tensione, fino a forzare il punto di rottura e frammentarla (come nella sequenza proposta dalle poesie pubblicate nell’«Almanacco dello Specchio»): Maurizio Brusa diceva ciò che vedeva con gli occhi dell’esperienza, mettendo a nudo da subito un io fragile innanzi alla vita. Lo stesso io che si affaccia, a distanza di anni, nella sua ultima raccolta, La vita scalza, uscito lo scorso giugno per Stampa e che merita un discorso a sé. (fm)

Maurizio Brusa, Parigi ’75 (disegno di ignoto)

MAURIZIO BRUSA (1951-2017)

 

Periferia del Domino
(da Grammatica del Silenzio, Manni, 2008)

ad Alessandro B.

L’uomo tace.
Si ferisce dormendo:
alla terra quel ch’è dovuto.
Al cielo l’ordine di restare sospeso.

 

*

C’era questo nella casa d’altri:
raccontare suo figlio a dispetto
e montava la rabbia, sapeva
di averlo scordato.
Solo qualche volta
incontrato per le scale.

 

*

La prima notte dopo i voti
era ossessionato
dall’idea di saperti povera.
È stato un errore dicevo
ma
ho letto tutto di te.
Ho ascoltato la tua voce
la domenica
durante l’omelìa.

 

*

Di’ pure ch’è salita
dalla scala di servizio,
che s’è rannicchiata nel mio posto vuoto.
Di’ che l’hai comprata e venduta
nel gioco facile di un pressappoco.

 

*

Non è compito mio
il tubo dell’acqua.
Quel che c’era da fare l’ho fatto.
Ho venduto il vendibile:
a moneta di scambio il disegno di Ruth.

 

*

Aveva il profilo di tua madre
mentre leggeva
attenta
“The Sculpture Garden”
e io
che cercavo di distrarla
pensando gli anni persi
e quest’esilio che non fa rumore.

 

*

Potresti essere tu
fra qualche anno:
un viso più magro, il cappello di cuoio.
Quel tuo andare sospeso
a far niente di te.
Come pulire casa il mio credito al giorno.

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I poeti della domenica #121: Milo De Angelis, Ogni metafora

 

copertina-milo-de-angelis-somiglianze1Ogni metafora

Lo stesso cielo basso
di ambulanze e pioggia, nel turbamento
e le mani sull’inguine, chiamate dal corpo
per opporre
uno stupore minimo alle cose
mentre fuori, tra i semafori, l’europa
che ha inventato il finito
resiste
lontana dall’animale, difende
concetti reali e irrilevanti
lungo le autostrade, nel tempo lineare
verso un punto
e gli occhi non si chiudono contro le cose, fermi
dove un millennio oggi ha esitato
tra cedere e non cedere
perdendosi sempre tardi, e con intelligenza.

*

© Milo De Angelis, Ogni metafora da Somiglianze, Guanda 1976

Quarant’anni di Somiglianze

copertina-milo-de-angelis-somiglianze1

(Oggi si festeggiano i quarant’anni di Somiglianze presso la Casa della poesia di Milano, libro d’esordio di Milo De Angelis, che ha segnato un’epoca e si è presentato subito come uno spartiacque nella poesia degli anni ’70 e della poesia di fine ‘900, un modello per le generazioni successive, paradossalmente proprio per la sua unicità e irripetibilità. Un libro che ha saputo coniugare, in una sintesi estrema e perfetta, urgenza esistenziale, dire poetico, pensiero, sguardo impietoso, ascolto delle forze originarie del Mondo, tutto raccolto nell’esperienza radicale del tragico. Per questa occasione ripropongo una mia lettura, facente parte della rubrica Corpo a corpo, di una delle poesie del libro: Viene la prima. F.F.)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Viene la prima è una poesia del primo di libro di Milo De Angelis, Somiglianze (1976), ed è inserita nella lunga sezione intitolata L’ascolto. Già a partire dal titolo si crea una dimensione di sospensione e di straniamento, in quanto il legame tra il titolo e il testo è esso stesso enigmatico. A cosa si riferisce il titolo? A una persona, a un momento della vita, a un passaggio, a un rito d’iniziazione o a tutte queste cose insieme? Sono domande a cui il testo non risponde e lascia che sia il lettore a riempire il vuoto da cui i versi sembrano emergere per poi inabissarvisi nuovamente. La poesia si apre con un discorso diretto, che a sua volta ha come incipit, un’interiezione, quell’ «Oh» che è un’esortazione pacata e dolorosa, e che, nella sua forza ottativa, spalanca una dimensione in cui il discorso assume il tono di una vera e propria riflessione tragica, rafforzata dalla sospensione del periodo ipotetico, che dà al discorso un’enigmaticità sacrale: «Oh se tu capissi» questa evidenza originaria non ci sarebbe bisogno di comunicarla, di profanarla pronunciandola, sembra sottendere la voce in prima persona. La verità che viene comunicata è, niente di meno, che il senso del dolore, rafforzata, resa ancora più grave dall’anafora del “chi soffre”, il primo dei quali occupa da solo un intero verso, quasi a sottolineare l’inaudita imparagonabilità della verità enunciata nel verso successivo, “chi soffre non è profondo”. Il dolore non affina, non ci rende migliori, non ci rende più profondi, non ci fa conoscere di più. In questi primi tre versi si ha un congedo definitivo da qualsiasi metafisica romantica e, più ancora radicalmente, da qualsiasi concezione cristiana del dolore, di cui il romanticismo non è altro che un’estetizzazione moderna. Il dolore non ci salva, non è moneta per l’eternità, il dolore è oscuro, opaco, irriducibile; compiacersene, credendo che possa renderci migliori, è barare, essere inautentici. E qui emerge il fondo tragico del testo, tragico come l’assoluta gratuità e fatalità del soffrire. Sin dai primi versi, dunque, si mostra una dimensione del dolore affine alla sapienza dell’antica Grecia, filtrata dalle riflessioni sul tragico del pensiero contemporaneo (si pensi a Hegel, Kierkegaard, Nietzsche), in cui il dolore è ciò che si accetta come irrimediabile, una colpa che non riguarda tanto le nostre azioni ma il fatto di essere mortali, l’attrito tra la nostra singola arbitrarietà e l’ordine imperscrutabile del tutto. Per questo motivo il rimedio alla vita e al dolore non è alla portata degli uomini, o meglio dei “mortali”, perché i “mortali” sono gravati da una colpa che è oltre la loro capacità di agire, essa rimanda al destino muto dell’ordine cosmico, che nessun uomo o dio creò ma che sempre è. Ordine cosmico che si manifesta, nel testo, in un paesaggio da periferia cittadina, un coro silente e assoluto, come emerge chiaramente dai versi quindici, sedici e diciassette «E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento/ che la muove/ e le dà piccole venature come un legno». L’azione si svolge d’estate a Milano, un’estate cittadina assolata e solitaria, non passa nessuno, rade macchine parcheggiate. E questa estate metropolitana è un dilatarsi ad un’intera stagione dell’ora meridiana, l’ora del silenzio  epifanico – nella cui fissità si manifestano gli dei, le forze invisibili che determinano il nostro destino – in cui tutto rimanda a qualcos’altro, somiglia, è in relazione intima con qualcos’altro, tutto, anche un parapetto di periferia, sporto sull’orlo del nulla, una pozzanghera scura, insondabile come il fato, sono in ascolto sullo sfondo dell’immenso ed assumono una luce assoluta. Il tempo sembra fermarsi, anzi, sembra assumere la lentezza delle ere geologiche, somiglia, come l’acqua stagnante mossa dal vento, alle venature di un legno che collocano, incidono – attraverso il correlativo oggettivo reso ancora più stringente, da un lato dall’uso dell’articolo indeterminativo, dall’altro dalla metonimia –  i due personaggi, attoniti e sgomenti, come infinitesimi solchi del divenire. L’intera poesia è costruita come un dialogo tragico, di cui, però, si conosce la parola diretta di uno solo dei dialoganti, presumibilmente una donna, l’altro invece ne raccoglie il sapere e apre lo spazio scenico del discorso, come dimostra il terzo verso che definisce il tenore del testo, in quanto le annotazioni ambientali non hanno alcun valore descrittivo, ma servono, sottolineate dall’interpunzione forte, a dare, proprio per la loro precisione spaziale e temporale, una dimensione che va al di là del qui e ora e assumono un valore paradigmatico, evocano uno spazio iniziatico, un’ora decisiva, la legge del fato che prende forma. Non a caso il verso è chiuso con un fortissimo enjambement sull’“Ormai” che mostra l’ineluttabilità della situazione: tutto è consumato, tutto è prosciugato e ridotto alla sua essenza, siamo scoperti, nudi, non si può più barare, è l’ora della verità, non più della cronaca quotidiana, della chiacchiera inconsapevole, l’edicola è chiusa appunto. Ed è sull’«ormai» che si crea la tensione principale del testo tra le due forze che si incarnano nei due personaggi e che li sovrastano: tra chi è risucchiato dal passato e dall’irrimediabilità del dolore e chi, suo malgrado, può essere proteso in un cambiamento che passa attraverso il «diventare solo», attraverso un «sentire senza pagare», attraverso «una profondità che non/ commemora» e, quindi, attraverso una profondità che non ha l’ambizione di redimere il passato, di conservarlo, ma solo di accettarlo in quanto non più. Solo accettando che ogni cosa finisce irrimediabilmente, e con le cose una parte di noi, le si può rendere giustizia, sembra dire la voce del discorso diretto, essa stessa, in quanto ultimo barlume del passato che sta svanendo, vittima sacrificale del rito tragico della vita, «non aspettare nessuno/ non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi.». Si rende giustizia alla vita e a ogni suo evento, relazione, gesto, non procrastinandola, non estenuandola, ma lasciando finire ciò che è già decretato finisca, questa è la vera profondità tragica, quella che non commemora, che compie interamente la sua giustizia essendo radicalmente ingiusta verso ciò che è destinato perisca. Anche nelle pause del monologo e nell’affiorare dei gesti minimi, essenziali come nel «Mi tocca il viso», si avverte una tensione trattenuta, controllata, una tenerezza indicibile, quasi un passaggio di testimone  tra chi parla e chi ascolta. I due personaggi ci vengono presentati con un livello di consapevolezza diverso. La voce parlante nel discorso diretto è a conoscenza, attraverso un sapere sofferto e drammatico, di una verità che sente la necessità di condividere e tale condivisione è al tempo stesso un congedo di chi si sa figura del passato, ma è anche congedo dall’ora epifanica, in cui un barlume di verità si è rivelata e in cui un testimone è stato passato.  E adesso, chi è stato investito dalla drammaticità di queste parole, deve mostrare il coraggio di meritare il peso di questa rivelazione, di uscire e offrirsi all’evidenza del giorno, di accettare «di perdere, di perdere qualcosa»,  e qui è significativo il parallelismo tra l’anafora del chi soffre iniziale e dell’accetta dei versi finali, che fungono da sigillo all’intera poesia e ne chiudono circolarmente il senso; vero senso del dolore e accettazione della perdita che la vita è, sono l’uno la conseguenza dell’altro. E quindi il dislivello tra i due personaggi non è solo un diverso grado di consapevolezza, ma l’essere o meno iniziati a una verità che ha a che fare con la sacralità del destino, un passaggio da uno stadio ad un altro dell’esistenza, passaggio che non conserva dialetticamente ciò che supera, ma che obbliga colui a cui è rivolto il discorso a decidere, ad accettare di perdere una parte di sé che rimarrà come un’ombra incombente, mentre l’altra figura, nel momento in cui scandisce le sue ultime parole con lentezza epanalettica, con una domanda che è quasi una supplica, «Quando uscirai, quando non avrai/ alternative?», esaurito il suo compito, sembra scomparire  inghiottita dal nulla. È qui che tragico greco e tragico moderno si saldano, nell’idea dell’irrimediabilità del vivere, che esistere sia essenzialmente una perdita e che solo a partire da questa estrema consapevolezza si può cambiare, rinascere forse, per diventare sé stessi, per essere radicalmente ciò che da sempre si è: finiti, mortali.

© Francesco Filia

Roberto Carifi: la domanda e l’attesa (di Mauro Germani)

Roberto CarifiL’opera poetica di Roberto Carifi è contrassegnata da una parola esiliata, che è do­manda e – soprattutto nella produzione più recente – attesa.
In essa l’interrogazione ontologica viene posta in tutta la sua radicalità per accogliere e custodire il segreto abissale della scrittura, l’ascolto dell’intimità dell’indicibile, dove la dimora è sempre provvisoria e aperta all’appello del linguaggio e alla sua erranza.
Da questa spoliazione e da questo abbandono nasce una memoria lacerata e profonda. È la metafora dell’infanzia, che è rinvenibile in tutta la produzione di Carifi; una me­tafora segnata come da una ferita irrimediabile, uno strappo oscuro e luminoso. C’è in questo riferimento costante all’infanzia tutta l’ineluttabilità di un’origine frantumata nell’orrore e nell’estasi, tutto lo spaesamento ma anche l’amore da cui la poesia stessa – il “gettarsi davanti alla polvere dei resti”–[1] non può prescindere. Infanzia e poesia abitano “le tracce di un ignoto disastro”,[2] dove l’io è consegnato contempora-ne­amente al congedo e all’incontro di alterità enigmatiche e familiari ad un tempo (gli angeli, i morti, le bambole, i soldatini di stagno). Ed è proprio in questo “tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale”,[3] che ogni volta risuona “un grido infantile” e si avverte “una sorte vicinissima al vuoto”.[4] Qui  si consuma, per Carifi, il destino del poeta, ai bordi di un abisso, di quella doppia vertigine dello sguardo spaurito dell’orfano e dell’addio, dell’obbedienza all’Altro che chiama.
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Reloaded (riproposte estive) #6: Corpo a corpo # 1- Epitaffio, di Giorgio Cesarano

cesarano

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

Gli altri che t’amano e io
— «è finita, finita, finita» —
gli altri che t’amano e tu e io
giustamente per sempre feroci,

noi che ci perdiamo sempre
apparendoci in lunghi corridoi,
noi siamo — tu bene della terra
inguaribile e noi di tanto niente

gli eroi, vivi le anime del niente —
siamo noi, gli altri che t’amano e io
— «così finita finita finita» —

i morti della vita, e tu la tersa
faccia, che ci trattiene veri di dolore,
della sorte, della vita che è persa,

ultimo crampo di inguaribile amore.

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Dario Bellezza: alcune poesie da Libro d’amore. Una lettura

Dario_Bellezza05

Oggi e nelle prossime settimane proporrò alcuni testi di Dario Bellezza (1944-1996), nell’intento di rileggere questa grande voce del secondo Novecento, di riscoprirne la limpidezza e l’esattezza ma anche alcune cifre della poetica.
Le poesie scelte oggi provengono dal volume Libro d’amore; pubblicato dalla casa editrice Guanda nel 1982, nella collana diretta da Giovanni Raboni, raccoglie testi scritti tra il 1968 e il 1981. Si tratta della quarta raccolta del poeta, che fu presentato nel 1971 da Pier Paolo Pasolini come la ‘il migliore della nuova generazione’.
Quello di oggi e i prossimi saranno interventi in ‘memoria’. Per dire il suo secolo e il suo presente, Bellezza ha infatti recuperato qui una classicità “interna” (e propria), il mito, una certa ancestrale dimensione della realtà, con un linguaggio poco novecentesco; la sua è una lingua che affonda in un altrove lontano e ‘altro’. Per affrontare il tema dell’amore del titolo e attraverso esso sviscerare temi diversi quali il rapporto con la vita, le generazioni passate e presenti, ma anche con la critica, con una vena polemica sempre aperta, Dario Bellezza ha guardato alla tradizione della poesia di Sandro Penna, riferimento pregnante e calzante ma non totalizzante; Penna è un padre da cui prendere le distanze, dal momento che l’amore di Bellezza è “dolente fino allo spasimo […] bianco lutto […] osceno”, come recita la quarta di copertina e non ha quasi nulla di “lieve e gioioso”.
Il desiderio omoerotico che il poeta esprime non può relegarlo, tuttavia, in una nicchia: sarebbe una forzatura, una delimitazione; per l’appunto, esso diventa pretestuale per parlare di vita e di molto altro. Credo che una possibile chiave di lettura della raccolta possa essere quella di una ‘reazione’ al degrado della sua città, Roma, e della dimensione sociale, politica e culturale in cui essa si trova all’epoca della scrittura testimoniata da molte prose di quel periodo; siamo nei primi anni Ottanta e Bellezza, poeta romano, rifugge il pubblico rifugiandosi in un privato dire e ‘dirsi’. Lo stesso anno esce Sillabario n.2 di Goffredo Parise, in cui il racconto Roma tratta appunto di una cupezza che sovrasta la città intera (di cui parlai qui) e che la rende torbida, invivibile (ma anche Goliarda Sapienza più volte, nei suoi Taccuini degli anni Ottanta, parla di una città caotica e malsana). La Roma invivibile di Dario Bellezza è da lui stesso raccontata con un breve intervento che si può ascoltare qui. Per leggere le poesie qui proposte, trovo possa essere utile tenere a mente che vi è in filigrana una possibile contrapposizione con il presente, anzi una forte scelta di non adesione a esso; così l’amore muove verso una direzione diversa, riuscendo infine a vestirsi di un’inconsueta, sottesa, illuminante “grazia”.

(at)

da “Amore”

Nella mia notte il pessimo tuo mattino
sul lastrico mentre io vado a dormire
e tu non hai casa. Sei solo nel temporale.

Sì, nel lastrico, i marciapiedi a camminare,
sonno mai dormito per te. Invano io
nel letto e le sudate coperte

e tu mendichi a me piangendo la tua giornata
per accontentare la mia primordiale ferocità.

Che ora costringo il mio cattivo giorno all’aria
fino al castello delle tue ossa che un amante
inglese scrocchia.

Non c’è lutto per te, letto, usate
brande o mutande…

*

Il passato della felicità. La sigaretta
accesa dopo la congiunzione casuale
e orale. Tu nel letto a gambe semiaperte: –
incontro di materia, e il segno
della virilità ormai rimpiccolita,
tornata alla pigra quotidianità.

I critici malati d’immortalità:
regine dei giornali che sputano
sentenze mentre tu chiedi
una maglietta vecchia per andare
al mare dove non affoghi
bagnando le tue ali.

*

La leggera sciarpa avvolgi intorno
al collo sottile, con un giro
lunghissimo che sferza l’aria
e mi lega al vento mulinello
che produci e la Vergine o i Gemelli
invano saltano fuori con l’oroscopo
dal giornale.

Tu, stella mia, mi attiri.

*

O Narciso inesprimibile e leggero che fuggi
a me ormai dagli anni consunto, dalle ere
tutte sopra questa mia ambulante carcassa

fermati a guarire il mio cuore stanco
nella notte senza tempo del pensiero!

Sangue e morte e strazio i simboli
arcaici di chi si arrende al tuo fiato
profumato di viole, alla tua mano
dimenticata sul grembo virgineo

di te giovanetto insensato
per questo interamente dedito al passato
corpo interamente innamorato.

Per te cedere a questo bisogno d’infanzia
dell’età presta a passare dileguando.

*

da “De profundis”

Variante

Solo col mutamento ritornerai
rimorso della coscienza attutirai
al vaneggiante mio impossibile desiderio

ma quante volte busserai inascoltato
delittuoso intento mi precipiterà
nel tartaro di tutte le follie!

Magari potessi raggiungerti nell’imperfezione
della mia stracca carne di bestia avvilita e reclusa
farti ancora compassione, risparmiare fiato e voce
per le querele implacate dell’esecrazione.

Invece la monotonia cresce dal fondo
degli anni clandestini
i tiepidi mattini di primavera
lasciano solo amaro nella bocca.

*

Racconto l’affamato scontro di due vite
per impetrare nella vita idiota
la promessa felice della vittoria
sul ricordo del lupo e del pugnale
e voi assonnati adolescenti odorosi
di fumo presto sfiancati dalla maturità
rispettate il codice cupo di chi volle
strumento assurdo dell’eternità.

Il pane muffo e le patate bollite che mangiai
con uno di voi sonnolento buffone meritano
la muffa eterna della vigliaccheria o
la forza della misericordia che s’elimina
crescendo verso la dolcezza estrema
del suicidio più lento: vivere.

*

Bruciavo d’amore e voluttà
nei calzoni fiorenti dell’estate
il latte versavo chiaro
sull’erba matta dei giardini
solo le panche ci erano amiche.
Senza legge l’erotico abbandono
usciva illividito al suo bel bagno
sotto l’innaffio del chiodato airone
puro amore ribadito invano
le membra calde ribaciate intanto
rischiano lo sfacelo e il malefizio
delle generazioni possedute dalla morte.

*

da “Sesso”

Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.

si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,

ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

Lucía Etxebarría, COSMOFOBIA (recensione di Anna Toscano)

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Lucía Etxebarría, COSMOFOBIA, Guanda, Parma, 2008,  Euro 16,50  

Cosa vuol dire quando un romanzo è un bel romanzo, quali canoni gli applichiamo, quali canoni scegliamo di applicare. Ci sono romanzi che sono belli e basta, di quel bello che per quasi quattrocento pagine il naso rimane incollato alla carta e che appena finito lo regali a un’amica perché spiegarlo sarebbe troppo complesso. Ecco, i libri di Lucía Etxebarría fanno questo, inchiodano con passione. L’autrice di “Amore, prozac e altre curiosità” ha ampliato il tema di quel romanzo dove trattava di amore, disamore e malinconia, per applicarlo su una strabiliante mole di personaggi. Perché è la gente a far da padrone in questo libro, una quantità di gente di origine, religione, estrazione, età, sesso e gusti così diversi da formare un carosello vorticoso. L’unico elemento che accomuna tutti è Madrid, e tutti i personaggi passano attraverso il popolarissimo quartiere Lavapiés: nelle vie che lo circondano si intrecciano i destini di molti, con un sottofondo di sapori, odori, colori, costumi e usanze. Ci sono bambini che frequentano la ludoteca del quartiere e tutto il mondo adulto che li circonda, come ci sono, nella sala accanto, le donne del centro di autoaiuto. Sono storie narrate in prima persona, interviste e confessioni di gente povera, poverissima, immigrati, clandestini ma anche artisti, scrittori e gente ricchissima.

Dire che è un romanzo multietnico sarebbe riduttivo, interetnico è più appropriato perché qui le persone interagiscono, non rimangono chiuse nella loro identità culturale.

È un mondo colorato e spesso triste, di quella tristezza che permea le mille ipotesi controfattuali di chi non si sente in pace col presente. Una sorta di affresco dove l’infelicità non è appannaggio solo di chi vive con poco, ma soprattutto di quella classe che tutto può, molto arraffa ma nulla stringe.

I destini si incrociano, per far emergere una fatica quotidiana così reale e vera. Ciò che rende così concreto il tutto è l’esatta coscienza di ognuno nella propria infelicità di sentire “dentro di sé, palpitante, la possibilità di essere felice”.

Forse non è solo un romanzo questo “Cosmofobia”, è una sorta di destini confessati e dichiarati usciti dalla stessa penna. Nulla è in formazione, è un romanzo del divenire e del dipanare del destino. Una scrittura rapida, veloce, compatta quella di Lucía Etxebarría, che non indugia sul male altrui ma lo pennella con colori cangianti, come i muri color canarino di una camera da letto.

Un libro da leggere, per guardare agli altri nelle infinite sfaccettature della sorte.

***

© Anna Toscano

“Fratello Poeta” di Giuseppe Piccoli

Immagine 005 Titolo: Fratello Poeta

Autore:  Giuseppe Piccoli

Editore: LietoColle, 2012. A cura di Maurizio Cucchi e Maria Piccoli

Esattamente un anno fa è uscito per l’editore Lietocolle un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Si tratta di Fratello Poeta di Giuseppe Piccoli, a cura di Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena.
Questo libro rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo.
Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera.

Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta.
Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in Poesia Tre, Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più.
Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”.

La prima sezione di Fratello poeta è Di certe presenze di tensione, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola.
Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente.
“Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”.
Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano.
Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”.
Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”.

Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./ e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”.
E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai.

Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”.
Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”.

Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”.

In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”.
Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.”

Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista Poesia, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”.

C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta.
La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica.
“Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

 

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