Giuseppe Nava

La punta della lingua 2014

lPdL2014_2014_manifesto

 

 

La Punta della Lingua – Poesia Festival (IX ed.)

Ancona e Parco del Conero, 24-29 agosto 2014

PROGRAMMA

 

domenica 24 agosto

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 18.45: Reading di Durs Grünbein

In collaborazione con FAI Marche

Portonovo, La Capannina

ore 20.00: Cena a buffet

In collaborazione con Slow Food Ancona e Conero

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 21.30: Poeti da antologia

Reading di Milo De Angelis

Interventi musicali Cesare Malfatti (La Crus)

Introduce Massimo Raffaeli

In collaborazione con FAI Marche

lunedì 25 agosto

  (altro…)

Inediti di Giuseppe Nava

da “Nemontemi”

nemontemi
se ne va il veleno a poco a poco
da quei cinque giorni innominabili
si sposta l’asse delle cose amate e dà vertigine
per noi che ci vediamo nello specchio che fuma
si raggrumano risposte, si staccano le croste
dalla pelle tatuata, si incide la ferita
e si succhia via il veleno, a poco a poco,
non fa male dici, ma l’anno nuovo
deve ancora incominciare


*


cose, mi hai detto, che ho colto tra le spugne del sonno,
cose mai dette, infilate a forza in una ragione,
circoscritte allo schema, ridotte all’etichetta consueta
delle stagioni e le loro promesse, cose, che scivolano via
se l’incoscienza delle forme dona grucce o stampelle
a sorreggere il passo verso il nulla, cose,
che l’inciampo lascia a terra a sanguinare,
e con il sangue disegnarne la memoria che ogni volta
mi scuote la testa in una smorfia, un tic, un no
detto ad alta voce


*


oggi – oggi sono gli odori, nei corridoi e nelle androne
attirano attenzioni fuori luogo, marcano territori senza ricordi,
atrii e ventricoli di case e di arterie
non palpitano attese dietro le persiane, né il cono
di luce sulla tavola, d’inverno, nemmeno quello ritorna,
nemmeno per chi cerca la ferratura di ogni cosa
per condursi sano e salvo alla corrispondenza delle forme
e non sfaldarsi, non disperdersi in aria, essenza, odore


*


è buio e l’occhio addomesticato teme il rischio
di giocare troppo con la fortuna, una luce che filtra,
una fiamma fiammella fuoco fuochino cerino accendino
che guizza d’un tratto ma dove non sai –
lo scopo del gioco è restare nel gioco, di mano in mano
passa il fiammifero acceso al contrario e forse
lo puoi controllare, partita che si apre, luce che filtra
e la fine quali dita brucerà con lo zolfo?


*


un colpo di tosse, lo squasso dei bronchi, il corpo
che trema e non cede e che insegue il tuo corpo –
da quale tradizione di geni prendiamo il sapere,
l’agire e il malare, da quale testo mai scritto
abbiamo preso parole, m’hai scritto che tutto va bene
nei tempi e nei modi previsti da un male diverso
più a fondo nella gola, fin oltre i bronchioli,
in un’asma, una tosse, un respiro che manca
all’esame dei sintomi che ci hanno condotto qui


*


abbiamo tolto i lacci e le cinghie, abbiamo sciolto i nodi,
mollato le cerniere, abbiamo oliato i cardini e le maniglie,
abbiamo stappato le bottiglie, abbiamo aperto i rubinetti e le conserve,
parliamo a bassa voce ma noi non abbiamo paura degli spiriti
che passino pure, e passeranno, chissà se a meraviglia
resteremo a bocca aperta o se sapremo chiuderla e imparare
il momento giusto per poi dire


*


se basta un gesto, lo stomaco stretto al pugno,
la notte che passa senza sonno, se basta un gesto
che sposta l’aria della fine verso il centro del mondo,
l’elenco si può modificare ogni momento, i nomi
dei morti, di anni trentuno, di anni ventiquattro,
se basta un gesto chi può dire: io non c’entro,
non conosco nessuno, non è neppure il mio momento,
se basta un gesto come girarsi, gettare con noncuranza,
scrivere una volta di più o di meno, non dire
non guardare, non controllare se basta –
avremo presto il panico alle spalle –
qualcuno dirà perché non l’hai detto,
come potevo aiutarti, bastava dire,
bastava un gesto




Nota dell’autore
Nemontemi è una raccolta in fieri che prende piede dal concetto dello stesso titolo (per quanto provvisorio): nel calendario azteco l’anno era diviso in mesi da venti giorni, più altri cinque giorni per arrivare a 365. Quei cinque giorni erano chiamati appunto nemontemi, ovvero giorni vuoti, inutili. Erano considerati giorni infausti, le azioni quotidiane erano ridotte al minimo, tutti si chiudevano in casa e ai bambini nati in quei giorni veniva predetto un futuro disgraziato. D’altra parte erano necessari a far tornare i conti, a rientrare nel circolo del tempo e a ricominciare con un nuovo anno.” (Giuseppe Nava)

Una questione di Salute (da ARGO H2O)

Argo 18_H2O

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Una questione di Salute

 

(a Anna Toscano)

 

È una bellissima notte di giugno dell’anno 2012, l’ora in cui si accendono tutti i lampioni è passata da un po’. A Venezia, nei pressi della Salute, un uomo e una donna passeggiano tenendosi a braccetto. La donna indossa dei pantaloni blu scuro e una maglia in cotone dello stesso colore. L’uomo, una camicia azzurra e pantaloni chiari. La donna è la scrittrice americana Susan Sontag, l’uomo è il poeta russo Iosif Brodskij. Entrambi sono morti da diversi anni. Morti, almeno, nella maniera più tradizionale del termine. Quella che segue è la fedele trascrizione della loro conversazione.

Susan: Mio caro Iosif, l’avresti mai detto che ti saresti ritrovato in questa città, in piena estate?

Iosif: No, naturalmente. Conosci la mia insofferenza al caldo e la mia avversione per i turisti che girano seminudi per le calli. Troppo mobili rispetto a tutto questo marmo. Anatomicamente inferiori alle statue.

Susan: Ricordo, scrivesti di preferire la scelta al flusso e che la pietra è sempre una scelta. E l’acqua?

Iosif: L’acqua, dici? L’acqua è tutto. L’acqua è l’unica cosa che vince sul tempo. O, forse, è il tempo stesso. L’acqua può tutto e, qui, tutto riflette. Così come, a una certa ora del giorno, ogni meraviglia sul Canal Grande è restituita al suo doppio; allo stesso modo, l’acqua non può scegliere (nemmeno qui) di riflettere ciò che vuole ma soltanto ciò che può: ogni cosa.

Susan: Allora spiegami perché tornarci anche in questa stagione?

Iosif: Non ci torno, ho scelto di rimanerci. Tu piuttosto perché ci vieni ancora?

Susan (sorride): Dovresti saperlo, un anno intero a Parigi può essere noioso. E poi, ogni volta, torno a prendere una cartolina.

Iosif: Qualcosa che l’occhio possa contenere?

Susan: Qualcosa di più. Tutto ciò che l’occhio escluderebbe e che la laguna moltiplica per due. L’istante in cui un riflesso, o l’alzarsi e ritrarsi di marea, ti mostrano la meraviglia.

Iosif: Meraviglia già esistente, non trovi?

Susan: Sì

Iosif: Forse sarebbe meglio dire, piuttosto, che torni qui a riprenderti (o a registrare) un pezzetto di meraviglia.

Susan: Potremmo dire così, mio puntiglioso poeta, ah ah ah

Iosif: Ah ah ah. Hai ragione certe volte sono insopportabile. Quasi sempre, in realtà.

Susan: Non per me.

(I due amici passeggiano tra le piccole calli che si confondono tra la Chiesa della Salute e la Guggenheim.)

Susan: Hai visto in che calle siamo finiti? Ti viene in mente chi viveva qui?

Iosif: Oh, mio dio, sì! La moglie di Pound. Mi ricordo quando mi chiedesti di accompagnarti a casa sua. Il pistolotto che Olga Rudge ci fece in difesa (non richiesta) di suo marito, di come non fosse nazista e nemmeno antisemita; ma mi pare che ci salvasti con una battuta splendida.

Susan: Dici? Non ricordo bene. Ricordo, invece, come il suo tè non fosse un granché.

Iosif: Americani…

Susan: A chi lo dici…

(Ridono)

Iosif: Si sta bene stanotte, passiamo da Punta della Dogana?

Susan: Volentieri, adoro passare da lì. Non so perché mi viene in mente una tua poesia, una della serie di “Laguna”. Dunque, era così, se non sbaglio:

E, come un tintinnio di servizi da tè,

si sente il suono delle chiese veneziane

in una scatola di vite casuali.

Il polipo di bronzo del lampadario

nella specchiera fiorita d’erbe lacustri

lecca il letto umido, rigonfio

di lacrime, carezze, sogni sporchi

La ricordi, Iosif?

Iosif: Sì. Le poesie che hanno a che fare con Venezia sono quelle che ricordo meglio e più volentieri.

Susan: Ho sempre trovato geniali questi versi. Il come tu sia riuscito nominando oggetti, descrivendo una stanza d’albergo, a far sentire, a riprodurre il suono dell’acqua. Come se l’acqua fosse in quella camera.

Iosif: E c’era, Susan, eccome. L’unicità di questo posto, queste mura umide, i mattoni che amo più delle pietre, il dondolìo. Sentire che l’acqua fosse ovunque, sotto al letto mentre dormivo o sotto i tacchi mentre passeggiavo, mi ha mostrato con chiarezza la mia precarietà. Sensazione confortante. Siamo instabili come l’acqua. Sapere che in questo posto tutto dipenda ed è dipeso dall’acqua, ti si ficca dentro come un chiodo di ghiaccio. Qualunque cosa tu pensi o scriva, lo farai con l’acqua.

Susan: Una continua vibrazione, no? Ogni volta sei costretto a pensare che un niente basterebbe a portarti via. Anzi, venire qui è sempre stato portarsi via. Venire a Venezia è, contemporaneamente, scegliere la bellezza, raddoppiarne la visuale e poi farsi prendere alla gola, sgomenti, sapendo che ciò che amplifica lo stupore potrebbe sottrartelo in ogni istante. Dio mio, che luce che c’è su San Marco, da qui.

Iosif: E San Giorgio? Non bastano molte vite per meritarsi questa vista. Questo posto è immune a tutto e a tutti, fuorché a se stesso. Fossi rimasto in vita avrei continuato a venirci, ogni inverno, fino alla fine. San Pietroburgo non mi è mai mancata veramente, Venezia sì. E a te cosa manca, ti manca Annie? Tuo figlio?

(Mentre chiacchierano, superano Punta della Dogana e vanno verso le Zattere, passando davanti ai Magazzini del sale. Siamo a Fondamenta degli incurabili).

Susan: Terribilmente, ma più di tutto mi manca poter scrivere. Perché ogni volta che ho scritto anche una sola parola ho scritto anche a loro.

Iosif: Allora gli hai parlato per sempre.

(La Sontag sorride e si volta verso il Canale della Giudecca)

Susan: Sei caro. Lo spero, lo spero. Guarda come è piatto stanotte, guarda la luna sopra il Redentore. Stasera si riflettono le stelle.

Iosif: Una volta mi hai detto che Venezia ti fa piangere, pensavi a notti così?

Susan: Scrissi quella frase sul taccuino, una mattina presto, dopo aver ascoltato la Messa a San Marco. Credo sia stato il risultato reale della sensazione di tranquillità, del silenzio della Basilica e della piazza. Con me solo la liturgia della bellezza. E la pace. Venezia mi metteva in pace.  E se fosse il pianto l’unico inchiostro plausibile per raccontare, insieme, la pace e la bellezza?

Iosif: La pace e la bellezza stanno in una lacrima sola. Torniamo all’acqua.

Susan: Che è da dove veniamo.

(Ridono entrambi. Ora lasciano le Zattere e svoltano a destra verso Sant’Agnese, vanno verso il ponte dell’Accademia).

Iosif: Esiste, secondo te,  una fotografia – ideale – che possa raccontare Venezia?

Susan: Può darsi. L’ideale, però, sarebbe soprattutto tutto ciò che è rimasto fuori dallo scatto. Tutto fermo da millenni eppure mutato prima della foto successiva.

Iosif: Tutti i versi che ho scritto su Venezia (anche quelli dedicati a te) hanno tentato quello scatto.

Susan: A te lo scatto è riuscito.

Iosif: Qualche volta l’ho pensato. Più onestamente, mi sento di dire che il pensiero di riuscire in quello scatto mi abbia tenuto in vita più a lungo. L’ansia di mancarlo, d’altro canto, mi ha spinto a tornare qui, tutti gli inverni, per quasi vent’anni.

Susan: C’è un’altra tua poesia che amo particolarmente, mi ci hai fatto pensare adesso

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

 

Iosif: Il punto è proprio questo. Venezia può fare a meno di chiunque, nemmeno l’assenza di chi l’avrà più amata potrà intaccarne la bellezza e l’essenza. Io, invece, ne avvertivo la mancanza ancor prima di venirci la prima volta.

Susan: I tuoi inverni, starei ore ad ascoltarti mentre mi parli dell’acqua alta, della nebbia, dell’odore delle alghe ghiacciate. Vuoi farlo ancora una volta Iosif?

Iosif: L’odore di alghe marine sotto zero, per me, è sinonimo di felicità. Ognuno si lega a un odore, quello è il mio. Odore che conoscevo prima di sentirlo, oltre i confini geografici, lo scrissi, al di là della struttura genetica. La nebbia è stata la prima cosa che ho imparato qui, fitta fino ad inghiottirti. Ti costringe a stare in casa a scrivere, con la luce artificiale. Se non sei veneziano, una volta uscito, non sapresti far ritorno. L’acqua alta deborda sulla città come fuoriuscita da una vasca da bagno, ti prende fino alle ginocchia. Il suono dei tacchi lascia posto a un silenzio vivo, interrotto solo dal rumore che fanno gli stivali di gomma. Tutto è fermo, come se nulla esistesse più. Il niente davanti e, dietro di te, solo la breve scia che lasci.

Susan: Grazie. Ora ci vorrebbe qualcosa da bere.

Iosif: A patto che non si tratti di acqua.

Susan: Promesso.

Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

Nota al testo: Susan Sontag (New york 16 gennaio 1933 – New York 28 dicembre 2004) è sepolta a Parigi nel cimitero di Montparnasse. Iosif Brodskij (Leningrado 24 maggio 1940 – New York 28 gennaio 1996) è sepolto a Venezia nel cimitero di San Michele.

Il racconto è ispirato alla vita e all’opera dei due autori. In particolare, trae spunti dai seguenti testi:

Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi 1991 (ultima edizione 2012)

Iosif Brodskij – Poesie Italiane – Adelphi 1996 (ultima edizione 2004) – volume che contiene le due poesie citate nel racconto.

Susan Sontag – I diari secondo volume – a cura di David Rieff – non ancora editi in Italia. (un’anticipazione ne è stata data dal quotidiano La Repubblica il 29/04/2012)

Le battute dei dialoghi, le deduzioni, parte della visione di Venezia, sono da attribuire alla fantasia dell’autore.

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Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Poesie di Giuseppe Nava

Poesie di Giuseppe Nava

[Con  Giuseppe Nava continua la seconda fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio TetiGreta RossoValentina De LisiChiara DainoDomenico Ingenito, Simona MenicocciCarmen GalloFrancesco TerzagoTommaso Di DioMariasole AriotLuca Minola e Alessandro GiammeiAnna Ruotolo, Michele OrtoreAlfonso Maria Petrosino, Sergio Garau e Marco Bini.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi Riccardo Raimondo Nadia Tamanini. Si ricordano inoltre le due pubblicazioni di Natalia Castaldi focalizzate sui poeti di aerea sicula Domenico Stagno e Andrea Cangialosi.]


a deeper kind of slumber

mentre dormivo i grandi castelli
mostrarono fondamenta di carta
e sotto le carni ossa di gesso
e orbite vuote dietro gli occhiali
scuri e tutto cominciò a sfarsi
la sabbia della fiducia a infilarsi
sotto le palpebre tremanti di rem
la polvere dei nervi logorati
la ruggine delle parole scritte
sullo strato di minio dell’abbaglio
quei nomi ossidati nel piombo e fusi
fino a farli credere veri e giusti
e dicevo serio andrà tutto bene
cosa mai può accaderci di male
– e non pensavo ancora al farsi mute
ogni giorno delle voci stonate
non pensavo al crepitio al disturbo
al digrignare dei denti la notte
che sfoga compiaciute ignoranze
con quel vuoto masticare di niente
non pensavo e non volevo pensare
al malcelato ammiccare dell’ansia
al malessere di sapere vera
la sabbia della fiducia infilata
nel cemento dei monumenti delle
strade delle case dello studente
– la sabbia il detrito spinto dal vento
che fa lacrimare un poco gli occhi

– non è niente dormi è ancora buio

*

mentre dormivo i treni son partiti
e resto incerto tra i binari morti
i vagoni vuoti le rotaie unte
con la mia borsa ancora indecisa
tra l’indispensabile e l’inutile
con l’eco dei viaggi immaginati
ancora impresso nella retina
immersa nel sonno mentre lo speaker
mi invita a stendermi a lasciar perdere
con affondi indifferenti come
quanti anni è che prendi la rincorsa
cosa farai adesso che i legamenti
si sono irrigiditi ora che il mondo
ti tiene stretto forte alla sua voce
– come la voce dagli altoparlanti
sembra vera ma sai che non lo è
con quello scivolare sugli accenti
sulle pause e quel tono saccente
lontano senza vergogna nemmeno
nell’annunciarti la morte il danno
innato – come questa voce adesso
che sovrasta si espande come gas
l’onda di una maligna ninna nanna
che smussa i picchi sempre più piatti
sempre più piani livella le curve
allenta la presa dei desideri
finchè non convieni che è giusto così
– mi difendo cammino senza fretta
avanti e indietro sulla banchina
brandendo sigarette contro il tempo
e contro il freddo

– ma l’attesa è tanto lunga
ti prende un tale sonno

*

mentre dormivo i bambini più svegli
han trovato lavoro fatto figli
e famiglia hanno acceso mutui
spento contatti speso soldi e tempo
hanno sacrificato come aztechi
agli altari di dèi sanguinolenti
sull’unta piramide dei bisogni
nero sangue scorre giù dai gradoni
impregna il sonno sempre più profondo
il corpo spugnoso il midollo i gangli
tira a fondo nella terra che drena
assorbe asciuga secca fino a che
non restiamo io e te a fregarci gli occhi
per non scivolare ancora più giù
– giù nella bocca nera sbadigliante
di una vecchia miniera nel deserto
dove attendono i nostri baccelli
(come in quel vecchio film in bianco e nero
che non abbiamo mai visto finire
– ci siamo sempre addormentati)

*

mentre dormivo ho perso la pelle
come un serpente senza parole
senza coscienza ho fatto la muta
dal mare al derma d’inverno normale
dai grandi sogni ai sogni senza senso
addormentato come ogni altra volta
la bottiglia finita i libri sparsi
la pelle vuota là sullo schienale
accanto alla camicia ai pantaloni

*

mentre dormivo mi sono perduto
come i bambini tedeschi in spiaggia
tra file colorate di ombrelloni
giallo verde blu rosso giallo verde
blu rosso assimilati nel torpore
mi sono perduto ma nessun annuncio
è stato dato nessuno è stato
chiamato per altro che non sorrisi
come in un sogno tutti parlavano
una lingua uguale ma diversa
fatta di parole disidratate
rimasticate svuotate del succo
uno scorrere di sassi di pietre
attraverso secoli di erosione
e ora i calcoli non fanno più male
si può pisciare senza più pensare
ci si può avventurare nel bosco
del sonno profondo come quel tale
con i sassi in tasca e l’illusione
di poter tornare di essere ancora
vero di essere ancora proprio
– insisto a perdermi sulla soglia
a concentrare la mia voce come
un grido nell’alta notte feroce
un discorso acceso a fiamma bassa
due parole irregolari in banca
qualche graffio su braccia depilate
qualcosa come un alito cattivo
sull’ora dell’aperitivo come
qualsiasi cosa pur di non dormire
pur di non affondare –
è di nuovo
ora di tornare a lavorare –

*

(quant au monde, quand tu sortiras, que sera-t-il devenu? En tout cas, rien des apparences actuelles)

*Biobibliografia

Giuseppe Nava è nato in provincia di Como nel 1981 e vive a Trieste. Nel 2008 ha pubblicato “Un passo indietro” per l’editore Lietocolle. Nel 2009 ha vinto il premio di poesia DePalchi-Raiziss. Fa parte della redazione della rivista Bollettino ‘900, sulla quale ha pubblicato “Oscure ragioni”. [http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2009-i/Nava3.html] Altri suoi testi si possono leggere sul portale Absolute Poetry. [http://www.absolutepoetry.org/Figli-degli-anni-80-n-III]