giuseppe merico

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro”

Immagine Lisa Wright

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro” (romanzo inedito)

 

A Teresa

Ci vorrebbe un vento forte, un vento inesorabile. Michel Houellebecq

La ribellione consiste nel guardare una rosa fino a polverizzarsi gli occhi. Alejandra Pizamik

*

Non sento niente. Mi portano in una stanza con le sedie di plastica arancioni. La mano di mia madre, due dita, afferrano un lembo della gonna. Il tessuto è leggero, bianco come la pelle del geco albino. Fuori fa molto caldo, nella stanza, nell’angolo più lontano, quello senza sedie, c’è il condizionatore dell’aria. Due dita afferrano il tessuto, la pelle del geco albino si tende sopra il ginocchio ossuto di mia madre, seduto di fronte a noi c’è un uomo che ha la forma di una scamorza, un paio di baffi folti e ispidi del colore della ruggine gli nascondono la bocca, dal condizionatore dell’aria viene fuori un tubo di plastica a fisarmonica, il tubo esce fuori dalla finestra, nella stanza c’è una porta e dietro la porta un uomo che non conosco. Lunedì mattina mia madre ha preso un biglietto sul quale c’era scritto un numero di telefono, Clara incollava l’elegante testa di un’antilope al corpo massiccio di un alligatore, mia madre ha infilato l’indice nella rotella del telefono e l’ha fatta girare sei volte. Quando si è accorta che la stavo fissando, la faccia le si è aperta in basso, si è sistemata con una mano la frangetta e mi ha sorriso. L’uomo scamorza ha gli occhi stanchi e acquosi, non li toglie dalle ginocchia di mia madre. Lei si gira verso di me, la pelle della sua faccia si apre in basso, mi sorride. Il tubo a fisarmonica del condizionatore perde acqua, nell’angolo più lontano dalle sedie di plastica, sul pavimento, si è formata una piccola pozza, dentro sono nate le larve delle zanzare. Tra l’uomo scamorza e la donna magra e pallida, dal collo lungo, sprofondata dentro una sedia a rotelle dallo schienale alto e molto reclinato all’indietro, c’è una ragazza con i capelli tagliati cortissimi, quasi non ce li ha i capelli. Un braccio della ragazza è piegato contro il suo corpo e la mano del braccio piegato è tutta storta e con il pollice nascosto nel palmo mentre le altre dita sono dritte e immobili. L’uomo scamorza toglie gli occhi dalle ginocchia di mia madre, la donna magra e pallida gli dice, “Prendi Elena.” La donna è sua moglie. La porta si apre. Le larve delle zanzare galleggiano.
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Domenica sera Clara, mia sorella, ha alzato la cornetta del telefono e ha alzato l’orecchio, il sopracciglio ha avuto un tremito e l’occhio le si è serrato. “Un attimo,” ha detto. Ha attraversato a passi stretti e lenti la stanza con la ragnatela che le incollava gli occhi al pavimento. Si è torturata l’indice di una mano con il pollice dell’altra fino a quando non ha bussato alla porta dello studio di mio padre. Mio padre è un uomo molto alto, ha i peli delle braccia che sono biondi e numerosi, quando cammina si porta dietro la forma del culo di sua madre che è morta l’anno scorso lasciando mio nonno in compagnia di un secchio di rame. Quando mia sorella ha bussato stava seduto nello studio, è venuto di qua per rispondere al telefono. Lo chiamavano dall’ospedale. C’era bisogno. Clara è dispiaciuta perché era il suo compleanno. Ha sedici anni, quando aveva la mia età alcuni dottori si erano riuniti, avevano parlato tra loro, qualcuno aveva detto che non ce l’avrebbe fatta, invece poi ce l’ha fatta. Quando cambia il tempo, la cicatrice che le segna il petto le fa male. Mia madre e mio padre hanno parlato al centro della stanza. Mia madre ha sollevato un piede portandolo dietro e con le dita si è sistemata la scarpa con il tacco. Mia sorella ha detto, “ma il cinema, pà…,” lui le ha risposto, “lo sai che non posso dire di no quando mi chiamano” e lei, “ma adesso ti sto chiamando io.” Lui non ha saputo cosa dire. Un’amica di mia madre, si chiama Lina, dice che siamo una famiglia molto unita, quando lo dice incrocia le dita di una mano con quelle dell’altra per far capire bene a mia madre quello che intende dire, mi guarda senza sciogliere il nodo delle dita. Dice che sono fortunato.
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(altro…)

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

macao

Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

MACAO

Evento facebook

 

Giuseppe Merico – Cemento

Biennale Archittettura 2010 - foto gm

Biennale Archittettura 2010 – foto gianni montieri

 

Cemento

di

Giuseppe Merico

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Nero vestito
spezzato
teso
tra due pale di fico.

(da Fisica del dolore,
Claudia Ruggeri)

.

La placca di sabbia si stacca dalla riva, è nuda, ha vergogna di sé, del suo corpo da spiaggia, in una notte di febbraio, “mghhh” le esce dalla gola di sale, sta per andare, ha un sogno, ha paura. È ottimista.
Ciro odia il suo nome, le mani di terra di suo padre, il dosso di carne sul collo di sua madre. Non ha mai fatto queste cose, per diciannove anni ha camminato rasente i muri del paese guardando con un sentimento di invidia misto a disprezzo chi, suoi coetanei molto lontani da lui per storia e carattere, riusciva a fermare il traffico della via Brindisi per parlare di qualcosa di molto lontano da lui per contenuto e portata con qualcuno alla guida di una Golf Gt nera coi vetri oscurati, incurante delle automobili che seguivano. Culi stretti in Levi’s 501.
Quello che gli manca a Ciro è la presenza, e gli occhi.
Un giorno un suo amico, uno più grande di lui ha cercato di metterglielo dietro, per scherzo, ma Ciro mica riusciva a tirarselo via di dosso, quello. Per davvero.
Ciro non ha mai avuto un paio di occhi radar, semplicemente il giorno che li hanno distribuiti lui era in coda alla fila, quando poi è arrivato il suo turno, hanno chiuso, hanno preso su baracca e burattini e chi s’è visto s’è visto.
La sabbia è bagnata, compatta, grigia, il muretto che fa da confine alla piazzetta di cemento è crollato da una parte la sera in cui certi si son messi a prenderlo a calci per noia.
La placca di sale non ha un corpo umano, mentre avanza le viene pure di imitarlo e ci riesce pure, i corpi umani li conosce bene. Non li ama, preferisce la forma degli anemoni, le stelle marine la commuovono, granchi e gamberi la divertono, ma quello che più la definisce in quanto sabbia è proprio la mancanza di uniformità, l’avere una forma la atterrisce. Dover essere costretta ad affermare Io sono questo le pare riducibile a una concessione alla limitatezza dell’esistenza. Triste.
Il cielo sopra è grigio, senza nuvole, una lastra di ardesia, il mare lo riflette. I due si parlano, il resto è dettaglio.
Per suo padre e sua madre Ciro è un dettaglio, mai capiti tanto loro, manco si è sforzato a dire il vero, giusto l’indispensabile per sopravvivere in casa. Rasente i muri pure lì.
Con sua sorella è diverso. La mattina, orario di scuola guardavano assieme i mulinelli del canale nel Viale degli studi, l’acqua incolore, gli ombrelli aperti, poi lei prendeva la corriera per Lecce e lui se ne andava in sala giochi. Era sua sorella quella che doveva andare avanti, Ciro sarebbe rimasto lì, fermo, in piedi, in un posto un po’ più sicuro degli altri, avrebbe continuato a riparare ruote di biciclette e motorini, sostituito candele e guardato dormire il suo principale sulla poltrona rotta del suo ufficio nei lunghi pomeriggi d’estate. Una volta che lui fosse morto avrebbe preso il suo posto. Intanto aveva imparato da lui a grattarsi la guancia quando i discorsi dei proprietari di automobili, i forestieri soprattutto, perché coi paesani non succedeva, prendevano la piega furba del gioco di sponda per arrivare a un abbassamento del prezzo per il lavoro da compiere o già compiuto.
La piazzetta di cemento è un posto normale, normali sono i camerini dalle porte colorate che il proprietario del bar, lo stesso della spiaggetta privata, affitta ai bagnanti tutte le estati e normale è la faccia della sorella di Ciro il mattino dopo quando siede al suo posto per far colazione, normali sono le parole che si dicono la sorella di Ciro e sua madre e normale è l’odore del fumo di sigarette che arriva quando il padre dei due ragazzi fa sapere a tutti che lui alla loro età alle dieci del mattino, aveva già fatto, come si dice da queste parti, la giornata.
La striscia di sabbia è come Ciro, non conosce queste cose, ai suoi occhi di sassi e conchiglie frantumate tre che tengono ferma una contro il muretto della piazzetta di cemento non è più né meno una di quelle cose senza tanto senso che i corpi umani fanno quando entrano in acqua.
Quello che non è normale sono gli occhi di lei che evitano quelli di Ciro, il suo tirarsi il collo alto del maglione a coprire la bocca quando ritiene di esser troppo guardata da lui, non è normale il fissare assente di lei lo schermo del televisore quando lui le chiede cos’ha e continuare a guardare con due occhi vuoti la pubblicità del Mars come se non avesse sentito niente, senza rispondergli.
Di fatto lei, la sorella di Ciro o quello che ne restava a un certo punto non ha sentito più niente, non i pollici che le premevano le clavicole contro il muretto, non quelli che le allargavano il buco, non le caverne che erano bocche che le sfiancavano le labbra e la lingua, non il forte schiaffo finale – manco suo padre, mai nessuno, la sua faccia – che gli è arrivato da quello che pensava fosse il suo ragazzo e che a un certo punto ha chiamato con un fischio gli altri due, sbucati fuori da dietro la parete col murales giallo e rosso con la lupa Forza Lecce e le tre docce.
La sabbia curiosa è sporca di sangue, non sa levarselo di dosso, questa era una cosa che faceva il mare, la lavava.
È andata che a un certo punto la sabbia si è sentita presa dalle dita di lei mentre i tre respiravano forte, stretta nel palmo della mano è andata a finirle sotto le unghie e per sopravvivere ha dovuto lasciare che una parte di sé, ma solo una parte, scappasse via, ritornasse da dov’era venuta. Avventura finita. Ma il resto si è ritrovato nella tasca del giubbotto di lei, nella sua camera da letto, sul piumone e da lì l’ha guardata tremare e piangere alla sconosciuta, togliersi i vestiti di dosso con lo sgomento, la paura e la stessa faccia di chi, prima di entrare in casa la sera abbia capito dalla serratura forzata che in sua assenza son venuti i ladri.
Per una settimana Ciro lavora nell’officina, più silenzioso del solito respira benzina e olio di ricambio, mani dure Ciro, ha imparato la presa sul bullone, dieci dita forti e sporche, anche se se le lava.
Un pomeriggio quando tira il vento vede passare dalla piazza un cammello tenuto alla corda da un giovane dalla pelle scura con un’uniforme rossa e i galloni dorati sulle spalle e sulle maniche, è il giorno che lei non ce la fa più, la mattina prima di andare a scuola lo prende da parte e gli racconta tutto. “Dov’è lui?” Le  chiede il fratello. Lei gli risponde di non saperlo più. “Come hai fatto non dirmi niente in tutti questi giorni?” Lei non risponde, scuote la testa, si è lavata i capelli.  Aspetta che lui la abbracci. Lui la abbraccia, sente l’odore dello shampoo al cocco. Tutti e due chiudono gli occhi, tutti e due li stringono.
È arrivato il circo, ma non al paese di Ciro, a quello vicino, a Cellino San Marco. Il giovane col cammello guarda il meccanico sulla porta dell’officina, il cammello lascia una fatta nella piazza, sopra lo stemma del paese, i volantini rossi e blu con sopra scritto il nome del circo e gli orari degli spettacoli volteggiano a pochi metri dal suolo, vengono schiacciati contro muri delle case, contro i marciapiedi.
Quando il principale torna Ciro non c’è, appesa al muro sopra la scrivania del principale non c’è più la roncola arrugginita col manico di cuoio, non c’è più mare per la sabbia nella stanza da letto della sorella di Ciro. Non c’è né nostalgia né tristezza.
Nelle strade vuote delle due del pomeriggio il passo del cammello è garbato, lento, le sue zampe richiudibili quando passa si riflettono sul vetro grande della sala giochi, lì c’è il ragazzo della sorella di Ciro, dà le spalle al cammello, al giovane coi galloni dorati, alla lama della roncola, al colpo.

© Giuseppe Merico

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Giuseppe Merico ha scritto la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi, 2007) e i romanzi Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), Il guardiano dei morti (Perdisa Pop, 2012), vincitore del Premio Puglia Libre. Scrive per la rivista Argo.

Il sito www.giuseppemerico.it sarà nuovamente attivo a breve.

http://www.argonline.it

Giuseppe Merico – Prima viene la pioggia

San Paolo - foto di gianni montieri

La terra fuori è bella, bianca, verde e ros-
sa ma dentro è di colore nero, più scura
della morte.
Walther Von Der Vogelweide

I’m having trouble inside my skin,
I try to keep my skeletons in.

Slipped – The National

***

Un bambino di nome Leo chiese a sua madre di non guardarlo – non erano nemmeno le nove del mattino  – non quando faceva la pipì. Sua madre, una signora dagli zigomi alti che aveva partorito il bambino troppo tardi e al cui centro della faccia aveva una macchia umida più scura della pelle circostante si avvicinò ancora di più al bambino che se ne stava in piedi di fronte al water e guardò così intensamente il bambino tra le gambe che le gocce di urina smisero di venir giù. Leo cercò invano gli occhi della madre, la implorò di andarsene rimanendo fermo per un po’ con il pisello stretto tra l’indice e il pollice della mano destra, uno spessore così minimo che sembrava non tenere niente in mano se non l’idea, nemmeno tanto chiara, di qualcosa. La madre non lo guardò negli occhi nemmeno quando il piccolo le sferrò una doppietta di calci sugli stinchi, le pestò i piedi e si affannò invano a scacciarla dal bagno. La madre di Leo era molto pesante e non era quel tipo di persona che la sera prima di addormentarsi o la notte si chieda se possa fare qualcosa per migliorarsi o se ciò che ha fatto durante il giorno abbia provocato disagio, dolore o smarrimento in qualcuno, in questo caso e non solo in questo nel suo povero, piccolo Leo.

Alle dieci e un quarto, seduta sul letto, i piedi nudi buttati sul pavimento quasi non fossero i suoi, di fronte allo specchio della camera da letto, la signorina Milva ascoltava il frangersi della pioggia contro i muri della sua villetta. Le traiettorie compiute dalla spazzola, un vecchio ricordo della nonna materna, aumentavano di velocità man mano che questa terminava il tratto di percorso nero corvino e liscio molti centimetri più giù dalla testa. Dopo aver cominciato con un’andatura regolare e ritmica, la signorina sessantenne, mai sposata e ancora intatta, iniziò a strattonare a metà percorso e giunta fino a metà della spalla o continuava fino alle punte per poi sfilare la spazzola e riportarla alla sommità del capo o strappava via, in ogni caso i colpi dopo all’incirca dieci minuti erano diventati così violenti che i suoi capelli, motivo di vanto per tutta una vita vennero via a ciocche sempre più spesse, le sue dita le sfilavano dai denti di metallo della spazzola e solo un “ecco” ossessivo e diabolico, ripetuto tante volte quanti erano gli strappi, andava a inframmezzarsi al monotono rumore dell’acqua che bagnava i vetri della finestra.

Erano da poco passate le undici quando Emiliano, di qualche anno più grande del fratello Mirko, gli lasciò un segno e un ricordo sul collo e fu soltanto per merito della madre accorsa sotto la veranda che il fratello minore non morì quel giorno perché sarebbe bastato solo qualche altro giro di lenza e qualche grosso vaso sanguigno del collo sarebbe stato reciso. La morte sarebbe sopraggiunta così o per asfissia.

Quando i rintocchi della Chiesa Matrice furono dodici Padre Antonio non riuscì più a trattenersi e si asciugò la punta del cazzo sporca di sperma su uno dei fazzoletti di cotone che la madre gli stirava. La masturbazione fu più rapida del ciclo delle campane tanto a lungo era rimasto intrappolato il demòne nella sua testa. Alla fine rimesso a posto l’attrezzo che a malincuore si trovava tra le gambe dalla nascita, abbassò la levetta e le campane la smisero di “sculettare come troie”, parole sue o del demòne che si portava dentro.

Prima delle tre, causa l’abbondante pioggia, il furgoncino del caporale sbandò pericolosamente e andò a rompersi contro il muro di una casa cantoniera, la parte anteriore del mezzo si compresse come una fisarmonica e il parabrezza scoppiò sulla faccia dell’uomo che stava alla guida, questi prima di perdere i sensi ebbe il ricordo di due mani tese che lo tiravano fuori da qualcosa, un foro, un buco, un pozzo o un canale uterino.

Sempre a quell’ora, ma più a sud sotto un nembo più scuro degli altri, sotto la pensilina di una bella casa, ma soprattutto sotto il peso di una sottolineatura di parole che lo spostava più in là in una zona oltre la siepe, dove si diceva ci fosse il mondo degli altri, un uomo non più giovane e con la barba di un invidiabilissimo grigio cenere – la mano destra nella tasca di un paio di pantaloni comodi e larghi e di buona fattura che ricadevano morbidamente su un paio di sandali tedeschi, la mano sinistra protesa verso il suolo che è il luogo a cui tutti siamo chiamati, non in alto ma in basso, sussurrò a labbra strette, quasi si vergognasse, “eccoli i giorni, la lunga sequela dei gesti ripetuti, si nutrono di mancanze, le mie, additano la colpa che è coda, mi riportano a me anche quando non voglio, questo male che sono io scava un solco nell’aria ed è fatto di dolore, una frequenza non più conciliabile con il resto, la voragine aperta settantacinque anni fa ora si richiude.”

“Finalmente” aggiunse dopo, poco prima di rientrare in casa, chiudersi la porta alle spalle e spararsi un colpo di pistola che lo attraversò da tempia a tempia.

Capitava all’uomo di svegliarsi nel cuore della notte sentendo l’odore della polvere da sparo, arrivava da lontano, la pineta non era fitta e tra gli alberi c’erano dossi e avvallamenti della misura di qualche decina di metri, linee curve e morbide che non meritavano lo scempio dei corpi insanguinati. Le esecuzioni avvenivano lì, i controsensi anche, chi c’era c’era, partigiani, sospettati di averli tenuti nascosti nei fienili, nei granai, di aver fatto la vedetta al paese prima che arrivassero loro a rastrellare. Il meridione era stata una scappatoia, una casa che non visitava più e un allontanarsi dall’Appennino, lo avrebbe obliato, avrebbe vissuto, ce l’avrebbe fatta, avrebbe dimenticato e i morti si sarebbero dimenticati di lui. Invece non era andata così, venivano a fargli visita la notte, donne con il cuoio capelluto zuppo di sangue, tenuto tra le mani, i crani esplosi, le membra che sfuggivano ai ventri, uomini della sua stessa età che non avevano avuto il coraggio di arruolarsi ai quali prima aveva fatto saltare le ginocchia, poi aveva sparato in testa con la pistola, venivano e lo guardavano, silenziosi, ai piedi del letto.

Alle tre e un quarto lo sparo echeggiò nelle stanze per qualche frazione di secondo poi ci fu solo il silenzio prima che arrivasse la polizia a forzare la porta di casa.

Tra le cinque e le sei la oramai ex ragazza di Faustino, seduta sul cesso di casa sua pensò a lui nei termini di una figura di Bacon la cui faccia si trasformava sotto la spinta di una forza entropica in un disco concavo.

L’intero paese era sferzato da una pioggia che ne  mostrava a chi avesse provato un minimo interesse a interpretarne l’aspetto, una faccia costernata perché si era levato un vento che la sbatteva di qua e di là, interlocutoria come un bambino che non capisce di aver fatto qualcosa di sbagliato. Riflessiva, si prese delle pause, si spostò di lato, lasciò spazi vuoti.

Alle sette e sette un costone di terra si staccò dalla parete e franò in un mare grigio e tumultuoso, l’acqua alla riva cambiò colore, si fece rossa come il sangue del signor Orazio, il coltello era entrato da dietro, non aveva incontrato ostacoli, un po’ più a destra ci sarebbero state le vertebre cervicali, invece per la mano che aveva sferrato il colpo fu come riporlo nella sua guaina.

***
© Giuseppe Merico 

sito internet dell’autore

Il Guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Lettera all’autore con premessa)

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Giuseppe Merico – Il guardiano dei morti – Perdisa Pop 2012

Premessa: Mi chiedo se si possa recensire un libro nel quale l’autore ti abbia inserito nei ringraziamenti. Me lo chiedo dopo aver letto questo libro per la seconda volta, dopo essere arrivato in fondo e aver esclamato: Cazzo! Mi domando se sia giusto. Mi domando, però, anche il contrario. Avendone l’opportunità, posso non scrivere di un libro che mi sta molto a cuore, che ho visto nascere dalle fondamenta, diventare storia man mano che l’autore la inventava? Forse no. Perché sono stato testimone (con altri amici) di un’esperienza rara, che si è trasformata in uno dei migliori romanzi italiani del 2012. Un romanzo uscito per una piccola e ottima casa editrice, libro che si fatica a trovare sugli scaffali, libro che – probabilmente – non passerà dalle parti dei critici che contano. Tra domande e non risposte mi sono convinto che sarebbe più disonesto non scriverne che scriverne. Quel che segue non sarà una recensione. Leggerete le mie impressioni, le emozioni che questa storia ha provocato in me. Leggerete, molto probabilmente, me che in maniera, in parte, immaginaria discuto con l’autore.

Chi sono queste persone Giuseppe? Da quale posto della tua immaginazione, da quale anfratto del cuore vengono? Mi sono fatto un’idea, vediamo se riesco a spiegarla. I tuoi personaggi ricordano un po’ noi. Sono le nostre fatiche, le nostre decisioni mai prese. Quelle subite. I nostri destini, canalizzati dal via. Racconti una storia di un Sud piccolo e sconfinato, un meridione malato. Basta, però, leggere poche pagine per capire l’universalità di questa storia. Tu lo sai, tra la provincia di Brindisi e certi paesini sperduti dell’Arizona, Alabama o del Messico, non c’è alcuna differenza. La predisposizione a subire la vita, le prepotenze, la consapevolezza fumosa che se qualcosa cambierà lo farà in peggio. Chi è Mimino, il ragazzo segnato dalla morte del padre? Cerca davvero lui quando profana i morti? E Mirko chi è? Perché l’hai immaginato così? Lui che non capisce tutto, lui che è buono, lui che uccide e salva. Mi viene da pensare che, con le sue debolezze psichiche, sia il tuo angelo. Un bambino. Al poliziotto, ricorderai, ho sempre voluto bene. Un uomo privo di tutto tranne che della sua malinconia e della sua (inconscia) umanità. Un altro uomo solo. Poi ci sono tutti gli altri: Il malato, la mamma di Mimino, il signor Salvatore, il fratello, l’Animale. Carmela no, di Carmela ti dico due parole quando arrivo in fondo. Tu li salvi tutti. Di una salvezza che non c’entra niente col perdono. Ma molto con la terra arida, con la morte, con il paese di quattro case dove nemmeno quello che comanda ha scelto fino in fondo di essere un bastardo. Penso, ad esempio, all’Animale, il più solo di tutti. Brutto, sporco, un orribile orco, senza famiglia, senza nessuno. La macchina per uccidere. Tu lo salvi, mettendogli in fondo alle tasche la più nascosta tenerezza. Lo salvi perché sai che nel marcio, in fondo allo schifo, c’è qualcosa, ci deve essere. Tu scrivi attaccato a quel qualcosa. A questo punto, però, è necessario dire alcune cose sulla tua scrittura. La tua prosa è limpidissima. Talento, ecco come si chiama. Scrivi dei periodi molto lunghi, struggenti, densi di miracoloso respiro; e poi, di colpo, tagli a fette chi legge con due mezze frasi. A volte con una parola sola. Credimi, non c’è molta gente dalle nostre parti che sappia scrivere così. “E i giorni portano le cose che non sanno stare ferme, che anche quando sembra che niente si muova è solo un preparativo, un sobbollire sotterraneo. Una slatentizzazione delle ansie prima o poi arriva e allora non rimane altro da fare che scappare, per chi ne è capace, o ripararsi la testa con entrambe le mani per non sentire il boato, o chiudersi gli occhi perché ingannati dal pensiero infantile che se non lo guardiamo il male non ci guarda.”. Cos’è questa storia? Un intreccio di vite perdute, abbandonate, tra un dove e un niente, dalla nascita. In posti dove pare che anche la pioggia e il sole vengano a comando, perché qualcun altro (non certo Dio) l’ha deciso. E quando tu non decidi mai, puoi solo provare a stare in piedi. Fai finta di niente, se serve spari, ti nascondi. Se devi: muori. Eppure tutte queste pene, nel tuo romanzo, sono radunate, di pagina in pagina, in una sorta di commozione collettiva, che chiuderà il cerchio quando un uomo camminerà lentamente su una spiaggia. Adesso devo dirti di Carmela. L’hai creata che sa sopportare, disprezzare, amare. Che sa ringraziare. Carmela “tiene” la testa alta. Bella come solo certe donne del Sud sanno essere, col carbone vivo che brucia dietro agli occhi. In questo sud perduto, dove le macchine sono le Ritmo, le Alfa 75, le Uno truccate. Un sud dove l’odore del mare può stordire, dove tutti i personaggi vivono come una pallottola che colpisce di rimbalzo. Gente viva di striscio. Tra le tue pagine tu salvi chiunque, chi con una carezza, chi con la morte. Ma più di tutti salvi un bambino e una puttana. E fai bene. Vedi come succede, il ragionamento che volevo fare è diventato quasi una lettera, o una telefonata, ma io non ci so stare al telefono e, secondo me, nemmeno tu. Mi piacerebbe che questo romanzo, dove sto nei ringraziamenti, lo leggessero in tanti. Questo romanzo per il quale ti ringrazio.

(c) Gianni Montieri

Giuseppe Merico: Siamo tutti un po’ scossi

 

 

conto quante volte sento la parola terremoto
qualcuno ha infilato maglioni e coperte
nei cassettoni dell’ Enel agli angoli delle strade
ha detto una che uno con aggrappata una
non riusciva a infilare la porta
le persone guardano il cielo
guardano anche i piccioni
ha detto una che prima che succeda
quelli si alzano in volo
conto quante volte ci sono in mezzo
mi ha detto uno che è dio che bussa
e noi non lo sentiamo.
Sono andato a trovare mia sorella
dice che il cortisone la rende nervosa
ho giocato a pallone con mio nipote,
ai rigori,
la rete va dalla porta allo stanzino dove c’è la lavatrice
quando sono andato via ho visto mio cognato
giù in strada
portava due confezioni d’acqua
ne teneva una per mano
mi ha salutato
l’ho salutato
mi ha guardato come per dirmi
che è dura
mio cognato Angelo
invece delle bomboniere
per la comunione di mio nipote
ha messo assieme piccole pergamene
gialle e ben scritte
che invitano a sostenere
l’associazione piccoli cuori
a favore dei bambini con patologie cardiache.
Alcuni hanno montato le tende ai giardini
alcuni parlano così tanto per arginare l’ansia
sono i peggiori
quando c’è stata la scossa gli antifurto hanno preso a suonare
qualcuno ha gridato
io ieri quando ho pensato a mio cognato Angelo
e a mia sorella mi è venuto da commuovermi
questa notte molte luci nelle case sono rimaste accese
e le cucine abitate
perché è più facile scappare.

ARGO – VIXI

segnalo l’uscita del nuovo numero di Argo (numero diciasette) : VIXI

per info (trama e per acquisto) qui:

ARGO VIXI INFO

per visitare il numero in anteprima qui:

ARGO VIXI ANTEPRIMA

in lettura qui alcune poesie contenute nel numero:

Marco Giovenale

Dolciastro un dentro
un iter nel pruno.
Il dito mostra le escavazioni e il nero
la masticazione dalla
ruggine dei vermi,
la gomma brillante, i canali, una lacca,
minimo fiume interno fluminis acedia
sottocorticale poi più
niente fra vita e morte – una
fascia di frazioni
di hertz, quasi zero.
(Meno).

Gianni Montieri

Gli spararono in faccia
che tutti sapessero, che tutti ricordassero
la sera stessa in piazza
commenti da stupidi ventenni
stabilivamo con una birra in mano
il grado di importanza di una morte
(chi lo conosceva, quanti colpi
se c’era tanto sangue, quanta polizia)
qualcuno stava zitto, qualcuno parlava

pochi minuti per tornare all’ordinario:
la biondina in jeans tagliati a chi la dava
il centravanti squalificato, il motorino truccato.

Franca Mancinelli

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso; e tutto
s’allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti
vola.

Viola Amarelli

(vestito rosso)

Mettetemi il vestito rosso
e poi alla terra morbida una fossa
ch’io rinasca verme e insieme mosca
magari campanula o cicoria
e tutto questo senza tante storie
che anche la morte, sai, serve la vita.

Salvatore Della Capa

Se la sera rientro
un angolo buio mi accoglie.
I muri conficcati nella carne
le ginocchia segnate
dal silenzio dei morti

Paolo Fichera

<frame nella morte>
un lenzuolo che sa di birra e urina, l’ultima festa
prima del tramonto
quel tramonto lo chiami sangue, o fierezza, non ricordi.
un riflesso: io sono te, l’uomo che cammina tra gli alberi
nel suo paesaggio
<io sono l’uomo che stupra la voce nell’ora in cui sarai muto>
<io sono te, ora, scritto nella voce>

Anna Lamberti-Bocconi

Chi sente il flusso dei morti, la fiaccola,
il volo dello zucchero filato,
la lana, i soffioni, i ciuffi bianchi,
librati a poca altezza dal suo cuore
a roteare in cerchi ripetuti
sopra le scaturigini del mare,
quelle abissali fenditure fredde
da dove sgorga il sale senza fine;
chi ha l’aureola dei morti sopra il mare
irradia come febbre in nervature
di foglie, porta in sé l’ultravioletto,
i gesti dell’arare e seminare
astratti in invisibili scritture
Chi sia: si allunga verso l’orizzonte
con un tributo teso, individuale,
dove tracolla il necessario amore.

Giuseppe Merico – Io non sono esterno – romanzo

GIUSEPPE MERICO – IO NON SONO ESTERNO – CASTELVECCHI – 2011

Quand’era domenica si pregava il Signore. Io pregavo così: << Padre nostro incolonnato sulla tangenziale, sia santificato il tuo nome e spero tu ce l’abbia un nome, non come me che non mi chiama mai nessuno. Venga il tuo regno lontano da casa nostra, sia fatta la tua volontà e spero tu ce l’abbia una volontà, non come me che la mia è morta. Come in Cielo e così in Terra, come in Cielo e così in Terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano comprato con quattro soldi nel supermercato con gli scaffali vuoti, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li  rimettiamo ai nostri debitori, poi dimmi cosa significa “Rimetti a noi i nostri debiti” che io non l’ho ancora capito. E non ci indurre in tentazione come fa la mamma quando dice “Vieni qui” che mi tocca leccarle i capezzoli, ma liberaci da Lui, liberaci da tutti i Lui, amen>>.

La forza della grande scrittura sta nel  fatto che grazie a essa qualsiasi storia possa essere raccontata, anche la più terribile e devastante. In un Salento cupo, scuro, che più grigio non si può, un posto che non consiglieresti nemmeno al tuo peggior nemico, muovono  le pagine di questo romanzo. Un ragazzo malato segregato in cantina dal padre, costretto a rinunciare a ogni cosa e a subire violenze e abusi sessuali. Una madre che non sa proteggerlo, lo sfasciacarrozze, la Sacra Corona Unita. Non si vede un ulivo, un turista, il mare lo si attende come un miracolo. Giuseppe Merico non ci accompagna dentro le sue storie, non  fornisce le precauzioni per l’uso. Apre la porta con un calcio e  ci scaraventa nella stanza. A quel punto non possiamo fare nient’altro che avanzare parola dopo parola, pagina per pagina, finché nel dolore non riconosciamo il nostro, finché non ci commuoviamo, pure in mezzo a tutto questo male, per poi proseguire ancora e ancora. Il padre, la madre, lo sfasciacarrozze, perfino Magnolia (l’amica immaginaria del ragazzino) sono duri, provati, a tratti repellenti. Eppure ci sono rari momenti, in questo romanzo, in cui si prova un moto di commozione, un accenno di pietà, per ognuno di questi personaggi. Nessuna giustificazione, Nessuna salvezza. E quanto si vuole bene al ragazzo? Quante volte ci vorremmo tuffare nell’inchiostro e tirarlo fuori da lì? Fargli una carezza, dirgli: “Ehi, andrà tutto bene”.

<<Perché sei così, papà>>, gli chiedo.

Se ne sta in silenzio per un po’, poi dice: << Non so come altro essere…>>.

Merico è uno scrittore di cui si aveva bisogno. Scrive in maniera cruda, pulita, tagliente. E’ cristallino e coraggioso. Si mette in gioco di continuo, si scava dentro e da lì dentro, inventa. Non bisogna aver paura delle storie. Una storia ben scritta è qualcosa che ci salva, sempre. Io non sono esterno è un romanzo che si divora, un romanzo che una volta finito si ha voglia di uscire a prendere un po’ d’aria, di fare due passi. Dopo, però, si ha voglia di rileggerlo.

@ gianni montieri

Giuseppe Merico – Il toro – racconto

“IL TORO” racconto di GIUSEPPE MERICO

E venne l’inverno e portò con sè tante e tali cose che nessuno di noi immaginava. Mia madre stendeva il bucato, vide le nuvole addensarsi tra le due colline che si baciano di fronte la nostra casa, dopo il vialetto, oltre il cancello. Mi disse che quelle nuvole non portavano nulla di buono. Lo stesso giorno prima che venisse notte, il toro nero che abbiamo nella stalla ruppe il ginocchio di mio padre e le altre ossa che abbiamo nella gamba. Quell’inverno, erano da poco iniziati gli anni ottanta e ancora ci ricordavamo le pallottole nella capitale e si sparava un po’ ovunque, fu mia madre a occuparsi della casa. Mio padre invece no, lui me lo ricordo nel letto, impotente. Giurò che l’avrebbe ucciso a quel toro. Fu mia madre a fermare la foga di mio padre che, febbricitante, si dirigeva come meglio poteva dabbasso, verso la stalla, il fucile imbracciato e uno sguardo che da solo avrebbe ucciso non un toro, ma tutta una mandria intera. Mia madre vendette la porchetta in città, lo fece al posto di mio padre e lui invece di farle i complimenti per il lavoro svolto, cadde nello sconforto. Lui, la gamba rotta, lo tenne fermo fino a quando l’albero oltre il cancello non cacciò i germogli. Mi trovai a fare la spola dalla camera dei mei e la stalla. Portavo colazioni, pranzi e cene a mio padre che per spirito di ribellione decise di non radersi più e la sua barba imbiancava e cresceva. Al toro nero portavo il fieno, ma anche lui sembrava risentito. Non vedere il suo padrone che lo chiamava con voce autoritaria lo aveva gettato in uno stato di prostrazione. Furono gli occhi del toro nero a dirmi che la primavera stava arrivando, si riempirono di grosse lacrime e si lasciò morire, non toccò più cibo e le mucche reclamavano senza ottenere alcunchè. Mio padre si riebbe, andò nella stalla – io aspettavo sulla porta, avevo tra le mani un sacchetto, una reticella piena di biglie colorate – salutò il suo toro nero oramai diventato un mucchio d’ossa. Lo sguardo tra il toro nero e mio padre fu prolungato e straordinariamente lento come se… come se la vita intera fosse racchiusa tra i loro occhi. Il giorno dopo, il toro nero era morto, la primavera arrivata e mio padre seduto sulla sedia di legno mostrava a mia madre le spalle più cascanti che avesse mai potuto portare, mentre lei, mia madre lo abbracciava standosene in piedi e in silenzio.

Nota: Pubblicato sul blog della scrittrice Barbara Garlaschelli nella rubrica CORTO SI PUO’ FARE (11 gennaio 2008) e sul quaderno del secondo corso della scuola elementare di scrittura emiliana, a cura di Paolo Nori (Modo Infoshop)

Argo n. 16 : ID la materia che amava chiamarsi umana

“Id. La materia che amava chiamarsi umana” è il nuovo romanzo  di inchiesta del collettivo di scrittori, critici, giornalisti, grafici e artisti Argo.

Segnalo l’uscita del numero 16 di Argo, per settembre 2010, acquistabile in tutte le librerie.

Argo è una rivista culturale monografica (con cui da poco collaboro)  anzi è qualcosa in più: un romanzo di esplorazione a puntate.

Il numero in uscita ha per titolo: ID: la materia che amava chiamarsi umana.

Titolo inquietante, stimolante e coinvolgente. Moltissimi i contributi all’interno: racconti, poesie, interviste, articoli…  qui di seguito  il link per leggere l’elenco dei contributi

http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&view=article&id=258:argo-n-16-id-la-materia-che-amava-chiamarsi-umana

per il nostro blog, ho scelto, tra i contributi presenti nella rivista, il racconto “la lista” di Giuseppe Merico,

un pezzo di narrativa come si deve. buona lettura

 @ articolo di gianni montieri

LA LISTA” un racconto di Giuseppe Merico

Un bimbo di 6 anni è stato ucciso da un camion che faceva retromarcia all’interno del parcheggio di un supermercato. Una scarpa è rimasta sull’asfalto, l’altra ce l’ha ancora il bimbo al piede. La ruota posteriore del mezzo ha premuto sul cranio del bimbo. La sua testa adesso è integra fuori, ma rotta dentro. Se premi col dito a livello dell’osso parietale, questo affonda. (altro…)