gli arcani maggiori

Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #16: LA TORRE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Torre, carta della rottura.

 

La prima volta che se ne accorse, Lei si era fermata su una sedia in cortile per fumare una sigaretta prima di rientrare a casa. Faceva buio molto presto, e il cielo del pomeriggio era di un gonfio grigio scuro: così qualcuno, in un piano alto dello stabile, aveva acceso una luce che l’intelaiatura del cemento di fronte assorbiva, restituendo un riflesso morbido e azzurro. Bisognava alzare lo sguardo verso l’alto per accorgersene, e Lei lo vide quasi per caso, dal profondo del suo cortile. Per qualche memoria che non le apparteneva, provò tenerezza e fumò la sua sigaretta per intero fissando la luce impressa contro il muro, che portava la sagoma verticale del telaio di una finestra. Quando ebbe finito la sigaretta si alzò e non pensò più a quello che aveva visto.
Ma quella sera, quando stava per mettersi a dormire, si accorse che puntando lo sguardo da un angolo della stanza riusciva a vedere la sagoma del riflesso sul muro di fronte, perché la finestra da cui proveniva la luce era proprio accanto alla sua. Allora trascinò il letto in modo da riuscire a guardare il riflesso, che le conciliò il sonno.
Il giorno dopo non pensò al riflesso finché fu di nuovo ora di tornare a casa. Accese la sigaretta in cortile come aveva sempre fatto, e solo allora il gesto le fece ricordare di alzare lo sguardo verso il muro. Il riflesso era di nuovo lì, della stessa forma e con la medesima intelaiatura di come lo ricordava. Fumò una prima sigaretta, poi una seconda, e continuò a guardare quella forma cercando di capire se le ricordasse qualcosa che poteva giustificare tutto quell’affetto. Perché era affetto vero e proprio quello che portava per quella sagoma azzurrina, come lo si potrebbe portare a un luogo che ci è stato caro da bambini o a un oggetto regalato da una persona amata.
«Guarderò questo riflesso come i giapponesi sistemano i fiori o prendono il tè», disse a se stessa, «con la stessa tenera attenzione.»
All’improvviso, alla terza sigaretta, vide il profilo del riflesso cambiare: l’asse del telaio scorse fino al limite della zona illuminata e una forma tonda e scura, con tutta probabilità una testa, ne occupò la parte centrale. Lei provò un’immediata rabbia per quell’intrusione. Non le importava che fosse grazie al suo vicino che quel riflesso esisteva: lui non aveva il diritto di interrompere quel sortilegio con il volgare gesto di affacciarsi alla finestra. Spense la sigaretta sotto il piede, la buttò nel cestino comune e salì le scale di corsa per non correre il rischio di incontrare il vicino se fosse uscito. Di nuovo, quella notte, sistemò il letto in modo da guardare l’area illuminata e riuscì a prendere sonno prima che la luce si spegnesse. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #15: IL DIAVOLO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Diavolo, carta della crisi.

 

(ma sempre sarà tua.)

In un tempo non troppo lontano di un luogo lontanissimo della foresta tropicale, viveva una pantera più nera della notte. Era lei che la foresta chiamava quando le nuvole andavano in secca e le rocce crepavano attorno al fiume, perché la sua mente era lucida come il suo corto mantello, e allora posava la larga zampa sulla riva e giudicava chi e per quanto tempo aveva diritto ad abbeverarsi. Era sempre lei che stabiliva a chi apparteneva una preda lasciata indietro dai cacciatori troppo sazi, o chi dovesse crescere cuccioli rimasti orfani dopo un combattimento. Tutti si fidavano del suo giudizio, perché era ferma e gentile.
Una notte, la pantera decise di lasciare i sentieri battuti della sua foresta per andare alla città bianca degli uomini, che da secoli era in rovina e che solo un tempo era stata bianca, perché adesso riposava sotto il verde compatto della vegetazione.
Nella foresta tropicale la luna sa essere di latte, ma quella notte c’era luna nuova e la pantera non vide, seguendo le mura diroccate della città, il baratro che si apriva sotto il tappeto di liane e che la fagocitò alla minima pressione delle zampe. Non ebbe scampo, la pantera, e volò per metri prima di cadere in piedi nel fondo asciutto di un pozzo.
Scrollata la polvere, abituati gli occhi a un nero fondo che a stento le faceva intravedere le giunzioni tra le pietre della parete circolare, per prima cosa la pantera chiese aiuto lanciando un vasto ruggito di richiamo.
«Voi dite di me che sono ferma e gentile», disse. «Allora aiutatemi. Sono nel fondo di un pozzo, e non vedo l’uscita. Aiutatemi a tornare alla mia foresta, fuori di qui.» (altro…)

Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #13: LA MORTE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Morte, la carta della Nigredo.

La ragazza del libro si chiama come te, Lotte. Perfino adesso non so chi di voi due ho nominato.
Io ti detesto.
L’uomo in divisa chiede a quelli che sono in fila la cintura. Non perché possa diventare un’arma; solo perché pensa che la fibbia potrebbe fargli perdere tempo procurando un falso allarme. Esclude che possano usarla per strangolarmi, se anche volessero: la mia porta è blindata, i miei comandi sono inaccessibili. L’unica persona che potrebbe far cadere deliberatamente questo aereo sono io.
Solo questo ti avevo chiesto, Lotte: di avvisarmi. Ma tu sei stata zitta, perché sei gentile; e l’hai sposato. Hai lasciato che lo scoprissi da me e sei scoppiata in pianto, dopo, a migliaia di chilometri da me che urlavo, singhiozzando nel telefono che nessuno di voi due aveva avuto il cuore di farmi soffrire.
Da quanto sognavo di volare questa tratta.
Lascia che io mi precipiti a dimostrarti quanto mi è cara la vostra premura. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #12: L’APPESO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Appeso, carta del lavoro interiore.

«Ti fa ancora male il piedino?»
Il bimbo si guardò la punta dell’alluce con occhi curiosi. Mosse le piccole dita e provò a spingere sul pedale della bici d’acqua. La mamma, che lo accompagnava a nuoto, diede un leggero colpo di braccia per raggiungerlo.
Era un piccolo salvagente con dei pedali sul fondo: il bimbo aveva tanto insistito per averlo per il primo bagnetto della stagione. Erano scesi in spiaggia con il nuovo acquisto, ma il bimbo si era improvvisamente messo a piangere; aveva posato il piedino su uno scoglio aguzzo che affiorava dalla sabbia.
Lo avevano subito medicato, con il mercurio cromo e un cerotto. Il bagnino gli aveva regalato un coniglietto di plastica per farlo stare buono.
Il bimbo pedalò per una decina di metri, con la madre che gli nuotava accanto. Aveva dimenticato anche di aver pianto. Si guardava attorno, seguendo con gli occhi i percorsi dei gabbiani e dei motoscafi in lontananza.
La madre gli bagnò i capelli passandogli dell’acqua sulla testa con le mani; piccole ciocche gli colarono attorno al viso.
«Sai che facciamo adesso? Tu pedali pedali pedali fino all’altra spiaggia, e mamma ti segue a nuoto.»
Il bimbo annuì e virò parallelo alla costa. Avrebbe dovuto doppiare un piccolo golfo, due, trecento metri di scogli, ma su quell’altra spiaggetta si vendeva il gelato, e la mamma aveva, appeso al collo, il tubicino di plastica con gli spiccioli. Il bimbo raddoppiò gli sforzi.
Il coniglietto di plastica era puntato sulla prua del salvagente come la polena di un galeone. (altro…)

Gli arcani maggiori #11: LA GIUSTIZIA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Giustizia, carta delle conseguenze.

Erano le due del pomeriggio, eravamo tutti usciti in cortile perché la mensa non era ancora attiva e avevamo la libertà di mangiare in classe i nostri piatti di pasta chiusi nei tupperware o di occupare le scale dell’ingresso e sciamare fino al campetto di pallavolo, l’importante era che alle due e mezza tornassimo tutti dentro per le lezioni pomeridiane.
Mamma mi aveva fatto le penne con i pomodori freschi, lo sapeva che io detesto i pomodori, fino ai sedici anni non mangiavo ortaggi né verdure e ai tempi che vi racconto ne avevo undici appena, ma sperava di affamarmi visto che ero fuori di casa e senza soldi e non avrei potuto procurarmi niente di alternativo. Ignorava che un modo c’era, e per me era facile e abituale: impadronirmi del pranzo di qualcun altro, una pasta al tonno, un semplice panino con il prosciutto. Non necessariamente con uno scambio equo: anche semplicemente soffiandoglielo di mano al primo morso.
Ho fatto così, con Riccardo e con la sua pasta al pesto.
Lui è andato subito sul pesante: strattoni, spintoni, prima ancora delle preghiere. Rivoleva il suo tupperware che io gli facevo sgusciare dalle dita, mangiavo con la forchettina di plastica tenendogli le spalle e infilandomi in gola sette, otto trofie per volta, finché la plastica non è stata tutta pulita, anche dall’olio. Allora gli ho detto che poteva mangiarsi la mia pasta al pomodoro, ma lui a quel punto piangeva. E ha detto: tua sorella è una puttana.
Non mi sono scomposto un gran che, anche perché a quel tempo lo pensavo anch’io, ma ho pensato giusto controbattere.
«La puttana è tua madre.» (altro…)

Gli arcani maggiori #10: LA RUOTA DELLA FORTUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Ruota della Fortuna, carta del cambiamento.

 

Fin da quando la conobbe, iniziò a scrivere brevi racconti su di lei. Non per corteggiarla, no di certo, perché lei era la sua più cara amica anche se da anni lui teneva nascosto di amarla. Semplicemente, gli sembrava di poter passare qualche ora in sua compagnia, di conoscerla meglio come chi piano piano sfila una giacca, una camicia, una canottiera e riesce a posare il palmo su una costola nuda. Perché era certo di intuirla, tutto il suo istinto e la sua attenzione erano naturalmente rivolti a lei come quelli di chiunque si innamori. Stava sempre attento a non metterle in bocca parole che lei non avrebbe pronunciato, quindi nei suoi racconti lei parlava poco, ma non per questo era un’icona santa. I suoi racconti somigliavano piuttosto alle piccole cose che accadevano tra di loro, quando si vedevano per un bicchiere di vino, e si ambientavano nelle pupille di lui, nel suo guardarla mentre lei sollevava il bicchiere per lo stelo invece che per la coppa e nel ciondolo che aveva scelto per uscire.
Erano racconti, insomma, pieni di innamoramento più che di avvenimenti veri e propri. E all’inizio lui aveva deciso di non farli leggere a nessuno ma poi, dal momento che ogni racconto scritto bene implora un lettore, lui aveva chiesto a lei di dargli un’occhiata.
La sera in cui le portò la stampata non dormì per la notte intera.
«E se lei dovesse riconoscersi?», pensava. «Certo, ho sostituito ogni bicchiere di vino con della birra, anche se in questo modo ho virato la natura del personaggio, e il ciondolo che ho descritto era sempre diverso da quello che lei portava al collo, e nei miei racconti lei ha sempre parlato poco, ma se riconoscerà l’essenza di sé e capirà che sono innamorato di lei?»
Lei lesse tutti i racconti senza riconoscersi, ma il giorno dopo, quando gli portò la stampata, disse:
«Com’è bello essere amati in questo modo. Vorrei tanto essere io la donna dei racconti.»
E lui, che non aveva mai pensato di scriverle per corteggiarla, quasi si sentì in colpa quando rispose:
«Sei tu la donna di questi racconti. E sono io l’uomo di questi racconti, e se vuoi posso essere anche quello della tua vita.»
Così si legarono anche nella vita, e passarono degli anni a essere contenti di svegliarsi insieme, a darsi fastidio per chi doveva andare prima al bagno, a ridere mentre montavano l’albero di Natale e a ignorarsi quando dovevano lavorare ognuno alla propria scrivania, a guardarsi a lungo negli occhi prima di ogni visita medica e a stare zitti a cena perché uno dei due era stanco. (altro…)

Gli Arcani maggiori #9: L’EREMITA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Eremita, carta del raccoglimento.

Prima di trasferirsi definitivamente vuole vedere l’isola.
È una giornata di novembre, prende un traghetto quasi deserto sotto la pioggerellina, il mare è leggermente mosso da un vento costante e pieno, si vede che c’è un temporale, poco più in là, lui non è mai stato in grado di vedere la cortina di pioggia che tutti gli hanno sempre indicato all’orizzonte ma sa riconoscerne altri segni, come l’odore improvviso di funghi e la consistenza del vento che si muove prima di scomparire all’improvviso, e far piovere.
Ha il cappuccio e si appoggia alla battagliola di prua, perché non gli va di sedere all’interno del traghetto. Gli va di vedere arrivare l’isola da lontano. Le isole, in realtà, gli danno fastidio, perché non c’è modo di andare via, anche il traghetto che adesso lo sta portando ripartirà subito e non tornerà prima del pomeriggio, perché non è la stagione turistica e fa solo servizio viaggiatori per i residenti dell’isola. Risiedere su un’isola deve trasformare il pensiero, pensa. Definire con più incisività l’idea di perimetro. Costringere a uno stacco netto tra il proprio e l’altrui, tra il qui e l’altrove. E dipendere dal capriccio del mare, che in qualsiasi giorno può essere abbastanza grosso da obbligare a confinarsi o trovarsi esiliati dal proprio luogo. (altro…)

Gli Arcani maggiori #8: LA FORZA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Forza, carta della caparbietà.

 

Qualche ora più tardi, anche tu esci per tornare a casa. La ragazza che hai raccolto dall’attacco di panico ti ha tenuta impegnata a lungo. Sapevi che non dovevi farla ragionare, ma solo essere, essere corpo che funziona, perché lei ricordasse di funzionare quanto te.
Ora fa molto freddo, così sollevi il bavero per non prendere aria sulla gola. E poi c’è vento, e c’è poco che tu detesti più del vento che ti spettina. Diventa tutto così ingestibile, così disordinato con il vento. La tua amica, quella volta, ti aveva dato del pulcino; l’avevi folgorata con lo sguardo, ma lei rideva.
Sei sollevata di avere del tempo per camminare da sola, specie dopo la fatica che è stata prendersi cura di quella ragazza. Perché, anche se non hai fatto nulla se non lavorare di buon senso, qualcosa nel trattare con lei ti ha affaticata. Un’empatia, forse, deve esserti filtrata sottopelle.
Hai l’impressione di aver fatto qualcosa di enorme, ma di non avere idea di come tu ci sia riuscita. La tua amica direbbe che tu puoi fare tutto, ma è la solita esagerata. Tu ti arrabbi, e non sai come dirle che sei una persona normale. Sono una persona così normale, dici. Eppure, è questa la cosa strana, mai una volta che lei ti abbia smentita: anzi, il pensiero della tua normalità la accende, la fa sorridere, come se covasse storie di inquietudine e straordinarietà di cui è stanca. Ti guarda in silenzio, e quando parla lo fa per dire che vede la tua forza. Tu non sei forte, protesti. E hai ragione. Hai fragilità delicatissime, potenti idiosincrasie. Ma non è questo che lei intende. E così ti parla, mentre non ascolti. Vede una forza, dice, che ha una tonalità rara. Vedo la tua misura, dice lei. Vedo la tua pazienza.

(altro…)

Gli Arcani maggiori #7: IL CARRO

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Carro, carta dell’autodisciplina.

 

Se è difficile, per me, raccontarvi, non è per l’emozione.
Immaginate di dover tradurre un concetto che vi preme attraversando il filo di tanti linguaggi, e farlo in modo che il meno possibile si perda. La mia lingua, sapete, è diversa dalla vostra. Ma è diversa anche da quello che io stesso penso, perché mai il pensiero e la parola si possono corrispondere, per quanto ci si sforzi a renderli aderenti. Così, con questo linguaggio ballerino, vi racconterò la storia di un’altra creatura ancora, vi tradurrò quello che ha fatto e che ha pensato il giovane salmone che tempo fa è venuto a spiaggiarsi su quest’argine di fiume.
Immaginate ancora. È primavera: nell’oceano più profondo pesci che si muovono come banchi di seta, guizzi di grigio in delicata sincronia, creature impegnate solamente a esistere. Finché suona per tutti quella che voi chiamereste una sirena, ma è una sirena muta. È un suono concorde, universale, che fa drizzare le pinne a ogni salmone, lo fa inchinare. Una sapienza zitta passa di coda in coda, le loro lische sono corde di obbedienza, e così sfilano, sicuri, affaticati, contropelo al fiume.
Lui li segue. Alla vetta, lo sanno, c’è l’altare. Superati gli orsi, ci sarà la danza, e poi la schiusa, e poi morire. Quasi unica tra tutte, la loro specie sa che il sacrificio è il solo modo per la prosecuzione. Avranno messo al mondo altri salmoni, e i loro corpi saranno buoni a fare alberi; c’è sempre un bosco, sulle vette dove arrivano i salmoni. Lui sale con loro. (altro…)

Gli arcani maggiori #6: GLI AMANTI

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Gli amanti, carta della dedizione.

 

Hai preso il treno appena in tempo, per fortuna non devi mai fermarti a comprare l’acqua al distributore, come dovrei fare io, che poi sono stupido e perdo sempre la bottiglietta appena comprata sulla banchina quando salgo sulla mia carrozza. Hai sempre dell’acqua in borsa. In borsa, tu hai qualsiasi cosa: salviette, caricabatterie, qualche medicina, lo spray di tinta nera per la ricrescita, e crackers da sgranocchiare. Io a volte ti prendo in giro perché tu hai tutto quello che ti serve, e che a volte serve a me, ma lo sai che sono ammirato. Io ho a stento carta e penna, il portafogli e il cellulare. È una delle cose per cui sono diverso da te.
Deve essere rilassante viaggiare con te. Sei così rispettosa. Non ti sogneresti mai di fare un rumore molesto, di chiacchierare con qualcuno che non vuole. E poi sei così piccina, anche se sei alta. Sei raccolta. Sai raccoglierti. Nel senso: tireresti a te le gambe. Non faresti mai una domanda indiscreta. Non diresti mai qualcosa di fuori luogo. Anche questo è sapersi raccogliere. Forse in questo un po’ ti somiglio, anche se lo sai che a volte parto per la tangente e dimentico il mio posto qual è.
Il treno parte. Hai davanti un sacco di ore di viaggio, da qui alle Alpi, e dai un’occhiata alla rivista del treno. Ma preferisci poggiare la testa sul finestrino e pensare, o chiacchierare per iscritto con qualche amico. In questo, eccome se siamo diversi. Io sono uno che in treno porta un libro. E non perché mi piaccia leggere (ora ti dico un segreto, non dirlo a nessuno: leggere non mi piace). Ma perché non saprei cos’altro fare. Sono uno che in treno porta un libro, e sono uno che non ha amici sufficienti a chiacchierare per ore e ore di treno. Il mio cuore ne ha scelti un paio. Il mio cuore non è accogliente come il tuo. (altro…)