Grande Guerra

Wilfried Owen, Il sogno del soldato

Cento anni fa, il 4 novembre 1918: il giorno che segna la fine della Grande Guerra per l’Italia è il giorno della morte del poeta Wilfried Owen sul fronte occidentale, durante l’attraversamento del canale di Sambre-Oise. Lo ricordiamo oggi con i suoi versi di Soldier’s Dream.

 

Il sogno del soldato

Sognai il buon Gesù che ostruiva degli obici i congegni,
E che durevolmente inceppava tutti gli otturatori,
E che con un sorriso deformava Mauser e Colt,
E ogni baionetta arrugginiva con le lacrime Sue.

E non c’erano più bombe, nostre o Loro,
Neanche un forcone, neanche un vecchio schioppo.
Ma Dio fu contrariato, pieni poteri conferì a Michele;
E quando mi svegliai lui aveva visto e provveduto.

 

Soldier’s Dream

I dreamed kind Jesus fouled the big-gun gears,
And caused a permanent stoppage in all bolts,
And buckled with a smile Mausers and Colts,
And rusted every bayonet with His tears.

And there were no more bombs, of ours or Theirs,
Not even an old flint-lock, not even a pikel.
But God was vexed, and gave all power to Michael,
And when I woke he’d seen to our repairs.

 

Wilfred Owen
(traduzione di Anna Maria Curci)

Mors tua, Matilde Serao

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Nella notte smorente, era tramontato l’arco tagliente di una fredda luce lattea della luna: il gran cielo di Roma che si curvava sulle larghe vie venienti dalla stazione, sulle terme di Diocleziano, sui piccoli giardini roridi di rugiada, sulla fontana cantante dell’Esedra, dai nudi, neri, lucidi corpi muliebri, sulle pietre di Roma, che l’umidità di Roma ancora bagnava, il cielo di Roma si chiariva dei primi impercettibili albori, che salivano dall’orizzonte al centro: e vi s’illanguidivano nel cielo, vi si smarrivano, le ultime stelle. Una piccola ombra apparve, sfiorando la siepe di uno dei giardini: e dal bavero alzato contro l’aria prima pungente, dal cappello abbassato sulla fronte, si scorgeva solo un piccolo viso pallido e gentile, occhi bassi, labbra strette, mani nascoste dentro il nero ferraiuolo talare, stretto alla cintura.

Un libro per essere attuale non deve essere necessariamente scritto da poco tempo. Il passare degli anni aiuta il libro stesso a mostrare sino in fondo la sua verità, anzi spesso l’incomprensione dell’epoca in cui è stato scritto e l’ostracismo del potere è moneta per gli anni a venire. Mors Tua (..romanzo in tre giornate) di Matilde Serao, è più di una semplice testimonianza storica, se fosse stato scritto con un’altra lingua o in un altro paese sarebbe stato un capolavoro. Liberato dalla retorica aulica della lingua letteraria italiana dell’epoca, da quel misto di realismo compassionevole e occhio decadente di un certo dannunzianesimo di maniera, questo romanzo sarebbe stato una lama ancor più affilata nel dramma della Grande Guerra.
Mors tua è l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Matilde Serao, figura centrale della letteratura e del giornalismo italiani a cavallo del XIX e XX secolo, pubblicato un anno prima della sua morte da Treves e ripubblicato, dopo novant’anni, all’inizio di quest’anno da Studio Garamond (€ 14,50 ISBN: 978-88-909815-1-7), nella collana Supernova che si occupa di riportare in libreria libri dimenticati come I misteri di Montecitorio di Ettore Socci e Casta diva di Gerolamo Rovetta.
Il romanzo fu osteggiato dal regime fascista per il suo contenuto fortemente critico verso la retorica della guerra e l’analisi spietata degli effetti psicologici devastanti sulla popolazione e anche sulla sua tenuta morale del paese. Letto in profondità, il libro della Serao, che anch’essa prima era stata a favore della guerra, è al tempo stesso una denuncia e un monito. Una denuncia sugli sconvolgimenti che la guerra portò nella vita delle persone, un monito su quello che sarebbe potuto accadere se non si fossero comprese le ragioni e rimosse le cause. In questo libro, il lettore della Serao, ritrova, anche se solo in parte, la sua potente capacità descrittiva e una non comune capacità di scandaglio dell’animo umano, soprattutto femminile, ma non solo. I personaggi, anche quelli maschili, hanno uno spessore non stereotipato, emergono dalla carne viva della storia e si imprimono nella memoria di chi legge per il loro portato umano e tragico. Certo le situazioni e le occasioni dei drammi e le convenzioni della società italiana di inizio Novecento, letti quasi un secolo dopo, ci sembrano provenire da un altro mondo, ma questo è un po’ lo scotto da pagare per entrare in un dramma che mette a nudo le questioni fondamentali della vita: il rapporto madre, Marta Adore, con il figlio; l’amore travolto dalla storia, quello tra Loreta Leoni e Carletto Valli; il rapporto con un dio che è sia quello vendicativo degli eserciti, sia quello dell’amore che si fa parola nel figlio e che chiama chi crede, come Don Lanfranchi, a una decisione. In questo romanzo corale, che rispecchia il dramma al tempo stesso collettivo e privato della guerra, la vicenda di ogni personaggio è legata invisibilmente a quella di ogni altro, la guerra, il suo presentarsi come un incubo inevitabile e interminabile, assume il tratto di uno spartiacque epocale ed esistenziale, un uragano che spazzerà via tutti, ma soprattutto i più deboli, quindi una guerra di classe, e avvelenerà i pozzi, lasciando negli animi di chi rimane il veleno dell’odio nazionalista.
L’originalità del libro sta soprattutto nel trattare la guerra come un vero e proprio dramma psicologico che sconvolge le menti delle persone, un’ossessione che si trasforma in un lutto impossibile da elaborare. Nessuno ne uscirà indenne, ognuno avrà qualche ferita immedicabile, ognuno dovrà fare i conti con qualcosa di perso irrimediabilmente.

La notte sgrana le sue ore sulla casa ove vivono, deserte per sempre dei loro figliuoli, Marta Ardore e Antonia Scalese. Sono ore d’immota e cruda insonnia, ove ritornano i più assillanti ricordi: ore di travaglioso dormiveglia, ove ancora il pensiero inquieto si avvolge e si svolge e si aggroviglia, novellamente, senza tregua: ore di pesante sonno, donde l’anima si scuote, si sveglia, balza fuori, a un oscuro richiamo. Posa sull’origliere la testa di Antonio Scalese e, senza più il sorriso, senza più il riso della follia, tutta si scorge la devastazione mortale di quella fibra materna, e il suo rapido cammino alla morte: si aggrava il sonno, come una pietra, su lei, ma, a un tratto ella sussulta, si leva, nella oscurità, nella solitudine, urla: — Gianni, tu sei morto? È vero, che sei morto? Gianni, Gianni, per pietà, dimmi, se sei morto?

© Francesco Filia

La commedia di Charleroi – Pierre Drieu La Rochelle

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Ma lei sa meglio di me che la guerra è divenuta un flagello mostruoso, sproporzionato, che ha completamente smesso di essere alla misura dell’umanità.

È da qualche anno che, in occasione del centenario della prima guerra mondiale, vengono riproposti non solo libri di storia, ma anche testi letterari che hanno la Grande Guerra come argomento o che ad essa in un modo o nell’altro fanno riferimento. Tra questi testi nel 2014 è stato ripubblicato da Fazi Editore La commedia di Charleroi di Pierre Drieu La Rochelle, libro composto da sei racconti, di cui il primo, forse il più ambizioso e significativo, dà il titolo all’intera raccolta. Gli altri sono: Il cane della scrittura, Il viaggio dai Dardanelli, Il tenente dei fucilieri, Il disertore, La fine della guerra. Il tema dei racconti, più che la Prima guerra mondiale nel suo svolgersi – il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1934 a quasi vent’anni da i fatti bellici – è il ricordo, la riflessione a posteriori sugli eventi che sconvolsero l’Europa per un quinquennio. La Grande Guerra in questi sei racconti – che però sono così intimamente legati tra loro nello stile, nella tematica, da sembrare un unico romanzo visto da angolazioni diverse – diventa il paradigma dell’esperienza stessa dell’esistenza, in cui le sensazioni, le emozioni le azioni assumono un’intensità tale da mostrare il volto profondo e tragico della vita. I protagonisti dei vari racconti, comprendono, rivivendola, narrandola a posteriori, in una pausa o alla fine del conflitto, che in quegli anni, in quei momenti si è deciso qualcosa di loro, al di là delle loro intenzioni, al di là di ciò che loro credevano di essere prima. Grazie alla guerra hanno scoperto dolorosamente chi sono, cosa sono, oltre e al di sotto delle finzioni e delle ipocrisie perenni della vita borghese. In questa prospettiva si può spiegare il titolo del libro, tornare alla fine della guerra, negli stessi luoghi che hanno visto una delle prime battaglie sul fronte occidentale, significa cercare di coglierne il senso a posteriori, rivivere quella temperie bellica con i familiari dei caduti, cercare di spiegare loro gli eventi. Ma questo tentativo trasforma ciò che è stato intensamente tragico, l’atto e il gesto bellico, in una commedia, in una serie di rituali commemorativi che assumono quasi sempre tratti grotteschi e tristi. Quello di Drieu è uno sguardo lucido e problematico, in lui non vi è una ripulsione verso la guerra in sé, come in tanta letteratura pacifista, ma il rifiuto nobile e radicale è solo verso una guerra come quella moderna che non mostra il valore dell’uomo, il suo coraggio, ma lo fa diventare solo carne da macello di strumenti ipertecnologici. Ma in Drieu non è presente nemmeno, come ad esempio in Ernst Jünger, di cui pur condivide posizioni politiche e soprattutto la critica verso il mondo moderno, un’adesione totale all’evento guerra come manifestazione suprema delle forze elementari dell’esistenza. In lui, invece, vi è lo sguardo, al tempo stesso partecipe e distaccato, di chi vive e si vede vivere, di chi si immerge nelle situazioni ma al tempo stesso le vede nella loro finitudine irredimibile, uno sguardo che mostra tutte le contraddizioni senza pretendere di risolverle. Il racconto della guerra – con la sua prosa limpida, elegante, classica – diventa per Drieu meditazione sull’uomo, su chi è veramente, su cosa può diventare. Ciò avviene soprattutto nei dialoghi serrati di alcuni racconti, in cui il rapporto tra l’individuo e il potere, tra il singolo e la sua patria, tra uomo e popolo a cui appartiene vengono messi a nudo («Le personalità non esistono che come rifrazione di un popolo»). La guerra fa deflagrare non solo vite, ma anche le contraddizioni dell’esistenza, le mostra nella loro potenza dilaniante e nella loro unità originaria e annientante. Tenerle insieme con la conoscenza o il ricordo è impossibile, la parola può solo accennarvi, circuirle e circoscriverle. Possono però essere vissute per un istante, per un momento irripetibile, che travolge e abbaglia. Il momento in cui il caso, quello che in guerra separa chi muore e chi vive, si fa destino.

In quel momento ho sentito l’unità della vita. Lo stesso gesto per mangiare e per amare, per agire e per pensare, per vivere e per morire. La vita è un solo getto. Io volevo vivere e morire al contempo. Non potevo voler vivere senza voler morire. Non potevo chiedere di vivere pienamente. D’un solo tratto, senza chiedere di morire, senza accettare l’annichilimento.

© Francesco Filia

Una frase lunga un libro #39: Wu Ming, L’invisibile ovunque

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Una frase lunga un libro #39: Wu Ming, L’invisibile ovunque, Einaudi, 2015, € 17,50

*

– Andiamo a morire, – aggiunse Adelmo dopo un lungo silenzio,
– Chi l’ha detto?
– C’è il caso.
– C’è il caso anche di tornare.
– Ah sì, il caso c’è anche di tornare. Già.

Il tema, la parte di storia che stavolta i Wu Ming hanno deciso di raccontare riguarda gli anni della Grande Guerra. Il romanzo va a chiudere il centenario di quella guerra di montagna, di confine, di stupidità e ingenuità, dove morirono in tanti, in troppi, naturalmente. L’invisibile ovunque è diviso in quattro parti, la frase che ho scelto è tratta dalla prima parte, a parlare sono due amici che per la guerra partiranno, uno scelto e un altro per scelta, per sfuggire a un lavoro da fare con la schiena piegata sui campi, per tentare una sorte diversa (si arruolerà negli Arditi, fuggendo anche la vita di trincea, dove la morte arriva ancor prima dell’azione). Da subito, sono le prime pagine del libro, risulta evidente una scissione tra il non avere scelta e volere la guerra. La prima parte che è anche quella più narrativa corre rapidissima ed è chiaro l’intento del collettivo di scrittori bolognese, la grande battaglia – quella a cui nessuno è sfuggito – è quella che si combatte dentro ogni uomo, qualcosa che sfugge a ogni logica e che è spesso insopportabile come la guerra. Un libro scritto per ricordare gli uomini di quegli anni e il loro modo di perdere, di combattere, di tentare di vincere, di provare a fuggire. Quasi tutti i protagonisti di questo libro provano a fuggire, da casa, dalla guerra, da se stessi.

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