Gli anni meravigliosi

proSabato: Reiner Kunze, Clown, muratore o poeta

Clown, muratore o poeta

Ammetto di aver detto: piatto da dolce. E, quando mio figlio mi ha chiesto se doveva mettere tutta la torta nel piatto, ammetto anche di aver risposto: tutta. E non contesto che la torta prendeva tre quarti del piano del tavolo da cucina. Ma non è logico aspettarsi da un ragazzo di dieci anni che sappia cosa s’intende, quando si dice piatto da dolce? Avevo badato che si lavasse le mani, poi ero uscito per accogliere gli amici che avevo invitato a mangiare la torta di patate. Una torta di patate del nostro panettiere,  appena sfornata,  è una squisitezza.
Quando tornai in cucina, mio figlio era inginocchiato sul tavolo. Su uno dei piatti da dolce, che sono appena più grandi di un piattino da caffè, aveva innalzato una torre di torta di patate, vicino alla quale la torre pendente di Pisa sarebbe sembrata verticale. Mi feci sentire.
Non vedeva che il piatto era troppo piccolo?
Appoggiò la guancia sul tavolo, per considerare il piatto da questo punto di vista completamente nuovo.
Doveva pur vedere che la torta non c’entrava su quel piatto.
Ma la torta c’entrava, replicò. Una delle forme era appoggiata alla gamba del tavolo, e anche l’altra era vuota.
Cominciai a chiedermi ad alta voce che ne sarebbe stato di un essere che ammucchia un metro quadrato di torta su un piattino, senza dubitare neppure un istante se esso poteva essere grande abbastanza.
Gli amici erano già sulla porta.
«Che ne sarà del ragazzo?» chiese il primo, riprendendo le mie parole. Osservò la disposizione della torre. «Questo ragazzo manifesta un senso sorprendente per l’equilibrio. Finirà in un circo, o diventerà muratore». (altro…)

Gli anni meravigliosi #21: Hilde Domin

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume Il partito è il nostro sole. La scuola socialista nella letteratura delle DDR, fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Domin_gesammelte_autobiographische_Schriften

La ventunesima tappa è dedicata, oggi, nel decennale della morte, a Hilde Domin. Il brano scelto è del 1972; si tratta di un’intervista immaginaria al poeta Heinrich Heine, vissuto tra il 1797 e il 1856, noto al pubblico italiano sin dalle traduzioni carducciane delle sue poesie. Non solo i dati biografici comuni – entrambi ebrei tedeschi, entrambi in esilio per molti anni – ma anche e soprattutto la prossimità del sentire rendono questa intervista una chiara presa di posizione su temi ricorrenti negli scritti di Domin e tutt’ora di grande attualità. Come ricorda Domin nella breve introduzione, tutte le risposte di Heine sono tratte dai suoi scritti, in gran parte, ma non in esclusiva, dalle tarde opere in prosa. Si riconoscono infatti, accanto a brani dalle Confessioni, anche estratti da testi degli anni Trenta del 19° secolo, quali la Einleitung zu »Kahldorf über den Adel«(Introduzione a «Kahldorf sulla nobiltà»), datata 8 marzo 1831, e perfino da Die Romantik (Il romanticismo), scritto giovanile del 1820. Di grande rilievo è il riferimento che Hilde Domin fa, tra il serissimo e il divertito, ai bruschi cambiamenti  nella storia della ricezione, sia di singoli autori (qui appare la ‘triade delle H’: Hölderlin, Heine, Hesse, negli anni Settanta visti in Germania rispettivamente come un potenziale terrorista pre-Baader, un marxista pre-Benjamin, un precursore dei figli dei fiori; Domin ricorda tuttavia, citando versi da Der Schaum di Enzensberger, atto di accusa che l’autore declamò dinanzi al Gruppo ’47 nel 1959, che la poesia di Hölderlin era stata tanto idolatrata quanto fraintesa nel dodicennio nazista), sia della poesia tout court. Vengono ripresi e rielaborati anche qui temi ricorrenti nella scrittura di Domin: la metafora dell’esilio e dell’emigrazione (esterna e, con l’accenno a Loerke, anche interna) come condizione esistenziale, la patria costituita dalla lingua materna e le patrie acquisite con il plurilinguismo. Il brano va letto dunque nella cornice più ampia di quella appassionata dichiarazione di poetica e professione di fede nella poesia che è l’opera tutta di Hilde Domin. La poesia non si piega allo ‘scopo’ del momento. Questo torna ad affermare Hilde Domin nell’intervista che giunge a noi dagli “anni meravigliosi”, anni nei quali più d’uno (“una minoranza, ma molto attiva”, per dirla con le sue parole) aveva dichiarato guerra alla poesia. La scritta provocatoria, con il rosso della vernice spray ad aggiungere violenza alle parole, apparsa sul muro dell’università a Heidelberg, che Hilde Domin riferisce al suo interlocutore Heinrich Heine a conclusione dell’intervista, la dice lunga sul clima degli “anni meravigliosi” nella Germania occidentale (e non solo lì) . (Anna Maria Curci)

Hilde Domin intervista Heinrich Heine a Heidelberg, nel 1972

.

Domin: Signor Heine, vorrei rivolgerle domande su alcuni problemi attuali:

«Tutta la Storia non è altro, al momento, che una vicenda di cacciatori e prede. Questa è l’epoca della caccia grossa alle idee liberali … E non mancano cani eruditi che trascinano la parola sanguinante. Berlino dà da mangiare alla muta migliore, e già sento il latrare del branco», così lei scriveva nel 1931.

Heine: L‘8 marzo 1831.

Domin: Mi perdoni. È così facile sbagliarsi di secolo.

Heine: L’aria di casa mi si era fatta ogni giorno più malsana e ho dovuto pensare seriamente a cambiare clima. – Vivo in Francia dal maggio 1831.

Domin: Ho lasciato la Germania nel 1932. L’aria era ormai quasi del tutto irrespirabile, sebbene non tutti se ne fossero accorti subito. Come trova che stiano messe le cose da noi oggi, per esempio per la poesia?

Heine: Se si picchia sulla giacca, si colpisce anche l’uomo che indossa quella giacca, e se si ironizza sulla forma poetica della parola tedesca, scappa fuori qualcosa con la quale si ferisce la parola tedesca stessa.

Domin: La parola tedesca. Questo lei lo sottolinea così tanto. Eppure proprio lei è riuscito come emigrante a pubblicare all’estero anche in francese, e con successo.

Heine: Questa parola è davvero il nostro bene più sacro… una patria perfino per colui al quale stoltezza e perfidia precludono una patria.

Domin: Lei è il primo a formulare il concetto in questo modo, soltanto cento anni prima di questa generazione, definitivamente l’ultima, di poeti ebraico-tedeschi. Noi infatti, i sopravvissuti a questa persecuzione, siamo gli ultimi nella storia tedesca.

[…]

Domin: Anche a lei fu proibito di scrivere, come a Loerke, come a tanti. Fin dal ‘35 fu vietata la pubblicazione dei suoi scritti religiosi e politici.

Heine: Voi conoscete il decreto della dieta federale del dicembre 1835, con il quale tutti i miei scritti furono puniti con l’interdizione… Sapevo che gli spacconi più sfacciati erano riusciti… a far credere che io fossi a capo di una scuola che aveva cospirato per il crollo di tutte le istituzioni borghesi e morali.

Domin: Anche per me i delatori sono la cosa peggiore.

Heine: Chi ha trascorso i suoi giorni in esilio… chi ha percorso in su e in giù le ostiche scale della terra straniera, capirà …

Domin: Al giorno d’oggi tutte e due le Germanie la reclamano per sé. I suoi scritti vengono stampati in molte edizioni. E su di lei le opinioni sono divergenti, proprio come ai suoi tempi.

Heine: Che mi si lodi o mi si biasimi, ma sempre con passione e senza fine. C’è dove mi si odia, dove mi si idolatra, dove mi si offende …

Domin: In quest’epoca lei fa parte dei pochi poeti che da noi sono “in”, per motivi, diciamo così, ‘sovraletterari’. Lei, Hölderlin e Hesse, ciascuno in una veste diversa. Hölderlin, che fino a poco tempo fa era un idolo per i nazisti («che farcene di chi dice hölderlin e intende himmler?», le sto citando Enzensberger), presentato ora come Andreas Baader, come potenziale attentatore, Hesse – così isolato e infelice, come era negli ultimi tempi!– riabilitato come hippy, lei stesso inserito nel canone delle letture e catalogato come marxista, un pre-Benjamin.

Heine: Ho visto covare gli uccelli che in seguito avrebbero intonato nuovi canti. Ho visto come Hegel, con la sua faccia quasi comicamente atteggiata a serietà, sedeva come gallina sulle uova fatali e ho sentito il suo chiocciare.

[…]

Domin: La Germania, Heine? Su questo punto lei è dibattuto esattamente come sulla questione della rivoluzione.

Heine: La Germania, siamo noi stessi.

Domin: Con che passione lo dice! La conosco, questa passione.

Heine: Si può amare la patria e arrivare a ottant’anni senza averlo saputo prima. È necessario, tuttavia, essere rimasti a casa per tutto il tempo. Solo d’inverno si riconosce l’essenza della primavera… Così, l’amor patrio tedesco inizia solo alla frontiera tedesca.

[…]

Domin: Forse lei desidera sfruttare l’occasione per visitare ancora un po‘ Heidelberg.

Heine: Da … anni non sento un usignolo tedesco.

Domin: L’usignolo? È acqua passata. L’ha ucciso l’industria. Anche il vento d’occidente di Suleika non è più quello di una volta. «Fiori, prati, bosco e colli. // stanno presso il tuo soffio»– no, non «in lacrime», nello smog. Sa, i gas di scarico di Ludwigshafen e Mannheim. Ma la botte è rimasta proprio così come lei la conosce ed è a pochi passi da qui. Anche per l’università ci vogliono solo cinque minuti. Lì, nel cortile interno, presso la torre delle streghe, può leggere, scritto con la vernice spray rossa: «Fracassate il grugno alla pace». Naturalmente è una minoranza, ma come ho già detto, molto attiva.

Heine: Tremava il mio piede d‘impazienza
          di calpestare il suolo tedesco .

Domin: Heine, la ringraziamo per questa conversazione.

Hilde Domin
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hilde Domin interviewt Heinrich Heine 1972 in Heidelberg

 

Domin: Herr Heine, ich möchte Sie zu einigen aktuellen Problemen befragen:

»Die ganze Zeitgeschichte ist jetzt nur eine Jagdgeschichte. Es ist jetzt die Zeit der hohen Jagd gegen die liberalen Ideen … Und es fehlt nicht an gelehrten Hunden, die das blutende Wort heranschleppen. Berlin füttert die beste Koppel, und ich höre schon, wie die Meute losbellt«, so schrieben Sie 1931.

Heine: Am 8. März 1831.

Domin: Verzeihen Sie. Man vertut sich so leicht in den Jahrhunderten.

Heine: Die heimatliche Luft ward mir täglich ungesünder, und ich mußte ernstlich an eine Veränderung des Klimas denken. – Seit dem Mai 1831 lebe ich in Frankreich.

Domin: Ich verließ Deutschland 1932. Die Luft war kaum mehr zu atmen, obwohl nicht alle es gleich merkten. Wie finden Sie sie denn heute bei uns, z.B. für die Dichtung?

Heine: Wenn man auf den Rock schlägt, trifft der Hieb auch den Mann, der im Rocke steckt, und wenn man über die poetische Form des deutschen Wortes spöttelt, so läuft auch manches mit unter, wodurch das deutsche Wort selbst verletzt wird.

Domin: Das deutsche Wort, Sie betonen das so sehr. Gerade Sie haben es doch fertiggebracht, als Emigrant draußen auch französisch zu veröffentlichen. Und mit Erfolg.

Heine: Dieses Wort ist ja eben unser heiligstes Gut …, ein Vaterland selbst demjenigen, dem Torheit und Arglist ein Vaterland verweigern.

Domin: Sie sind der erste, der es so formulierte. Nur hundert Jahre vor dieser endgültig letzten Generation deutsch-jüdischer Dichter. Denn wir, die Überlebenden dieser Verfolgung, sind die Letzten in der deutschen Geschichte.

[…]

Domin: Sie hatten ja auch Schreibverbot, wie Loerke, wie so viele. Ihre politischen und religiösen Schriften durften nicht mehr verbreitet werden, seit dem Jahr 35.

Heine: Ihr kennt den Bundestagsbeschluß vom Dezember 1835, wodurch meine ganze Schriftstellerei mit dem Interdikt belegt war … Ich wußte, das es der schnödesten Angeberei gelungen war …, glauben zu machen, ich sei das Haupt einer Schule, welche sich zum Sturze aller bürgerlichen und moralischen Institutionen verschworen habe.

Domin: Auch für mich sind Denunzianten das Ärgste.

Heine: Wer je seine Tage im Exil verbracht hat… wer die harten Treppen der Fremde jemals auf und ab gestiegen, der wird begreifen …

Domin: Beide Deutschland reklamieren Sie heute. Sie werden in vielen Ausgaben gedruckt. Und es scheiden sich die Geister an Ihnen, wie zu Ihren Lebzeiten.

Heine: Man lobt mich oder man tadelt mich, aber stets mit Leidenschaft und ohne Ende. Da haßt, da vergöttert, da beleidigt man mich …

Domin: In dieser Zeit gehören Sie zu den wenigen Dichtern, die bei uns »in« sind, aus überliterarischen Gründen sozusagen. Sie und Hölderlin und Hesse, jeder in anderer Verkleidung. Hölderlin, eben noch Naziidol (»wohin mit dem, was da sagt hölderlin und meint himmler?«, ich zitiere Ihnen Enzensberger), präsentiert als Andreas Baader, als potentieller Attentäter, Hesse – so isoliert und unglücklich, wie er zuletzt war! – rehabilitiert als Hippie, Sie selber kanonisiert als Marxist, ein Vor-Benjamin.

Heine: Ich sah die Vögel ausbrüten, welche später die neuen Sangesweisen anstimmten. Ich sah, wie Hegel mit seinem fast komisch ernsthaften Gesichte als Bruthenne auf den fatalen Eiern saß, und ich hörte sein Gackern.

[…]

Domin: Deutschland, Heine? Da sind Sie doch genauso zerrissen wie in der Frage der Revolution.

Heine: Deutschland, das sind wir selber.

Domin: Die Leidenschaft, mit der Sie das sagen. Ich kenne das.

Heine: Man kann sein Vaterland lieben, und achtzig Jahre dabei werden und es nicht gewußt haben. Aber man muß dann auch zu Hause geblieben sein. Das Wesen des Frühlings erkennt man erst im Winter… So beginnt die deutsche Vaterlandsliebe erst an der deutschen Grenze.

[…]

Domin: Vielleicht möchten Sie bei dieser Gelegenheit Heidelberg noch ein wenig besichtigen.

Heine: Seit … Jahren habe ich keine deutsche Nachtigall gehört.

Domin: Die Nachtigall? Das ist vorbei. Die Industrie hat sie ermordet. Suleikas Westwind ist auch nicht mehr, was er war. »Blumen, Auen, Wald und Hügel. // stehn bei deinem Hauch – nein, nicht »in Tränen«, im Smog. Die Abgase von Ludwigshafen und Mannheim, Sie wissen. Aber das Faß ist ganz, wie Sie es kennen, und nur wenige Schritt von hier. Auch zur Universität sind es nur fünf Minuten. Dort können Sie im Innenhof beim Hexenturm lesen, mit rotem Farbspray angespritzt: »Zerschlagt dem Frieden die Schnauze«. Es ist natürlich nur eine Minderheit, ich sagte das schon, aber sehr aktiv.

Heine: Es bebte mein Fuß vor Ungeduld

           Daß er deutschen Boden stampfe.

Domin: Heine, wir danken Ihnen für dieses Gespräch.

Hilde Domin, in: H.D., Gesammelte autobiografische Schriften, Fischer 2009 [1998], 233-242

Peter Huchel, Salmo

huchel

Di Peter Huchel e della sua poesia ho avuto modo di occuparmi qualche tempo fa in una puntata della rubrica Gli anni meravigliosi che ne metteva in evidenza, tra l’altro, la forza di attrazione esercitata su poeti contemporanei. Il testo proposto ricorre, come è avvenuto per altri poeti del Novecento, alla riscrittura della forma biblica del salmo. Si tratta di riscritture che mescolano e fondono in maniera particolarmente feconda riflessioni sulla storia e visionarietà. Colpiscono la forza profetica e, nella chiusa, il riferimento alla strofa conclusiva dell’inno Prometeo di Goethe. Quel Geschlecht, quella “stirpe” che nell’inno di Goethe il titano proclamava come simile a lui, fatta per “piangere e soffrire, godere e gioire” e, come Prometeo, forgiare e costruire, non sarà, scrive Huchel, neanche oggetto di studio, ché lo zelo dei suoi componenti è volto a null’altro che al reciproco annientamento.  La lirica è tratta dalla raccolta Chausseen, Chausseen, pubblicata dalla casa editrice Fischer nel 1963 e apparsa in Italia nel 1970 nella traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini (Strade strade). La versione proposta qui è nella mia traduzione. (Anna Maria Curci) (altro…)

Reloaded (riproposte estive) #3: Gli anni meravigliosi – 18 – Oskar Pastior

Pastior_copertina

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

 

La diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«,  Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985),Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci

L’articolo è apparso la prima volta il 18 luglio 2013, qui.

Gli anni meravigliosi – 20 – Peter-Paul Zahl

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR , fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

 

Freiheit + Glück - La firma di Peter-Paul Zahl

Freiheit + Glück – La firma di Peter-Paul Zahl

I due testi di Peter-Paul Zahl proposti qui sono brevi e incisivi, non fanno alcuna concessione all’idilliaco e portano tutti i segni dello “sporcarsi le mani nella storia”, o, per essere più precisi in riferimento agli anni Settanta, di uno scontro durissimo che Zahl ha pagato con il carcere.  Le suggestioni letterarie, pur presenti – in particolare Brecht amaro de La soluzione, successiva agli eventi del 17 giugno 1953 a Berlino – sono attraversate e scavalcate, in passaggi lapidari che uniscono registro volutamente colloquiale e tono apparentemente scanzonato a passione e coinvolgimento.

der harte kern

der harte kern
– einer kirsche
zum beispiel –
ist immer ungenießbar

er wird ausgespuckt

bei gutem boden
wird ein baum
aus ihm

Peter-Paul Zahl, da: Schutzimpfung (“Vaccinazione preventiva”), Rotbuch 1975

 

il nocciolo duro

il nocciolo duro
– di una ciliegia
per esempio –
è sempre immangiabile

viene sputato

su terreno buono
diviene
un albero

Peter-Paul Zahl
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

* *  *

 

Im Namen des Volkes

am 24. mai 1974
verurteilte mich
das volk
– drei richter und
sechs geschworene –

zu vier Jahren
freiheitsentzug

am 12. märz 1976
verurteilte
mich das volk

– nach der reform
nur noch drei Richter
und zwei geschworene –

in gleicher sache
zu fünfzehn jahren
freiheitsentzug

ich finde
das sollen
die völker
unter sich ausmachen

und mich
da rauslassen.

Peter-Paul Zahl, da: Alle Türen offen (“Tutte le porte aperte”), Rotbuch 1977

 

In nome del popolo

il 24 maggio 1974
il popolo
– tre giudici e
sei giurati –
mi ha condannato

a quattro anni
di reclusione

il 12 marzo 1976
per la stessa vicenda
il popolo

– dopo la riforma
ora solo tre giudici
e due giurati –

mi ha condannato
a quindici anni
di reclusione

trovo
che i popoli
dovrebbero
concordare questo tra di loro

e lasciarmene
fuori.

 

Peter-Paul Zahl
(traduzione di Anna Maria Curci)

_______________________________________

Peter-Paul Zahl (14 marzo 1944, Friburgo in Brisgovia – 24 gennaio 2011, Port Antonio, Giamaica), dopo aver trascorso l’infanzia nella RDT (a Feldberg nel Meclemburgo, città natale dei genitori; lì, il padre, Paul Zahl, fondò la casa editrice di libri per l’infanzia “Peter-Paul”), crebbe in Renania (a Ratingen, dove la famiglia si era recata, dopo un soggiorno a Wülfrath, dopo aver lasciato la RDT nel 1953), dove apprese il mestiere di tipografo. Nel 1964, obiettore di coscienza, si recò a Berlino e lì, nel 1967, aprì una tipografia e fondò una casa editrice. Dal 1968, sospettato di appartenere al “Movimento 2 giugno“, fu costantemente sorvegliato dalla polizia. Nel 1970 subì la prima condanna per aver stampato un manifesto politico, “Libertà per tutti i reclusi”. Nel 1972, fermato dalla polizia per un controllo, tentò la fuga dopo la sparatoria che ne seguì: fu arrestato e condannato prima, nel 1974, a quattro anni, poi, nel 1976, in un secondo grado di giudizio, a quindici anni di reclusione.  Uscì di prigione, in anticipo rispetto alla pena che gli era stata comminata,  il 13 dicembre 1982. Anche in virtù della sua attività di scrittore condotta in carcere, il suo “caso” divenne esemplare nel dibattito sulla situazione giuridica dei prigionieri politici. In carcere scrisse, tra l’altro, Schutzimpfung  (“Vaccinazione preventiva”) e Alle Türen offen (“Tutte le porte aperte”). Il romanzo picaresco Die Glücklichen (“I beati”). del 1979, suscitò reazioni controverse per il ricorso a una versione ‘estrema’ della tecnica dell’assemblaggio e dell’incastro di elementi disparati. Dopo il carcere, Zahl soggiornò tra il 1982 e il 1985 a Granada, sulla costa atlantica nicaraguense, alle Seychelles e in Italia (1984, Università Estiva in Toscana). Nel 1985 emigrò in Giamaica, dove mise in piedi una compagnia teatrale, scrisse drammi, saggi e, a partire dal 1994, la serie dei suoi romanzi noti come “Jamaica-Krimis” (“gialli giamaicani”): a partire dal primo  della serie, Der schöne Mann (“L’uomo bello”), Zahl crea il personaggio del detective privato giamaicano Aubrey Fraser, detto Ruff o Ruffneck. Un secondo romanzo picaresco nell’ampia produzione letteraria di Zahl è Der Domraub (“Furto nel duomo”) del 2002.

Negli”anni meravigliosi” Zahl fu al centro di un’aspra controversia letteraria tra Golo Mann e il critico letterario Marcel Reich-Ranicki. La pubblicazione (accompagnata da un commento di Erich Fried) di una poesia di Zahl, la durissima mittel der obrigkeit (“strumenti dell’autorità”) nella Frankfurter Anthologie, scatenò la reazione indignata di Golo Mann, che in una lettera del 26 maggio 1976 chiese pubblicamente come la  prestigiosa antologia si fosse potuta sporcare con la robaccia dell’assassino di un poliziotto. Il 31 maggio 1976 seguì puntuale la replica di Reich-Ranicki, che, richiamandosi a Oscar Wilde, metteva in guardia dal confondere i piani (“che uno non paghi le cambiali, non vuol dire che suoni male il violino”).

Berlino, 17 aprile 2010: Peter-Paul Zahl legge la sua poesia Im Namen des Volkes

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

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Leggendo Alfred Andersch

«indignatevi il cielo è azzurro» scrive
Andersch. Dei materni aguzzini pure
volto affilato e le lacrime a getto
conosco, flagellante passepartout.

Non sei diafana, madre. Stratagemmi
occlusioni tu dipani da sempre.
Commi rifili e cucire non sai.
Alle corde, terroristi ci chiami.

Anna Maria Curci

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

di Anna Maria Curci

Cento anni fa, il 4 febbraio 1914, nasceva a Monaco di Baviera Alfred Andersch. Andersch ha ai miei occhi molti meriti, non ultimo quello di aver contribuito in misura consistente al riconoscimento della scrittura di Arno Schmidt. Suoi romanzi e racconti sono stati tradotti in italiano, in Italia fece il suo primo viaggio già nel 1934, in Italia fu soldato – ai tempi della “guerra totale” venne reclutato anche lui,  avversario politico del regime nazionalsocialista, lui,  che nel 1933 era stato rinchiuso per alcuni mesi nel campo di concentramento di Dachau -, in Italia, agli inizi di giugno 1944, prima disertò e fu poi tra i prigionieri delle truppe alleate, in Italia ambientò le vicende di alcune delle storie da lui scritte, in Italia soggiornò tra il 1962 e il 1963. Tuttavia, attualmente sono ben pochi in Italia a conoscerne il nome. Nel giorno del centenario della nascita il mio omaggio a questo scrittore si concretizza nella mia trasposizione in italiano di suoi versi e nella trascrizione dell’incipit del suo racconto Un amante della penombra, riportato qui nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano.

Dalla raccolta del 1977 empört euch der himmel ist blau, “indignatevi il cielo è azzurro”, scelgo i versi che danno il titolo al volume e che sintetizzano in maniera chiara e incisiva i due fari della vita e della scrittura di Andersch: estetica e resistenza. Andersch ebbe a scrivere «L’estetica della resistenza altro non è che la resistenza dell’estetica.» A chi vuole separare artificiosamente i due ambiti, Andersch replica: «indignatevi il cielo è azzurro»:

zwar schreibe ich jetzt nicht mehr
nur noch
für mich

andererseits schreibe ich nur   was
mir
spaß macht

ausgeschlossen
sagen viele   moral und
vergnügen
schließen sich aus

ich aber schreib’s in
eine
zeile

empört euch der himmel ist blau

è vero sì che non scrivo più
ormai se non
per me

d’altro canto però scrivo soltanto  ciò che
mi
diverte

non se ne parla proprio
dicono in molti    la morale e
il divertimento
si escludono a vicenda

ma io lo scrivo in
una
riga

indignatevi il cielo è azzurro

.

Alfred Andersch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Sempre nel volume empört euch der himmel ist blau apparve una poesia precedentemente pubblicata, nel 1976, sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” e che, negli anni di piombo e della legislazione di emergenza nella Repubblica Federale Tedesca, accese gli animi su posizioni contrapposte. Il bersaglio è quello che fu definito all’epoca Radikalenerlaß, vale a dire la direttiva, nota come Extremistenbeschluß  (in entrambi i casi riporto i termini nella grafia antecedente la riforma ortografica del 1998) e approvata il 28 gennaio 1972 dal cancelliere Willy Brandt e dai presidenti dei consigli dei ministri dei Länder. L’applicazione della norma, particolarmente rigida e restrittiva nei Länder governati dalla “Union” (CDU-CSU) – che l’avevano interpretata come vero e proprio “Berufsverbot“, divieto di accesso a posti nella pubblica amministrazione, in particolare per rappresentanti del movimento studentesco del ’68 – aveva suscitato proteste veementi sia all’estero, sia in Germania, con una esplicita accusa di incostituzionalità della norma.  La poesia è artikel 3(3), “articolo 3 comma 3” e inizia proprio con il testo del terzo comma del terzo articolo della Legge fondamentale della RFT del 23 maggio 1949. I riferimenti al passato recente e all’attualità sono puntuali e inequivocabili, durissimi e ampi nel ricorso a citazioni letterali dal dettato della legge, a passi biblici, a proverbi e detti popolari, ad espressioni volutamente volgari.

Artikel 3 (3)

1.

niemand darf wegen
seines geschlechtes
seiner abstammung
seiner rasse
seiner sprache
seiner heimat und herkunft
seines glaubens
seiner religiösen oder
politischen
anschauungen
benachteiligt oder
bevorzugt werden

2.

ein Volk von
ex-nazis
und ihren
mitläufern
betreibt schon wieder
seinen Lieblingssport
die hetzjagd auf
kommunisten
sozialisten
humanisten
dissidenten
linke

3.

wer rechts ist
grinst

4.

beispielsweise
wird eine partei zugelassen
damit man
die existenz
ihrer mitglieder
zerstören kann
eigentlich waren
die nazis
ehrlicher

zugegeben
die neue methode ist
cleverer

5.

dreißig jahre später
gibt es wieder
sagen wir
zehntausend
die verhören
die neue gestapo

wehrt euch
vielleicht gibt es zeitungen
die eine rubrik einrichten
jeden tag in einem kasten
eine visage
die fotografie einer fresse
die verhört
mit namen
beruf
adresse
sowie
in den meisten fällen
mitgliedsnummer der
nsdap

dann selbstverständlich
keine gewalt
sondern
geht hin
und zeichnet
die wohnungstüre
das haus
des folterers
mit hakenkreuzen

ich garantiere euch
der wird es sich überlegen
ob er noch einmal
verhört

der läuft zu
seinem boss
und sagt
sorry boss
die machen mich dingfest
das wird mir
zu gefährlich
dem geht der
arsch mit grundeis
hört auf zu winseln
wehrt euch
die beste verteidigung ist
der angriff
(clausewitz)

6.

als die nazis
während des krieges
in dänemark
den judenstern einführen wollten

trug der könig von dänemark
bei seinem nächsten ausritt
den gelben stern
auf seiner uniform

warum legen
der scheel
der schmidt
der willy brandt
der genscher
der maihofer
nicht den judenstern an
wenn sie
beim frühstück lesen
daß man schon wieder
eine lehrerin
gefoltert hat

ah ich vergesse
daß sie eine solche meldung
mit der lupe
suchen müßten

wie wär’s denn
bundesdeutsche zeitungen
wenn ihr
den deutschen dissidenten
wenigstens ein zehntel des raums
einräumen würdet
den ihr
den russischen
widmet
doch zieht ihr es vor
aus dem glashaus
mit steinen zu schmeißen

die splitter im fremden
anstatt den balken im eigenen
auge zu sehn

7.

das neue kz
ist schon errichtet

die radikalen sind ausgeschlossen
vom öffentlichen dienst
also eingeschlossen
ins lager
das errichtet wird
für den Gedanken an
die veränderung
öffentlichen dienstes

die gesellschaft
ist wieder geteilt
in wächter
und bewachte
wie gehabt

ein geruch breitet sich aus
der geruch einer maschine
die gas erzeugt

Articolo 3 comma 3 

1.

nessuno può
avere danno o
preferenza a causa
del suo sesso
della sua nascita
della sua razza
della sua lingua
della sua nazionalità o provenienza
della sua fede
delle sue opinioni
religiose o
politiche

2.

un popolo di
ex-nazisti
e dei loro
fiancheggiatori
già  torna a praticare
il suo sport preferito
la caccia ai
comunisti
socialisti
umanisti
dissidenti
alla sinistra

3.

chi è a destra
sogghigna

4.

per esempio
viene ammesso un partito
perché si possa
distruggere
l’esistenza
dei suoi membri
a dire il vero
i nazisti
erano più onesti

tocca riconoscere
che il nuovo metodo è
più accorto

5.

trent‘anni dopo
ci sono di nuovo
diciamo
diecimila
a fare interrogatori
la nuova gestapo

opponete resistenza
forse ci sono quotidiani
che inaugurano una nuova rubrica
ogni giorno in un box
un grugno
la fotografia di un ceffo
che interroga
con nome
professione
indirizzo
così come
nella maggior parte dei casi
numero di tessera del
partito nazionalsocialista

poi ovviamente
niente violenza
bensì
andate là
e disegnate
la porta dell’appartamento
la casa
dell’aguzzino
con croci uncinate

ve lo garantisco
ci penserà su due volte
se sottoporre a un interrogatorio
ancora una volta

quello corre
dal suo capo
e dice
sorry capo
quelli mi arrestano
per me è diventato
troppo pericoloso
quello ha
la strizza al culo
smettete di mugolare
opponete resistenza
la migliore difesa è
l’attacco
(clausewitz)

6.

quando i nazisti
durante la guerra
volevano introdurre in danimarca
l’obbligo per gli ebrei di portare la stella

il re di danimarca
durante la sua successiva uscita a cavallo
portò la stella gialla
sulla sua uniforme

perché
lo scheel
lo schmidt
il willy brandt
il genscher
il maihofer
non si appuntano la stella ebraica
quando
a colazione leggono
che hanno di nuovo
torturato
un’insegnante

ah dimenticavo
che dovrebbero cercare
una notizia del genere
con la lente d”ingrandimento

e come sarebbe allora
quotidiani della germania federale
se voi
concedeste ai dissidenti tedeschi
almeno un decimo dello spazio
che voi
dedicate
a quelli russi
preferite
tirar sassi al vicino
dai vostri tegoli di vetro

guardare la pagliuzza nell’occhio altrui
invece della trave
nel proprio

7.

il nuovo campo di concentramento
è già costruito

gli estremisti sono esclusi
dal servizio pubblico
dunque rinchiusi
nel lager
costruito
per il pensiero
il cambiamento
di servizio pubblico

la società
è di nuovo divisa
in sorveglianti
e sorvegliati

come al solito

un odore si diffonde
l’odore di una macchina
che genera gas

.

Alfred Andersch
(traduzione di Anna Maria Curci)

Un amante della penombra, del 1963, tradotto da Italo Alighiero Chiusano (la prima traduzione italiana apparve già nel 1967),  è il racconto breve e denso, un attraversamento, per il tramite dei suoi protagonisti, della Germania divisa e della sua storia, dagli anni di guerra al 1961, un testo da leggere, dal quale, come annunciato, riporto l’incipit:

I

Sua madre ci metteva parecchio, oggi a prepararsi: cosa abbastanza strana, perché in genere era una donna svelta. Coi suoi settantatré anni era ancor sempre la piccola signora sveglia e sicura di sé ch’era stata per tutta la vita. Il suo indugio, perciò, avrebbe dovuto sorprendere Lothar Witte, ma in realtà non lo sorprese: solo nel pomeriggio, poco prima che accadesse la disgrazia presso Barrentin, egli avrebbe appreso come mai sua madre, contrariamente alle proprie abitudini, quella mattina era stata a gingillarsi in casa prima di apparire, finalmente, e, percorrendo il sentiero del giardino lungo la villa di Frohnau, dirigersi verso la Opel nella quale Lothar, dopo aver già caricato un quarto d’ora prima le due valigie di lei, sedeva ad attenderla un po’ impaziente e un po’ trasognato. Sedeva là e fissava quella via di villini tutta drappeggiata di fogliame, fissava l’intonaco grigio chiaro di quel noioso edificio, in cui aveva abitato sino alla fine della guerra e nel quale era rimasta ad abitare sua madre (che ne affittava la maggior parte ad altri) e si rese conto che in verità fissava gli anni trascorsi con Melanie, senza provar nulla di particolare. Già da alcuni anni, quando veniva a Berlino, riusciva a far visita a sua madre e a girare per quella casa senza che il ricordo di Melanie lo spingesse a ripartire precipitosamente, come nei primi anni dopo quella mattina di ottobre del 1947 in cui Melanie era partita in modo così irrevocabile.  Quattordici anni dopo era una cosa superata, doveva essere superata, se Lothar era capace di starsene lì seduto a sonnecchiare, anziché mettere in moto e prendere il largo all’istante. Ma non ci pensava nemmeno: a Melanie, in fondo, non pensava che di sfuggita, così come già da gran tempo aveva smesso di nominarla in presenza di Richard Brahm, il marito di lei. Un giorno, quasi si fossero messi d’accordo, avevano dato fine entrambi al loro culto di Melanie, avevano rinunciato ai loro tentativi di celebrare il ricordo della sua scomparsa, e la sua ombra (un’ombra trasparente e luminosa, come poteva gettarla solo la delicata, abbronzata Melanie, che indossava di preferenza stoffe sottili dai colori molto puri, chiari, quasi stinti) non era più ricomparsa nei loro discorsi se non quando dovevano prendere decisioni a proposito dei bambini.

(da: Alfred Andersch, Un amante della penombra. Traduzione di Italo Alighiero Chiusano – qui nell’edizione Guanda, 1995, pp. 7-8)

_________________________________________________

Alfred Andersch nacque il 4 febbraio 1914 a Monaco di Baviera in una famiglia della piccola borghesia. Il padre subì il fascino del nascente partito nazionalsocialista e non fu estraneo al Putsch di Hitler del 1923. Il giovane Alfred, che aveva iniziato una formazione professionale come libraio e nel 1930 aveva aderito alla gioventù comunista, fu internato a Dachau all’indomani dell’avvento al potere di Hitler, più precisamente dopo l’incendio del Reichstag. Dal partito comunista uscì negli anni Trenta, anni nei quali, dopo la liberazione da Dachau, si dedicò alla propria formazione letteraria e fu direttore dell’ufficio pubblicità presso la ditta Leonar di Amburgo, specializzata nella produzione di carta fotografica. Agli inizi del 1944 fu soldato sul fronte italiano. Ai primi di giugno disertò, fuggendo dall’esercito nei pressi dell’eremo di Montevirginio. Catturato dalle truppe alleate, restò per sedici mesi negli Stati Uniti nel campo di prigionia di Fort Kearney, nel quale diede vita alla  rivista letteraria “Der Ruf: Zeitung der deutschen Kriegsgefangenem in den USA”, che avrebbe poi avuto la sua prosecuzione in Germania, dove Andersch fece ritorno nel 1945, con “Der Ruf”, periodico che Andersch diresse insieme a Hans Werner Richter e che contribuì in maniera determinante al dibattito e alla diffusione di temi culturali dell’immediato dopoguerra. Quando, già in piena guerra fredda, gli alleati ne proibirono la pubblicazione, Alfred Andersch fondò con Hans Werner Richter il “Gruppo 1947”, vero e proprio centro della vita letteraria nel secondo dopoguerra in Germania, al quale aderirono, tra gli altri,  Ingeborg Bachmann,  Heinrich Böll, Paul Celan, Ilse Aichinger, Hans Magnus Enzensberger, Günter Grass, Gabriele Wohmann, Peter Härtling.  Contemporaneamente, l’attività radiofonica di Andersch, sia come autore di radiodrammi, sia come responsabile di trasmissioni culturali, si intensificò. Fu nel corso di una puntata della rubrica “Bücherstunde”, ai microfoni dell’emittente Hessischer Rundfunk che Andersch, precisamente il 4 gennaio 1950, parlò di Arno Schmidt, “l’ignoto autore del Leviatano” uscito pochi mesi prima, come di un genio. La storia personale di una consapevole e responsabile ricerca della libertà all’interno di un contesto storico drammatico e complesso offrono la materia narrativa per i romanzi Die Kirschen der Freiheit: ein autobiographischer Bericht (1952) e Sansibar oder der letzte Grund (1957). Nel successivo Die Rote  (1960) l’aspirazione a costruire una trama più articolata gli valse il rimprovero di eccessiva macchinosità. Nel 1963 appare la raccolta di racconti Geister und Leute: Ein Liebhaber des Halbschattens;  rispettivamente del 1967 e del 1974 sono i romanzi Efraim e Winterspelt. Nel 1976,  la pubblicazione della poesia di Alfred Andersch Artikel 3(3) sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung provocò uno scandalo per l’accusa esplicita di continuità con il nazionalsocialismo che Andersch aveva mosso in quel testo, poi pubblicato nella raccolta empört euch der himmel ist blau, ai responsabili del governo e delle decisioni politiche della Germania federale. Fin dal 1958 Andersch aveva trasferito la sua residenza in Svizzera, dove morì, a Berzona, il 21 febbraio 1980. Il racconto Der Vater eines Mörders apparve postumo, sempre nel 1980.

© Anna Maria Curci, 4 febbraio 2014

Quello che segue è un elenco dei titoli di opere di Alfred Andersch in traduzione italiana, pubblicato sul sito del Goethe-Institut, qui

Un amante della penombra / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Mondadori, 1967. – 237 p.
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Un amante della penombra / Alfred Andersch; trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: A. Mondadori, 1980. – 237 p.
(I capolavori della Medusa. 3. ser)
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Un amante nella penombra/ Alfred Andersch ; trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Parma: Guanda, 1995. – 86 p.
(Prosa contemporanea)
Tit. orig.: Geister und Leute; Ein Liebhaber des Halbschattens

Le ciliege della libertà / Alfred Andersch. Trad. di Ervino Pocar. – Milano: Mondadori, 1958. – 116 p.
(Romanzi e racconti d’oggi; 9)
Tit. orig.: Die Kirschen der Freiheit

Le ciliege della libertà / Alfred Andersch; trad. di Ervino Pocar. – Parma: U. Guanda, [1993]. – 123 p.
(Prosa contemporanea)
Tit. orig.: Die Kirschen der Freiheit

Efraim : romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Mondadori, 1969. – 332 p.
Tit. orig.: Efraim

La notte della giraffa / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighiero Chiusano. – Milano: Il Saggiatore, 1960. – 53 p.
Tit. orig.: In der Nacht der Giraffe

Il padre di un assassino: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Longanesi, 1983. – 108 p.
(La gaja scienza; 67)
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Il padre di un assassino / Alfred Andersch. Trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Guanda, 1990. – 108 p.
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Il padre di un assassino / Alfred Andersch; trad. di Amina Pandolfi. – Milano: Marcos y Marcos, 2005. – 123 p.
(Le foglie; 78)
Tit. orig.: Der Vater eines Mörders

Piazza San Gaetano: suite / Alfred Andersch. Trad. di Valentina Di Rosa. – Napoli: Colonnese, 1990. – 77 p.
Tit. orig.: Piazza San Gaetano

La rossa: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Ervino Pocar. – Milano: Mondadori, 1961. – 273 p.
(Club degli editori)
Tit. orig.: Die Rote

La rossa / Alfred Andersch. – 1. ed. – A. Mondadori, 1967. – 275 p.
(Gli Oscar; 93)
Tit. orig.: Die Rote

La rossa / Alfred Andersch; [trad. di Ervino Pocar]. – Milano: Club degli editori, 1976. – 256 p.
(‘900 [Novecento]; 260)
Tit. orig.: Die Rote

Zansibar ovvero l’ultimo perché: romanzo / Alfred Andersch. Trad. di Italo Alighieri Chiusano. – Milano: Mondadori, 1959. – 205 p.
Tit. orig.: Sansibar oder der letzte Grund

Premio Fontane, 1964. Alfred Andersch e Arno Schmidt. Ingeborg Bachmann e Alfred Andersch

Premio Fontane, 1964. Alfred Andersch e Arno Schmidt. Ingeborg Bachmann e Alfred Andersch

Rainer Malkowski, Stelle

Malkowski_Sterne

Dieci anni fa, il 1° settembre 2003, moriva a Brannenburg am Inn Rainer Malkowski, poeta tedesco nato a Berlino nel 1939. Già negli “anni meravigliosi”, negli anni Settanta del 20° secolo, aveva pubblicato i suoi primi volumi di liriche: Was für ein Morgen (Che mattina) nel 1975 e Einladung ins Freie (Invito all’aperto) nel 1977, entrambi con la casa editrice Suhrkamp di Francoforte sul Meno. Dalla produzione di Malkowski scelgo la poesia Sterne, Stelle, apparsa postuma nel 2004 nella raccolta Die Herkunft der Uhr e qui riportata nell’originale e nella mia traduzione.

Rainer Malkowski

Sterne

Zu wenig Zeit genommen
für die Betrachtung der Sterne.
Ich rede nicht von Teleskopen.
Ich spreche von einer Dachluke
in einer ganz gewöhnlichen
wolkenlosen Nacht.
Vom Heimweg zu später Stunde,
nur flüchtig aufschauend,
den Schlüssel schon im Schloß.
Nicht, was ich nicht weiß,
reut mich.
Mich reut
der nachlässige Gebrauch
meiner Augen.

(da: Rainer Malkowski, Die Herkunft der Uhren. Gedichte, Carl Hanser Verlag, München/Wien 2004)


Stelle

Troppo poco tempo speso
per la contemplazione delle stelle.
Non parlo di telescopi,
parlo di un abbaino
in una notte come tante
senza nuvole.
Del ritorno a casa
a un’ora tarda,
guardando solo di sfuggita,
la chiave già nella toppa.
Non mi pento
di quello che non so.
Mi pento
dell’uso sciatto
dei miei occhi.

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Rainer Malkowski (26/12/1939 Berlin-Tempelhof – 1/9/2003 Brannenburg am Inn), scrittore tedesco, ha pubblicato in vita diverse raccolte di poesia. Nel 1979 è stato ospite dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo a Roma. Al soggiorno romano nel 1981 risale Das Ostia-Problem (“Il problema di Ostia”), testo apparso poi nella raccolta Das Meer steht auf (“Il mare si solleva”) del 1989. Die Herkunft der Uhr (“L’origine dell’orologio”) è una raccolta apparsa postuma nel 2004 presso la casa editrice Hanser.

Reiner Kunze, un giorno su questa terra

Reiner_Kunze_ein_tag_auf_dieser_Erde

Reiner Kunze, un giorno su questa terra

Reiner Kunze è nato il 16 agosto 1933. Oggi, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, propongo la lettura di alcune sue poesie tratte dalla raccolta ein tag auf dieser erde, “un giorno su questa terra”, pubblicata nel 1998 dalla casa editrice Fischer. (a.m.c.)

dalla sezione: spaziergang zu allen jahreszeiten (passeggiata in tutte le stagioni)

IN ERLAU, WORTFÜHLIG

Wir schlafen, die wange am fluß,
an der unbeirrbarkeit des wassers

Doch immer öfter liegen wir wach
um halt zu finden an der stille

Abseits der wörter
von den wühltischen der sprache

Vor dem haus, in der astgabel der eibe,
brütet die amsel unhörbar gesang aus,

und die glocke von Pyrawang jenseits des stroms
bucht ab von der zeit

(p. 9)

A ERLAU, CON I SENSI DESTATI ALLA PAROLA

Dormiamo, con la guancia al fiume,
all’incrollabilità dell’acqua

Eppure sempre più spesso vegliamo, stesi,
per trovare appiglio nel silenzio

Lontano dalle parole
dei banchi di merce in svendita della lingua

Davanti alla casa, nella forcella del tasso,
il merlo, impercettibile,  cova canto,

e la campana di Pyrawang al di là del corso d’acqua
addebita sul conto del tempo

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione: kreuz des südens (croce del sud)

KIRSCHBAUM IN KIOTO

Von menschenhand
zweig für zweig
eingeflochten in den himmel

Die götter wandeln
auf blüten

(p. 48)

CILIEGIO A KIOTO

Creato dalla mano dell’uomo
ramo per ramo
intrecciato verso il cielo

Gli dei vanno a spasso
su fiori

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione: die mauer (il muro)

DEMONSTRANTEN

In der faust
eine kerze

Für den sturz!

Bedacht,
daß aufs Straßenpfaster
kein wachs tropft

Niemand
soll stürzen

(p. 59)

MANIFESTANTI

Nel pugno
una candela

Per la caduta!

Attenzione,
che sul selciato
non goccioli la cera

Nessuno
deve cadere

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione: komm mit dem Cello (vieni col violoncello)

MÜNZE IN ALLEN SPRACHEN

Wort ist währung

Je wahrer,
desto härter

(p. 83)

MONETA IN TUTTE LE LINGUE

La parola è valuta

Quanto più vera,
tanto più forte

(traduzione di Anna Maria Curci)

dalla sezione:  ein tag auf dieser erde (un giorno su questa terra)

I
Früh, vor dem offenen fenster,
läutet der rehbock, das seil im maul,
den apfelbaum

Du störst den fledermausschlaf
der watestiefel, die an der wand
schaftüber hängen,

und schulterst den fischkorb

Die rute, das wünschelholz,
schlägt aus
nach dem bach

In den wiesensenken steht
ein äschenschwarm von nebeln, die hohen
rückenfahnen wehn

Die mannshohe nessel
brennt dir ein, daß du lebst

(p. 95)

I
Presto, la mattina, davanti alla finestra aperta,
il capriolo suona, con la fune in bocca, il campanello
dell’albero di mele

Tu disturbi il sonno da pipistrello
degli stivali da pescatore, appesi alla parete
per i gambali,

e metti in spalla la cesta per il pesce

la bacchetta, il legno del rabdomante,
devia
verso il ruscello

Negli avvallamenti dei prati sta
un banco di temoli di nebbie, le alte
bandiere dorsali sventolano

Ad altezza d’uomo l’ortica
ti imprime a fuoco che tu vivi

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Reiner Kunze, «nato a Oelsnitz in Sassonia nel 1933 da famiglia operaia, era già in dissenso con il regime dal 1959, quando per motivi politici era stato costretto ad abbandonare la carriera accademica. La trasmissione alla radio di alcune poesie d’amore scritte da Kunze aveva costituito il pretesto per organizzare una campagna diffamatoria contro l’autore, all’epoca giovane assistente all’Università di Lipsia. Kunze fu accusato di attività controrivoluzionaria e di tradimento della patria socialista e sottoposto a un vero e proprio linciaggio: in un’assemblea, uno studente che si era sempre mostrato devoto verso il maestro, aggredì Kunze con gli sputi; durante il discorso in propria difesa, Kunze perse i sensi e restò malato per mesi; studenti e assistenti che avevano simpatizzato con lui furono sottoposti a rappresaglie. Secondo le parole dell’autore stesso, il 1959 costituì per la sua biografia ‘l’ora zero’: in quell’anno egli sperimentò in prima persona l’irredimibile violenza ideologica del nuovo regime e, al contempo, grazie a un felice evento inaspettato, entrò in una nuova fase della propria esistenza. Grazie a quella fatale trasmissione radiofonica, Kunze ha infatti modo di conoscere la propria moglie, la dentista ceca Elisabeth Littnerová: l’autore soggiorna tra il 1961 e il 1962 in Cecoslovacchia, dove frequenta il vivace ambiente letterario locale, inizia a tradurre poeti cechi contemporanei (Jan Skácel, Vladimír Holan, Antonin Brousek) e ha modo di risollevarsi dalla grave crisi che aveva vissuto dopo l’allontanamento dall’Università di Lipsia. «Il mio debito verso la Cecoslovacchia è quasi incalcolabile. All’epoca significò per me una sorta di risurrezione umana», ebbe a confessare più tardi l’autore in un’intervista. È comprensibile, pertanto, che Kunze abbia vissuto la repressione della Primavera di Praga con particolare intensità emotiva e intellettuale: Kunze, che dal 1962 risiedeva con la famiglia a Greiz, in Turingia, esce in segno di protesta dalla SED dopo l’ingresso delle truppe del patto di Varsavia a Praga il 21 agosto 1968. Da quel momento le sue poesie scompaiono dalle antologie, gli incarichi di traduzione dal ceco vengono revocati e il suo nome è completamente ignorato». (da: Paola Quadrelli, «Il partito è il nostro sole» La scuola socialista nella letteratura della DDR. Aracne, Roma 2011, pp. 139-140)

Reiner Kunze (foto dpa)

Reiner Kunze (foto dpa)

Gli anni meravigliosi #19: Horst Bienek

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

zilpzalp2010

La diciannovesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” è dedicata a Horst Bienek e, in particolare, a un suo componimento del 1974, Wörter.

Horst Bienek, Wörter

Wörter
meine Fallschirme
mit euch
springe
ich
ab

Ich fürchte nicht die Tiefe
wer euch richtig
öffnet

schwebt

 

Horst Bienek, Parole

Parole
i miei paracadute
con voi
salto
giù
io

non temo la profondità
chi correttamente
vi apre

fluttua

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Workuta

Horst Bienek nacque il 7 maggio 1930 a Gleiwitz (oggi Gliwice, in Polonia) nell’Alta Slesia. Costretto a lasciare la regione natale nel 1946, all’indomani del secondo conflitto mondiale, visse prima a Köthen, nell’Anhalt, e poi a Potsdam, dove collaborò alla “Tagespost”, pubblicando le sue prime poesie. Nel 1951 fu scelto da Brecht per far parte della classe degli allievi particolarmente meritevoli al Berliner Ensemble. Nel novembre dello stesso anno fu arrestato e un anno dopo fu condannato a venti anni di lavori forzati per propaganda antisovietica e per presunto spionaggio in favore degli Stati Uniti. Fu deportato nel campo di lavoro forzato di Workuta, oltre il Circolo Polare Artico, dal quale tornò, in virtù di un’amnistia, dopo quattro anni. Nel 1955 si trasferì nella Repubblica Federale Tedesca, lavorò prima come redattore per le trasmissioni culturali presso l’emittente Hessischer Rundfunk, per poi dedicarsi all’attività di libero scrittore dal 1968, anno in cui stabilì la propria residenza nei pressi di Monaco di Baviera. Tra i suoi romanzi va menzionato Die Zelle (La cella), del 1968.

Nel 1990, in occasione della Fiera del libro di Lipsia, fu chiesto a Bienek  perché non avesse mai scritto della sua vita a Workuta. Bienek non rispose, ma si mise all’opera. Proprio al resoconto dei suoi anni nel gulag stava lavorando, quando, il 7 dicembre, Bienek morì per le conseguenze dell’AIDS. Lo scrittore Michael Krüger ha raccolto i frammenti lasciati da Bienek, ne ha curato l’edizione, ne ha scritto la postfazione e, all’inizio di questo anno 2013,  il volume Workuta di Horst Bienek è stato pubblicato per i tipi della casa editrice Wallstein di Göttingen.

Se c’è una traccia sonora per la vita e per l’opera di Horst Bienek, questa è, a mio parere, il brano degli Area Return from Workuta, dall’album del 1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!

© Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi #18: Oskar Pastior

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Pastior_copertinaLa diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

 

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«. Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985), Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci

Gli anni meravigliosi #17: Erich Fried

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Fried_Lebensschatten

La diciassettesima tappa della rubrica propone un testo di Erich Fried, poeta divenuto famoso per le sue Liebesgedichte (“Poesie d’amore”), raccolta del 1979. Il testo presentato qui è invece tratto dalla raccolta Lebensschatten, del 1981. Il titolo della raccolta (“Ombra della vita”) si richiama apertamente all’ultima silloge del poeta Georg Heym, Umbra vitae. Fried aggiunge, tuttavia, un ulteriore senso alle ombre: oltre a quelle gettate dal passato sul presente, si allude qui ad altre ombre che, in nome di altri, dovremmo lanciare. In tal senso la raccolta Lebensschatten si ricollega a quella del 1978, 100 Gedichte ohne Vaterland (tradotta in Italia da Gabriella Napoli Rovagnani e pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo Cento poesie senza patria), nella quale Fried affronta i temi scottanti degli anni di piombo – penso in particolare alle liriche Auf den Tod des Generalbundesanwalts Siegfried Buback e Die Anfrage. L’attività di traduttore di Shakespeare, T.S. Eliot, Dylan Thomas, Edith Siwell, David Rokeah lascia le sue tracce, solide e nella direzione di una pluralità dell’ascolto, anche nella raccolta Lebenschatten.

Disposizioni

Si dice
che il poeta
è uno
che mette insieme
parole

Non è vero

Un poeta
è uno
che le parole
grosso modo
assemblano

se ha fortuna

Se è sfortunato
le parole
lo squartano

Fügungen

Es heißt
ein Dichter
ist einer
der Worte
zusammenfügt

Das stimmt nicht

Ein Dichter
ist einer
den Worte
noch halbwegs
zusammenfügen

wenn er Glück hat

Wenn er Unglück hat
reißen die Worte
ihn auseinander

Erich Fried, dalla raccolta Lebensschatten, 1981
(traduzione di Anna Maria Curci)

Gli anni meravigliosi #16: Irmtraud Morgner

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Morgner_TrobadoraLa sedicesima puntata della rubrica propone la lettura di un brano dal romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, che Irmtraud Morgner, nata anche lei, come Reiner Kunze, nel 1933, pubblicò nel 1974. Il brano, nel quale è quasi esclusivamente la virgola a scandire l’usuale (“gewöhnlich” è il termine usato da Morgner) corso-decorso delle pratiche di squadratura-commento a voce alta – avvicinamento, percorre e capovolge, con toni in perfetto equilibrio tra frizzante e caustico. fischiettando e mordendo, dunque,  la scala dei rituali di approccio tra gruppo e individuo, identificato come obiettivo (preda?).

L’altro giorno, mentre la nostra brigata femminile beveva un cappuccino all’Espresso di Alexanderplatz, nel locale è entrato un uomo dall’effetto benefico per i miei occhi. Per questo motivo ho percorso su e giù, fischiettando, una scala musicale, guardandomelo bene, anche qui, dall’alto in basso. Quando è passato accanto al nostro tavolo ho detto «Caspita!», dopo di che la nostra brigata si è soffermata a parlare dei suoi piedi, ai quali mancavano i calzini,  il giro vita l’abbiamo stimato sui settanta, l’età sui trentadue, la camicia proveniente da un negozio “Exquisit”, faceva intravedere il profilo delle scapole, cosa che lasciava supporre un fisico molto magro, la forma stretta del cranio con le orecchie sporgenti, i capelli dal colore opaco, che un qualche barbiere dell’estrema periferia del mondo gli aveva rasato sulla nuca, col risultato che la parrucca non gli arrivava al collo della camicia, la qual cosa è la mia specialità, per il portamento errato delle belle spalle consigliai il canottaggio, poiché il tipo si era seduto in un angolo del locale dovevamo parlare a voce molto alta. Feci servire a me e a lui una doppia vodka e brindai alla sua salute, quando lui voleva addossare la presunta svista alla cameriera. Più tardi mi avvicinai al suo tavolo, mi scusai, dissi che dovevamo esserci conosciuti da qualche parte e occupai la sedia accanto alla sua. Allungai al signore la lista delle bevande e chiesi che cosa desiderasse. Dal momento che non voleva niente, ordinai tre giri di Sliwowitz e lo minacciai di ritorsioni nel caso in cui mi avesse offeso non bevendo. Sebbene il signore non fosse né grato né dilettevole, ma senza parole, pagai tutto e lo accompagnai fuori dal locale. Sulla porta lasciai scivolare, come per caso, la mia mano su una natica per verificare se la struttura dei tessuti fosse a posto. Non rilevando difetti, chiesi al signore se avesse piani per la serata e lo invitai al cinema‚ ‘International’. Una tensione interiore, che segnava, in crescendo, il suo volto grazioso, lo deformò ora in una smorfia, riuscì finalmente a liberare lo sconcerto e la lingua, quindi il signore disse: «Senta un po’, lei ha dei modi inauditi». – «Usuali», replicai, «solo che lei non è abituato a nulla di buono, perché non è una signora».

Irmtraud Morgner
(traduzione di Anna Maria Curci)

Als neulich unsere Frauenbrigade im Espresso am Alex Kapuziner trank, betrat ein Mann das Etablissement, der meinen Augen wohltat. Ich pfiff also eine Tonleiter ‘rauf und ’runter und sah mir den Herrn an, auch ‘rauf und ‘runter. Als er an unserem Tisch vorbeiging, sagte ich »Donnerwetter«. Dann unterhielt sich unsere Brigade über seine Füße, denen Socken fehlten, den Taillenumfang schätzten wir auf siebzig, Alter auf zweiunddreißig, das Exquisitenhemd zeichnete die Schulterblätter ab, was auf Hagerkeit schließen ließ, schmale Schädelform mit ‘rausragenden Ohren, stumpfes Haar, das irgendein hinterweltlerischer Friseur im Nacken rasiert hatte, wodurch die Perücke nicht bis zum Hemdkragen reichte, was meine Spezialität ist, wegen schlechter Haltung der schönen Schultern riet ich zum Rudersport, da der Herr in der Ecke des Lokals Platz genommen hatte, mußten wir sehr laut sprechen.  Ich ließ ihm und mir einen doppelten Wodka servieren und prostete ihm zu, als er der Bedienung ein Versehen anlasten wollte. Später ging ich zu seinem Tisch, entschuldigte mich, sagte, daß wir uns von irgendwoher kennen müßten, und besetzte den nächsten Stuhl. Ich nötigte dem Herrn die Getränkekarte auf und fragte nach seinen Wünschen. Da er keine hatte, drückte ich meine Knie gegen seine, bestellte drei Lagen Sliwowitz und drohte mit Vergeltung für den Beleidigungsfall, der einträte, wenn er nicht tränke. Obgleich der Herr weder dankbar noch kurzweilig war, sondern wortlos, bezahlte ich alles und begleitete ihn aus dem Lokal. In der Tür ließ ich meine Hand wie zufällig über eine Hinterbacke gleiten, um zu prüfen, ob die Gewebestruktur in Ordnung war. Da ich keine Mängel feststellen konnte, fragte ich den Herrn, ob er heute abend etwas vorhätte, und lud ihn ein ins Kino ‚International’. Eine innere Anstrengung, die zunehmend sein hübsches Gesicht zeichnete, verzerrte es jetzt grimassenhaft, konnte die Verblüffung aber doch endlich lösen und die Zunge, also das der Herr sprach: »Hören Sie mal, Sie haben ja unerhörte Umgangsformen.« – »Gewöhnliche«, entgegnete ich, »Sie sind nur nichts Gutes gewöhnt, weil sie keine Dame sind.«

Irmtraud Morgner
(da: Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura, Luchterhand 1974)

 

Irmtraud Morgner (Chemnitz 1933 – Berlino 1990) appartiene, come Reiner Kunze, al gruppo di scrittori nati nel 1933.  Nell’Enciclopedia delle donne, la voce “Irmtraud Morgner”, curata da Monica Biasiolo e consultabile in rete qui fornisce informazioni importanti sulle traduzioni italiane e sulla ricezione in Italia di questa scrittrice. Insieme a Sarah Kirsch e a Christa Wolf, Irmtraud Morgner ha partecipato alla redazione del volume Geschlechtertausch, pubblicato in Germania nel 1980 e apparso l’anno successivo anche in Italia:  Sarah Kirsch/Irmtraud Morgner/Christa Wolf, Fulmine a ciel sereno: tre racconti di una mutazione di sesso, traduzione di Laura Fontana e Umberto Gandini, Milano, La tartaruga 1981. Il racconto di Irmtraud Morgner pubblicato in quell’antologia ha il titolo Gute Botschaft der Valeska in 73 Strophen (“Buona novella di Valeska in 73 strofe”). Sempre nel 1981, come ci informa la nota di Monica Biasiolo, appaiono in traduzione anche alcuni stralci del romanzo Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura: Vita e avventure della trobadora Beatriz secondo le testimonianze della sua musicante Laura (brani dal romanzo), traduzione di Lia Secci, in NuovaDWF 18 (1981), pp. 7-15.

Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz nach Zeugnissen ihrer Spielfrau Laura è il primo dei romanzi che compongono la trilogia Salman. La trobadora Beatriz de Día, che sospende la propria vita nel XII secolo con il desiderio di risvegliarsi un giorno in un mondo nel quale esiste un sistema politico che permetta la convivenza democratica di entrambi i generi, si risveglia prima del tempo dopo un lungo sonno, ritrovandosi prima in Francia, nel bel mezzo di eventi rivoluzionari, per spostarsi poi nella DDR, nel maggio 1968, anno cruciale nella vita reale dell’autrice, che rompe con la formula del realismo socialista presente nelle sue prime opere e inizia a sviluppare un proprio stile che caratterizzerà la sua scrittura a partire da questo momento. Nella seconda parte della sua trilogia, Amanda, ein Hexenroman (“Amanda, un romanzo di streghe”, 1983), Morgner fa resuscitare Beatriz e Laura, i personaggi principali di Leben und Abenteuer der Trobadora Beatriz, lasciando incompleta, a causa della sua scomparsa nel 1990,  la terza parte. Quest’ultimo romanzo fu pubblicato postumo nel 1998. (da: Olga Hinojosa Picón, La metamorfosis como instrumento político, social y cultural: El pensamiento utópico como alternativa a la realidad socialista en la República Democrática Alemana, in “Espéculo. Revista de estudios literarios. Universidad Complutense de Madrid”, 2011)