Giuseppe Nibali

Omaggio a Jolanda Insana

 

Jolanda Insana (fotografata da Dino Ignani)

Jolanda Insana (foto di Dino Ignani)

Perturbato infiammamento

Versi, pensieri, costruzioni per Jolanda Insana a due anni dalla scomparsa

Jolanda Insana l’ho scoperta grazie a un libricino di poesie e prose intitolato Satura di Cartuscelle. Là faceva il contrappunto al De amore di Andrea Cappellano, e con lingua affilata e infaticabile riesumava i propri morti dalle macerie del terremoto di Messina. Da lì è iniziato il lungo viaggio nei suoi versi, tra quei titoli evocativi e impareggiabili (Turbativa d’incanto, La stortura, La tagliola del disamore…) che, mentre venivano letti e molto amati, informavano l’occhio mai sazio che li percorreva come in preda a una febbre felice. Ma ignoravo che le ore passate in compagnia di quei libri dovevano preparare un incontro dalla doppia natura, segnando un inizio e un addio.
2016, è appena passata l’estate. Vengo chiamato a presentare una bella antologia di poesie sul tempo, alla Mondadori di via Piave, a Roma. Non c’è molto pubblico, l’evento è stato sponsorizzato in maniera pessima. In prima fila, Jolanda Insana siede vicino a Elio Pecora – entrambi partecipanti all’antologia. Si parla per quasi un’ora di fronte a molte sedie vuote, si termina l’incontro. Saluto Elio perché già lo conosco; lei no, Jolanda non l’ho mai vista fuori dal rettangolo dei video su Youtube. Ci presentiamo, tiene il viso così vicino al mio, ha un’intelligenza straordinaria negli occhi, un guizzo rarissimo e un sorriso furbo, d’intesa, di un’intesa istintiva. È felicissima, dice, perché “il prossimo anno io compio ottant’anni, e Sciarra amara ne fa quaranta”. Vuole festeggiare, ma non sa ancora come. Però si festeggerà, di questo è certa. È talmente contenta mentre inizia a progettare, ad architettare, e sembra di riuscire a vederle, idee allegre e luminose come bengala, salire dalla bianchissima nuvola elettrica dei capelli esibendosi in saettanti acrobazie. Pure, dice rivolta a me e a Elio, ha dei problemi di salute, “è il veleno delle sigarette”, una tosse che dura da un po’. Usciamo dalla libreria e ci salutiamo, ripromettendoci di sentirci presto. “Io sto in via dei Greci, conosci?” Certo che la conosco; c’è il Conservatorio in quella via tra il Corso e il Babbuino, e camminandovi si è sempre in compagnia di qualche musica di violino, o di pianoforte. In quella via ci sono passato in seguito moltissime volte, ogni volta pensandola. Ma la festa che tanto avrebbe voluta non c’è mai stata, perché il 27 ottobre 2016 s’è stutata la sua candela e via dei Greci ha perso la sua poetessa. Eccoci ora qui, due anni dopo, giovani nomi rispondenti a un invito (proprio come a una festa), per allumarne ancora la fiammella e fare “tappo” alla dimenticanza.

(Giorgio Ghiotti)

 

***

la verità non fluttua sulla terra

ha perso la scatola nera

e però m’afferro all’aquilone

passò di qui qualcuno?[1]

 

(Francesca Santucci)

[1] Quattro versi di Turbativa d’incanto (Garzanti 2012), tratti rispettivamente da: la verità non fluttua sulla terra (p. 13), sbreccata (p. 58), s’infossa il passo e traballa l’orizzonte (p. 7), intorcigliato porta al collo (p. 11).

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Poesie da “Come Dio su tre croci” di Giuseppe Nibali (Affinità Elettive Edizioni, 2013)

Giuseppe Nibali, Come Dio su tre croci

1.

Sottile
la siciliana
arte della sottrazione
l’estate puttana

.                               Nelle reti vuote
.                                              una mezza dozzina di mare
.                               distesa al sole
misera, misera
maledizione.

.

6.

Umidi i lampioni delle sei
la mattina del tuo addio
con appesa una bandiera di biancheria

già falliti i tentativi
di fermarti ai mandarini
e passati i pappagalli – i piombini
della pistola che serbavo
per i capricci d’ingranaggi.

Ma tu inseguivi le cavolaie
– Guarda! Attaccano i muri
.                                            muoiono dappertutto –

.

10.

Ti vedo in vita
in vitreo andare in cerca
sulle basole sconnesse
che dall’arsura del paese vanno
ai monti incanutiti

Un’insegna introduce i ricordi
la ruggine dei fratelli sui muri diroccati
dalla chiesa uno sbuffo
chiuso in una parola da rosario
“ora pro nobis” – il tuo cattolico viandare –
E donaci un vangelo crudo:

.                               “a cu da – a cu leva lu distinu
.                               e nun ci pari mai lu nostru dunu.

.

13.

Non di te, mai di te

crocefisso che squadri
noi penosi dietro ai muri
tutti sporchi di pensieri
senza spalle dove appendere
quelle voci, quel colore
di gesso.

Siamo noi adesso
a chiodarci i polsi
alle croci – noi ladroni
con la noia domenicale
che copre la televisione
spegne l’urlo al Golgota

e non vogliamo deposizioni.

.

18.

L’ultimo valoroso Orlando
nella spada il sangue
posto dei marciapiedi
la sabbia bianca di calce
sporcata ai silenzi

non c’è un futuro
che non sia di vigna
vergine d’adolescente incendio
non c’è uno sparo − m’insegnavi −
né una scarpa che non tenda
all’edera
che non perda inchiostro.

.

30.

Con le mani agli stracci
ridevi di gusto
dietro il briciato
legno, la croce
di labbra che tre volte
riapri.

Poi di notte
riscopri quel volto
che ha bocca di voce
lo tremi − lo soffi
lo riporti al passato.

 

.

.

Giuseppe NibaliGiuseppe Nibali, catanese, classe 1991, fresco dell’assegnazione del premio nazionale intitolato a “Elena Violani Landi”, sezione opera prima, proprio con la raccolta Come dio su tre croci, malgrado la giovane età non è nuovo alla scrittura poetica: anzi, la sua vita sembrerebbe in qualche modo essere stata destinata presto all’incontro con la poesia.
Anche in lui, come altre voci siciliane di questi anni, agisce in una certa misura il mito della terra natia visto con un misto di nostalgia e rabbia che trova espressione anche nel recupero della più popolare delle espressioni artistiche della sua Sicilia: i “pupi”. Sicché se improvviso compare Orlando, sappiamo bene che nel nome agisce la tradizione insieme alla più recente storia dell’isola; se compare il nome di Orlando è perché in esso riverberano le identità dell’io poetico; se, infine, compare il nome di Orlando è perché in esso coincidono origine e destino, passato e presente-futuro, padre e figlio.
Eppure è proprio in questa sorta di ponte con la tradizione (come fu in Bartolo Cattafi, giustamente ricordato nella postfazione da Bernardo Pacini) che troviamo la forza di un’espressione poetica che non si culla per niente nel ricordo, bensì interroga il tempo per spostare lo sguardo in avanti.
E se teniamo presente che questi frammenti di un poema dell’assenza prendono le proprie mosse dalla perdita del padre, sarà ancora più chiaro lo scarto di questa poesia rispetto a molte altre voci che affollano la poesia di questi ultimi anni. [fm]