Giuseppe Genna

Scrivendo a Damiano

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(su undici inediti di Damiano Scaramella)


Entrate. Venite a guardare.
La casa è vuota. Il corpo
(…)

Il corpo è qui, nel vuoto. Non c’è rumore. È solo vuoto e silenzio, la nostra casa. Nei versi successivi, qui taciuti, del corpo morto si dà ancora per un attimo un’estrema prova dell’incancellabile lotta che lo ha abitato.
Mentre ogni cosa si depone e ora «restano solo i fantasmi», la poesia di Damiano Scaramella invita alla vita. Di fronte alla prova fisica e psichica della perdita, il poeta ci chiede di parlare con loro, con questi nostri fantasmi, ponendo in evidenza i segni dell’infinito della fine: «è il momento, si ama solo all’ultimo, solo / allo stremo delle cose mancate / o perdute per sempre». Ecco, il bersaglio mancato, l’irrimediabilmente perduto: sono questi i territori in cui va a fissarsi l’impulso vitale ai suoi occhi decisivo.
Lo dice chiaramente, Damiano: «… Nell’ora senza nome il corpo / è un segmento di spazio lunghissimo, infinito. / Tocca da muro a muro tutta la casa…».
La casa, ancora e sempre la casa. Vuoto e silenzio sono lì, ossessivamente presenti, perché la nostra immaginazione si faccia, si compia.
Immagineria: in un articolo datato settembre 2014, Giuseppe Genna definisce così il farsi, il possibile continuare a farsi (questo l’auspicio) di una nuova lingua poetica. «Immagineria potente»: a suo avviso i poeti sono anzitutto e soprattutto dei visionari linguistici. E a proposito di Damiano Scaramella, ci dice che la sua poesia è sorprendente, perché «nutrita all’ombra e alla luce di un’umanità inderogabilmente sofferta». Ha ragione, sì, aveva ragione Genna, in quell’articolo.

(…)
capite bene quale
scelta è stata
e male detta.

Mi viene in mente, allora, un passaggio di Walcott in Oddjob, un bull terrier: «il silenzio dell’amore sepolto più in fondo / è il vero silenzio, / (…) / è il vero amore, è identico, / ed è benedetto, / nel modo più profondo dalla perdita / è benedetto, è benedetto». Dunque, per Damiano, la benedizione penso sia-stia essenzialmente nel dire: poterlo, anzi doverlo dire il male secondo la sua stessa dettatura.
Solo chi ha vissuto davvero un trauma è in grado di scorgere l’orizzonte degli sguardi, di entrare degnamente in quell’orizzonte che comprende il proprio alla luce degli altrui sguardi.
«La poesia è uno specchio ustorio» («e, prima di fissarla negli occhi, bisogna pensarci due volte»), ebbe a dire alcuni anni fa De Angelis in un’intervista. È così. È così per chi scrive, e per chi legge: ci si può bruciare, in se stessi, o in altro, in altri.
Accentando questo rischio, Damiano lascia che venga alla luce l’«infanzia, in un gioco»; la espone, per voi-noi «orfani di luce rigettati». E sentiamo il perdurare di un vuoto antico, pronto a dirci che sempre siete-siamo «venuti a crescere / nella carne che non vi assomiglia, nell’aria / che non vi trattiene».
Ecco, sono poesie, le sue. Hanno la forza di essere tali. Semplicemente sono, esistono. Attraverso lo stile, anzitutto, che è impasto di visione e tecnica.
Un uso sapiente, spesso splendido, dell’enjambement ne scandisce il ritmo. Si avverte subito che il respiro del verso c’è tutto, e nel respiro una modulazione della voce che si snoda in formulazioni perentorie, riferibili tanto al “separato”, al “lontano” (cioè al sacro, o al metafisico, e anche al religioso: «Lasciate venire i bambini, i soli /… »), quanto, al contempo, al campo del giudizio:

(…)
Ma non ricordatelo, non
serbatene storia o falsa
testimonianza. Orfani,
rinnegate.

(altro…)

Troppo poco zucchero può (anche) dare fastidio: Camillas, istruzioni per l’uso. Parte II

In tempi non sospetti vi avevo avvisato che con certe parole, quando c’è musica certa a darne il portamento, c’è veramente poco da scherzare. Vi avevo anche ammonito dal considerare il “fastidio” esclusivamente come un temporaneo accidente delle vostre relazioni, ma accoglierlo come un gioco a cui partecipare volontariamente. A questo punto quindi, se ritenete ancora fortemente vero l’assioma per cui importanti sono le Parole, allora provate ad immaginarle libere, sguscianti dalla oveità delle crome e assistere “birichine” al concerto prima di fuggire per i vicoli, nelle birre e molto più spesso nel mare.
Siete mai stati ad un “concerto” dei Camillas?
Avvertenza n° 1
Mai imparare a memoria una canzone dei Camillas, perché vi dimenticherete immediatamente il vostro nome.
Avvertenza n° 2
Non date mai per scontato il fatto che voi stiate veramente assistendo a un concerto dei Camillas, probabilmente sono loro che stanno assistendo voi.
Avvertenza n° 3
… dopo.
Dopo, perché adesso avete tra le mani il libro dei Camillas.La-rivolta-dello-zuccherificio1 In realtà tutti sappiamo che eravate ancora lì tranquilli tranquilli sul divano bello dei vostri suoceri in attesa che arrivasse il frastuono, ed ecco invece che l’amichetta della fidanzata appoggia un pacchetto sul tavolino con un ghigno poco rassicurante che non può che sviscerare il peggio del vostro orgoglio quando scoprite, in questo subdolo modo, che i Camillas hanno davvero scritto un libro. Loro però giurano che non ne hanno colpa, no, no.
Non è colpa loro se una tournée li porta in Antartide a un memorial per Alberto Lupo e non può essere colpa loro se passeggiando tra ghiacci zuccherini si imbattono in una scatola di piombo larga un ettaro e non è ovviamente colpa loro se nell’aprirla, 150000 mattine di temi scolastici, conservati da attenta e severa maestrina, prendono vita ma solo per buggerare il tempo che sfinito si arrende davanti al fatto che poi, alla fine, sono e saranno tutte le mattine del mondo quelle che riescono a sfuggire dalle penne dei bambini.
Niente di più e niente di meno.
Storie che rincorrono parole e parole che rincorrono storie ed è qui che inevitabile vi pongo l’avvertenza n° 3.
Ogni volta che sfogliate il libro e iniziate a leggerlo, controllate bene sotto il letto: potrebbe essere che ci sia uno di loro a leggervelo con la vostra voce; io ho provato ad addormentarmi lasciandolo sotto il cuscino e in un eco di comprooro, bigliettini della fortuna e accordi diminuiti, mi è comparso in sogno Marc Leyner, che mi ha rivelato che un giorno o l’altro li sfiderà a duello su una spiaggia di Pesaro. Non so se sono stato convincente a sufficienza, ma questo è un libro che lascia confusi se mescolato troppo prima dell’uso e allora in attesa che il vortice delle parole si riappacifichi con la tazzina del caffè, le lascio a Loro le ultime parole (…che fine ha fatto la fine?):

Lasciate stare i bambini, quando scrivono poesie.
Non disturbate gli operai se giocano con le parole. Riempite di poeti le scuole serali, quelle per i diplomi di recupero, per i somari di ogni epoca.
Fate scorrere le parole vicino all’inutile, liberatele dai ricorsi, dalle rimostranze, dagli appelli di salvataggio…

Ecco sì, proprio così! stamattina ripartite tutti da qui: lasciatele scorrere le parole. ma veramente di fianco all’inutile e poi, verso l’imbrunire, correte a un loro concerto, il risultato non cambierà, Vi cambierà.

© Iacopo Ninni

Giuseppe Genna “Catrame” (recensione di Martino Baldi)

catrame

Giuseppe Genna, Catrame, Mondadori, 2008; € 9,50

Per stare alle cronologie e alle bibliografie, Catrame è, prima di ogni cosa, semplicemente, il libro di esordio di Giuseppe Genna e anche il primo della serie che vede protagonista Guido Lopez, poliziotto dall’anima inquieta emblema principale della serie dei noir sociopolitici dell’autore milanese (lo seguiranno Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago e Le teste).
Il plot, inizialmente semplice (tutto parte con le indagini sull’evasione dal carcere di Opera di un ex terrorista nero) tende a complicarsi per incastri e intrusioni, fino a rivelare una trama intricata e asfissiante, montata pezzo su pezzo come un mosaico di sospetti e di quelle che si chiamerebbero coincidenze, se le coincidenze esistessero. La scacchiera trasborda da se stessa, le caselle si moltiplicano quasi all’infinito, o almeno ben fin dentro l’ombra, e alla fine il motore immobile e nascosto di tutto ciò che si agita in superficie (droga, prostituzione, abusi, servizi segreti, pedofilia, rapporti tra politica e terrorismo…) finisce per imparentarsi ai mille misteri di cui è costellata la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, soprattutto negli anni a ridosso del terrorismo.
Restando in superficie si direbbe che non ci sia niente di nuovo, ad eccezione del coraggio di questo narratore, all’epoca (il libro uscì per la prima volta nel 1999) appena trentenne, e della qualità della sua scrittura. Del resto i libri gialli hanno come ovvio comune denominatore quello di indagare intorno a una vicenda misteriosa e molti dei migliori hanno il merito di indagare anche i meccanismi spesso taciuti delle società in cui si ambientano. Soltanto pochissimi scrittori però, e Genna è tra loro, riescono a mettere la propria scrittura al servizio di uno scandaglio ben più difficile, nelle profondità della natura umana. È una indagine che si dirama nelle intercapedini tra un evento e l’altro, nei non-fatti e nei non-detti, in tutto ciò che non è fabula e che costituisce una sorta di negativo della narrazione, un “rumore bianco”, nella partitura contrappuntistica di questo libro (e anche di quelli che lo seguiranno) costruito come una clessidra, in modo tale che la soluzione del mistero iniziale (quello dell’intreccio del libro) finisce per ribaltarsi in un mistero ancora maggiore e soprattutto assai più inquietante e tutto da risolvere (quello della storia dell’Italia del dopoguerra).
In questo cocktail va dunque rintracciata la ricetta dello splendore oscuro che fa di Catrame un esempio di grande letteratura, sia che si abbraccino le ricostruzioni storiche di Genna, sia che le si rigettino: la capacità di tenere insieme con la sutura serrata di una scrittura adrenalinica che non perde mai colpi un rigoroso senso della trama e una visione lucidissima della realtà degni dei grandi scrittori dell’hard boiled classico, la capacità di ridisegnare con una potenza inedita l’anima di una città (Milano), la profondità tragica e l’emblematicità dei personaggi degne di un classico, uno stupefacente approfondimento psicologico dal sapore russo con passaggi folgoranti di cui il seguente valga come saggio:

Ognuno cancella di sé le debolezze che riconosce, con l’astio dell’orfano, del povero, del calamitato, di chi è colpito dalla malattia. Teme l’assalto delle frane che non si attende, delle crepe che si possono aprire (si apriranno!) preparando l’interludio di una fine della propria vita. La fine di un amore, la fine degli anni amati, la fine definitiva… E arranca dietro quella lotta di sutura, per rimuovere gli strappi certi, consolidati, per evitarne la suppurazione. È una lotta senza dignità o bellezza, la lotta di finti acrobati fallimentari, che non si preoccupano più della bellezza dell’esercizio: cercano solo di arrivare alla sponda opposta sani e salvi. Non c’è gesto che si tolleri, si cerca soltanto di raggiungere il risultato, di cancellare un volto, di annullare un momento vissuto e mai scordato.

© Martino Baldi

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
.
Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
.
Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
.
Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
.
***

Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

Milo De Angelis, Millimetri

millimetri_deangelis

Quando ho aperto per la prima volta Millimetri mi si è spalancato un mondo incomprensibile, ma di quel mondo avevo memoria. Ero un neonato che si guardava attorno. C’era solo il dovere arcaico di entrare in quel mondo, così come per ogni neonato. Avevo sedici anni anni ed è stata l’esperienza più forte che la poesia mi ha regalato. Leggevo quelle parole oscure ma necessarie ad alta voce sul pullman, al mattino presto, andando al liceo. Altri ragazzi ascoltavano. Alcuni ridevano, altri scuotevano la testa, qualcuno restava ammutolito. Poi c’era chi ripeteva i versi che leggevo, diceva che erano pazzeschi, che la poesia è una cosa pazzesca. […]

“Ciò che è stato compreso non esiste più” ha scritto Paul Eluard. Millimetri di Milo De Angelis è un libro che non verrà mai capito del tutto e quindi esisterà sempre. Ma la sua compattezza ha delle crepe, e in quelle crepe il senso cade ed emerge di continuo e così il lettore, che procede per illuminazioni e oscurità simultanee, impossibili. Tanta poesia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si è compiaciuta della propria oscurità. Qua non c’è nessun compiacimento. Il limite è estremo e reale, mette in gioco tutto. La poesia di Millimetri spinge oltre la poesia, come la Nottola di Minerva prende il volo e non si sa dove arriverà ma prende il volo e ci strappa da noi. […]

(dalla postfazione di Aldo Nove e Giuseppe Genna alla nuova edizione di Millimetri, ripubblicato da Il Saggiatore, nella collana “Le Silerchie”)

 

I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.

 

*
Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni, a manciate,
con ingegno di forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.

 

*
Per voi che
chiudete questa voce
le spighe giungono, terribilmente presto,
e tutte hanno un collo
da poche lire sotto la cesoia,
una benedizione proprio a loro;
a loro e all’universo. Solenni,
fracassati in ogni muscolo,
lanciano il trattore, l’enorme triangolo
dove agosto si accampa
e vive di fichi
e tutti sono in preda,
stretti fino al proprio ferro: una
calma tropicale, una vigilia.

 

*
Quando le mani, a mezzaluna,
ricevono un calendario in
sangue di cicogne,
ogni uomo sparge sul fazzoletto
spazio e ferro: spuntano
dal battesimo i tiratori scelti
per una fame che non vuole pezzetti
e noi a valle con una pietra in pugno
alzati di scatto e mortali.

 

*
La testa cade a piombo
e si slaccia
nel pomeriggio strappato
al pensiero
ogni maniglia si aprì, fece silenzio.
Noi fermiamo lì una guerra
con navi serene e gelide.

 

*
Ma il pane nelle fermate
del terremoto non basta più
e il ladro ha
una scarpa sola.
Così sia. Nella testa
sbranata da una primavera
porge il latte a chi
l’ha posseduto e l’ha rotto.
Con tutti i denari, soffiando pari o dispari,
un capogiro tornerà
tra i ferri vecchi. Allora
noi donne lo daremo, alla luce.

 

*
I camion in punta di secolo,
con un chilometro
della loro stessa radice
stanno per
essere certi, per scendere quello
che si spezza è una
voce bollente
di calendari e risaie
murate nella brocca
quando un mirino allaga il maschio.
Ma quei due squilli
portatori di polline,
quel velo!

 

© Milo De Angelis

 

Giuseppe Genna – Fine impero (doppia nota di lettura)

fine impero

Giuseppe Genna – Fine Impero – Minimum fax 2013

“Nel tempo in cui nulla più è sacro”

Fine impero è in libreria per i tipi di Minimum Fax, e attorno a lui già gravita tutto ciò che potete trovare qui. Perché il lavoro di Giuseppe Genna è organismo vivente offerto in libera consultazione. Genna sa che la nostra scrittura è molto più consapevole di noi: la sua officina di riflessioni è sempre aperta, scritti compiuti assumono versioni 3.0,  nomi e sintagmi rimbombano da un libro all’altro, brani si rivelano denti di ingranaggi successivi. Ogni opera è pulsazione di un cosmo che prende in prestito, per essere detto, un genere consolidato per poi portarlo alla deflagrazione, e chi rinfocola questo cosmo (senza avere la pretesa di dominarlo né l’illusione di arrivare a chiuderlo) ha ben chiaro il proprio sguardo e la propria intenzione: perché tra gli autori che assolvono il compito di fissare il tempo cui apparteniamo c’è lui, Genna, e questo grazie alla sua abilità ad affiancare questo tempo a un battito più ampio, e coglierne lo scarto. È tale scarto a fare del tempo in cui viviamo il tempo nostro.
Fine impero, dunque, ultima scossa del cosmo-Genna in ordine di tempo, si apre con l’inspiegabile morte di una bambina; inspiegabile in quanto morte in culla, inspiegabile come qualsiasi dolore tocchi in sorte ai bambini. Non abbiamo alcun agnello (capro?), ma una dimensione di lutto privata. È perdita assoluta: lo sguardo di chi ha perso un figlio è concavo all’inverosimile, e abbraccia lateralmente, cogliendola ma senza aderirle, la realtà presente e passata in cui è immerso. Raggiunge quello che in Dies Irae veniva chiamato «lo sguardo gelido che suppone di essere testimoniale e non lo è». Il perché non lo sia è uno dei cuori profondi del libro: Fine impero è osservazione di un tempo che ha perso la pietà, brillamento della tragedia. Essa non viene né erogata né richiesta: «Il mio dolore», afferma il narrante durante la sua discesa nella Milano dello show-business rantolante, «alberga ovunque negli eoni, ha posto il cuore del suo impero nel centro del suo cuore. Tutelare il segreto della mia espulsione dalla vita era un imperativo che non riuscivo neanche ad avvertire come immorale». Nulla integra chi parla nella comunità, né c’è, del resto, comunità in cui sia possibile integrarsi: il tempo presente svuota di sacro ogni patto o rito che possa tutelarne la salute. L’albedo che ci spetta è il passaggio dalle quinte alla passerella in una sfilata d’alta moda («Fenditura di luce assoluta, da qui si esce, dal nero al bianco, dal buio cieco all’abbaglio accecante»). Il pasto sacro che ha dato inizio a tutto è una confezione di würstel contesa a gomitate in uno studio televisivo:

[…] si alzano in piedi tutti, la gente, ululano che vogliono i wurstel, la carne carcere dell’anima, le vallette afferrano confezioni di questi wurstel enormi famosi, li lanciano tra il pubblico che sgomita, la gente si lancia ad afferrare al volo la confezione, la gente apre la plastica sottovuoto della confezione, estrae i wurstel crudi, ecco la carne che comanda l’anima in tutto e per tutto […]. Lanciavano wurstel tra la gente che si azzuffava per mangiarli crudi dove cominciò tutto, lì.

Resta l’idea di uno sfascio, di un tempo incapace di aggancio, in cui perfino gli occhi di una tartaruga bastano a sentirci giudicati e minimi, e «il padre abbandonato diviene la figura patetica che fa da capo espiatorio per la città e si porta in esilio la peste che la devastava. Oppure diventa un profeta, ma non è questa un’epoca della profezia, questa non è un’era, non esistono più ere oggi e nell’immediato qui».

© Giovanna Amato

Titolo e citazioni, dove non altrimenti specificato, sono tratte da G. Genna, Fine Impero, Minimum Fax 2013.

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Il vuoto e il respiro

Siamo nel primo capitolo. Immaginate l’aria quando manca e poi, subito dopo, immaginate il respiro, quando torna e quanto sia ampio e vitale. Immaginate quando l’aria manca e quando torna. Quando si ferma il cuore per un attimo  e poi torna a battere, prima lentamente e poi più velocemente. Pensate a una storia e poi alla scrittura della storia. Ricordate: siamo nel primo capitolo. C’è questa scena iniziale del primo capitolo, c’è questo funerale, questa desolazione. Ci sono queste macchine parcheggiate fuori dal cimitero. Queste poche persone. Si sentono pochi passi. Ci sono  un uomo e una donna che stanno davanti agli altri. Una piccola bara bianca in mezzo a questo silenzio. Lei è la madre e lui e il padre. Qui manca l’aria. Avete finito il primo pezzo del primo capitolo, vi manca l’aria, avete voglia di ritornare indietro, a rileggere. Ed ecco la scelta delle parole, come si vanno a formare le frasi, la cupezza e la luminosità – il contrasto – delle descrizioni. La sintassi, i periodi, i punti al posto giusto. Qui torna il respiro. L’aria che manca, il respiro che torna, questo è Giuseppe Genna. “Nessuno sapeva niente di me tranne che ero nessuno: uno che scrive, uno normale, uno poco noto.” Il protagonista e voce narrante del libro, il padre dell’incipit, è uno scrittore. Uno scrittore che non scrive, che per vivere –anzi per sopravvivere – scrive per riviste di moda. Fine Impero racconta un dolore personale, la perdita di ogni cosa da parte di uomo. Genna parte dal  (e usa il ) dolore privato per scavare nella delirante desolazione collettiva in cui è precipitato questo paese. Il crollo dell’Impero viene ripreso da una telecamera che gira vorticosamente tra sfilate di moda, feste in casa di uomini di potere, droga, modelle giovanissime e strafatte, ragazzi che sognano la televisione, il reality, la televisione che li brama. Si passa dalla casa dello Zio Bubba,  l’uomo che accompagna “il padre” in questa discesa agli inferi, casa che è lusso, che è televisori al plasma appesi al soffitto, che è ragazzini che giocano a Wi, altri che scopano, altri che giacciono strafatti, altri che stanno male. Gli occhi di tutti sono vuoti. Nessuno dorme,  nemmeno chi lo fa, ebeti che vegetano, che ridono. L’orgia di corpi, del nulla, prosegue in un capannone fuori città dove si cercano altri corpi da mettere davanti a una telecamera. Würstel/Wrestler. Pubblicità/regresso. Suv che si muovono verso la Brianza, uno dei luoghi più produttivi d’Europa. Ville stratosferiche, dentro una di queste: la festa. Luogo della fine di tutto, del non festeggiamento. Corpi che ballano, corpi in piscina, nudi, vestiti, camere occupate da piccole orge, droga. Baratro. Il protagonista sembra muoversi come dentro una bolla e la bolla si buca ed entra un po’ d’aria biondo cenere. Perdersi in un corpo e ritrovarsi per un attimo. Questa è la fine dell’impero: un mondo perduto e fottuto costruito sul vuoto. Un vuoto che è un orribile palazzo in periferia o una sfilata di moda. Giuseppe Genna non lascia scampo, segue le tracce della fine di un’epoca e la cattura con una prosa cattiva, bellissima. L’equazione che regge il vuoto, risolve la sua incognita nei passi di un uomo che cammina, privo di tutto, verso Milano.

© Gianni Montieri

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LETTERA APERTA DI UN CITTADINO AL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PIERLUIGI BERSANI

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Gentile segretario Pierluigi Bersani,
chi Le scrive è un semplice cittadino Suo elettore, accorto e memore di quanto la storia di questo Paese gli ha riservato nella sua politicamente trista esistenza. A mano a mano che si rincorrono voci, senza smentite, intorno alle strategie che Lei sta mettendo in atto al fine di eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica, aumenta il mio disgusto nei confronti della modalità strategica e tattica del partito per cui ho votato e che Lei guida.
Non Le è sufficiente che lo schieramento, sfrangiato e convulso, del Movimento 5 Stelle proponga un nome che, se non erro, ha ricoperto la carica di presidente del partito in cui affonda le sue radici la formazione di cui Lei è attualmente, transitoriamente e ancora per poco leader? Sul nome di Stefano Rodotà convergono non soltanto consensi, ma anche speranze, da parte di chi sa riconoscere la limpidezza e l’autonomia di giudizio, la tutela dei valori costituzionali, l’etica personale fattasi pubblica, l’assoluta assenza di ambiguità, la marcata esperienza personale. Lei si ostina a trovare un accordo così detto “di larghe intese”, escludendo a priori la possibilità che le larghe intese si facciano con un movimento che rappresenta un terzo dell’elettorato italiano e che urla il suo disagio rispetto proprio ai tatticismi e alle trovate old style in cui Lei si sta rivelando magistrale, come il Suo referente più vicino, Massimo D’Alema. E’ abbastanza scandaloso che, al netto di qualunquismi a cui, in quanto intellettuale, non partecipo, ci si ritrovi a ragionare intorno a ex socialisti antiabortisti che effettuarono un autoritario e per nulla autorevole prelievo forzoso e diretto dai conti correnti degli italiani, oppure a una figura angosciantemente legata a un passato che il popolo dei Suoi votanti rigetta come scarto dell’ultima rovinosa stagione democristiana.
Che Lei non chiuda da subito la partita sul nome di Stefano Rodotà è una ragione di più per astenersi dal votare il partito che Lei, tra qualche mese, fortunatamente o meno, smetterà di guidare, e rispetto al quale lascia tuttavia una premessa imprescindibile: una sorta di angoscia e ambizione corrosiva che si esplica in ritologie asfissianti e ormai postume. La Sua figura esprime talvolta una rudimentalità simpatica, spesso invece una abominevole consustanzialità con tecniche che non hanno nulla dell’avanguardia sociale e sono bensì votate a esprimere una sentenziosità reazionaria e stomachevolmente imbelle. Si legge secondo i segni di un qualunquismo, che appartiene a segretari che L’hanno preceduta alla guida del partito (mi riferisco al signor Walter Veltroni), la consultazione di parti sociali sincronica a quella dello scrittore Roberto Saviano, non interpellato quanto alla cultura, della quale il partito è evidente non sa che farsene, bensì quanto alla legalità, con mossa apparentemente furbetta e invece patentemente populista, generica, superficiale e dannosa. Spiace per Lei e per i Suoi ragionamenti che una parte della popolazione non sia così intrusa di feltro nei lobi cerebrali da non capire le strategie di sopravvivenza che Lei e i Suoi alleati interni di partito state mettendo in atto.
Le chiedo di ravvedersi, di ascoltare i Suoi alleati, di compiere una scelta che non ci faccia morire democristiani e berlusconiani, di arrischiare un atto di coraggio che i Suoi simpatizzanti realizzano in carne e ossa e sangue ogni dì, mentre i Suoi vicini di scranno no: scelga il nome di Stefano Rodotà e dia una prospettiva di futuro a questo Paese stremato e indocile, bellissimo e assai contestabile, inquieto e a suo discapito tragico.
Cordialmente,
lo scrittore Giuseppe Genna