Giuseppe Parini

Rispolverando i Sepolcri – di Andrea Accardi

foscolo

Se davvero esiste un nucleo fondativo, un centro propulsore dell’ispirazione di ogni grande autore, nel caso di Ugo Foscolo è senz’altro questo: la perfetta convergenza tra un immaginario d’epoca e un immaginario personale. La nascita su un’isola greca, la partenza definitiva e la formazione del mito privato segnano cioè un percorso esistenziale che rispecchia gli imperativi estetici del neoclassicismo: il recupero degli ideali antichi coinciderà dunque in Foscolo coll’andare a ritroso nella propria biografia. Il tema soggettivo dell’esilio si innesta così su una mitologia collettiva, in qualche modo complicandola: la nostalgia personale enfatizza infatti il rimpianto delle età perdute, così come il sentimento sempre più doloroso della scissione produrrà presto la transizione al romanticismo. L’originalità di Foscolo va rintracciata in questa nota intima, che risuona dentro la valorizzazione più austera dei valori classici, e lo rende un autore ricco, refrattario alle catalogazioni rigide: neoclassico, ma già romantico; composto, ma ferito. Come Leopardi più tardi sarà illuminista e romantico al tempo stesso.

Quest’idea di un ibridismo foscoliano è particolarmente valida se parliamo dei Sepolcri. Dal punto di vista dell’argomentazione, il carme ha da subito un andamento classico, che corrisponde alla figura retorica della correctio: Foscolo pone all’inizio un concetto, per poi capovolgerlo alcuni versi dopo. All’ombra dei cipressi e dentro le urne, è forse meno tremendo il sonno della morte, per i defunti stessi? Nient’affatto, non lo è, e tra l’altro neppure le tombe sfuggono alla forza devastatrice del tempo che passa, anch’esse vengono modificate e lentamente distrutte: «e l’uomo e le sue tombe/ e l’estreme sembianze e le reliquie/ della terra e del ciel traveste il tempo» (vv. 20-22). Mi dissocio qui da Pagliaro, secondo cui «la determinazione genitivale è da prendere in senso soggettivo: quello che la terra con i suoi terremoti e i suoi sconvolgimenti, il cielo con l’azione delle forze atmosferiche abbiano risparmiato». In realtà si tratta piuttosto di un genitivo oggettivo: ciò che della terra e del cielo appare nel breve tempo umano è comunque poca cosa, reliquia rispetto all’eternità, un’eternità non più metafisica, ma storica. Al verso 23 la correctio agisce: davanti al sepolcro, i morti continuano a esistere nel ricordo dei vivi, e chi resta gode ancora della presenza e dell’esempio di chi non c’è più. Sono queste le corrispondenze di amorosi sensi, Foscolo tiene duro sul materialismo. Lo fa in modo ancora più evidente molti versi dopo: «e chi sedea/ a libar latte e a raccontar sue pene/ ai cari estinti, una fragranza intorno/ sentìa qual aura de’ beati Elisi» (vv. 126-129). La similitudine («qual») parla chiaro: non ci sono più paradisi, è una risonanza tutta interiore e psicologica. Siamo già sulle soglie dell’analogia moderna.

Altrove Foscolo indulge al gusto pre-romantico per il paesaggio notturno, cimiteriale, cosparso di rovine: un nuovo tipo di Sublime europeo, che caratterizzerà il romanzo gotico. Una cagna si aggira affamata tra le tombe, mentre un’upupa balza fuori improvvisamente dal teschio in cui si era nascosta per evitare la luce della luna (vv. 78-86). L’immagine funeraria dell’upupa (che per Montale diventerà «ilare») è mediata dal Parini della Notte, ma alle spalle di entrambi c’è l’atmosfera dei Notturni di Young. Quando invece i morti venivano ancora seppelliti dentro le chiese, l’odore della decomposizione si mescolava all’incenso; i muri delle case erano decorati con pitture macabre; madri in preda a incubi si svegliavano così di soprassalto, per stringere i propri figli neonati (vv. 104-114). Sono tutte aperture, messe per così dire fra parentesi, verso altre possibilità di scrittura. Nella parte finale del carme campeggiano invece figure della classicità, soprattutto di matrice omerica. In particolare Cassandra diventa la vera portavoce del poeta, il suo doppio lirico. Nell’invocazione accorata della profetessa si nasconde quella di Foscolo stesso, soprattutto nella ripetizione patetica della medesima frase: «Proteggete i miei padri» (v. 275 e v. 279). Se l’imperativo plurale si rivolge a una comunità coesa nella cultura, temprata dai valori classici, la nota intima del possessivo sembra invece segnalare quell’interferenza col biografico di cui ho parlato all’inizio. I «padri» di tutti sono anche le radici personalissime di qualcuno. In un solo verso Foscolo ci fa intravedere il passaggio imminente dalla poesia civile all’individualismo romantico.

© Andrea Accardi

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