Giuseppe Ungaretti

I poeti della domenica #330: Antonio Conçalves Dias, Canzone dell’esilio

Canzone dell’esilio

La mia terra ha la palmiera,
Dove canta il sabià;
Qua anche trillano gli uccelli,
Ma il gorgheggio è un altro là.

Ha più stelle il nostro cielo,
I verzieri hanno più fiori
C’è più vita ai nostri boschi,
Vita là più trova amori.

Se di notte penso, solo,
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Ha la terra mia splendori,
Non li trovo uguali qua;
Se – di notte, solo – penso
Il piacere cerco là;
La mia terra ha la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Non permetta Iddio ch’io muoia,
Se non prima torni là;
E rigoda gli splendori
Che qua mai non troverò;
E riveda la palmiera,
D’onde canta il sabià.

Antonio Gonçalves Dias
Traduzione di Giuseppe Ungaretti
Edizione di riferimento: Ungaretti. Un’antologia delle opere a cura di Leone Piccioni, Arnoldo Mondadori editore 1971, pp. 234-235

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I poeti della domenica #329: Giuseppe Ungaretti, Terra

Ungaretti con la gatta Kiki, regalo di Moravia
(L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Terra

Potrebbe esserci sulla falce
Una lucentezza, e il rumore
Tornare e smarrirsi per gradi
Dalle grotte, e il vento potrebbe
D’altro sale gli occhi arrossare…

Potresti la chiglia sommersa
Dislocarsi udire nel largo,
O un gabbiano irarsi a beccare,
Sfuggita la preda, lo specchio…

Del grano di notti e di giorni
Ricolme mostrasti le mani,
Degli avi tirreni delfini
Dipinti vedesti e segreti
Muri immateriali, poi, dietro
Alle navi, vivi volare,
E terra sei ancora di ceneri
D’inventori senza riposo.

Cauto ripotrebbe assopenti farfalle
Stormire agli ulivi da un attimo all’altro
Destare,
Veglie inspirate resterai di estinti,
Insonni interventi di assenti,
La forza di ceneri – ombre
Nel ratto oscillamento degli argenti.

Il vento continui a scrosciare,
Da palme ad abeti lo strepito
Per sempre desoli, silente
Il grido dei morti è più forte.

 

da Il Dolore (1937-1946), in Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, Mondadori, “I Meridiani” (I edizione), 2009, p. 278.

Le “parole salvate” di Goliarda Sapienza

Le ‘parole salvate’ di Goliarda Sapienza. Per fare un po’ di chiarezza su Ancestrale

di Fabio Michieli

 

 

Ruggiero Di Lollo una volta disse che Goliarda Sapienza «ha salvato tutte le parole che ha voluto salvare»; Di Lollo disse ciò riferendosi alla narratrice, alle molte parole con le quali Sapienza ha costruite non solo le pagine di L’arte della gioia, ma ogni pagina di ogni suo romanzo e ogni suo taccuino. Eppure, come più volte ho sostenuto, questo salvataggio risale a molto prima; risale alla frattura generatasi dalla morte di Maria Giudice, e per uscire dal lutto e prima ancora dalla fatica del lutto – un lutto lontano, archetipico, sigillato sin dalla scelta del suo nome da parte dei genitori – Goliarda Sapienza iniziò a scrivere poesie che la ricongiungessero con la parte di sé perduta anche attraverso il salvataggio di una lingua fondata su precise parole dal senso pieno, totale, mai abbozzatto, mitigato, ac­cennato, eluso o alluso: una lingua assoluta.
E quali sono queste parole salvate? Sono parole d’uso comune che in lei diventano indicatori tematici: sole, sangue, amore, pane, legno, corpo, madre, padre, figlio, figlia, luna (sempre con valenza negativa, come in Notte siciliana: «La luna mente/ La lingua fra le labbra/ Sanguina/ Sul silenzio convulso degli uccelli/ Dietro c’è un sole»), per dirne alcune, e tutte sempre afferenti alla quotidianità e provenienti da una lingua piana ma non popolare, affini quindi alla lingua della poesia del secondo dopoguerra che co­nobbe un progressivo al­lontanamento dalla necessaria oscurità della poesia italiana predominante tra le due guerre mondiali.

Ora che Ancestrale non è più una assoluta novità, e che della poesia di Goliarda Sapienza si è cominciato a scrivere con volontà critica, è giunto pure il momento di fare un po’ di chiarezza e, per esempio, smettere di contrapporre questa sua poesia alla stagione ermetica: è un antagonismo che non regge perché quando Ancestrale fu organizzato per la prima volta gli stessi protagonisti della seconda e più influente stagione ermetica avevano cessato di essere tali. Pure un esordiente Zanzotto aveva già iniziato a contaminare la koinè ermetica con massicce dosi di realismo storico. Luzi aveva virato verso una poesia più narrativa e meno debitrice del simbolismo. Montale aveva consegnato il suo terzo libro che è tutto fuorché ermetico.
Tirare in ballo gli oscuri versi ermetici per contrapporvi la luminosità di Sapienza equivale a indulgere nell’errore. Soprattutto se consideriamo i debiti contratti come lettrice con Ungaretti, Montale, Quasi­modo e Gatto; debiti “scolastici”, sia ben inteso.
Pensiamo, ed è un esempio tra i più lampanti, all’attacco di A mia madre e a quel «Quando» che sembra discendere direttamente dal «Quando» posto in apertura da Ungaretti nella sua poesia Nostalgia. L’invo­cazione è medesima, ed è innegabile la paternità ungarettiana dell’incipit per l’assidua frequentazione di Goliarda lettrice con la poesia di Ungaretti, salvo naturalmente il successivo sviluppo nelle consuete mo­dalità della prosodia della poeta siciliana, ferma restando la staticità evocativa e rappresentativa tipica del petrarchi­smo imperante anche nella tradizione primo novecentesca.

Altro mito da sfatare è quello della semplicità, della immediata chiarezza o comprensibilità, della poesia di Goliarda Sapienza. E chi scrive in questo momento è uno che in precedenza ha sempre appoggiato questa linea interpretativa, ma che dopo riletture continue, dovute anche a una sorta di convivenza con Ancestrale come conseguenza dello spettacolo Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza, ha negli ultimi due anni maturato un’altra visione d’insieme di questa poesia.
Tolto un gruppo non folto di componimenti, effettivamente immediati in conseguenza alla deriva narrativa o di un avvicinamento alla prosa, in linea col gusto corrente di non poca poesia tra la fine degli anni Cinquanta e i successivi Sessanta del secolo scorso, non pochi testi in realtà si propongono quali istanta­nee di un momento emotivo individuale per i quali, l’assenza di un contesto che ne chiarisca l’origine, si rende inevitabilmente vana ogni esegesi che espliciti il significato dei versi.
È questo di sicuro il caso di uno dei componimenti più oscuri, quasi ‘ermetico’ per scelte sintattiche messe in atto, presenti in Ancestrale:

Scialli neri parati contro il sole
precipitano il delitto. Un lutto stretto
avvolge i tetti il mare. I topi
assetati attendono il segnale, la risacca
col suo bottino d’alghe
cadaveri conchiglie.

Si tratta di un chiaro ricorso a un immaginario di simboli non certo afferrabili alla prima lettura, dove la presenza umana è relegata ai paramenti luttuosi o, per paradosso, ai corpi attesi perché privati della vita a causa di un naufragio probabilmente. Perché è di questo che la poesia di Goliarda Sapienza parla: di pescatori morti per annegamento, e che non tornando alle proprie case, hanno innescato la ritualità del lutto di una comunità. Prima ancora del significato, del senso della poesia, ossia di quell’elemento che in una tipologia di poesia che si vorrebbe chiara, comunicativa, dovrebbe giungere subito, arrivano le immagini, i simboli di una poesia che, invece, si propone proprio di esaltare tutta la sua forza evocativa con strumenti provenienti dalla poesia degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, attraverso anche l’eco pirandelliana. Una poesia, insomma, profondamente intrisa di riferimenti letterari.
Ciò che distingue questa poesia di Goliarda Sapienza da una poesia di Alfonso Gatto, per esempio, è il costante ricorso a un lessico comune piano, sorretto, però, da una tutt’altro che piana sintassi (l’uso tran­sitivo del verbo ‘precipitare’ ne è la riprova). L’evitare ogni aulicismo non è, e non può essere considerato, sinonimo di semplicità e comunicabilità.

Ciò che in sostanza Goliarda Sapienza salva è il lessico domestico ereditato di sicuro dalla madre, Maria Giudice, primo motore della poesia di Ancestrale; un lessico, come più volte ripetuto, molto semplice, piano, ribadisco non popolare, in cui agiscono però moltissimi altri elementi che denunciano comunque quella appartenenza borghese che fece sì che questo libro non fosse compreso a suo tempo.

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Coriandoli a Natale #1: Giuseppe Ungaretti, Natale

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Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Napoli, il 26 dicembre 1916

© Giuseppe Ungaretti, Natale, in L’allegria di naufragi, Firenze, Vallecchi, 1919.

“Varianze” di Maurizio Giudice (Giuliano Ladolfi Editore, 2015)

Maurizio Giudice, VarianzeAi margini non ci sono nomi, ma corridoi vuoti
e macchinette rotte.

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Da molto ripeto a me stesso che bisognerebbe continuare a pubblicare piccole plaquette di poesie invece di pseudo libri compiuti; accogliere meno l’estro ineducato di chi vuole a tutti i costi vedersi pubblicare un titolo uguale a tanti altri; educare, insomma, a misurare il proprio passo e il proprio respiro.
Ecco perché ho gioito per la pubblicazione di Varianze, di Maurizio Giudice, da parte di Giuliano Ladolfi: perché Ladolfi è un attento editore quando si assume tutta la responsabilità di un’operazione come questa (e la prefazione ne è testimone).
Attraverso tredici brevi poesie il catanese Giudice ci invita a riflettere sul senso di spaesamento, straniamento che coglie sempre chi si pone domande sull’esistere, sottraendo ogni elemento superfluo fino alla scarnificazione assoluta: è ciò che resta ciò che conta! E potrebbe trattarsi anche di un’interrogativa indiretta alla quale potrebbero rispondere i quattro versi di Valerio Magrelli posti in esergo («Questo per dire quanto / resta di qua della pagina / e bussa e non può entrare, / e non deve»), tratti da una poesia di Ora serrata retinae che era già una dichiarazione di poetica in quel folgorante attacco («Dieci poesie scritte in un mese / non è molto anche se questa / sarebbe l’undicesima. / Neanche i temi poi sono diversi / anzi c’è un solo tema / ed ha per tema il tema, come adesso»), e che ora viene assunta in toto da Giudice (se è lecito da parte mia dare questo valore a un esergo).
Detta così ogni cosa sembra ovvia, banale e soprattutto sa di già scritto e riscritto. Ma cos’è la scrittura se non riflessione e meditazione su un pensiero formatosi prima e che si tenta di fermare sulla carta, nella piena consapevolezza del fallimento («Il foglio che non ho saputo scrivere è stato usato / per appuntare verdure e numeri di telefono»)?
E allora si ricercano i mezzi per tenere a freno il rischio, arginare la materia: lo spazio e il tempo. Ridurre all’essenziale il ricorso alla parola senza correre il pericolo di mimare la lezione di Ungaretti (lontana anni luce), ma semmai distillando quella più luminosa di Luzi, ridotta all’osso.

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Permanenza

Non alle cose che verranno,
ma alla custodia di queste, al pane
mangiato in fretta, ai tuoi occhi vuoti
mentre parliamo d’altro.

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Così che il silenzio non basta,
bisogna raccontarlo, indicarvelo
col dito − un rumore
ininterrotto,
fermarsi: ecco.

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Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nel punto cieco degli occhi, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.

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*

Abbiamo attraversato vent’anni,
ma non sono serviti a renderci familiari.

Che il dolore non fosse una moneta di scambio
non ci è mai venuto in mente.

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Maurizio Giudice, Varianze, Giuliano Ladolfi Editore, 2015 (copertina)Maurizio Giudice
Varianze
Giuliano Ladolfi Editore
2015

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© Fabio Michieli     su Twitter @michielabio

In Apulien, 14 – Francesco Cagnetta

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quattordicesima tappa è dedicata a Francesco Cagnetta, nativo di Terlizzi.

Francesco_Cagnetta

Ho ascoltato per la prima volta nell’estate del 2015, tra i sassi di Matera, i versi di Francesco Cagnetta, chiari, ruvidi, diretti. La lettura, successiva all’ascolto, dei suoi inediti ha rafforzato l’impressione iniziale di un dettato sicuro che attinge a due fonti primarie: i viaggi quotidiani nelle letture amate – Vittorio Bodini innanzitutto – e l’altrettanto quotidiano duetto con un tempo storico vissuto per lo più come antagonista. Di qui l’alternanza, nei testi, di autoritratti che alla narrazione di allenamenti a un’opposizione, che si riconosce come strenua e vana, affiancano la constatazione, ridotta all’essenziale, di un’identità “disossata”,  e di precetti non privi di ironia, tutti – autoritratti e precetti – lanciati da avamposti scomodi, spogli, spolpati (il paesaggio delle Murge emerge qui, oltre che nelle immagini, anche attraverso scelte linguistiche legate a varietà di quell’area geografica), dinanzi a nemici che si sono resi invisibili. (Anna Maria Curci)

Alla mia stagione
facevano tremare i palazzi
scuotere gli arbusti di sussurri
e parole abbiette,
crocifiggere gli abissi
con la tempra della forca
e i confini della propria vigna.

Forse, che le tonache
non siano ancora dismesse.
Che il crepitio
sia del tutto indifferente
che la tenacia dei muscoli
sia rimasta sopita.

Che sia tutta colpa della foschia
frapposta tra lo sguardo ed i nervi.

*

Ho comprato attrezzi ferrosi
per allenare i muscoli
tutti i santi giorni.
Riscaldato il cuore
accelerato il battito
scandito
alle intermittenze della notte.
Ho la compostezza delle vene
espanse di bolle d’aria
che si fanno strada nel sottopelle
e nervi duri
da poter contrarre gli oceani.
Mi strozzo di fibre proteiche
ed alimenti ipercalorici
per ingrassare il temperamento
e la tenacia delle lame sottili
affilate per l’occasione.
Ho issato le bandiere di avvistamento
affinato i radar
e la percezione dell’olfatto.
Ho indossato l’armatura di frittura
l’elmetto di cartoccio
per la chiamata alle armi.

Ma qui il nemico non si vede! (altro…)

Su Poesia e Architettura

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“... L’architetto vero è un poeta che un giorno scoprirà in se stesso la presenza del domani nel nostro presente ...”

F. L. Wright

 

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Di Open Zona Toselli e delle sue iniziative vi abbiamo già parlato.
Il primo Talk, curato da Marina Gennari e Francesco Ricci, ha visto come protagonisti il poeta e docente Alessandro Fo, l’architetto Augusto Mazzini e Goffredo Serrini, architetto e poeta, in un confronto volto al tentativo di affrontare una possibile lettura della contemporaneità attraverso il rapporto tra le due discipline, evitando di cadere nella facile trappola della definizione di un rapporto esclusivamente “estetico”, là dove troppo spesso il termine “poetico” viene ridotto a categoria di giudizio.
Poetarum Silva era presente all’incontro in quanto media partner dell’evento; considerate quindi questo articolo come una relazione in progress su quanto accade in quel di Siena ma soprattutto un cortese invito a parteciparvi. Cogliamo l’occasione per ringraziare Alessandro Bellucci e Maria Gargano, ideatori dell’evento per averci invitato.

Tornando al presupposto iniziale, Carlo Scarpa cita:

“L’architettura può essere poesia?”. Certo. Lo ha proclamato F. L. Wright in una conferenza a Londra. Ma non sempre: solo qualche volta l’architettura è poesia. La società non sempre chiede poesia. Non bisogna pensare: “farò un’architettura poetica”. La poesia nasce dalle cose in sé… La domanda dovrebbe essere questa: “Quando è poesia una base attica e quando non lo è? Possiamo dire che l’architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia, come un bellissimo viso di donna. Ci sono forme che esprimono qualche cosa. […]”

Lo stimolo è importante e mette in evidenza una sua eccezionalità se si va oltre l’idea che la relazione tra le due arti spesso rimane funzionale, quasi artigianale, a partire dall’utilizzo di un lessico simile (metrica, composizione, struttura…). Nella nostra concezione comune di storia della letteratura non è difficile immaginare la Divina Commedia o l’opera petrarchesca come complesse strutture architettoniche così come l’architettura stessa segue una sua grammatica e una sua sintassi fino alla definizione di un suo “linguaggio”. Quel linguaggio messo per esempio in discussione da J. Derrida e dai primi interessanti esperimenti decostruttivisti di B. Tschumi e P. Eisenmann. Un’architettura costituita da una scansione di pieni e vuoti, come quella di Le Corbusier, può essere messa tranquillamente  in relazione con la definizione di uno “spazio poetico” come quello di Ungaretti (quello che poi Fortini definisce lo “spazio bianco”) . Ma anche in questa maniera si va a dimenticare uno dei concetti fondamentali citati da F.L. Wright; l’elemento comune non va cercato in una definizione estetica oggettuale, ma nel suo essere nel tempo, per non incorrere nel rischio che l’oggetto “poetico” (Poieo, appunto) non si riveli in realtà (sempre che si possa parlare di “realtà” in architettura come in poesia)  un oggetto inutile e insignificante, ma venga colto, per citare J. Baudrillard, nella sua “letteralità”: “… al di là del progresso, delle tecniche , dello sviluppo sociale e storico, l’oggetto architettonico, come evento che ha avuto luogo, non è suscettibile di essere interamente interpretato, spiegato“. D’altra parte, come ampiamente evidenziato da G. Bachelard, lo spazio architettonico assume una sua “poetica” in quanto luogo in cui nasce la poesia stessa. Ci si chiede allora se una poesia è altrettanto abitabile quanto una architettura; se un tentativo di mediazione l’hanno lanciato due architetti visionari come P. Scheerbart e F. Hundertwasser, una risposta “poetica” ci può arrivare sicuramente da un testo di Valerio Magrelli.

Bisognerebbe fare alla fine d’ogni libro
una piantina. Non un indice, piuttosto
una planimetria delle sue parti,
descrivendo le fondamenta,
i suoi diversi accessi, le stanze,
i servizi e i disimpegni.
Bisognerebbe precisarne anche
la capienza ed i costi, spiegando
l’ammontare della manutenzione nel tempo.
Svelare cosi l’ossatura del cantiere,
le sue membra nascoste
dal parametro della pagina.
Soprattutto sapere: quale
e quanto il materiale
(legname, pietre, tubature, cemento)?

Bibliografia

G. Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975
P. Scheerbart, Architettura di vetro, Adelphi, Milano 1982
J. Baudrillard, J.Nouvel, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Electa, Milano 2003
V.Magrelli, “Bisognerebbe fare alla fine d’ogni libro” in Ora serrata retinae, p. 67 di Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996;

Tornare Feriti Altrove: Ungaretti e l’esilio

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Quando mi capita di spiegare agli alunni un concetto apparentemente banale, cito spesso quello che diceva S. Agostino a proposito del Tempo: se ci penso per me è chiaro, ma se devo spiegarlo ecco che non lo è più. Ho provato qualcosa del genere parlando dell’esilio, non tanto l’esilio in senso stretto, geografico e politico, quanto quella forma di esilio psicologico e sentimentale che è tanto chiara se ci penso, ma appunto lo diventa meno se devo spiegarla agli altri. Va da sé che la seconda accezione si lega spesso alla prima, ma di fatto ne è indipendente, soprattutto in certa letteratura ottocentesca e novecentesca che ha visto proprio nell’esilio la metafora di una condizione assoluta. Ho provato a ritagliare questo tema in Ungaretti, avendolo intravisto nella sua prima raccolta, L’Allegria. Per farlo ho anche usato in maniera contrappuntistica alcune rappresentazioni dell’esilio rintracciate in altri autori.
Se riprendiamo Dante, il suo famoso esilio da Firenze ha ovviamente ancora i connotati della lotta politica. All’interno della profezia di Cacciaguida ne troviamo quasi una definizione: “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso XVII). L’esilio è dunque per Dante la condizione di chi ha scoperto quanto sia salato e cattivo il pane degli altri, e quanto risultino faticose da percorrere le scale che non ci appartengono: sul retro di quest’affermazione, leggiamo naturalmente com’è invece dolce il pane di casa propria e comode le scale. Un autore nato per così dire sotto il segno dell’esilio è Foscolo, che dopo i primi anni a Zante partirà per non farvi più ritorno, senza dunque più toccare le “sacre sponde” (sulla nascita del mito privato foscoliano, e sulla convergenza di questo con i valori estetici del neoclassicismo, ho già scritto qui). Se andiamo a Baudelaire, ecco che l’esilio si fa invece del tutto psicologico ed esistenziale: il poeta-albatro, “esiliato al suolo in mezzo agli scherni”, è ancora parigino tra i parigini, ma irrimediabilmente isolato e altrove nella nuova società borghese.
(altro…)

La Grande Guerra: poesia in trincea

grande guerra fonte archivio 14-18.it

grande guerra fonte archivio 14-18.it

La Grande Guerra: poesia in trincea

21 giugno. Rocca di Monfalcone. La mattina con l’alba ci si leva indolenziti: forse ci pesa nelle vene l’inerzia del giorno prima. Il caffè, buono, mi rianima un poco. Andiamo agli avamposti, questa volta a destra della Rocca. La linea è fuori del bosco, sul ciglio, dietro un muricciolo a secco, rafforzato da sacchetti a terra; pochi metri avanti, sul pendìo, son gettati alla rinfusa dei cavalli di Frisia. In linea, seminati a distanza, non ci stanno che pochi granatieri di guardia, tutti gli altri sono di qua, sulla pendice boscosa, nei ricoveri, pronti ad accorrere. La nostra squadra è, col capitano, al centro. Secondo il turno, l’uno o l’altro di noi porta gli ordini ai vari plotoni o serve di collegamento. Gli austriaci battono le nostre posizioni, ma ormai ci siamo abituati. Mi addormento sotto il mio ricovero: tre grosse pietre ad angolo, tronchi di pino intrecciati, di sopra, e coperti da altri sassi più piccoli e da sacchetti a terra. Mi sveglia lo schianto pauroso d’una granata e faccio giusto a tempo a uscire, ché una lavina di sassi e di schegge s’abbatte sul mio ricovero e lo fa in parte crollare. Bisogna ricostruirlo al più presto. Carlo, uscito dal suo, vistomi illeso, m’aiuta. Andiamo poi a prendere delle altre pietre per rafforzarlo. Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all’aperto, quanto può più vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la paura d’esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d’erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio.
Nel pomeriggio gli austriaci ci lasciano in pace. Possiamo persino allontanarci dalle nostre tane. C’è da vedere, poco distante, un grosso proiettile inesploso, adagiato sulla china, sopra un cespuglio, come un enorme sigaro nero e lucido. Tutti, a uno a uno, andiamo ad ammirarlo. Fa ancora paura; pur verrebbe la voglia di passarci sopra, leggermente, una mano, ma non ci si arrischia: il più piccolo impulso datogli può farlo sdrucciolare e scoppiare. Il capitano lo farà circondare da filo spinato, perché nessuno lo tocchi. Sono puerili forse, ma istintive ed umane codeste precauzioni da parte di morituri. Quanti di noi torneranno?
Più che la visita alla granata inesplosa, m’ha fatto piacere la passeggiata al varco. Il capitano ritorna da un giro d’esplorazione; lo vedo fermarsi davanti al suo ricovero; ansima un poco, appoggiandosi con tutto il corpo grosso al suo bastone, mi chiama con un cenno della mano e mi dice che a duecento passi c’è un varco nella pineta, da cui si vede benissimo Trieste. Mi sento sussultare il cuore, e il desiderio è tanto grande che mi faccio coraggio: gli domando se mi permette di andarci. Me lo permette e m’indica bene la posizione. Caro Capitano! M’affretto, giro, ritorno sui miei passi, temo di non trovarla, ma improvvisamente s’apre ai miei occhi il golfo di Trieste. Duino, Miramare, Trieste. La città si confonde con l’azzurro delle colline, ma ne riconosco ogni segno; vorrei esserle ancora più vicino, solo un attimo, per distinguerne le case e le vie. Nel palpito dell’aria che le sta sopra, immagino il respiro di mia madre. Sento con un senso misterioso che non è la vista e non è il tatto, ma è un complesso dei due, la presenza della nostra casa che ci aspetta. Non mi sazierei mai di guardare. A destra, sotto di me, la pianura friulana violacea nella nebbia. Il mio orologio segna le quattro.

Giani Stuparich, da: La guerra del ‘15

grande guerra fonte archivio 14-18.it

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*

 

Piero Jahier
Canto di marcia

Prima giornata di primavera. Giornata impegnativa.
Ora la stagione non potrà più tornare indietro.
È nato sole pulito e sano stamani.
E cresce sicuro, e s’infoca e vendicare la lunga angoscia invernale.
In questo suo giorno, quanta neve à colato! Solo più chiazze e lastroni che suonan vuoto al passo: già incavernati e minati.
E accanto all’ultimo bianco, i cittini alla ricerca del primo verde per insalata;
che lo dimenticano per il primo fiore;
fiore che dimenticheranno per tutti i fiori, che son tutti nuovi, che son tanti e tanti; che fan correre da uno all’altro colore;
che non c’entrano più nelle manine;
fiori tanti strappati con ansia; che però una lucertola sola basterà a far dimenticare;
finché sgusciano via piano piano − tutta la manciata − e diventan per terra le strisce di Puettino!
Onnipotente sole come fai dimenticare!
I morti son tutti sepolti.
E ha vinto l’anno chi ha vinto l’invernata.
Le case son tutte abbandonate.
Inutile casa di rifugio,
come sei triste e fumicata!
Ma noi sgomberiamo nel sole che ci rassicura;

Uscite! − perché le frane son tutte colate
.                è finita la vita scura…

Tutto ubbidisce il potente sole felice.
I bucati arretrati che infestonan di bianco la collina.
I rami capovolti che squillano sulle siepi.
Fin l’aeroplano nemico, che non potrà farci male; ch’è una vespina gialla incantata lassù nel bagliore.
E le donne che lavoravano arcigne, a lume di luna, per guadagnare: che son questi visi accoglienti, che son queste mani immerse nel fosso con soddisfazione, che son queste voci chiare a salutare.
Ciascuno trova una sua famiglia, in questa umanità rasserenata che ci viene a incontrare.
.                  Alla testa della colonna
anch’io vado incontro alle donne, che sono di tutti, siccome noi soldati non abbiamo nessuno, e saluto: Sani, femmene: o il magnifico saluto!

Nondimeno, siam passati attraverso la gioia con un pensiero riposto, noi alpini soldati.
Primavera; stagione di offensiva.
È venuta. Non potrà più tornare indietro.
Salutavamo tutto per l’ultima volta.
E mi è nato il «Canto di marcia» mentre salutavamo.

L’angelo verderame che benedice la vallata
e nella nebbia ha tanto aspettato
è lui che stamani ha suonato adunata
è lui che ha annunziato:

Uscite! perché la terra è riferma e sicura
traspare cielo alle crune dei campanili
e le montagne livide accendon rosa di benedizione

Uscite! perché le frane son tutte colate
è finita la vita scura
e sulla panna di neve si posa il lampo arancione

Ingommino le gemme,
rosseggino i broccoletti dell’uva
e tutti gli occhiolini dei fiori
riscoppino dal seccume

Si schiuda il bozzolo nero alla trave
e la farfalla tenera galleggi ancora sul fiato.

Scotete nel vento il lenzolo malato
e risperate guarigione
scarcerate la bestia e l’aratro
e riprendete affezione.

Uscite! perché la terra nera fuma tranquilla e sicura
ribrilla l’erba novellina
e sulla panna lontana riposa il lampo arancione.

Allora siamo usciti anche noi alpini soldati
la triste fila nera che serra con rassegnazione
ma quando il sole ci ha toccati
una voce ha alzato canzone :

chi ha chiesto alla rama di fiorire
e la zolla perché ha sgelato?
la cornacchia può restare o partire
e il cucú nessuno sa se ha cantato:

la terra alla femmina, la patria al soldato
questa è l’ultima marcia e andiamo a morire.

Ma perché siamo soli, perché partiamo
uscitel  tutte le creature
ma perché siamo tristi, perché abbandoniamo
salutateci pure.

 Siate la nostra donna, siate i nostri figlioli
scesi per incontrare
siate la nostra terra, siate i nostri lavori:
uscite perché  vi vogliamo amare.

Vengano le spose: lavía, lasciate il pratino
L’erba seccherà sola, ma noni ripasserà l alpino.

Splenda la falce pronta al fieno novo
e l’ultima nostra lepre sgroppi ancora dal covo.

Vengano tutti i bambini: solo per vederli sgranare

nel viso tanto sudicio i vetri degli occhietti fini
solo per potergli rispondere quando chiamano: pare!

Risuoni il zufolo fresco di selcio mondato
e la vena d’argento risbocchi dal nevato.

Vengano i nonni stracchi, ma: no stè a passar ani,
vecio, fin quando no semo tornadi.
E  vú. mare — Scusé e sani —

Poi, quando saremo passati, non vi allontanate:
fateci un ricordo immenso, alzate le mani,
richiamateci con un gran grido
perché siete voi che non potete vestire.

Allora — questa è l’ultima marcia —
ma non importa se andiamo a morire.

Quota 1016, Aprile.

(da: Piero Jahier, Con me e con gli alpini. Primo quaderno, «La Voce», 1920, pp. 101-108)

*

Luciano Folgore
Sveglia Sentinella

Sentinella notturna
lassù
taciturna
sopra la roccia scabra.
Vent’anni,
viso bianco,
occhi di fanciullo febbrile,
e la mano che stringe
il fucile;
e il pensiero che si perde
nell’immensità della notte.
Stanchezza di piombo
per tutte le membra
dopo un giorno di lotte.
Il sonno è d’intorno
morbidamente muto
come un tentatore velluto
che accarezza le palpebre.
Passano lembi di visione
dinanzi alle pupille
pesanti,
figure oscillanti,
profili sonnolenti,
tormenti di visi
che non si definiscono
mai.
Ecco i velari del sogno!
Troppo dolce dormire
anche su letti di pietra!
Gambe che s’abbandonano
sotto fardelli di torpore…
ma uno stormire d’abeti,
ma un fresco di vento
che palpita fra due’
capelli biondi,
snebbia un istante
la pesantezza accasciante
e un brivido di volontà
ridà
la rigidità
alla sagoma snella
di questa sentinella
della Patria.
Il nemico è là dietro.
Bisogna guardare,
bisogna ascoltare,
lucidamente.
Ma ancora il fumo del sonno
che monta.
Stelle filanti nei cieli,
veli di verde lontano,
pensieri e frammenti:
sua madre che veglia…
il pozzo
un singhiozzo…
quel compagno caduto…
con una palla in fronte…
due bimbi in un cortile
del paese…
un vaso di maggiorana…
e lei… lontana…
vestita di bianco…
fresca come una fontana…
Oh, finalmente!
Scalpiccii
rotolii di sassi
parole sconnesse;
bisbigli:
un altro prende il tuo posto
e tu che discendi a dormire
con un saluto all’Italia
laggiù.

*

Corrado Alvaro
A un compagno

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la morte
sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Dì loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

*

Giuseppe Ungaretti
da Il Porto Sepolto

.

Fase d’Oriente
Versa il 27 aprile 1916

.
Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

.

.

In dormiveglia
Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

.
Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
dalle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

.

.

da La Guerre

.                                    Militaires

.     nous sommes tels qu’en automne sur l’arbre la
feuille

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

***

Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
.
Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
.
Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
.
Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
.
La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
.

***

Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

***

Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

***

Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

***

Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

***

Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
.
Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
.
Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
.
Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
.
Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
.
***

Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

 ***

Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

«La forma dell’acqua». Conversazione con Franca Mancinelli di Lorenzo Franceschini

Mala kruna (Manni, 2007), è un libro d’esordio straordinariamente riuscito. La grande compattezza stilistica che abbraccia tutto il libro mostra un lavoro molto serio, col quale l’autrice ha saputo costruirsi quegli strumenti che le permettono di modulare il canto della propria esistenza.

Questo libro racconta la tua storia. Ha le caratteristiche degli scritti necessari, quelli che l’autore deve scrivere assolutamente. È stato davvero necessario per te scrivere questo libro?

Sì, con questo libro ho attraversato le mie ferite. E mi sono accorta soltanto dopo, quando era stampato, che in effetti un libro é una ferita rimarginata. Ho compreso anche un po’ l’incertezza a tratti ossessiva che mi aveva accompagnato nella stesura dei testi e poi nella costruzione di Mala kruna. In effetti per me un verso o una parola era una questione di vita, un po’ come lo era stato nel 2002, quando ho scritto i primi testi, la scoperta che non c’è dolore che non possa essere ruotato, capovolto, detto in diversi modi. Non c’è niente che possa inchiodarci, se noi usiamo la lingua siamo sempre in qualche modo vivi, in viaggio.Alcuni testi di questo libro li ho sentiti come se avessi dovuto tatuarli in me; proprio come quando si decide di fare un tatuaggio, la necessità di quel disegno o quel colore deve essere assoluta. L’incertezza che mi dominava nella scrittura e nella scelta delle varianti era dovuta anche al fatto che sentivo di lavorare sul mio corpo. Era come se lo stessi ricostruendo dopo una frana. Un’altra parola era un’altra vena.
Nella prima sezione, la più antica di Mala kruna, c’è sepolto un libro: una trentina e più di poesie narrative sull’infanzia, che hanno poi subito forti metamorfosi (nel senso dell’essenzialità e dell’elissi) o sono state abbandonate.

“Mala Kruna” è un bellissimo titolo, e tu lo hai raccontato nella poesia che apre il libro. Quell’espressione sembra una formula magica che rende possibile ritornare indietro nel tempo. Io ti ho sentito raccontare le circostanze in cui per la prima volta hai ascoltato quelle parole, e penso che conoscerne la storia non tolga nulla al loro fascino e al loro mistero. Vuoi raccontarcela?

Durante un viaggio in barca a vela che feci quando avevo diciassette anni, in un giorno di cattivo tempo ci fermammo in una piccola isola della Croazia di cui non ricordo il nome. Camminando per la strada principale di un paesino un’anziana mi si affiancò in una maniera così familiare che rimasi colpita, e mi disse queste due parole (mala kruna). Poi si fermò a guardare un foglio appeso sul lato della strada che annunciava una festa religiosa. Io pensai che mi avesse detto qualcosa di simile a “cattivo tempo”, come si usa a volte tanto per interloquire. Ma ero rimasta così folgorata da quell’incontro che il giorno successivo, in un mercatino, cercai un vocabolario di italiano e croato e lì trovai il significato di quella frase: mala significava piccola e kruna corona, anche corona di spine. Poi, a distanza di anni, ho deciso di aprire il mio libro con la poesia legata a questa vicenda e di intitolare il libro proprio Mala kruna. Non sono molto brava a trovare titoli e devo dire che questo ad alcuni non ha convinto. Ad ogni modo per me quella frase rappresenta un po’ l’inizio del viaggio; è un po’ come quando, nelle favole, il protagonista incontra una strega che dice qualcosa di vero sul suo destino, che annuncia una serie di prove da superare.

Parlami dell’esergo che apre il tuo libro, due versi della Divina Commedia, del canto di Ulisse: «né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ’l debito amore». Perché hai scelto questi versi?  

Il XXVI canto dell’Inferno è uno dei canti che amo di più. I suoi versi, insieme ad altri di Dante, Petrarca, Leopardi, li ho scelti fin dal liceo. Allora avevo l’abitudine di trascrivere i testi che più mi colpivano in un foglietto che portavo con me nelle passeggiate e nei giri in bicicletta serali, finché non li imparavo a memoria. Credo molto nell’importanza di avere nella memoria i versi per noi fondamentali. Si sciolgono nel nostro sangue, nella nostra voce, possono tornare a farci compagnia in ogni momento.
Quei tre versi del canto di Ulisse sono come un raccoglimento prima di un salto, un momento negativo prima dello slancio del viaggio. Ma estrapolati così come li ho riportati in epigrafe rappresentano, se ci pensi, un dramma, un trauma. In tutto il libro ho cercato la lingua per dire quello che sembra incomunicabile (il dolore e la perdita andrebbero urlati oppure mimati; quando trovano le parole sono già altro). Quando, a libro concluso e ormai deciso nella sua struttura, mi sono trovata di fronte a quei tre versi ho riconosciuto, con un sorriso, che dicevano tutto quello che io non riuscivo o non ero riuscita a dire. Credo anche che, in Mala kurna, più che un vero e proprio viaggio ci sia un continuo e ripetuto tentativo di andare, di fuggire, di staccarsi. Un passo che viene accennato, ma non compiuto. L’andare è già liberarsi, mentre io ritorno sempre nelle mie prigioni (anche per questo era giusto che l’epigrafe contenesse l’abbandono dei legami affettivi che può preludere ad una partenza, come alla presa d’atto di una tragedia).

Chi è il tu a cui ti rivolgi nelle tue poesie? A volte sembra che ti rivolga a te stessa.

Nella prima sezione il tu è essenzialmente la figura paterna e poi anche quella di una sorta di amore infantile. Questa figura giganteggia e occupa tutto il campo visivo fino a risultare confusa, evanescente. Mi è così vicina che, in effetti, come dici, è probabile che non la distingua da me: è quasi un prolungamento delle mie emozioni e dei miei sensi. Poi, nella sezione che contiene in qualche modo la prima adolescenza (il mare nelle tempie) e ancora di più in quella successiva (il treno del mio sangue), il tu è l’amato, l’altro che si vorrebbe unito in modo indissolubile, in una pretesa impossibile di comunicazione prima delle parole. L’ultima sezione invece è quella in cui più tento di uscire da questa sorta di dramma interiore per incontrare gli altri, nella loro realtà. Qui il tu si incarna in una serie di ritratti, in una breve galleria di persone attraverso cui ho tentato di guardare (sono le poesie che vanno da un solo viaggio eterno, questa luce a da questo appartamento barricato).

Sono riconoscibili dei poeti che hanno influenzato la tua poesia, pur se hai saputo dare ai loro versi il timbro personale della tua voce. Vuoi dirmi quali sono gli autori che pensi ti abbiano più influenzata?

Posso risponderti dicendo chi sono i miei amori indiscussi: Pavese che ho conosciuto in terza media ed è stato in qualche modo il mio primo amore (prima leggevo libri per ragazzi, Il conte di Montecristo, la triologia di Calvino…); e poi Pessoa che ho incontrato al liceo durante un’influenza. Ma Pavese è indubbiamente quello a cui devo di più. Gli anni poi dell’Università sono stati piuttosto deludenti. Immaginavo che scegliendo Lettere sarei potuta scendere nel cuore della mia passione e invece mi sono ritrovata in una sequenza scandita di titoli, di voti da segnare. Poi per avere di che vivere ho dovuto anche fare due anni e più di SSIS (da cui esco proprio ora). L’impressione generale è quella di essermi inaridita e di avere perso quella ricchezza che avevo al liceo, quando passavo i miei pomeriggi a leggere Proust, Dostoevskij e gli autori che trovavo nella biblioteca di mio padre prima e poi in libreria.

Tu usi il verso libero, ma il tuo metro è come un approssimarsi a settenario ed endecasillabo, metri che costituiscono un fermo riferimento per il ritmo dei tuoi testi. Soprattutto l’endecasillabo è come il tema iniziale su cui poi si intessono le variazioni. È una scelta voluta, nata dalla volontà di agganciare la tua vicenda terrena a qualcosa di eterno, o è il risultato inconscio di quella che Ungaretti chiamava “l’indole dell’italiano”: la nostra inclinazione naturale all’endecasillabo? O neanche questo?

Forse nella metrica ho trovato un appiglio alla mia incertezza. Il fatto di scoprire che il verso su cui stavo lavorando era un endecasillabo o un settenario, mi era, soprattutto all’inizio, di un certo conforto. Poi, andando avanti, è come se quel respiro si sia incamerato in me. Recentemente ho fatto caso a come certi luoghi che mi sono cari siano soggetti a frane (penso alle colline intorno a Fano, vicino a monte Giove, alla zona dell’Ardizio e poi anche al San Bartolo). Il terreno argilloso e il tufo si sbriciolano facilmente. Anche nei miei testi ricorrono spesso frane, “scuciture” e crolli improvvisi. Se penso alla metrica mi viene in mente allora quella rete metallica, sottilissima, che mettono nei dirupi per arginare e contenere le frane.

La seconda sezione del tuo libro, quella dedicata alla prima adolescenza, ha un verso che mi è piaciuto tantissimo: «Tutte cose che non nascono da me». Qui mi sembra che tu abbia identificato bene la natura dell’uscita dall’infanzia: l’identificazione delle cose esterne a noi e il riconoscimento del fatto che ci sono estranee. Puoi parlarmi di questo?

Sì, in effetti uscire dall’infanzia è proprio accorgersi che gli altri sono lontani, che per raggiungerli bisogna adoperare la lingua, e in un modo tale in cui non eravamo abituati (prima d’allora parlavamo con chi ci era familiare e anche fisicamente contiguo). Uscire dall’infanzia è ridisegnare i confini tra noi e gli altri; riscoprire e ristabilire le vicinanze e le lontananze. È un periodo denso di delusioni che ho attraversato dopo la laurea, quando si spezza quel velo che ci aveva protetti fino ad allora. Quel verso che citi è di una delle poesie più “ermetiche” del libro; volevo dire di come molte cose che ci accadono tornano con la regolarità di un’onda a batterci, a frantumarci. Noi non ne siamo responsabili (almeno apparentemente); registriamo soltanto l’accaduto come l’ennesimo incidente, l’ennesima ferita. È poi soltanto la consapevolezza che ci permette di guardare indietro il ripetersi di certe vicende, di scoprire il «tempo conficcato come seme rotto», come qualcosa che non nasce, non va avanti, resta nella sua lacerazione.

A leggerlo con attenzione, il tuo libro è davvero appassionante. Vi si leggono i segni di una crisi che viene superata, ma poi si ripropone con forza tremenda («ed ora che potrei / stringermi all’incubo che ho gridato / chiudo le arterie e torno / monca alla vita»). Sembra che alla fine di questo viaggio tu abbia ottenuto qualcosa: dopo tanto soffrire, la ragazza ha trovato una sua identità, la poetessa ha trovato una sua voce («ho la forma dell’acqua e un suono / come ogni animale un verso»). Hai acquisito una forma, ma, paradossalmente, la forma è quella dell’acqua, che non ha alcuna forma… è come se avessi trovato molto più di una forma statica, magari certa e definita, ma chiusa, sclerotizzata, e difficilmente adattabile alle catastrofi della vita. Forse la condizione che hai raggiunto è la possibilità di vivere in tante diverse condizioni, aprendoti al mondo. Un’apertura ottenuta con la certezza di te stessa, che hai conquistato scavando dentro di te e dentro il tuo passato. Infatti, ora il tuo presente ha dei punti fissi, perché hai inserito nel tuo passato come dei segnalibri cui puoi affidarti per trovare ciò che cerchi («come l’interruttore nella notte / che trovo accarezzando la parete / del mio vivere so dov’è l’amore / a tentoni ritorno a sedici anni»). Sottoscrivi questa mia lettura?

 Sì, anche se nell’ultima poesia che citi, la prima persona che parla è in realtà un amico. Questa è una di quelle poesie di cui ti dicevo prima, in cui cerco di dare la voce ad altri (che poi, inevitabilmente, mi somigliano, proiettano qualcosa di me). È vero quello che dici, c’è una sorta di progressione nel libro. Anche se parlavo, più che di un viaggio, di una sorta di partenza rinviata all’infinito, in effetti, qualcosa dalla prima all’ultima sezione è avvenuto. L’inquietudine che confusamente mi tratteneva, mi impediva (come nell’immagine delle barche e del sangue fermo nella prima poesia) è divenuta un dramma che ho attraversato, un dolore che ho percorso. L’apertura alla vita di cui parli, quel sentimento a volte anche euforico che mi prende e mi fa scorrere sulle cose con la “forma dell’acqua”, è lo stesso che c’è nella poesia e la ragazza arco che è una sorta di autoritratto. In quest’accoglienza, in questo sentire che ad ogni passo è possibile che accadano cose grandissime, la ragazza unisce due poli opposti, macerie e nascite, incontri e abbandoni. Perché aprirsi alla vita può essere un cancellare i propri confini, un’autodistruzione, ma anche divenire qualche cosa che contiene gli altri e li porta, “nel treno del proprio sangue”.

Ti ringrazio, Franca, sia per le tue risposte, sia per la serietà del tuo lavoro. Buona fortuna!

«Scirocco», n. 22, aprile-giugno 2008, pp. 86-89

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007). Suoi testi sono inclusi in diverse antologie. Un’anticipazione del suo secondo libro di versi, Pasta madre, è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di G. Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari. 

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Treviglio Poesia 2012

TreviglioPoesia 2012 parla, immagina e contamina

 

Dal 18 al 27 maggio torna il festival di poesia e videopoesia della bassa bergamasca,

che si allarga disseminando parole, immagini e performance per tutta la città.

 

 

Si svolgerà dal 18 al 27 maggio la sesta edizione di Trevigliopoesia (www.trevigliopoesia.it), festival di poesia e videopoesia ideato dall’associazione culturale Nuvole in Viaggio e organizzato con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del comune di Treviglio (Bg). In tempi di crisi, la manifestazione punta sullo spread artistico e allunga a dieci giorni la propria durata,  sparpagliando le proprie iniziative per tutta la città di Treviglio e puntando sul mescolarsi di parola poetica, immagini cinematografiche e peformance. Insomma, Trevigliopoesia 2012 parla, immagina e contamina.

Nel week-end del 18-20 maggio, i cortili poetici domineranno la scena. Si spazierà da Shakespeare alla poesia erotica, dal teatroconcerto agli spettacoli per bambini fino al cabaret, che animeranno alcune delle corti storiche della città. Ecco la contaminazione. Martedì 22 e giovedì 24 maggio, protagonista sarà l’immagine. Con la proiezione serale dei documentari Quattro giorni con Vivian e Ritratti – Andrea Zanzotto si racconteranno gli autori Vivian Lamarque e Andrea Zanzotto. A seguire, la proiezione dei nove finalisti del concorso internazionale di videopoesia la Parola Immaginata (giunto alla quinta edizione). I cortometraggi si possono votare online al sito www.videopoesia.org. La parola sarà il fulcro del secondo fine settimana della manifestazione. Il 26 e 27 maggio, la piazza Manara di Treviglio ospiterà una fiera dell’editoria di poesia, con sette editori di settore che esporranno e venderanno i loro libri, presentando ciascuno un autore nei caffè del centro. Alle 21.00 di domenica, Mariangela Gualtieri concluderà la sesta edizione del festival con il rito sonoro Bestia di gioia.

Per tutti i giorni della manifestazione saranno visibili nelle vie del centro gli scatti finalisti del concorso fotografico Avrà i tuoi occhi (terza edizione), quest’anno dedicata a Giuseppe Ungaretti, e le polaroid della mostra Istantanee poetiche, esposte dai negozianti in dieci vetrine. A completare il tutto saranno le azioni di guerriglia poetica, eventi estemporanei della durata di pochi minuti che, senza preavviso, animeranno alcuni luoghi trevigliesi al solito poco avvezzi alla poesia.

L’intento di Trevigliopoesia, nel 2012, è quello di coinvolgere sempre più Treviglio, facendo della poesia il linguaggio condiviso di un’intera città. Sarà Treviglio a parlare, immaginare, contaminare la sua realtà. Passanti, appassionati e cittadini non dovranno raggiungere gli eventi del festival, che invece verranno loro incontro nelle strade, nei cortili e nelle piazze. La poesia diverrà affare quotidiano ed escamotage che colorerà la città. Per dieci giorni almeno.

Il programma completo di TreviglioPoesia 2012 è consultabile all’indirizzo www.trevigliopoesia.it/programma.html – Tutti gli eventi sono a ingresso libero e gratuito.

Il programma in sintesi:
18-20 maggio – I cortili e le piazze della poesia (performance e spettacoli)
22 e 24 maggio – Videopoesia (documentari e videopoesie)
26-27 maggio – Microfiera del libro di poesia (editori in piazza, incontri, reading)
27 maggio, ore 21 (Chiostro della Biblioteca) – Reading di Mariangela Gualtieri

Per ulteriori dettagli e informazioni:

348-5225367 – Stefano Pini (Ufficio stampa)

associazionenuvole@yahoo.it

www.trevigliopoesia.it