Gli anni meravigliosi

Gli anni meravigliosi #15: Ernst Jandl

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Jandl_der_gelbe_hund

La quindicesima puntata della rubrica incontra Ernst Jandl, il poeta austriaco della “konkrete Poesie”, attraverso una lirica apparsa nella raccolta der gelbe hund (“il cane giallo”), pubblicata all’indomani degli ‘anni meravigliosi’, nel 1980. L’effetto placidamente spiazzante del finale, preparato, modificando la famosa formula di Winckelmann, con “nobile non-sense e quieto sarcasmo”, è esempio di ciò che Heinrich Böll definiva, nel suo discorso per il conferimento del premio Nobel, “il nascondiglio della resistenza”: l’umorismo della poesia. (Anna Maria Curci)

der schnitter

es ist ein schnitter, der
schneidet brot und gibt
der frau ein stück
und jedem kind ein stück
und ein stück ißt er selber
und dann fragt er
wer hat noch hunger?
und schneidet dann weiter.
einem solchen schnitter
möchtest du wohl gern einmal begegnen.
außer er sagt zu dir:
komm hier, du brot.

Ernst Jandl
(da: der gelbe hund, Luchterhand 1980)

il tagliatore

è un tagliatore, che
taglia pane e dà
un tozzo alla moglie
e un tozzo a ogni figlio
e un tozzo lo mangia lui stesso
e poi chiede
chi ha ancora fame?
e poi continua a tagliare.
un tagliatore del genere
lo vorresti proprio incontrare una volta.
a meno che non ti dica:
vieni qui, tu, pane.

Ernst Jandl

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Ernst Jandl (Vienna 1925-2000) «è il più noto rappresentante di quell’avanguardia linguistico-poetica degli anni Cinquanta e Sessanta che è stata definita, in ambito internazionale, con l’espressione ‘poesia concreta’ e che in ambiente austriaco è stata rappresentata soprattutto dalla Wiener Gruppe. La notorietà di Jandl va ascritto, oltre che a una spiccata intelligenza lirica, al tono schiettamente umoristico-ironico (e autoironico) che costituisce il tratto più peculiare della sua poesia. Chiamato alle armi nel 1943 e inviato sul fronte occidentale, Jandl viene fatto prigioniero dagli americani e portato in Inghilterra. Tornato a Vienna nel 1946, studia germanistica e anglistica, laureandosi con una tesi su Arthur Schnitzler. Le sue prime poesie, di tono vagamente brechtiano, cominciano a essere pubblicate agli inizi degli anni Cinquante, e vennero raccolte nel 1956 nel volume Andere Augen (Altri occhi). Nel 1954 conosce Friederike Mayröcker, che diventò sua compagna di vita e con la quale scrive alcuni importanti lavori, tra cui il celebre radiodramma Fünf Mann Menschen (Cinque persone maschio, 1967). Negli stessi anni Jandl entrò nell’orbita culturale della Wiener Gruppe.» (da: Antologia della poesia tedesca a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, Firenze 2004, p. 732).

Qui note biobibliografiche e un elenco dei titoli in traduzione italiana.

© Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi #14: Heinrich Böll

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Heinrich_Boell_NobelpreisLa quattordicesima tappa della rubrica propone la parte conclusiva del discorso che Heinrich Böll pronunciò il 2 maggio 1973 per il conferimento del premio Nobel per la letteratura 1972 (nella foto: Heinrich Böll il 19 ottobre 1972, consegna del premio). Il discorso ha in tedesco il titolo Versuch über die Vernunft der Poesie (“Esperimento sulla ragione della poesia”). All’indicazione di Dostoevskij come punto di riferimento Böll affianca esplicitamente la consapevolezza del ruolo scomodo e irrinunciabile della ragione della poesia, “bastione di libertà” – mi ricollego qui alla lettura che Davide Zizza dà delle liriche, Gedichte,  di Böll, pubblicate in Italia nella traduzione di I.A. Chiusano con il titolo La mia musa.

Prima di giungere alla conclusione, devo ora fare una necessaria delimitazione. La debolezza delle mie allusioni e delle mie argomentazioni sta inevitabilmente nel fatto che metto in discussione la tradizione della ragione nella quale sono stato educato – spero non con esito pienamente positivo – proprio con gli strumenti di questa stessa ragione, e che sarebbe forse più che ingiusto denunciare questa ragione in tutte le sue dimensioni. Chiaro è che essa – questa ragione – è sempre riuscita a diffondere anche il dubbio sulla sua stessa pretesa totalizzante, su ciò che ho chiamato la sua arroganza, insieme all’esperienza e al ricordo di ciò che ho chiamato la ragione della poesia, che non considero un’istanza privilegiata, un’istanza borghese. Essa può essere comunicata e proprio perché, nel suo aspetto letterale e nel suo incarnarsi, può avere talvolta un effetto sconcertante, può impedire o annullare il senso di estraneità o l’alienazione. Essere sconcertati ha certo anche il significato di essere stupiti o anche soltanto colpiti. E ciò che ho detto sull’umiltà – naturalmente solo per accenni – lo devo non a un’educazione religiosa o al ricordo di essa, che intendeva sempre “umiliazione”, quando parlava di “umiltà”, ma alla lettura, fatta negli anni giovanili e in quelli della maturità, di Dostoevskij. E proprio perché ritengo che il movimento internazionale verso una letteratura senza classi sociali, o meglio verso una letteratura non più condizionata dalle classi sociali, la scoperta di intere province di umiliati, di dichiarati scorie umane, sia la svolta letteraria più importante, metto in guardia dalla distruzione della poesia, dalla siccità del manicheismo, dall’iconoclastia di ciò che mi sembra lo zelo di chi non fa neanche scorrere l’acqua prima di gettare il bambino, appunto, con l’acqua sporca. Mi sembra insensato denunciare o glorificare i giovani o i vecchi. Mi sembra insensato sognare vecchi ordini sociali che si possono ricostruire soltanto nei musei; mi sembra insensato fabbricare alternative del tipo conservativo-progressista. La nuova ondata della nostalgia, che si aggrappa a mobili, vestiti, forme di espressione e scale di sentimenti, prova soltanto che il nuovo mondo diventa sempre più estraneo, che la ragione, sulla quale abbiamo edificato, nella quale abbiamo confidato, non ha reso il mondo più familiare, che anche l’alternativa razionale-irrazionale era una falsa alternativa. Qui ho dovuto tacere o sorvolare su molte cose, perché un pensiero porta sempre all’altro e perché ci porterebbe troppo lontano misurare ciascuno di questi continenti. Ho dovuto sorvolare sull’umorismo, che non è un privilegio di classe e che tuttavia è ignorato nella sua poesia e nel suo ruolo di nascondiglio della resistenza.

Heinrich Böll
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hier muss ich, bevor ich zum Schluss komme, eine notwendige Einschränkung machen. Die Schwäche meiner Andeutungen und Ausführungen liegt unvermeidlicherweise darin, das ich die Tradition der Vernunft, in der ich – hoffentlich nicht mit ganzem Erfolg – erzogen bin – mit den Mitteln ebendieser Vernunft anzweifle, und es wäre wohl mehr als ungerecht, diese Vernunft in allen ihren Dimensionen zu denunzieren. Offenbar ist es ihr – dieser Vernunft – immerhin gelungen, den Zweifel an ihrem Totalanspruch, an dem, was ich ihre Arroganz genannt habe, mitzuliefern und auch die Erfahrung mit und die Erinnerung an das zu erhalten, was ich die Vernunft der Poesie genannt habe, die ich nicht für eine priviligierte, nicht für eine bürgerliche Instanz halte. Sie ist mitteilbar, und gerade, weil sie in ihrer Wörtlichkeit und Verkörperung manchmal befremdend wirkt, kann sie Fremdheit oder Entfremdung verhindern oder aufheben. Befremdet zu sein hat ja auch die Bedeutung erstaunt zu sein, überrascht oder auch nur berührt. Und was ich über die Demut – natürlich nur andeutungsweise – gesagt habe, verdanke ich nicht einer religiösen Erziehung oder Erinnerung, die immer Demütigung meinte, wenn sie Demut sagte, sondern der frühen und späteren Lektüre von Dostojewski. Und gerade weil ich die internationale Bewegung nach einer klassenlosen, oder nicht mehr klassenbedingten Literatur, die Entdeckung ganzer Provinzen von Gedemütigten, für menschlichen Abfall erklärten für die wichtigste literarische Wendung halte, warne ich vor der Zerstörung der Poesie, vor der Dürre des Manichäismus, vor der Bilderstürmerei eines, wie mir scheint, blinden Eiferertums, das nicht einmal Badewasser einlaufen lässt, bevor es das Kind ausschüttet. Es erscheint mir sinnlos, die Jungen oder die Alten zu denunzieren oder zu glorifizieren. Es erscheint mir sinnlos, von alten Ordnungen zu träumen, die nur noch in Museen rekonstruierbar sind; es erscheint mir sinnlos, Alternativen wie konservativ/fortschrittlich aufzubauen. Die neue Welle der Nostalgie, die sich an Möbel, Kleider, Ausdrucksformen und Gefühlsskalen klammert, beweist doch nur, dass uns die neue Welt immer fremder wird. Dass die Vernunft, auf die wir gebaut und vertraut haben, die Welt nicht vertrauter gemacht hat, dass die Alternative rational/irrational auch eine falsche war. Ich musste hier vieles um- oder übergehen, weil ein Gedanke immer zum anderen und es zu weit führen würde, jeden einzelnen dieser Kontinente ganz auszumessen. Übergehen musste ich den Humor, der auch kein Klassenprivileg ist und doch ignoriert wird in seiner Poesie und als Versteck des Widerstands.

Heinrich Böll
(da: Les Prix Nobel en 1972, Editor Wilhelm Odelberg, [Nobel Foundation], Stoccolma, 1973)
La traduzione del brano, qui rivista in alcuni passaggi,  è apparsa nell’agosto 2009 nel blog “La poesia e lo spirito”, qui.

Gli anni meravigliosi #13: Peter Huchel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Huchel_Gedichte

La tredicesima tappa passa per un testo poetico di Peter Huchel, pubblicato nel 1972, dopo il suo trasferimento nella RFT, nella raccolta Gezählte Tage (“Giorni contati”) che dice, con l’incisività delle immagini contrapposte, la distanza  tra chi sta “sotto l’ala del potere” e chi dal potere è messo alla sbarra. Centrali, nella quinta strofa, l’immagine del guado del fiume  e la constatazione che non è di tutti l’attraversamento del valico con la schiena dritta. Il verbo “klirren”, che riprende il verso finale di Hälfte des Lebens (Metà della vita) di Hölderlin, è riferito qui agli “speroni dei cardi” (precedentemente Huchel aveva scritto: ” Ora la lingua dimora, e non si distoglie,/sotto la radice del cardo,/ nel fondo di pietra”da: Sotto la radice del cardo, in: Strade strade, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser) e questi, a loro volta, completano l’immagine del cavaliere (Reiter) con gli occhi bendati dal vento scuro.

Das Gericht

Nicht dafür geboren,
unter den Fittichen der Gewalt zu leben,
nahm ich die Unschuld des Schuldigen an.

Gerechtfertigt
durch das Recht der Stärke,
saß der Richter an seinem Tisch,
unwirsch blätternd in meinen Akten.

Nicht gewillt,
um Milde zu bitten,
stand ich vor den Schranken,
in der Maske des untergehenden Monds.

Wandanstarrend
sah ich den Reiter, ein dunkler Wind
verband ihm die Augen,
die Sporen der Disteln klirrten.
Er hetzte unter Erlen den Fluß hinauf.

Nicht jeder geht aufrecht
durch die Furt der Zeiten.
Vielen reißt das Wasser
die Steine unter den Füßen fort.

Wandanstarrend,
nicht fähig,
den blutigen Dunst
noch Morgenröte zu nennen,
hörte ich den Richter
das Urteil sprechen,
zerbrochene Sätze aus vergilbten Papieren.
Er schlug den Aktendeckel zu.

Unergründlich,
was sein Gesicht bewegte.
Ich blickte ihn an
und sah seine Ohnmacht.
Die Kälte schnitt in meine Zähne

Peter Huchel

(da: Gezählte Tage, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1972)

 

Il tribunale

Non nato
per vivere sotto l’ala del potere,
presi su di me l’innocenza del colpevole.

Giustificato
dal diritto della forza,
il giudice sedeva al suo tavolo,
sfogliando brusco la mia pratica.

Non disposto
a  chiedere clemenza,
ero alla sbarra,
nella maschera della luna al declino.

Fissando la parete
vidi il cavaliere, un vento scuro
gli bendava gli occhi,
gli speroni dei cardi tintinnavano.

Tra ontani aizzava a risalire il fiume.
Non tutti attraversano dritti
il guado dei tempi.
A molti l’acqua strappa via
le pietre sotto i piedi.

Fissando la parete,
non capace
di chiamare ancora aurora
la foschia insanguinata,
udii il giudice
pronunciare la sentenza,
frasi in frantumi fatte di carte ingiallite.
Chiuse il dossier.

Imperscrutabile
ciò che muoveva il suo volto.
Volsi lo sguardo a lui
e vidi la sua impotenza.
Il freddo mi tagliava i denti.

Peter Huchel

(traduzione di Anna Maria Curci)

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A Peter Huchel è dedicato un Quaderno di poesia tedesca a cura di Simonetta Mortara; si tratta di un’ampia e approfondita introduzione alla poesia di Huchel. Tra gli studi recenti va senz’altro menzionata la monografia di Huchel – quaderno di text+kritik del 2003 – che vede Lutz Seiler tra i curatori, Seiler vive a Wilhelmshorst, nella residenza nella quale Peter Huchel svolgeva il suo incarico di caporedattore della più importante rivista di poesia della DDR, “Sinn und Form”. La lirica di Seiler la poesia è il mio segugio è dedicata a Peter Huchel. Ricorda Paola Del Zoppo in Odore di poesia, saggio apparso nel volume di poesie di Seiler La domenica pensavo a Dio/ Sonntags dachte ich an Gott: “Quando i ministri della cultura della DDR rilevarono la rivista, esonerando Huchel dall’incarico, il poeta espresse la sua frustrazione nella poesia Il giardino di Teofrasto, in cui, rivolgendosi al figlio, si rammarica che sia ormai perduto il tempo in cui si ricordavano i poeti, ‘coloro/ che un tempo piantavano discorsi come alberi/morto il giardino, il mio respiro più pesante/ serba quest’ora, qui camminò Teofrasto’. Ecco affacciarsi di nuovo il discorso sugli alberi del componimento brechtiano. Seiler si associa al lamento per la perdita delle vecchie generazioni (nel suo caso è Huchel stesso a far parte della generazione passata)”. Seiler si confronta con la scrittura di Huchel anche nel saggio Heimaten, apparso nel 2001, e nella poesia hubertusweg, che ha il nome della via che si apre dietro la dimora dei due poeti – l’indirizzo della casa, punto di incontro per tanti scrittori,  nella quale Huchel visse per quasi 17 anni, fino al suo trasferimento in Italia il 27 aprile 1971, era Hubertusweg 43-45, oggi il civico è 41 –  e lo stesso titolo di una lirica di Huchel (nell’antologia di  poesie di Seiler hubertusweg è nella mia versione). Sempre nel 2003, nel centenario della nascita di Huchel, è apparso, nel quaderno n. 2 di “Sinn und Form”  il saggio di Lutz Seiler Im Kieferngewölbe (“Sotto la volta dei pini”). Lo stesso titolo ritorna nel volume del 2012, Im Kieferngewölbe. Peter Huchel und die Geschichte seines Hauses. (“Sotto la volta dei pini. Peter Huchel e la storia della sua casa”), pubblicato dalla casa editrice Lukas. Il volume, presentato in occasione del 15° anniversario dell’apertura della casa-museo di Peter Huchel (nel 1997 fu Reinar Kunze a intervenire all’inaugurazione con letture di sue poesie e di poesie di Huchel), si avvale dei contributi di Lutz Seiler, di Peter Walther e di Hendrik Röder.

Gli anni meravigliosi – 12 – Ursula Krechel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Krechel_nach_Mainz

La dodicesima puntata della rubrica presenta un testo poetico che Ursula Krechel – vincitrice nel 2012 del Deutscher Buchpreis, il Premio del Libro Tedesco,  per il suo romanzo Landgericht –  inserì nella raccolta Nach Mainz! (1977).

 

Zum Anschauen

Seht die Frau in der Kneipe.
Schaut euch weniger auffällig um
die da mit der Blumenbluse
eine gepreßte Locke schwebt hoch über ihr
einsam und sehr blond.
Ihre Fersen streicheln das Stuhlbein
hier auf den Tisch legt sie ihre Brüste
wartet, bis die Zeit im Aschenbecher stockt.

Seht, wie sie zur Tür blickt
wenn einer eintritt.
Ihre Hände versacken im Schoß.
Er kommt nicht mehr, der alte Liebgehabte.
Einen neuen angetrunkenen, der auch wartet
wie sie auf Wärme unter der Haut
auf das Ende der Seufzer im kalten Bett
einen neuen will sie nicht mehr.

Seht die Frau in der Kneipe
Seht uns, ihre kräftigen Töchter.
Wie wir uns gleichen manchmal
so unwegsam weiblich.
Wir lernen von ihr für uns
Schaffen Leiden ab, das heimliche, stille
Das ihr nicht sehen wollt
Schaffen es einfach ab. Seht.

Ursula Krechel

(da: Nach Mainz! Gedichte, Luchterhand 1977, p. 47)

Da vedere

Vedete la donna nel bar.
Guardatevi intorno dando meno nell’occhio
quella lì con la camicetta a fiori
un ricciolo schiacciato fluttua alto sopra di lei
solitario e biondissimo.
I suoi calcagni carezzano la gamba della sedia
qui sul tavolo poggia i seni
aspetta, finché il tempo non languisce nel posacenere.

Vedete come volge lo sguardo alla porta
quando entra uno.
Le sue mani affondano nel grembo.
Lui non viene più, il vecchio amato.
Uno nuovo alticcio, che aspetta anche lui
come lei il calore sotto la pelle
la fine dei sospiri nel letto freddo
Uno nuovo non lo vuole più.

Vedete la donna nel bar
Vedete noi, le sue figlie robuste.
Come talvolta ci assomigliamo
così malagevolmente femminili.
Da lei impariamo per noi
aboliamo il dolore, quello segreto, silenzioso
che voi non volete vedere
semplicemente lo aboliamo. Vedete.

Ursula Krechel

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Nata a Treviri il 4 dicembre del 1947, Ursula Krechel ha studiato germanistica, storia del teatro e dello spettacolo, storia dell’arte. Dal 1969 ha svolto a Dortmund, per il teatro civico, attività di direttore artistico, coordinando progetti teatrali con giovani reclusi. Dal 1972 si è trasferita a Francoforte sul Meno; attualmente risiede a Berlino. Diversi titoli testimoniano la sua intensa produzione lirica, che per anni si è affiancata a quella teatrale (la pièce Erika, del 1974, la rese nota come esponente significativa del movimento femminile): Nach Mainz! (“A Magonza!”, 1977), Verwundbar wie in den besten Zeiten (“Vulnerabile come ai tempi migliori”, 1979), Vom Feuer lernen (“Imparare dal fuoco”, 1985), Kakaoblau (“Azzurro cacao”, 1989), Stimmen aus dem harten Kern (“Voci dal nocciolo duro”, 2005). Nel 2012 è entrata a far parte della Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, l’Accademia Tedesca per la Lingua e la Letteratura. Nello stesso anno è stata insignita del Deutscher Buchpreis, Premio del Libro Tedesco, per il suo romanzo Landgericht.

Gli anni meravigliosi #11: Hans Magnus Enzensberger

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Enzensberger_Furie

L’undicesima tappa è costituita dal caustico bilancio di Hans Magnus Enzensberger sintetizzato in un testo, apparso nel 1980 nella raccolta Die Furie des Verschwindens, che porta lo stesso titolo di uno dei componimenti poetici più noti di Hölderlin, Andenken, Ricordo. I primi due versi del testo di Enzensberger suonano come una risposta asciutta, in tono intenzionalmente minore e di sintetico “Bericht” (“la fredda cronaca”, per dirla con le parole di Frengo, personaggio comico creato da Antonio Albanese) al verso finale di Andenken di Hölderlin, “”Was bleibet aber, stiften die Dichter” (“Ma ciò che resta fondano i poeti”, nella traduzione di Giorgio Vigolo): “Also was die siebziger Jahre betrifft/ kann ich mich kurz fassen”: “Dunque per quel che attiene gli anni settanta/sarò breve”, scrive Enzensberger, per quegli anni di prodigi limitati “a Düsseldorf e dintorni”, i quali “senza opporre resistenza, tutto sommato,/ si sono inghiottiti da soli, mandando di traverso il boccone”.

Ricordo

Dunque,  per quel che attiene agli anni settanta,
sarò breve.
Il servizio informazioni era sempre occupato.
La prodigiosa moltiplicazione dei pani
si limitava a Düsseldorf e dintorni.
La terribile notizia corse sui fili della telescrivente,
se ne prese atto e fu archiviata.

Senza opporre resistenza, tutto sommato,
si sono inghiottiti da soli, mandando di traverso il boccone,
gli anni settanta,
senza garanzie per quelli nati dopo,
per i turchi e i disoccupati.
Che qualcuno si ricordasse di loro con indulgenza
sarebbe pretendere troppo.

Hans Magnus Enzensberger
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Andenken

Also was die siebziger Jahre betrifft,
kann ich mich kurz fassen,
Die Auskunft war immer besetzt.
Die wundersame Brotvermehrung
beschränkte sich auf Düsseldorf und Umgebung.
Die furchtbare Nachricht lief über den Ticker,
wurde zur Kenntnis genommen und archiviert.

Widerstandslos, im großen und ganzen,
haben sie sich selber verschluckt,
die siebziger Jahre,
ohne Gewähr für Nachgeborene,
Türken und Arbeitslose.
Daß irgendwer ihrer mit Nachsicht gedächte,
ware zuviel verlangt.

Hans Magnus Enzensberger
(da: Die Furie des Verschwindens. Gedichte. Frankfurt am Main: Suhrkamp 1980)

Sempre negli “anni meravigliosi”, precisamente su “Tintenfisch” nel 1977,  Hans Magnus Enzensberger formula Una modesta proposta per difendere la gioventù dalle opere di poesia, la sua requisitoria contro “il lavoro forzato” dell’interpretazione nell’insegnamento della letteratura. Qui, su Poetarum Silva, qualche dettaglio a proposito dell famoso episodio della “figlia del macellaio”.

Gli anni meravigliosi #10: Reiner Kunze

Kunze_Brief_mit_blauem_Siegel

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR – possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La decima tappa si sofferma su un testo poetico di Reiner Kunze, scrittore nato nel 1933, come Rainer Kirsch, Irmtraud Morgner, Brigitte Reimann, Maxie Wander. La poesia è tratta dalla raccolta Brief mit blauem Siegel, Il volume, pubblicato dalla casa editrice Reclam nel 1973 con una tiratura di 15000 copie, risultò esaurito nel giro di poche ore.

 

da: ventuno variazioni sul tema
»la posta«

Quando la posta
passa dietro la finestra fioriscono
di giallo i cristalli di ghiaccio

Lettera tu
apertura di due millimetri
alla porta sul mondo tu
apertura aperta tu
bagliore di luce,
traspare, tu

sei arrivata

Figlia, postina dalla
cassetta delle lettere fino al
tavolo, la tua voce è
il corno del postiglione

Oh da
un paese straniero, guarda
i francobolli … Come
si chiama il paese?

Germania, figlia
Oh come è
bello il francobollo: il lupo e
i sette capretti e
la sua zampa è
tutta bianca … Chi
ha scritto la lettera?

Forse
i sette capretti,
forse
il lupo

… il lupo è morto!

Nella fiaba, figlia, solo
nella fiaba

Reiner Kunze

(traduzione di Anna Maria Curci)

aus: einundzwanzig variationen über das thema
»die post«

Wenn die post
hinters fenster fährt blühn
die eisblumen gelb

Brief du
zweimillimeteröffnung
der tür zur welt du
geöffnete öffnung du
lichtschein,
durchleuchtet, du

bist angekommen

Tochter, briefträgerin vom
briefkasten bis zum
tisch, deine stimme ist
das posthorn

O aus
einem fremden land, sieh
die marken … Wie
heißt das land?

Deutschland, tochter
O ist
die marke schön: der wolf und
die sieben geißlein und
seine pfote ist
ganz weiß … Wer
hat den brief geschrieben?

Vielleicht
die sieben geißlein,
vielleicht
der wolf

… der wolf ist tot!

Im märchen, tochter, nur
im märchen


Reiner Kunze, “nato a Oelsnitz in Sassonia nel 1933 da famiglia operaia, era già in dissenso con il regime dal 1959, quando per motivi politici era stato costretto ad abbandonare la carriera accademica. La trasmissione alla radio di alcune poesie d’amore scritte da Kunze aveva costituito il pretesto per organizzare una campagna diffamatoria contro l’autore, all’epoca giovane assistente all’Università di Lipsia. Kunze fu accusato di attività controrivoluzionaria e di tradimento della patria socialista e sottoposto a un vero e proprio linciaggio: in un’assemblea, uno studente che si era sempre mostrato devoto verso il maestro, aggredì Kunze con gli sputi; durante il discorso in propria difesa, Kunze perse i sensi e restò malato per mesi; studenti e assistenti che avevano simpatizzato con lui furono sottoposti a rappresaglie. Secondo le parole dell’autore stesso, il 1959 costituì per la sua biografia ‘l’ora zero’: in quell’anno egli sperimentò in prima persona l’irredimibile violenza ideologica del nuovo regime e, al contempo, grazie a un felice evento inaspettato, entrò in una nuova fase della propria esistenza. Grazie a quella fatale trasmissione radiofonica, Kunze ha infatti modo di conoscere la propria moglie, la dentista ceca Elisabeth Littnerová: l’autore soggiorna tra il 1961 e il 1962 in Cecoslovacchia, dove frequenta il vivace ambiente letterario locale, inizia a tradurre poeti cechi contemporanei (Jan Skácel, Vladimír Holan, Antonin Brousek) e ha modo di risollevarsi dalla grave crisi che aveva vissuto dopo l’allontanamento dall’Università di Lipsia. «Il mio debito verso la Cecoslovacchia è quasi incalcolabile. All’epoca significò per me una sorta di risurrezione umana», ebbe a confessare più tardi l’autore in un’intervista. È comprensibile, pertanto, che Kunze abbia vissuto la repressione della Primavera di Praga con particolare intensità emotiva e intellettuale: Kunze, che dal 1962 risiedeva con la famiglia a Greiz, in Turingia, esce in segno di protesta dalla SED dopo l’ingresso delle truppe del patto di Varsavia a Praga il 21 agosto 1968. Da quel momento le sue poesie scompaiono dalle antologie, gli incarichi di traduzione dal ceco vengono revocati e il suo nome è completamente ignorato”. (da: Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole» La scuola socialista nella letteratura della DDR. Aracne, Roma 2011, pp. 139-140)

Qui  è possibile ‘scoprire’ i titoli delle opere di Kunze in traduzione italiana; qui una poesia di Reiner Kunze dalla raccolta “Ein Tag auf dieser Erde” nella mia traduzione (a.m.c.)

Gli anni meravigliosi – 9 – Maxie Wander

Guten_morgen

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La nona tappa è dedicata a un libro di Maxie Wander, della quale ieri, 3 gennaio 2013, ricorreva l’80° anniversario della nascita.

Guten Morgen, du Schöne: con questo titolo, che è il titolo di una “Canzone degli zingari”, apparvero, pochi mesi dopo la sua morte, le 19 storie, quasi un romanzo, raccolte da Maxie Wander. Il libro è frutto di un lavoro ampio e approfondito e riporta la trascrizione di diciannove interviste ad altrettante donne della Germania orientale.
Maxie Wander nacque il 3 gennaio 1933 a Vienna da una famiglia operaia e crebbe nel quartiere di Hemals, dove era nata, un quartiere dalle radici fieramente popolari. “I suoi genitori e altri membri della famiglia lavoravano illegalmente per il partito comunista austriaco, e tutto il suo pensiero e il suo comportamento furono fortemente contrassegnati dallo spirito di solidarietà che animava gli abitanti del quartiere sotto il terrore nazista”, si legge nella quarta di copertina di Ciao bella. Nel 1958 si trasferì con il marito, lo scrittore Fred Wander, nella DDR, nella Repubblica democratica tedesca, precisamente a Kleinmachnow, località poco distante da Berlino, dove visse fino alla sua morte, nel 1977.
Nella prefazione all’edizione italiana del libro (che riprende il testo apparso nel 1978 nella DDR, per i tipi della casa editrice Der Morgen; la prefazione all’edizione pubblicata nella Germania federale fu scritta invece da Christa Wolf), Renate Siebert-Zahar scrive:
“Il libro di Maxie Wander è straordinario, e per molti aspetti particolare. Non è un romanzo, ma neppure una semplice raccolta di interviste; è un libro sulle donne, ma non è un libro femminista; fa capire molte cose sulla Repubblica democratica tedesca, ma non è un saggio sulla DDR. L’autrice, una giovane donna, moglie-madre-scrittrice, viennese d’origine, viveva per sua scelta da molti anni nella Germania socialista. È morta di cancro a 44 anni, pressappoco al momento in cui questo testo è stato pubblicato, nel 1977.”
Thomas Brasch, che i lettori di questo blog hanno avuto modo di conoscere, scrive nell’articolo Die Wiese hinter der Mauer (Il prato dietro il muro), apparso su “Der Spiegel” il 31 luglio 1978:
“Da leggere in questo libro c’è qualcosa di più dell’eterno lamento delle donne sul quotidiano e delle loro difficoltà – è l’espressione viva e immediata della rassegnazione di persone creative di fronte alla storia, il loro permanere nel ‘privato trasparente’… il fenomeno sociale del cittadino ovattato, protetto si avvicina molto a quello del cittadino perplesso, senza sbocchi.”
Sul diario, apparso nella DDR nel 1979 e nella Germania federale nel 1980 con il titolo Leben wär’ eine prima Alternative (Vivere sarebbe un’alternativa meravigliosa), Maxie Wander annota nel 1972:
«La mia situazione. Trentanovenne viennese (lo sono davvero ancora, non sono già diventata una tedesca?), che ha trovato il suo grande amore e lo ha sposato. Ha partorito due figli, non ha mai imparato una professione, ma ne ha esercitate alcune, ha adottato un bambino, ha lasciato il suo paese e soltanto dopo, molto più tardi, lo ha sentito suo. Ha sperimentato la parola nostalgia che prima negava – ha tentato più volte, senza esito, di partorire un altro bambino quasi a far rinascere la vita perduta. Ha capito di colpo d’invecchiare, cosa che gli altri forse vivono come un processo che non ha niente di spaventoso, ha dovuto capire quanto poco era in grado di prepararsi, fidando solo nel suo corpo bello e tuttora giovane. E adesso?»
Propongo questo passaggio dalla premessa di Maxie Wander al suo libro Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo:

«L’insoddisfazione di alcune donne per ciò che è stato raggiunto è secondo me una forma di ottimismo. Se in certi casi ciò che viene messo in evidenza è l’elemento oppressivo, forse il motivo è che della felicità non si ha bisogno di parlare. La felicità si vive; ciò che pesa, invece, chiede la parola: per poterlo comprendere, per liberarsene. “Chi è giustamente adoprato” – scrive Heinrich Mann – “non ha bisogno di riflettere su se stesso. Il mondo, che per lui non è motivo di sofferenza, non lo spinge a reagire. Parole e frasi sono, tra l’altro, anche questa reazione. Un’epoca assolutamente felice non avrebbe letteratura.”Non sono andata in cerca di personaggi drammatici o di temi che suscitassero la mia personale adesione. Considero qualsiasi vita abbastanza interessante per essere oggetto di comunicazione. Né ho mirato al panorama rappresentativo. L’elemento decisivo è stato piuttosto la voglia – o il coraggio – che questa o quella donna aveva di raccontarsi. Mi interessa come le donne vivono la loro storia, come se la rappresentano. Si impara allora ad apprezzare l’unicità e irreperibilità di ogni vita umana e ad istituire un rapporto tra le proprie crisi e quelle degli altri. A prestare più ascolto alle persone e a dar meno credito a pregiudizi e stereotipi. Forse questo libro è stato è nato unicamente perché io avevo voglia di ascoltare.»

(Maxie Wander. Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo. Prefazione di Renate Siebert-Zahar. Traduzione dal tedesco di Elena Franchetti, Feltrinelli, Milano 1980, 15-16)

Ci sono libri che, anche soltanto con la loro presenza fisica, rappresentano un tratto di strada compiuto insieme a un’altra persona. Questo libro mi è stato donato da Judith Wilsky e, ogni volta che ne sfoglio le pagine, ripercorro le lunghe, pacate conversazioni con lei, insieme ai nostri scambi di idee, rapidi, talvolta ruvidi, smozzicati e sincopati, interrotti da altri, da noi stesse, dal tempo.

© Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi – 8 – Marie Luise Kaschnitz

Kaschnitz_Kein_Zauperspruch

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

L’ottava tappa si sofferma sulla poesia di Marie Luise Kaschnitz, che all’epoca della divisione della Germania è cittadina della RFT, anche se a Weimar, poi nel territorio della DDR, ha trascorso un periodo della sua vita. Come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, Kaschnitz è poco nota in Italia, paese nel quale è vissuta e nella cui capitale è morta il 10 ottobre 1974. Della storia di un lento oblio – così potrebbe chiamarsi lo sviluppo della ricezione di Kaschnitz in Italia, sviluppo impensabile negli anni Cinquanta – mi limito a menzionare due tappe, entrambe del 1971. Nella sua Analisi della letteratura contemporanea, apparsa nel volume di Vittorio Santoli La letteratura tedesca moderna, Marianello Marianelli dedica cinque righe alla poesia di Marie Luise Kaschnitz. A margine di una più ampia dissertazione su Ingeborg Bachmann. Marianelli menziona il nome di M. L. Kaschnitz solo nella quarta delle cinque righe:

“Solo per certi aspetti esteriori sono vicini a queste visioni meridionali della Bachmann, i molti paesaggi meditativi, soprattutto romani e siciliani, che una ben piú prolifica poetessa, Marie Luise Kaschnitz (n. 1901) ha raccolto in Ewige Stadt. (Città eterna, 1952) e Neue Gedichte (Nuove poesie, 1957).”

Nel decimo e ultimo tomo della sua monumentale Storia della letteratura tedesca, Ladislao Mittner dedica sì un intero paragrafo a Marie Luise Kaschnitz, ma sin dall’inizio mette le cose in chiaro, nel modo lapidario e tranchant, ancorché non sempre rigorosamente argomentato, che caratterizza molte delle sue osservazioni:

“Il grande tema della non grande poesia della Kaschnitz è l’esortazione che la guerra non generi guerra e che i sacrifici del passato non siano stati vani.”

A chi insegna letteratura di lingua tedesca in Italia è senz’altro più nota la sua prosa – Das dicke Kind continua, a ragione, ad esercitare un grande fascino in chi legge questo racconto misteriosamente autobiografico con un coup de théâtre finale che sfrutta l’ampiezza di significato del termine Kind in tedesco; anche i racconti, tuttavia, sono in via di progressiva ‘scomparsa’ dalle antologie in uso nelle scuole. Delle sue poesie, si sa poco o nulla. Con Kaschnitz si è verificato un fenomeno analogo a quello descritto da Piergiorgio Viti, che ne parla a proposito di Attilio Lolini e di Sebastiano Vassalli: una tanto inspiegabile quanto ostinata “messa al confino”.

Dalla raccolta Kein Zauberspruch, pubblicata nel 1972, ho già avuto modo di tradurre la poesia Nicht mutig, Non coraggiosa. Per la rubrica “Gli anni meravigliosi” ho scelto, dalla stessa raccolta, Jeder, Ognuno, componimento che ripercorre, con immagini vivide comunicate in versi brevi e densi di riferimenti, le tappe della storia della Germania dal 1933 agli inizi degli anni Settanta. Luoghi, persone, paesaggi sono animati dallo sguardo di colei che scrive e che, nello scrivere, sa fondere in un’unica voce, che canta della storia, che canta nella storia,  dimensione quotidiana e universo letterario.

Ognuno

a Erich Kaufmann

Ognuno, una volta, deve
Cantare la sua patria,
Sputare nel piatto in cui mangia.
Anche io.
La terra natia, questo piccolo pezzo d’Europa,
Dove le ragazze non amano più i soldati,
Dove i soldati non si amano più.
Quanto è sconcertante.

Che cosa mi viene in mente quando dico Germania?
La strada che faccio per andare al lavoro
Passando per il parco di Weimar.
Il cuore verde.
Lillà a Belvedere.
Tiefurt. Danza scalpitante.
Lo studente del Bauhaus.
Balletto triadico.

Che cosa ancora mi viene in mente?
Il bassopiano d’estate.
E, affioranti  dietro le vaste
colline, torri.
La Vistola con l’acqua alta.
Tetti che si spostano rapidamente.
Alberi sradicati.
Anche il basso Reno.

Xanten, il cadavere trascinato a riva.
Il cielo grande.
La mia terra natia soprattutto.
Alberi di noce. Tigli sotto il cielo da bufera.
Botti da vino messe a inzolfare davanti alle case.
Aquila bicipite nello stemma
Oleandri.

Che cosa ancora?
Bandiere con le croci uncinate,
Passi di stivali, rimbombanti,
Orrore sussurrato.
Treni lungo il fiume Lahn, pieni
Di soldati che non cantano.
Treni di ebrei.
Detonazioni. Alberi di Natale, cosiddetti.
Cenere alla cenere.

Poi tutto nuovo, ancora una volta,
Tirato su dal suolo.
Palazzi alti a più piani, altiforni, più d’una Hochstadt, ‘città alta’, autostrade
Vacanze all’estero. Vecchi compagni di scuola.
Atmosfera di inaugurazione al circolo amici di Bach.

Eppure, passato il mio secolo,
Nessuno più guadagnerà denaro
Con recinti di filo spinato.
Al di qua e al di là dei confini
Parole significano la stessa cosa
Patrie e i vecchi
Sensi di colpa si sono giocati l’ultima carta.

Marie Luise Kaschnitz

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Jeder

für Erich Kaufmann

Jeder muss einmal
Sein Vaterland besingen,
Sein Nest beschmutzen.
Auch ich.
Die Heimat, dieses kleine Stück Europa,
Wo Mädchen Soldaten nicht mehr lieben,
Wo Soldaten sich selbst nicht mehr lieben.
Wie befremdlich.

Was fällt mir ein, wenn ich Deutschland sage?
Mein Weg zur Arbeit
Durch den Park von Weimar.
Das grüne Herz.
Flieder im Belvedere.
Tiefurt. Stampfender Tanz.
Der Bauhausschüler.
Triadisches Ballett.

Was noch fällt mir ein?
Die Tiefebene sommerlich.
Und hinter den breiten Hügeln
Auftauchend Türme.
Die Weichsel bei Hochwasser.
Rasch hintreibende Dächer.
Bäume entwurzelte.
Auch der Niederrhein.

Xanten, der angetriebene Leichnam.
Der große Himmel.
Meine Heimat vor allem.
Nussbäume, Linden unterm Gewitterhimmel.
Weinfässer zum Schwefeln vor die Häuser gestellt.
Doppeladler im Wappen
Oleander.

Was außerdem?
Hakenkreuzfahnen,
Dröhnende Stiefelschritte,
Geflüstertes Grauen.
Züge entlang dem Lahnfluss voll
Nicht singender Soldaten.
Judenzüge.
Detonationen. Christbäume sogenannte.
Asche zu Asche.

Dann alles wieder neu
Aus dem Boden gezogen.
Hochhäuser, Hochöfen, Hochstädte, Autobahnen.
Ferien im Ausland. Alte Kameraden.
Weihestimmung im Bachverein.

Und doch, mein Jahrhundert vorüber,
Wird mit Stacheldrahtzäunen
Niemand mehr Geld verdienen.
Diesseits und jenseits der Grenzen
Bedeuten Worte dasselbe
Vaterländer und die alten
Schuldgefühle haben ausgespielt.

Marie Luise Kaschnitz
(da Kein Zauberspruch. Gedichte, Insel Verlag 1972; il testo è nell’antologia Deutsche Literatur der 70er Jahre, curata da Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Wagenbach 1984, pp. 15-16)

 

Marie Luise Kaschnitz, nata a Karlsruhe il 31 gennaio 1901, morta a Roma il 10 ottobre 1974, riceve a Weimar, a partire dal 1921, una formazione professionale come libraia. Successivamente collabora con la casa editrice di  Monaco di Baviera O.C. Recht Verlag. Nel 1925 lavora nella libreria antiquaria Leonardo S. Olschki a Roma; si sposa con l’archeologo viennese Guido von Kaschnitz-Weinberg , che accompagna nei suoi viaggi di studio, soggiornando a Königsberg, Marburgo, Francoforte sul Meno e, di nuovo, a Roma.

Alcuni titoli nella sua produzione: nella poesia, Gedichte zur Zeit (Poesie della nostra età, 1947), Zukunftsmusik (Musica dell’avvenire, 1950), Ewige Stadt (Città eterna, 1952), Neue Gedichte (Nuove poesie, 1957), Dein Schweigen – meine Stimme (Il tuo silenzio – la mia voce, 1962), Ein Wort weiter (Una parola, ancora, 1965); nella narrativa, i romanzi Liebe beginnt (Amore inizia, 1933), Elissa (1936) e Gustav Courbet (1949); i racconti Das dicke Kind (1952), Lange Schatten (Ombre lunghe, 1960), Ferngespräche (Conversazioni a distanza; Mittner traduce con “Dialoghi telefonici” o anche “Dialoghi radiofonici”, 1966), Steht noch dahin (È ancora incerto, 1970).
Tra gli originali radiofonici vanno menzionati Die fremde Stimme (La voce altra, 1969).
Tra i saggi: Engelsbrücke. Römische Betrachtungen (Ponte Sant’Angelo. Considerazioni romane, 1955); Tage, Tage, Jahre (Giorni, giorni, anni, 1968); Orte. Aufzeichnungen (Luoghi. Appunti, 1973).

Come parte essenziale delle note biografiche, propongo  un passaggio significativo dal discorso che Marie Luise Kaschnitz pronunciò il 23 ottobre 1955, allorché le fu conferito il prestigioso premio letterario intitolato a Georg Büchner:

La poetessa delle macerie” (in italiano nell’originale,  n.d.T): così mi aveva definito, non molto tempo fa, un periodico italiano, ma per un momento questa definizione mi era quasi spiaciuta, perché mi sembrava che anche nelle mie poesie del tempo di guerra e del dopoguerra il tratto essenziale non fosse tanto il caos, quanto piuttosto l’anelito a un nuovo ordinamento. In fin dei conti, tutte le mie poesie sono state l’espressione della nostalgia per un’innocenza antica ovvero l’anelito a un mondo rinnovato dallo spirito e dall’amore. Nei miei saggi e nei miei diari, sicuramente anche nei miei radiodrammi, che peraltro non considero figli illegittimi, dappertutto ho cercato di guidare lo sguardo del lettore a ciò che per me ha significato, alle possibilità mirabili dell’essere umano, ai pericoli mortali e alla sconvolgente pienezza del mondo. Non ho voluto dare quella consolazione a poco prezzo che alcuni lettori si aspettano dalla composizione poetica. E se i miei versi, a differenza di quelli ermetici o surrealistici, risultavano comprensibili, questo si spiega con il fatto che il mio percorso nella poesia lirica mi ha condotto dalla natura all’essere umano, e che non sono mai riuscita a dimenticare che stavo comunicando me stessa ad altre persone, sicuramente a quelle che non temono la fatica dell’inusuale e di ciò che può essere afferrato solo lentamente”.

(Marie Luise Kaschnitz, dal discorso di ringraziamento tenuto in occasione del conferimento del premio Büchner nel 1955; traduzione di Anna Maria Curci)

Questa parte del discorso, che di seguito appare nella versione originale, può essere ascoltata qui dalla voce di colei che lo ha composto e pronunciato:

http://www.kaschnitz.de/sound/bpreis.mp3

La poetessa delle macerie”, “die Trümmerdichterin” hatte mich eine italienische Zeitschrift vor kurzem genannt, aber einen Augenblick lang hatte mir das fast mißfallen, weil mir schien, daß auch in meinen Kriegs- und Nachkriegsgedichten weniger das Chaos als die Sehnsucht nach einer neuen Ordnung wesentlich sei. All meine Gedichte waren eigentlich nur ein Ausdruck des Heimwehs nach einer alten Unschuld oder der Sehnsucht nach einem aus dem Geist und der Liebe neu geordneten Welt. In meinen Essays und Tagebüchern, ja auch in meinen Hörspielen, die ich übrigens nicht als uneheliche Kinder betrachte, überall habe ich versucht, den Blick des Lesers auf das mir Bedeutsame zu lenken, auf die wunderbaren Möglichkeiten des Menschen, seine tödlichen Gefahren und auf die bestürzende Fülle der Welt. Den billigen Trost, den manche Leser vom Gedicht erwarten, habe ich nicht geben wollen. Und wenn meine Verse im Gegensatz zu den hermetischen und surrealistischen eher verständlich waren, so hängt das damit zusammen, daß mein Weg in der Lyrik mich von der Natur zum Menschen geführt hat, und daß ich nie ganz vergessen konnte, daß ich mich Menschen mitteilte, freilich solchen, die die Mühe des Ungewohnten und nur langsam zu Begreifenden nicht scheuen”.

(Marie Luise Kaschnitz in ihrer Dankesrede anlässlich des Erhalts des Büchner-Preises 1955)

(c) Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi #7: Heinz Czechowski

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La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

In questa settima tappa torno a occuparmi di Heinz Czechowski, autore del quale ho presentato qui su Poetarum Silva, qualche mese fa, l’antologia Il tempo è immobile, uscita in questo anno 2012 per i tipi di Del Vecchio editore. Nella mia nota di lettura, che, citando Czechowski, portava il titolo Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi,  proposi, tra l’altro, la mia traduzione di un suo sonetto dei primissimi anni Sessanta, An der Elbe (Sulle rive dell’Elba).
Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, nel 1976, il premio “Heinrich Heine” e nel 1984, su proposta di Christa Wolf, il premio “Heinrich Mann”, Czechowski si spense in una clinica nei pressi di Francoforte nell’ottobre 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta che, nato nel 1935, appartiene a quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.
La poesia proposta oggi, Schafe und Sterne, dà il titolo alla raccolta di Czechowski, pubblicata nel 1975 dalla casa editrice Mitteldeutscher Verlag. Nella traduzione di Paola Del Zoppo, il titolo, Pecore e pianeti,  conserva l’allitterazione del titolo originale, che letteralmente significa “Pecore e stelle”.

PECORE E PIANETI

Pecore e pianeti: la notte
Li mantiene uniti, un cane
È il vento, su zampe senza suono,
Carezza le acacie, un pastore
Siede sotto, duemila anni
Vede nell’acqua bruna di limo
Pensa ai turchi,
Vede degli armeni
Le case sul pendio, li vede salire
Sulle scale
Su nella notte.

Pecore e pianeti sono i suoi pensieri,
In fondo alle sacche
Fruga tra aglio e
Tabacco grigio.

Pecore e pianeti
Li porta a unirsi nei suoi pensieri
Li conduce, li guida
Ne conosce i segni
Ne vede l’orbita notturna
Intorno alla città.

Pecore e pianeti,
Zar e visir,
Cacciati e cacciatori.

Una volta i partigiani vennero,
Spartì quello che aveva con loro.
Per settimane stettero via tra i monti,
Giù nella valle lui vide le auto in colonna,
Vide le tracce: fucilati, impiccati,
Vide il fiume ingrossarsi e prendere con sé
Morti e morte, detriti di montagna.

Pecore e pianeti gli sono rimasti.
Pecore e pianeti. Chi distingue
Pecore e pianeti, quando abbuia? La notte si
Propaga nella valle,
Strappa via le pecore
Strappa via i pianeti.

Pecore e pianeti.

Pecore e pianeti:
Nel cielo un ariete
Abbassa le corna
Sbatte, sbatte nel vuoto.
Il vento è un cane
E segue cacciando.
E il fiume è il visir,
Lo zar e la SS e mantiene la legge marziale.

Pecore e pianeti gli sono rimasti,
Siede, e li vede,
Li mantiene uniti.

(da Heinz Czechowski, Il tempo è immobile – Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio 2012, pp. 102-107)

 

SCHAFE UND STERNE

Schafe und Sterne: die Nacht
Hält sie zusammen, ein Hund
Ist der Wind auf lautlosen Pfoten,
Er streift die Akazien, ein Hirt
Sitzt unter ihnen seit zweitausend Jahren,
Sieht in die lehmbraunen Wasser,
Denkt an die Türken,
Sieht der Armenier
Häuser am Hang, sieht sie steigen
Über die Treppen
Hoch in die Nacht.

Schafe und Sterne sind seine Gedanken,
Tief in den Taschen
Sucht er sie zwischen Knoblauch
Und grauem Tabak.

Schafe und Sterne
Treibt er zusammen in seinen Gedanken,
Führt sie und lenkt sie,
Kennt ihre Zeichen,
Sieht ihre nächtliche Runde
Rings um die Stadt.

Schafe und Sterne,
Wesire und Zaren,
Gejagte und Jäger.

Einst Partisanen, sie kamen,
Er teilte das, was er hatte, mit ihnen.
Wochenlang blieben sie weg in den Bergen,
Unten im Tal sah er Autokolonnen,
Sah ihre Spuren: Erschossne, Gehängte,
Sah in den Fluß, wie er anschwoll und mitnahm
Tote und Totes, Geröll aus den Bergen.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben.
Schafe und Sterne. Wer unterscheidet
Schafe und Sterne, wenns dunkelt? Die Nacht
Schleicht sich ins Tal,
Reißt sich die Schafe,
Reißt sich die Sterne.

Schafe und Sterne.

Schafe und Sterne:
Am Himmel ein Widder,
Er senkt seine Hörner,
Stößt, stößt ins Leere.
Der Wind ist ein Hund
Und jagt hinterher.
Und der Fluß ist Wesir,
Ist Zar und SS und hält Standrecht.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben,
Er sitzt, und er sieht sie,
Er hält sie zusammen.

 

Heinz Czechowski, nato a Dresda il 7  febbraio 1935 e morto nei pressi di Francoforte sul Meno il 21 ottobre 2009, visse all’età di dieci anni il terribile bombardamento della città natale durante il secondo conflitto mondiale. Nella sua prima produzione poetica è chiaramente percepibile l’influenza della poesia di Peter Huchel. Sebbene la raccolta Schafe und Sterne, che gli diede grande notorietà, segni il passaggio da un grado rilevante di ‘letterarietà’  a una maggiore immediatezza del dire, la sua scrittura non rinuncerà mai alla conversazione con altre voci poetiche del passato – Klopstock, Hölderlin, Novalis, Annette von Droste-Hülshoff – e a lui contemporanee. In tale contesto assume particolare importanza la sua attività di traduttore (di Lermontov, Mickiewicz, Ritsos, Achmatova, Bulgakov, Zwetajewa per menzionare alcuni nomi).

Gli anni meravigliosi #6: Günter Kunert

Kunert_Unterwegs_altLa rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

 

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La sesta tappa si sofferma su un autore che negli anni Settanta divenne noto al pubblico italiano anche attraverso la traduzione del suo volume di poesie Unterwegs nach Utopia del 1977. Il volume fu tradotto da Giorgio Cusatelli con il titolo In Viaggio verso Utopia. Da quel volume è tratta la poesia Irgendetwas, qui nella traduzione di Giorgio Cusatelli:

Irgendetwas

Qualcosa comunque finisce
qualcosa c’è comunque che non sta
più qui, qualcosa si sbriciola
come sapone vecchio come chiese lasciate
qualcosa crepa in continuità qualcosa
guizza ma non può spegnersi
qualcosa lascia un segno che svanisce
sullo schermo qualcosa si sviluppa
senza un piano e gocciola
dai tubi e corre giù dai muri
qualcosa scricchiola dietro la tappezzeria

Qualcosa si dissangua qualcosa si abbandona:
un po’ repressa e un po’ sfruttata
al tempo stesso qualcosa si gira
un po’ assonnata, e sembra un po’ malata
qualcosa si affloscia qualcosa è come
una bandiera senza vento oppure
una pelle cavata qualcosa geme
qualcosa si sputa in faccia
qualcosa punta su di sé la canna
e preme qualcosa tira il fiato e poi muore
qualcosa non ha più motivo d’ottimismo

Qualcosa è travasata
in bottiglie con nuova alchimia
oh scienza degna che si adori
qualcosa surroga qualcosa
viene dalla fabbrica
non si riconosce più
è raccomandata da tutti
porta i vecchi nomi ma
non c’è più niente dietro

Non è niente
è semplicemente cessata
inosservata e per sempre
in un’ora qualunque adesso
oppure sin dall’inizio.

Günter Kunert

(traduzione di Giorgio Cusatelli)

Irgendetwas

Irgendetwas hört auf
Irgendetwas ist da was nicht mehr
hier ist Etwas zerbröckelt in der Art
alter Seife und verlassener Kirchen
Etwas krepiert kontinuierlich Etwas
flackert und kann nicht erlöschen
Etwas hinterlässt eine schwindende Spur
auf dem Bildschirm Etwas verläuft
planlos und trieft
vom Gestänge und läuft die Mauern herab
Etwas knistert hinter der Tapete

Etwas blutet aus Etwas bricht zusammen:
etwas unterdrückt und etwas ausgebeutet
Gleichzeitig wälzt sich etwas
schläfrig herum Und etwas sieht krank aus
Etwas schlafft ab Etwas wirkt
wie eine windlose Fahne oder ist
eine abgezogene Haut Etwas stöhnt auf
Etwas spuckt sich selbst ins Gesicht
Etwas richtet den Lauf gegen sich und
drückt ab Etwas holt Luft und stirbt
daran Etwas hat keinen Grund zum Optimismus mehr

Etwas ist abgezogen
auf Flaschen mittels der neuen Alchimie
Oh anbetungswurdige Wissenschaft
Etwas ersetzt uns etwas
Es kommt aus der Fabrik
Es ist nicht wiederzuerkennen
Es wird von allen empfohlen
Es trägt die alten Namen aber es ist
nichts mehr dahinter

Es ist nichts
Es hat einfach aufgehört
unbeobachtet und für immer
irgendwann jetzt oder
von Anfang an.

Günter Kunert

(da: Günter  Kunert, Unterwegs nach Utopia, Hanser 1977; il testo della poesia Irgendetwas è anche nell’antologia curata da Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Deutsche Literatur der 70er Jahre, Wagenbach 1984, pp. 134-135)

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Günter Kunert nasce a Berlino il 6 marzo 1929. Del 1950 è la sua prima raccolta poetica, Wegschilder und Mauerinschriften (Insegne stradali e iscrizioni sui muri), che presenta testi epigrammatici in stile brechtiano. La fortuna di Kunert in Occidente inizia nel 1963 con la pubblicazione nella Germania Ovest della sua raccolta Erinnerung an einen Planeten (Ricordo di un pianeta). La critica crescente all’apparato politico-statale della DDR rende progressivamente più difficile a Kunert pubblicare a Est. Anche per Kunert, come per molti altri autori della DDR, il 1976 e la firma della petizione contro l’espulsione di Wolf  Biermann dalla Repubblica Democratica Tedesca segnano una svolta definitiva. Kunert lascerà la DDR nel 1979. La raccolta Unterwegs nach Utopia, pubblicata nel 1977 dalla casa editrice Hanser, è particolarmente significativa per stile e contenuti della scrittura, laconica e visionaria insieme, di Kunert.

Gli anni meravigliosi – 5 – Volker Braun

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La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La quinta tappa è rappresentata da un componimento poetico di un autore sul quale ci siamo già soffermati, nella rubrica Tra le righe: Volker Braun. In entrambi i casi si tratta di un confronto serrato con la storia, lì, in Das Eigentum (La proprietà) con equilibri e mutamenti successivi alla caduta del muro di Berlino, qui, nella poesia Kontinuität (Continuità), pubblicata in volume esattamente quaranta anni fa, con considerazioni su ideali e reali cambiamenti a qualche anno di distanza dal 1968, che per molti scrittori della DDR aveva significato anche − se non addirittura principalmente − la primavera di Praga e la drammaticità degli eventi ad essa legati. Anche a Volker Braun, come a Reiner Kunze, il regime della SED presentò un conto salato per la critica presa di distanza  all’indomani dei fatti di Praga.

*

Continuità

Mentre quasi con destrezza
Svoltiamo all’angolo, dichiariamo tranquillamente
Di mantenere ferma la direzione.

Nonostante tutti i bei passi in avanti
Asseriamo tetragoni la nostra posizione.

Senza battere ciglio
Senza neanche strizzare l’occhio
Scambiamo le cose
E restiamo ancorati ai nostri concetti.

Da questo impariamo
Quello che abbiamo sempre saputo.

La linea, certo, è una retta:
il nesso più breve tra due epoche.

Quando cambiamo dunque in modo percettibile
Nessuno deve notarlo, però.

Così mutiamo profondamente, dicendolo immutato,
Il mondo, che ne ha bisogno.

E non cambierà nulla in questo
Finché un bel secolo
Non chiedetemi come
È scoppiato il comunismo.

Volker Braun
(traduzione di Anna Maria Curci)

*

Kontinuität

Während wir beinahe gekonnt
Um die Ecke biegen, erklären wir ruhig
Daß wir die Richtung beibehalten.

Bei all den schönen Schritten nach vorn
Behaupten wir standhaft unsre Position.

Ohne mit der Wimper zu zucken
Nicht mal augenzwinkernd

Wechseln wir die Sachen
Und bleiben bei unsern Begriffen.

Wir lernen dazu
Was wir immer gewußt haben.

Die Linie, sicherlich, ist eine Gerade:
die kürzeste Verbindung zwischen zwei Epochen.

Wenn wir also merklich ändern
Soll es doch niemand merken.

So verändern wir, vorgeblich unverändert
Die Welt, die es braucht.

Und es wird sich daran nichts ändern
Bis eines schönen Jahrhunderts
Fragt mich nicht wie
Der Kommunismus ausgebrochen ist.

(da: Volker Braun, Gedichte, Suhrkamp 1972; il testo originale della poesia è stato riportato dal volume a cura di Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Deutsche Literatur der 70er Jahre, Wagenbach 1984, p. 46)

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Volker Braun è nato a Dresda nel 1939. Dopo aver conseguito la maturità e dopo lavorato come operaio specializzato in una stamperia e come tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca; pur essendosi iscritto alla SED nel 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico. Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende, Braun è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum, del 1990, ne è espressione e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia. Dopo il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore),  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

Gli anni meravigliosi #4: Thomas Brasch

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR – possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La quarta tappa è dedicata alla poesia che dà il titolo alla raccolta Der schöne 27. September di Thomas Brasch. La raccolta fu pubblicata nel 1980 dalla casa editrice Suhrkamp. Nello stesso anno a Brasch fu assegnato, proprio per questa raccolta, il premio FAZ  per la letteratura. La motivazione designava Brasch come “portavoce poetico della sua generazione”. La raccolta si può leggere oggi in un volume con postfazione di Christa Wolf.

Il bel 27 settembre

Non ho letto giornali
Non ho cercato una donna.
Non ho aperto la cassetta delle lettere.
Non ho augurato a nessuno un Buongiorno.
Non ho guardato nello specchio.
Non ho parlato con nessuno dei vecchi tempi
e con nessuno ho parlato dei nuovi.
Non ho riflettuto su di me.
Non ho scritto una riga.
Non ho scoperchiato sepolcri.

Thomas Brasch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Der schöne 27. September

Ich habe keine Zeitung gelesen.
Ich habe keiner Frau nachgesehn.
Ich habe den Briefkasten nicht geöffnet.
Ich habe keinem einen Guten Tag gewünscht.
Ich habe nicht in den Spiegel gesehn.
Ich habe mit keinem über alte Zeiten gesprochen
und mit keinem über neue Zeiten.
Ich habe nicht über mich nachgedacht.
Ich habe keine Zeile geschrieben.
Ich habe keinen Stein ins Rollen gebracht.

da: Thomas Brasch, Der schöne 27. September, Suhrkamp 1980

Thomas Brasch (Westow/Yorkshire 1945 – Berlino 2001), nacque in Inghilterra da genitori ebrei emigrati dalla Germania. Dal 1947 al 1976 visse nella DDR, dove esercitò i mestieri più disparati, e studiò alla Filmhochschule di Potsdam-Babelsbarg, dalla quale fu espulso nel 1968 per la sua attività di dissidente politico che gli costò il carcere. A proposito delle sue opere di narrativa Vor den Vätern sterben die Söhne, tradotto in italiano con il titolo Prima dei padri muoiono i figli, e Kargo, Heiner Müller ebbe modo di affermare: “nella DDR nessuno […] potrà scrivere come se non fossero stati scritti. Le cose non resteranno come sono.“ Nel 1976 si trasferì a Berlino Ovest, nel periodo 1981/1982 soggiornò a Roma, come vincitore di una borsa di studio dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo. La sua attività di sceneggiatore e di regista è testimoniata, tra l’altro, nel terzo dei suoi film, Der Passagier – Welcome to Germany, con Tony Curtis nel ruolo principale. Del film, del 1988, noto al pubblico italiano con il titolo Ritorno a Berlino, Brasch è regista e coautore della sceneggiatura, insieme allo scrittore Jurek Becker.
Nella prima parte dell’intervista del 1988  riproposta nel video, Thomas Brasch spiega l’origine del titolo della poesia Der schöne 27. September.