Goffredo Parise

proSabato: Goffredo Parise, ‘Vietnam’ da ‘Guerre politiche’

GOFFREDO PARISE
GUERRE POLITICHE
VIETNAM

…….Un marine mi crede francese e comincia a parlarmi in un francese di New Orleans, quasi incomprensibile. Quando dico che sono italiano mi raggiunge un ragazzo che si chiama Carmelo Cipollone, siciliano. Ha diciannove anni. Mi parla fittamente e i marines che fanno cerchio intorno a noi dicono ridendo: − Mafia, italian mafia −. Infatti Carmelo mi offre tutto quello che ha. Parla ancora quasi perfettamente il suo dialetto perché è in America soltanto da undici anni. Gli chiedo se ha già partecipato a qualche combattimento. Mi dice che la sua compagnia ha già avuto quattro imboscate. A questa parola, che anche gli altri capiscono, molti si avvicinano e vogliono raccontare.
…….Capisco, ascoltandoli, che per loro la guerra si svolge in un’atmosfera di dissociazione molto simile al sogno. Tutti quelli con cui ho parlato hanno voluto dirmi subito i mesi, i giorni, le ore che mancano al ritorno in America. Ho tentato di parlare più a fondo sui perché di questa guerra. Non sanno nulla di nulla, non fanno che pensare all’America, per loro il Vietnam è come una specie di luna popolata di VC, cioè di qualcosa di piccolo, sempre nascosto, il diavolo che prolifera in folletti e coboldi medievali. Non si fanno domande, il loro modo di obbedire è buono, umile, infantile come quello di certi sordomuti. Grava su tutti una frustrazione che è la frustrazione endemica americana. Qualcuno ha nel sacco un libretto da leggere, sono pocket books, con donna nuda, ufficiali nazisti con frusta in mano, western, Il tormento e l’estasi. Non un solo soldato ha con sé un libretto sul Vietnam, che è il paese dove si trova. Uno era un benzinaio della Amoco su un’autostrada del Nebraska. Non si è mai mosso dal Nebraska. È partito di lì ed è arrivato qui, non ha visto Saigon, non ha la minima idea di come e dove sia il Vietnam, non si è mai occupato di politica, non legge i giornali. Del Vietnam sa che è un paese dove ci sono “many, many VC” da prendere. Ci alziamo da terra perché il capitano sta formando le pattuglie. Procediamo a pettine tra gli sterpi, i boschetti e i crateri delle bombe che sono arrivate prima di noi per farci strada. Cammineremo per circa tre ore fino a congiungerci con le altre pattuglie che vengono verso di noi dalla direzione opposta. L’aria è quella di un bagno turco.

© Goffredo Parise, da Guerre Politiche – Vietnam, Biafra, Laos, Cile, Einaudi, Torino, 1976

Questo testo è stato gentilmente scelto per la rubrica da Cristina Fiore, artista/performer e curatrice. Il suo sito qui.

proSabato: Cesare Garboli #1, da “Vita di Parise”

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proSabato: da Vita di Parise di Cesare Garboli

[…] nei momenti di maggior estetismo fine-secolo (l’altro, quello scorso) era luogo comune la vita come arte; oggi, alla fine di questo, il dopo-Barthes e il dopo-semiologia impongono (forse con meno cafoneria) la vita come testo.
Tra noi, a partire dal secondo dopoguerra, un’esistenza ad altissimo tasso semiotico (dopo quella, naturalmente, di Delfini) è stata, nella sua rapida combustione, la vita di Parise. Accendere e spegnere le luci di questa vita non sarebbe un saggio da poco. Parise non è uno scrittore di realtà eventuali, uno scrittore, per intenderci, il cui linguaggio, come avviene di regola nel Novecento, sia in concorrenza con la realtà; al contrario, è uno scrittore razionalista, illuminista, «giornalista»: dunque uno scrittore di tradizione. E tuttavia, Parise è uno scrittore ribelle, al quale la tradizione serve solo per consumare sistematiche trasgressioni. Inoltre, la vita stessa di Parise è un campione letterario: avventurosa, imprevedibile, capricciosa, ricca di modelli, inesausta nella sua sete di viaggio e di conoscenza, essa si presenta in un disordine che non è altro che l’assestarsi di una forma (tragica). Le linee confuse e intrecciate, le sinuosità, le bizzarrie, le scoperte, i tempi stretti o dilatati come capitoli che si aprono inattesi o aspettati, vi si compongono con la coerenza stupefacente che possiedono non solo i testi letterari, ma, nel loro decorso obbligato, i grandi equivalenti di un testo, le malattie. Più di qualunque altro scrittore che ci sia stato contemporaneo, la vita di Parise chiede di essere interrogata e, nel suo processo patologico, propone, grida la sua ermeneutica. Quali ne sono le «chiavi»?
Ci sono alcuni nuclei tematici che s’irradiano, dai libri di Parise e, come si dice oggi, interagiscono tra vita e opere, condizionandosi a vicenda. Mi limiterò a citarne due o tre fra i più evidenti. In primo luogo, il successo. […] Parise è stato sommerso dal successo, che si è impossessato di lui quando era poco più di un ragazzo. Un successo schietto, vero, poetico; il successo che premia non le faticose trame per conquistarlo, ma la distrazione, la sventatezza della gioventù, che non si aspetta il successo, ma lo sogna, come tutti sogniamo (o abbiamo sognato) di stringere tra le braccia Rita Hayworth o di baciare le labbra inarrivabili di Greta Garbo. Se questi sogni si realizzano, il loro magico avverarsi fa conoscere non la gioia del successo, ma il suo destino di solitudine, la sua inguaribile malinconia, quella speciale tristezza che è dei vincenti (di Achille), per i quali il trionfo è un segnale misto, negativo, uno squillo funebre, un ponte gettato verso il mondo dei morti e non dei vivi. Parise ha conosciuto la malinconia del successo perché ha saputo e imparato troppo presto, troppo presto, che il successo surroga, ma non sostituisce, tutto ciò che la vita non darà mai. Il successo deprime, o corrompe, o «porta male», perché fa vedere la vanità. […]
C’è un altro tema più nascosto, più drammatico, che percorre come un verme […] l’opera di Goffredo. È un tema duplice: la nascita illegittima e la conquista dello stile. Questi due temi si susseguono, si accavallano come due frasi intrecciate, esposte, contrappuntate in una stessa fuga. Per chiarire il loro nesso mi servirò di un ricordo personale. Un giorno, quindici o sedici anni fa, Parise mi comunicò che mi avrebbe regalato un paio di scarpe inglesi, marca Saxon. […] ci incontrammo a via Frattina [a Roma]. Entrammo nel negozio. Anzi, che dico, Parise mi spinse dentro, parlottò col commesso, scelse le scarpe, le esaminò, assistette alla prova, e pagò con evidente soddisfazione.
Il senso di questo episodio è abbastanza chiaro. Esso riflette un complesso, o una sindrome, di paternità frustrata o negata […] Intanto io avevo acconsentito alla cerimonia nell’oscura certezza che Parise aveva bisogno di un rituale inventato molto di più di quanto non avessi bisogno io di un paio di scarpe nuove. Bisogna dunque rifarsi non al regalo ma alla sua natura […] Parise mi affiliava a una società ideale […] [che] aveva evidenti connotati aristocratici o alto-borghesi di benessere, tradizione, agio, comodità; una società dove tutti si salutano, si riconoscono, leggono lo stesso giornale, frequentano lo stesso circolo […] Di questa società immaginaria […] Parise mi elesse, quel giorno, membro onorario.
Si sarà allora capito che cos’era, per Parise, lo stile. […] Parise non mi regalava ciò che non si ha o non si è avuto, ma ciò che egli aveva conquistato e poteva ormai abbandonare agli altri. Si regala forse ciò che non si ha, ma si possiede veramente ciò che si abbandona nelle mani (nel mio caso nei piedi) degli altri. Lo stile narrativo del Sillabario, l’ultimo libro di Parise e il suo capolavoro, è il possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre. […] Parise vi distilla la pietra filosofale del raccontare. Ma non racconta, fa qualcosa di più. Invoglia a pensare che il mondo sia raccontabile, e che la sua raccontabilità sia una meraviglia da scrutare attraverso un foro minuscolo. Si pensa, per un istante, a uno stile di rimpianto e di congedo. Ma non è così. Il rimpianto è reso più acuto, non si sa come, dal suo contrario, dalla sazietà e dall’indifferenza.

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Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #2

Quella che segue è la seconda parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra letteratura e cinemaCi siamo interrotti, ieri, alle soglie degli anni ’50. Buona lettura con la seconda parte.

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Il periodo che seguì, dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, rappresenta probabilmente l’apice, non solo artistico, del nostro cinema. I più importanti narratori italiani vi si dedicarono attivamente, in veste di scrittori e critici, e si affermò in via definitiva la figura dello sceneggiatore professionista, capace di fare col proprio talento le fortune di un film.
In particolare a partire dal 1960 cominciò un’era nuova, una fase di maturazione espressiva che affrancò la nostra cinematografia da ogni modello precedente per quanto concerneva il parlato, e che procedeva di pari passo con la trasformazione linguistica che stava coinvolgendo il paese. Si produsse un intreccio di biografie, dovuto alla collaborazione di scrittori diversi al medesimo film, con incontri e scontri, amicizie, dibattiti, scambi di esperienze. Attorno ai tavoli di sceneggiatura si venne radunando una fitta schiera di lettera­ti ai quali il cinema chiedeva una capacità non convenzionale di esplorazione e scavo, di soluzioni narrative e personaggi alternativi a quelli forniti dallo schematismo produttivo cinematografico. E i film del periodo dimostrarono di poter riprodurre le complessità e la modernità della letteratura contemporanea senza necessariamente ricorrere all’adattamento. (altro…)

Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Goffredo Parise nel trentennale della morte

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Goffredo Parise, Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Con l’autorizzazione di Giosetta Fioroni e la postfazione di Silvio Perrella, Pistoia, Via del Vento edizioni, 2016, € 4,00

Un giorno, anzi una volta, c’erano in un paese due uomini che stavano sempre insieme. Non erano più giovani, anzi si avviavano verso la vecchiaia, ma erano stati amici da ragazzi, poi, dopo un lungo interregno di separazione, circa trent’anni, erano tornati amici e più inseparabili di prima. L’uno, di nome Gino, era di carattere impetuoso, generoso, un po’ prepotente, alto e ancora biondo, sposato con due figli. L’altro si chiamava Gastone ed era scapolo: alto anche lui ma curvo, con pochi capelli ormai bianchi e con occhi sottili, scuri e infidi. Il suo carattere non era chiaro, certamente l’opposto dell’amico: astuto, dall’aria tanto polemica quanto remissiva.
Gino faceva o avrebbe dovuto fare l’agricoltore perché possedeva molta terra ma non gli piaceva, col passare degli anni sempre più lo prese la sua innata voglia di affari, mediazioni, commercio, voglia che però non corrispondeva mai ai risultati, sempre deludenti: del resto era ricco.

da Obbedienza, p. 11

Un breve volume che comprende tre voci mancanti da Sillabario n. 1 e Sillabario n. 2, quello uscito di recente per le edizioni Via del Vento e con cui desideriamo ricordare Parise nel trentennale della sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Benessere Borghesia, Obbedienza e Politica, i racconti non compresi nelle due opere citate (più tardi riunite in un unico tomo mondadoriano), sono qui presentati come “non aventi il diritto di” essere annoverati tra quelli cui l’autore riconosceva le qualità degli “inclusi”, chiamati all’appello dalla “poesia” nella famosa nota introduttiva parisiana: «Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla lettera Z. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»
È Silvio Perrella, in Borghesia, a ritracciare il quadro entro cui queste tre voci si innestano e cui rispondono, che si può riassumere in questi termini: da un lato si ha il dialogo con il «Corriere della Sera», su cui comparvero tra il 1971 e il 1978, e la continuità che Parise scrittore creerà su quelle pagine con le rubriche da lui stesso curate e con gli articoli che poi forniranno l’occasione d’essere raccolti in altri volumi; su tutti è forse L’eleganza è frigida − come sottolinea Perrella − ad essere emblematico di un tempo e di un luogo scorciati dall’alto − l’Italia −, da quella che ancora Perrella citando Raffaele Manica ha definito «una grande distanza». Il libro che raccoglie i pezzi sul Giappone − siamo nel 1982, lo ricordiamo anche qui − concede la possibilità di introdurre l’altra nota che caratterizza Borghesia, ossia il rapporto con la storia negli Anni di Piombo e nel dopo Moro, sempre omessi dalla narrazione parisiana per necessità di sguardo, per volere di una responsabilità altra e più personale, quella nei confronti della poesia appunto e della scrittura che − ancora Perrella afferma − crea similitudini con le necessità scrittorie di Pier Paolo Pasolini, che moriva durante la stesura dei Sillabari. La storia degli anni Settanta è ‘lontana’ dal quel vedere ma vicina al guardare dello scrittore veneto, che non cerca un’adesione al presente: tenta un distacco e soprattuto una demistificazione del passato, del Ventennio e della guerra, come più volte farà (ad esempio qui). (altro…)

proSabato: Goffredo Parise, Il ragazzo in nero. Racconto

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Il ragazzo in nero

La giornata era cenere come persistesse nell’aria la polvere dei bombardamenti di qualche giorno prima. Ma in quella polvere c’era qualche cosa di rosato uscito dallo sbriciolamento dei mattoni, questa invece preannunciava quanto doveva avvenire che era poi un corteo funebre. Già le nere divise di panno, di povero panno, con povere scarpe come penzolanti da forche avevano invaso la città anche da altre province e già il rullare dei tamburi saliva sulla strada in pendio disseminata di grigie chiese con piccioni arruffati e nascosti negli architravi, imbucati dal freddo intenso di quel gennaio, di quel gennaio. I poveri negozi di allora, con serrande bucherellate dagli spezzoni notturni, privi di merce o quasi, dove nulla era in vendita se non il padrone in camiciotto nero anche quello, dentro un buco, tra carte bollate dalla Repubblica di Salò e un forte odore di tabacco nero, tabacco da fiuto, impregnava il buco, i vari buchi dati per tabaccherie o altre botteghe nelle stesse condizioni, si allineavano lungo la via porticata.
Ma il padrone stava fuori ad attendere, a sbirciare il corteo funebre in arrivo al Ponte degli Angeli, dalle zone di abitazione del maggiore Polga, uno della Brigata Nera, con figli e figlie della Brigata Nera, tutta una non piccola famiglia vestita anche quella di quel panno nero fine, pareva, di tutte le cose. Anche la neve era attesa, ma faceva troppo freddo, doveva salire qualche grado perché quei fiocchetti minimi e vaganti qua e là si infittissero, diventassero neve.
Finché spuntò il primo drappello con gagliardetto, nero anche quello di neri militi armati, e poi una rappresentanza di soldati tedeschi con un ufficiale livido in volto e lucidissimi stivali, e poi la bara, coperta di nero con un nero berretto e visiera sopra. Era portata da neri, a spalla. Dietro la bara dei familiari, tra cui, distaccato di qualche metro dagli altri, il figlio più piccolo, un bambino di dodici anni, armato fino ai denti di pugnale e pistola e mitra, vestito, quello, di panno verde scuro, con il basco nero di traverso e gli occhi di pianto invece rossi ma il volto pallido, duro e appuntito. (altro…)

Giosetta Fioroni “Grata di Linguaggi”. Con una lettera inedita

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Giosetta Fioroni, Grata di linguaggi, a cura di Cristina Fiore e Andrea Penzo, Edizioni Inaudite BIGstuff, 2015, € 10.00 edizioniinaudite.weebly.com/bigstuff.html sinedieproject.weebly.com/edizioni-inaudite.html

Un volume-compendio prezioso, che entra con grazia in una parte dell’opera di Giosetta Fioroni ma anche nel suo rapporto con Goffredo Parise, il compagno di una vita. Un libro che riallaccia l’esperienza di Fioroni a numerosi altri personaggi del suo tempo che hanno nutrito, negli anni, il suo lavoro e la sua esperienza. La curatela è frutto di un fortunato e atteso incontro avvenuto nel 2012 (proseguito sino al 2014) tra gli artisti performativi Cristina Fiore e Andrea Penzo e la stessa Fioroni; da qui nasce questo imperdibile omaggio all’autrice con contributi dello stesso Parise e di Alberto Boatto, Erri De Luca, Guido Ceronetti (ma anche un ritratto di Fioroni a lui) e una lettera ad Andrea Zanzotto, e poi disegni, fotografie, ma anche una lettera inedita di Fioroni a Parise sulla quale si ritornerà fra poco.
C’è soprattutto – all’inizio – una visione complessiva del rapporto di lavoro più recente e importante di Fioroni, quello con il fotografo Marco Delogu, punto di arrivo (o di nuova partenza) di un percorso che, negli anni Duemila, l’ha portata a indagare aspetti prima inesplorati e che la vedono protagonista in prima persona in un ciclo di “Ritratti dell’artista da vecchio”.
La vastità del lavoro di Fioroni, la multiforme essenza e la molteplicità dei materiali, il suo sguardo pittorico legato al colore ma anche scultoreo legato alla scelta di supporti e oggetti, nonché quello filmico e performativo, mirano da sempre ad accordare una molteplicità di linguaggi in cui non si dimentica mai l’importanza della parola. La parola è – da sempre – per lei, un appiglio in grado di creare connessioni, interne o esterne e comunque coerenti con l’opera, entrando a farne parte, dialogando con essa. (altro…)

Goffredo Parise a New York

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall'amico Igi Polidoro nel 1961

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall’amico Igi Polidoro nel 1961 – © Getty Images

La New York di Goffredo Parise e, più in generale, il suo rapporto con l’America, costituiscono una parte importante dell’opera dell’autore veneto: la selezione di scritti autobiografici e giornalistici che oggi vi invitiamo a leggere lo testimonia e si collega, in parte, a quanto esprimeva Italo Calvino (da rileggere qui) negli stessi anni. Si entra così in alcune fra le pagine più interessanti del Parise non romanziere, attraverso alcuni reportage diversi fra loro: del 1961 i primi tre testi − lettere e appunti sparsi usciti postumi −, mentre risale al ’75 l’articolo in cui si accosta New York a Venezia e che apre a una serie di altri pezzi importanti apparsi sul «Corriere della Sera». Parise guarda agli Stati Uniti e in particolare a New York due volte (anche se nel ’61 il suo viaggio lo portò in Florida e in California) e la sua visione muta nel tempo. Una traversata di lavoro quella intrapresa per il produttore Dino De Laurentis nei primi anni Sessanta; di piacere o di esplorazione la seconda. L’abbuffata statunitense, tuttavia, e il desiderio di non perdere tempo, di vivere il più possibile l’esperienza newyorkese (non può non ricordare Emanuel Carnevali o Mario Soldati, in questo) si placherà in seguito: viene meno, cioè, l’urgenza di conoscere la città, i bar, gli angoli, di intraprendere relazioni fugaci; anche l’età è differente: nel ’61 Parise ha trentadue anni, nel ’75 ne ha quarantasei. L’approccio è, tuttavia, coerente: quello di un letterato che opera una re-visione. Parise si pone come un attento osservatore, in grado di cogliere negli “oggetti” al centro delle sue opere dagli anni Settanta – come riferisce anche Silvio Perrella nella prefazione al volume Rizzoli – gli strumenti per interpretare un luogo ma anche un sistema culturale. Per rifiutarlo e confutarlo, ripensarlo e aggiornarlo ai tempi (anche ai propri tempi letterari), Parise si serve di “dettagli”: è lì, infatti, che alberga il senso da restituire al lettore successivamente, con l’acutezza di chi è in grado di leggere le cose ma soprattutto − e prima − di chi sa leggere i sentimenti umani, le persone (i suoi Sillabari risalgono a quel periodo). Gli anni Settanta e Ottanta sono quelli dei viaggi nel mondo e dei reportage più significativi tra cui vi è anche L’eleganza è frigida («Corriere della Sera» e poi Milano, Mondadori, 1982), in cui protagonista è invece il Giappone, scorciato sempre da una prospettiva personale. Parise parlava già di America nei racconti de Gli americani a Vicenza (del 1956 ma pubblicato da Scheiwiller nel 1966) e, fra gli altri, anche in alcuni scritti critici di Quando la fantasia ballava il «boogie» (Milano, Adelphi, 2005. Qui, ad esempio, un pezzo su Robert Altman incontrato alla Biennale Cinema presumibilmente nel 1982).
New York “caput mundi”: la città desolata, assorta nella propria “cultura pop”, è il simbolo e il cuore del paese, il punto di partenza e d’arrivo per comprendere gli Stati Uniti in quel momento (e, forse, anche dopo). La relazione con gli spazi, le persone, la sessualità, ma anche il vuoto e soprattutto l’oggettivazione che l’autore fa della realtà sono cruciali in queste pagine. Restano esclusi dalla scelta pubblicata qui alcuni passi su Harlem, che meritano uno spazio a sé stante. Il lettore incuriosito, tuttavia, potrà trovare nel volume le considerazioni sull’incontro con la popolazione afroamericana, il graffitismo e molto altro ancora. In coda a questo post anche un’intervista RAI che si riallaccia ai temi accennati. Segnalo infine il volume di Pino Dato, L’ultimo anti-americano. Goffredo Parise e gli Usa: dal mito al rifiuto (Roma, Aracne, 2009).

© Alessandra Trevisan

N.Y., 20 marzo

Caro Vittorio,
arrivati ieri in questa folle città […] L’idea migliore è stata quella di venire in questo albergo che, come tutta la città ha l’aspetto babilonico di una tomba. Subito fin dall’entrata mi sono imbattuto in due donne di mezza età che parevano finte: vestiti finti che assomigliavano a quella carta crêpe dai colori inesistenti in natura: azzurrini, rosa fragola chiari, rosso lacca, rosso rossetto, e nel fondo dominante il nero. Un nero lacca da bara, come le porte della stanza, che si presentano veramente come quelle porte bronzee delle tombe di famiglia, sempre socchiuse nei grandi cimiteri. La serratura è d’argento, o di metallo argentato, con piccoli bassorilievi di sfingi o cose del genere, così da far pensare a una reale persistenza del macabro in tutte le cose: mi spiego sommariamente che questo macabro derivi da una mancanza di aggressione erotica, in sostanza da mancanza di eros. Infatti, passeggiando ieri a Broadway ho trovato un mucchio di bottegucce con aria di bazar in liquidazione, piene di oggetti di gomma o di plastica: tette finte, donne intere di gomma, da gonfiare, col buco tra le gambe, salamini di gomma rossa, che si chiamano “sigari di gomma” ma il cui uso è fin troppo chiaro, perfino cinture di castità all’uso antico ma fatte di latta ignobile e dorata, con relativa chiavetta: per uomo e per donna l’allusione erotica è continua ovunque, ma fa veramente pensare alla morte perché non un volto, non una espressione, non un corpo di donna, una bocca, degli occhi esprimono sensualità autentica, ma alienazione evidente di questa sensualità e quindi impotenza, frigidità.

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Goffredo Parise – Il ragazzo morto e le comete (recensione di Martino Baldi)

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Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, Adelphi, 2006 (prima edizione Neri Pozza, 1950); € 17,00; ebook € 8,99

Di tutti i meriti letterari che si possono ascrivere all’eclettico Neri Pozza – partigiano, scrittore, editore, artista, collezionista e grande protagonista della cultura veneta del dopoguerra – uno dei maggiori è stato sicuramente il coraggio con cui ha condotto la sua casa editrice. Un’indipendenza che ci ha regalato opere grandi ed anomale che forse non avrebbero visto la luce senza di lui, come Il primo libro delle favole di Gadda o la Farfalla di Dinard, esordio in prosa di Eugenio Montale. Ma fra tutti i regali di Neri Pozza il più grande è stato, probabilmente, quello di averci donato dal nulla uno scrittore tra i più indipendenti, poetici, innovativi della letteratura italiana del dopoguerra quando, nel 1950, prese in considerazione la proposta di pubblicazione giuntagli da un ventenne assolutamente sconosciuto e fin troppo spavaldo che qualunque altro editore avrebbe sicuramente rifiutato. Il ventenne si chiamava Goffredo Parise e il libro era Il ragazzo morto e le comete.

Il testo di Parise era quanto di più “fuori tempo” si potesse immaginare nell’Italia degli anni Cinquanta, soprattutto nell’ambito letterario, dominato dalle esigenze sia tematiche sia stilistiche del cosiddetto neorealismo: l’antifascismo, l’impegno politico, le tematiche sociali, la narrazione piana, una lingua oscillante tra la neutralità e il localismo, un’ideologia di fondo di stampo populista, l’inclinazione dell’opera d’arte a farsi documento, ecc. In nome di questo “clima generale”, come lo definì Calvino, furono molti gli artisti sottovalutati, ignorati o addirittura contestati apertamente e accusati di essere reazionari e conservatori (come capitò notoriamente ai pittori non figurativi, presi di mira dal violentissimo anatema di Palmiro Togliatti e Renato Guttuso contro “gli scrabocchi, le cose mostruose, gli errori e le scemenze”).

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Reloaded – riproposte natalizie #12 – SU “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” DI GOFFREDO PARISE

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

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dobbiamo-disobbedire-goffredo-parise

Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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Su “Dobbiamo disobbedire” di Goffredo Parise

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Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artgiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)

proprio come scuola, la televisione  insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)

l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)

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Goffredo Parise: poesie

parise3Pubblico oggi alcuni testi di uno scrittore da rileggere, con un breve e non esaustivo cappello, ma che ci dice qualcosa su di essi, per una più agile lettura. Goffredo Parise (1929-1986) è stato un autore molto importante per il secondo Novecento italiano, e si è occupato per la maggior parte della sua vita di prosa. Ancora oggi è ricordato per i Sillabari, editi nel 1972 e nell’82 (con cui vinse il Premio Strega); brevi racconti sui sentimenti umani, ad opera di uno scrittore attento alla lingua e al linguaggio, con sensibilità poetica, intesa – anche – come “giustizia” nei confronti della parola. Però Parise già nel ’51, quando pubblicava Il ragazzo morto e le comete (Neri Pozza, 1951; Torino, Einaudi, 1972; Milano, Adelphi, 2006), suo primo romanzo, dichiarava che la poesia non era cosa per lui perché durante gli studi s’era imbattuto in Carducci, che l’aveva tenuto distante da questo genere letterario. Prima di morire tuttavia, ha scritto poesie. Alcune di esse le leggiamo qui oggi; la selezione comprende anche un frammento da I movimenti remoti del 1948 (pubblicato da Fandango, Roma, 2007), di molto precedente alle liriche che seguono, ma che si rivela vicino invece alle prime opere dello scrittore veneto.
parise7Nel 1989 Cesare Garboli pubblica una recensione su «Mercurio», supplemento di «La Repubblica», in cui stronca le liriche di Parise, etichettandole come oscene, “testi-limite”, svuotati di senso poetico. In realtà questi testi si legano letterariamente e per temi alla prosa di Sillabario n.2, e all’ultima produzione, anche alla saggistica e alla scrittura giornalistica: Parise è stato reporter di guerra, in Vietnam e Indocina e ne ha scritto in Guerre politiche (Einaudi 1976 e Adelphi 2007); Parise ha guardato il mondo post Sessantotto con gli occhi di un autore a cui mancano i punti di riferimento e che riversa nella sue opere le cifre di un mondo che cambia. Ma queste liriche richiamano alla memoria un senso di fine che c’è anche nella poesia di Lalla Romano e nel suo Diario ultimo (Einaudi, 2001), in cui i ricordi dolorosi emergono nel momento della malattia e della cecità – che affliggeva anche Parise -. Dice bene Dalila Colucci, in quest’articolo che aiuta ad orientare la lettura dei testi: «il linguaggio di Parise, seppur nella frammentarietà, è stratificato, eccezionale, fatto di prestiti da lingue straniere, neologismi, che fan parte del linguaggio della prosa già. Queste poesie-non poesie (tornando alla lettura di Garboli), son costruite su forme ellittiche sia nella lingua sia nella metrica e la loro lettura presuppone un lettore che sia il doppio dell’autore». L’analogia di significati sfugge, è sfocata; «il montaggio è jazzistico», lontano dalla poesia italiana e probabilmente si nutre della forma di altre lingue (forse l’inglese). Non si afferra il senso ad una prima lettura: si deve entrare in queste poesie pensando ai richiami e rimandi di prosa, alla eco che hanno con altre opere, poiché in quel tessuto stanno. Per un scoperta o una rilettura, in attesa di leggere un’analisi critica più ampia.*

© Alessandra Trevisan

*

Dove andiamo?
Dove ci porta l’inquieta atmosfera?
nei giorni di pioggia,
nei giorni di burrasca,
quando le umide orbite
anch’esse stillano,
stravolte, illuminate,
nel cuore dei temporali?
quando le persistenti litanie
sbattute dagli scrosci violenti
si frantumano
in mille solitari richiami?

[da I movimenti remoti, 1948.]

*

Pareva questione di un attimo
afferrare il bandolo
invece
di colpo
fu troppo tardi
come animali
non restava che
attendere il gas.
Ma quanto lunga l’attesa
quasi quanto il bandolo
e non sentivi
che il sibilo era già
cominciato da tempo.

30.3.86

*

Rabbino

Nel fumogeno antro
di terza classe
prese posto un uomo
con abiti e cappello nero
barba e riccioli di fiamma
ai viaggiatori volle
imporre discrimine?
Nessuno può dirlo
ma a chi attaccò bottone
l’uomo rispose
no hay de Kabbalar

Più tardi aprì una fessura
della sua borsa nera
da medico
per cavare un untume kosher

Fu un attimo
un bambino vide brillare
all’interno
bisturi e pinze.

2.4.86

*

I tamponi poco chiari
inzeppano i culs de sac
del canale sotto bassi archi
di case ex patrizie
e stillicidio di fogne:
promenades di losche tope.
È questo il destino
della pigrizia
Dove non è piacere
è mestizia.

4.4.86

*

Fu il ramarro e non tu
smunta formica
a udire le sirene

Chi lo vide Ulisse?
forse l’occhio del polipo
attratto dalla luna

ma fauna d’acqua
ne udì la chiglia
per sentito dire.

22.4.86

*

Il pneuma è ostico
il gurgo impossibile
per eccesso di specialità
gastrotecnica

Qualcuno ex muratore
o maestro di scuola
ha deciso
che l’umanità
deve sfoltire
i radi capelli
o lasciarne altri, più folti
da sfoltire a loro volta

L’uomo non è che tricot
dove la viltà si addensa
per un minuto di più
di miserabile vita
come non toccasse anche a loro
agli ex muratori
che in buona salute
covavano cenere
sotto la brace

Non è più tempo dei più
i meno giocano la partita
fino alla coppia fatale
della scala reale
Dollaro o rublo
annullano il fixing
nel cinerario finale

Vale.

8.5.86

*

Trecentomila o muori
messaggia tua madre
ottuagenaria e cieca
platinata croupier
nel gioco della vita
ne sa ben più di te

devi obbedire
alle ore contate
dalla longeva megera

chi più di lei
conosce il tuo quid
l’ovulo è marcio
già da gran tempo
non è certo
questo di primavera
vento
a farlo rifiorire

Ma il gioco è corto
e l’orto non farà in tempo
a dare i suoi frutti
prima che tu abbia dato i tuoi

Come vediamo si tratta
della cifra del vivere.

I0.5.86

*

Orsù Jack
animo Wladimir
alzate i fari
più alti
illuminate le uniformi
di questi vecchi Papi di pezza

Uff che polvere
che cipria
guarda quello Jack
credeva di essere un re
Uff che stracci

Non era certo così
quel danese vestito tutto di nero
non pareva nemmeno morto
Via via ragazzi
troppa polvere di storia
disinfestiamoci
presto ragazzi

Questo è ciò che fu
tuffiamoci ora nell’uranio
e che l’ombra del nero principe sia con noi.

I2.5.86

***

Non si possono leggere nel Meridiano Mondadori dedicato all’autore, ma le poesie di Parise son reperibili altrove in queste edizioni: Dieci poesie, a cura di Silvio Perrella con un disegno di Giosetta Fioroni, Milano, Rizzoli, 1997; Poesie, a cura di Silvio Perrella, Milano, Rizzoli, 1998. Una selezione è apparsa anche ne l’Almanacco dello Specchio Mondadori 2010-2011, con introduzione di Maurizio Cucchi.

*A tal proposito, si rimanda al saggio che contiene tutti i testi Nessuno crede al merlo d’acqua. Le ultime Poesie di Goffredo Parise di Dalila Colucci, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2011.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

ROMAMARA, in alcuni quadri d’autore. Ipotesi di letture multiple e suggestioni

Rome est une/ ville trop/ lourde pour son/ sol mou et /son ciel léger. Elle s’enfonce/ nous ne la voyons/ plus qu’à mi-corps./ Le spectacle du/ Forum consterne un/ esprit actif. On/ arrive trop tard dans/ la chambre; les bijoux ont/ disparu. Il ne reste que les/ malles ouvertes, les/ meubles / à la/ renverse,/ le linge/ épars,/ les/ tiroirs fracturés.*

Jean Cocteau, poliedrico autore francese nato nel 1889, animò la Belle Époque e oltre, e fu a Roma nel 1917 in compagnia di Pablo Picasso; si può presumere che quel suo autoritratto con testo, che descrive la città e l’alloggio capitolino messo a soqquadro, risalga a quel momento. La ‘città eterna’ che Cocteau vede è forse già distorta, ritorta, tutta rappresentata nella stanza claustrofobica in cui sta. «Elle s’enfonce (s’affonda, sprofonda, s’inoltra) / Nous ne la voyons plus qu’à midi-corps. / Le spectacle du / Forum consterne un / esprit actif»: Roma in Cocteau è una città piegata alla remissione, scolorita, rinunciataria, che resta nella penombra; se questo dessin risalisse al 1917, dobbiamo ricordare che siamo in un clima di Prima Guerra Mondiale, che segna una frattura insanabile con il prima, che apre al Secolo Breve in cui Roma – anche –, cambia faccia.

«Davanti a casa mia ce stava un vecchio, uno ricco, che proprio i milioni se lo magnavano. Tutto vestito a la Robespierre, baffi, bastone, me pareva er Re de Santa Calla ò… Lo sapete come l’aveva fatti i quattrini quello? All’epoca der Fascio. Mussolini viè e je dice: “Mi dovete fa’ ‘n quartiere per il popolo”, che sarebbe poi Pietrarancio. Questo qua je fa la prima casa: tutti muri maestri belli, co’ tutti i cessi… Oh, ce se poteva magnà dentro i cessi, tant’erano fatti bene… Mussolini i’ viè, je fa: “Bravo, è così che le volevo”. ‘Sto fijo de ‘na mignatta, come se n’è andato er duce, queo je fa’ solo i cessi, le case nun l’ha fatte più! Mò, quer quartiere, è tutto ‘na distesa lunga lunga de cacatori! Lo chiamano Cessonia! (ride, ride) Ah, è tutta na’ distesa brutta, tutta de catafalchi […]»

Nel 1962 Pier Paolo Pasolini gira Mamma Roma: la faccia sordida, povera della città, vista con gli occhi della prostituta ‘Mamma Roma’-Anna Magnani restituisce una dimensione primitiva, ancestrale, che pulsa nelle periferie, nella voce della gente e nel corpo degli ultimi; in pieno Boom, la Roma di Pasolini è quella di personaggi al limite, degli esclusi. La Roma di Pasolini è antitetica rispetto a quella de La noia di Alberto Moravia, del 1960, e lo è anche rispetto al luccichio felliniano dello stesso anno – certo provocatorio e che già porta in grembo la cancrena dei decenni successivi – rappresentato ne La dolce vita. Nel 1961 era uscito Accattone: le esistenze giornaliere, brutali, profondamente autentiche dei personaggi di Pasolini son anche quelle di cui parla nella poesia Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano (La religione del mio tempo, Garzanti, Milano, 1961):

Li osservo, questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d’una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell’ultima forma storica di Roma. […]

Del 1963 I comizi d’amore, e la morte di Jean Cocteau.

Nel 1972 Federico Fellini vuole la stessa Magnani nel suo Roma. La città, vista ai tempi della seconda guerra mondiale sino al dopo Sessantotto, è trasognata e anche erotica, sciolta nella satira e soprattutto visionaria. Nello stesso anno Goffredo Parise pubblica per Einaudi Sillabario n.1, una raccolta di racconti brevi sui sentimenti umani, sillabati nel titolo e dipanati nella prosa (editi nel Corriere nel ‘71; oggi in Adelphi Sillabari); nel 1982, Sillabario n.2 edito da Mondadori riceve il Premio Strega. Lì, l’unico racconto cittadino, riporta a Roma, ancora, una città abitata da ‘stranieri’, in cui un protagonista straniero d’animo prima che di provenienza, ripercorre di sera le tracce d’un’umanità ultima. L’aggettivo già pasoliniano riporta infatti ad osservare la discrepanza tra la città estrema tra anni ’50 e ’60 e questa Roma parisiana, investita da una luce violetta a neon, colta al crepuscolo, molto buia, che nasconde antri, vuoti, umani anche. La Roma di Parise (non più ‘caput mundi’) è popolata da immigrati africani ormai, che diventano i nuovi poveri. La potente violenza allucinatoria – perché a tutti gli effetti questa prosa suggerisce una dimensione a metà tra sogno ed allucinazione -, debitamente felliniana, “si fa” nel percorso a piedi del protagonista-senza-nome in questa Roma-morta e Roma-morte, una città trash (dove ‘trash’ sta anche per ‘spazzatura’), nel suo lerciume, nella sua sporcizia: la ‘via crucis’ che conduce al sangue (nel ’79 Parise scrive L’odore del sangue, pubblicato postumo), in cui s’inseriscono comparse – ambulanti, prostitute – è stritolata in una narcosi acustica, che ingabbia, e disorienta. Questa città multietnica, ti guarda in faccia con disagio: è schiacciata, ha un volto d’ombra. Il colore nero dell’allucinata visione, nero come il petrolio, elemento evocato da Pasolini appunto nel romanzo postumo Petrolio; il sangue, la morte inaspettata e feroce, che evoca quella del poeta friulano. C’è tanto di Pasolini e Fellini qui, perché l’ultima forma storica è anche questa città che ha le sembianze dell”urbe alla fine dell’Impero. E c’è anche la Roma-amara di Cocteau, ‘molle’, col suo cielo leggero che ‘non contiene’ o contiene male, come quella di Franco Buffoni, città-stratificata che riporta al presente, «Nei momenti in cui Roma ti vivo / come una gran quadreria» (Roma, Parma, Guanda, 2009); una città forse già liquida.

post scriptum: questo percorso ‘di visioni’ non vuole essere né esaustivo, né giudicante nei confronti di un luogo come Roma, amato eppure molto sfaccettato; trovo interessante che le città possano essere percorse nella loro frammentarietà, come un corpo, anche ‘malato’ o distratto.

*<<Roma è una/ città troppo/ opprimente per il suo/ sole fiacco ed/ il suo cielo leggero (vaporoso)./ Sprofonda/ noi non la vediamo/ che a mezzo busto./ La vista del/ foro avvilisce una mente attiva. /Arriviamo troppo tardi nella/ camera; i gioielli son/ scomparsi. Non restano che/ i bauli aperti, i/ mobili/ riversi/ la biancheria/ sparsa,/ i cassetti/ scassinati.>>