Giuseppe Culicchia

«Torino è Torino». A proposito de “L’immigrazione meridionale a Torino” di Goffredo Fofi

Fofi

Torino è Torino.
Non è una città come un’altra.
Giuseppe Culicchia [1]

L’immigrazione meridionale a Torino [2] di Goffredo Fofi è uno dei saggi-inchiesta cruciali degli anni del Boom economico. Caso unico d’indagine nell’ambiente operaio della città in quegli anni (fu rifiutato da Einaudi e pubblicato da Feltrinelli, ma nel 2009 è stato ripubblicato dall’editore torinese Nino Aragno) in grado di toccare aspetti del lavoro tra secondo dopoguerra e anni Cinquanta sino al ‘63, è stato ed è tutt’ora uno strumento utile perché tratta delle condizioni di vita degli immigrati in città approfondendo le contingenze culturali in una dimensione fortemente comunitaria. È inevitabile mettere in relazione il saggio con testi letterari affini: si viene a creare così quel legame con alcuni ‘repertori della realtà’ capaci di riconoscere in questo saggio una funzione cruciale e ‘di valore’ ancora avvertibili nel presente, e non solo per chi ne fruisce in ambito ‘scientifico’.
La Torino che riverbera nelle parole di due autori in antitesi come possono essere Lalla Romano e Giuseppe Culicchia, è una città che si riconosce già nell’inchiesta di Fofi. Lalla Romano (1906-2001) – autrice del secondo Novecento oramai canonizzata – mi ha lasciato impressa nella memoria la fotografia di una Torino degli anni Venti nella narrazione autobiografica di Una giovinezza inventata,[3] in cui lo sguardo provinciale e “ingenuo” di Romano, originaria di Demonte (Cuneo), conferisce alla città un’aura di timida e luminosa bellezza, tutta interna ad un certo filone intimista della nostra letteratura: la Torino di Romano è un piccolo-grande mondo ‘protetto’ e ‘lirico’, in cui gli imponenti edifici sabaudi sono rifugio, casa di un sé che contiene le spinte opposte di una gioventù curiosa ma morigerata.
“Esplosa” e postmoderna è invece la Torino di Giuseppe Culicchia, in particolare nel suo primo romanzo Tutti giù per terra [4] e nella ‘guida’ Torino è casa mia [5]: nato nel ’65 in città, cresciuto nella scuola di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia è stato forse il più importante autore della sua generazione ad aver inquadrato la trasformazione cittadina negli ultimi trent’anni. Soprattutto nei suoi romanzi pulsano temi importanti quali le trasformazioni politiche e sociali dagli anni ’60 agli anni ’80, con scorci della ‘vita di lavoro’;[6] la stagione della rottura col sindacato tra gli Ottanta e i Novanta; [7] la riqualificazione di alcuni quartieri (si vedano i Murazzi o il Quadrilatero Romano oggi), la speculazione edilizia contemporanea, la ghettizzazione degli immigrati del Duemila.[8] La Torino del dopoguerra, della crescita industriale, del movimento operaio e poi del ’68, dell’autunno caldo, degli Anni di Piombo, della stagnazione sindacale, passa nelle pieghe di quest’autore figlio di uno strascico del “baby boom”, e così accade per la storia industriale della città, stratificata e costellata di esperienze “dure” e “sotterranee” precedenti anche all’intervento di Fofi. (altro…)

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol. 3 di Alessandra Trevisan

When less than nothing
seems to be just enough
the queen of sugar
nails down on your back
the circle of glasses
turns your ghost into black
Queen of sugar, Motel Connection

Si potrebbe scegliere una soundtrack qualunque purché costituita in gran parte da musica elettronica ‘ossessiva’ – o da house music radical-commerciale – per parlare del terzo volume di quella ‘trilogia al contrario’ che Giuseppe Culicchia ha costruito attorno alla sua città, Torino, trilogia (da me così definita, n.d.r.) che con Brucia la città, nel 2009, ci riporta nel nostro presente frammentario e statico, in cui l’appartenenza è segnata da vuoti di senso fagocitati da altri vuoti. Dall’esordio con Tutti giù per terra son trascorsi quindici anni, un buon tempo per maturare una storia violenta come questa, di tre amici di buona famiglia molto annoiati, che trascorrono ‘nottate di niente’ tra il Quadrilatero Romano e i locali sui Murazzi. Iaio, Boh e Zombie – i nomi enfatizzano la voragine che si portano appresso nella vita – sembrano l’evoluzione dei Suini di Giuseppe Caliceti (Marsilio, 2003)* o i fratelli maggiori dei protagonisti de Gli interessi in comune di Vanni Santoni (Feltrinelli, 2008): senza una meta, alla rincorsa dell’oblio, ogni giorno. Non vale granché la ricerca tutta mentale di Allegra, la fidanzata scomparsa nel nulla, che Iaio persegue in un moto perpetuo di andate e ritorni in una città mutatissima rispetto agli anni ’90, una città il cui corpo è stato abusato; da mesi si prova ad organizzare l’evento dell’anno, una Notte Bianca molto di moda che possa tenere a bada gli animi di una crisi già in atto. Torino è una città di facciata ora, in cui convivono gli happy hour a tutti i costi, i vip onnipresenti e, come in tutte le grandi città, i quartieri degradati forse più pregni di un’umanità vera, che i protagonisti di questo romanzo non possiedono. Torino è una città-fluo, in cui è possibile cercare la propria fuga dalla realtà imbottendosi di bamba tutte le sere.

Nulla di nuovo sino a qui, si potrebbe dire: sembra la trama d’un romanzo metropolitano di quelli d’oltreoceano, sì (citatissimo è Bret Easton Ellis di cui l’autore è anche traduttore in Italia n.d.r.), o vicino forse a Il passato è una terra straniera di Carofiglio (soprattutto per l’effetto-coca) o a certi romanzi di Ammaniti. Ma qui lo stile di Culicchia è la chiave di volta per entrare in una storia degna di Irvine Welsh: le sue pagine sulle serate-tutte.uguali, che insistono sulla ripetitività delle situazioni che i tre protagonisti vivono conducono verso un appannamento drogato della realtà molto coerente, ben riuscito, che entra a piè pari nella nostra contemporaneità ansimante, iperenergetica e anti-emozionale: è il caso di p. 15, che con irriverenza attacca così.

«Le serate sono come le fighe: devi riempirle» sentenzia Zombi sulle note di quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo cd di Ellen Alien. E mentre lui, con ostentata noncuranza, s’infila in una tasca dei jeans l’involucro che ha appena sventolato sotto gli occhi miei e di Boh, […] soddisfatti all’idea che fra poco ci faremo. Ansiosi di farci.

Usciamo all’imbrunire.
Andiamo a divertirci noi. A fare i coglioni.
Sappiamo divertirci noi. Sappiamo tirare fuori il meglio dal buco.
Saliamo in macchina e decidiamo di smuovere il culo. A morire un po’ sulla pista. Ridiamo e ci fermiamo in un bar sulla provinciale a prendere le birre.
Questa sera è diversa e lo avvertiamo tutti.
[Rispetto in Fango, Niccolò Ammaniti, Mondadori, 1996]

Ma per i protagonisti torinesi, una sera vale l’altra appunto. Eppure la citazione di Ammaniti, tratta da Rispetto, un racconto in cui i protagonisti dopo uno sballo in discoteca compiono uno stupro che si conclude in omicidio, rimanda ad un’atmosfera piuttosto feroce e vagamente pulp, una scena che in qualche modo ritorna sull’ultra-violenza di Arancia Meccanica, lontana da – ad esempio – le scorribande romagnole di Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

Quello che Culicchia fa è rendere letterario uno sballo sopra le righe, estremo, e dare voce ad una noia ultra-moderna, in modo efficacissimo, inserendola in una cornice narrativa che regge bene, dove la critica sociale e soprattutto politica è parte viva del romanzo: tutti gli assessori che vi figurano infatti Mintasco, Mincenso o Marrangio che compaiono come lampi di flash tra le righe, sono le maschere d’un sistema che non regge, di un sistema esploso troppe volte, quello governato da una classe dirigente senza scrupoli morali. Questo romanzo pigia sui tasti di un cinismo amaro, e lo fa grazie alla ripetizione anche, di alcuni motivi; uno è quello appena citato, il secondo è la scritta ‘POVERINI’ che Iaio vede ovunque, soprattutto nelle zone chic della città, riferita agli extracomunitari che quella città la popolano, la vivono, in cui lavorano. Un terzo motivo, oltre alla ‘bamba’ onnipresente, è Paris Hilton, eterno ritorno della modella-donna-oggetto, così come ciascuna barista dei bar del Quadrilatero, con una frangia modaiola uscita dallo schermo televisivo (dal Grande Fratello) e un tatuaggio tribale appena sopra il sedere, una minigonna cortissima, un modo di muoversi simile in tutte le sue pose sempre.

Torino ‘allucinata e stravolta’, dai suoi panni sabaudi (meravigliosi se si legge ad esempio Una giovinezza inventata di Lalla Romano, Einaudi, 1979) trova senso soltanto nella speculazione, nell’anti-politica, nel protagonismo da rotocalchi, nella droga facile; e la città brucia, nel finale, per ricostruire dalle sue macerie o per collassare una volta per tutte.

***

Per rileggere i primi due articoli, cliccate qui: vol.1 e vol.2

*meno di dieci anni fa, ne parlavo qui.

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.2 di Alessandra Trevisan

Come se, ogni giorno
fosse uguale al giorno prima
fosse come il giorno prima.
Come se, Subsonica

Nel 2004 Giuseppe Culicchia pubblica per Garzanti un romanzo dal titolo Il paese delle meraviglie, nel quale ritrae i conflitti giovanili dei nati nel baby boom, tra ideali che si stanno formando, paure, violenza e punk music: protagonisti i quattordicenni Attila e Zazzi, due liceali alla scoperta della vita negli ‘anni di piombo’; tutt’altro che meraviglioso, il loro mondo è piuttosto malinconico e si sgretola con facilità. Culicchia scatta la polaroid d’un Paese che sta mutando e, in una sorta d’inversione, scrive il prequel del suo esordio, ossia ancora un romanzo di (pre-)formazione, rito iniziatico verso l’amara età adulta, corale, appassionato, irriverente, com’è il punk. E in questo solco nuovo che Walter – il protagonista di Tutti giù per terra (di cui si parla nell’articolo vol.1)-, vive e ri-vive, ma sempre ‘al singolare’ perché la solitudine è la condizione imprescindibile del presente, e porta a compiere un oltre-passaggio.
Il paese delle meraviglie consacra Culicchia al grande pubblico, e permette il transito ad un terzo volume dell’ideale trilogia ‘la meglio gioventù torinese’, ossia Brucia la città (Mondadori, 2009): il romanzo narra ‘una storia d’asfalto’, quella di Iaio, trentenne giovane dj di buona famiglia, che trascorre le sue serate tra musica, modelle e molta droga, in attesa di una nuova festa, di una ‘notte bianca’ che infiammi la città. All’università preferisce l’ozio, le notti all’interno del Quadrilatero Romano e in molti appartamenti della ‘Torino che conta’, in cui si consuma, a poco a poco, la fiamma di una vita sprecata: il desiderio di sballo è portato all’estremo ogni notte in un montaggio di flashback e ricordi di Allegra, la fidanzata scomparsa. La narrazione e la lingua di Culicchia sono ‘acide’, fatte di ripetizioni meccaniche anche nella scrittura stessa (si leggano le pagine dedicate alle bariste ‘seriali’ che lavorano nei locali del centro); la vita è bucata, e vige l’incapacità di colmare i vuoti di senso – enormi – che la aggravano. Iaio e i suoi amici Zombi e Boh vivono ‘i giorni tutti uguali’ della citazione in calce e sono personaggi di una realtà ‘spostata’ ed analoga a quella de I ragazzi dello zoo di Berlino trasportata nella postmodernità tra sesso, cocaina, alcool e pasticche; la violenza è qui assunta ad ordinarietà. Avrò comunque modo di ritornarci presto, su questo romanzo.
La Torino urbana e post-urbana di Culicchia, che respira un’ansia da prestazione nella sua nuova veste post-industriale, la si sente vibrare appoggiando i piedi sul marciapiedi: in quel grigio rilucente rimbombano i suoni di synth e le particelle elettroniche rimbalzano sull’asfalto e s’infiltrano nel corpo . È una realtà ultramoderna, descritta anche nei testi di uno dei gruppi più significativi del panorama cittadino odierno, i Subsonica. Parlare di letteratura torinese non prescinde da un’incursione nei loro testi, poiché la focalizzazione tematica è molto simile. Coerentemente tramite frammenti, ecco alcune riflessioni sull’essere giovani, il vivere la precarietà, l’immergersi nella quotidianità e nell’alterità, la veemenza e l’intransigenza, e soprattutto un modo di raccontare l’oggi in piccole folgoranti formule che s’incollano addosso a chi le ascolta.

Forse è così, io vivo fuori tempo;
è vero ciò che sento sotto pelle,
è come una costante sensazione di
mancata appartenenza
(Cose che non ho, in Subsonica, 1997)

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno […]
Come fare a coniugare un verbo al futuro
Quando il futuro è solo appalto di tenebra
(Piombo, in L’eclissi, 2007)

Presentificare lo status di dispersione del sé, in tutte le sue forme: questo lega i Subsonica a Giuseppe Culicchia. Ma sono soprattutto due le specificità introdotte dal narratore torinese con il romanzo del 2009: la prima è l’incapacità di crescere o la mancanza del raggiungimento di un’adultità, conflitto aggiornato al Duemila e non valicabile; siamo dunque all’opposto di ciò che accade ne Il Paese delle meraviglie, in cui Attila e Zazzi maturano in fretta poiché vivono esperienze ‘formative’. La seconda invece è il ribaltamento del concetto di dolore della generazione anni ’90 quella di Walter: si ricordi il ritornello «Pain, pain, pain» di You know you’re right dei Nirvana, che si può parafrasare in «soffro dunque sono», rielaborazione contemporanea del ‘cogito ergo sum’ cartesiano. In Culicchia la sfocatura della realtà è accelerata: Iaio e gli altri non solo non diventano mai grandi ma non soffrono più perché non ‘sono più’ o sono ‘nessuno’. Il presente li ha fagocitati sino a far perdere loro il volto, uomini senza futuro perché senza identità.

***

note:

*A proposito di punk, si veda il saggio di Greil Marcus Tracce di rossetto, Bologna, Odoya, 2010, che rapporta questo genere agli altri fenomeni d’avanguardia del Novecento.

*Si consulti a proposito di Bruci la città C. Taglietti, Culicchia processa Torino: vacua, perversa e drogata, in «Corriere della Sera», 30.01.09, <http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/30/Culicchia_processa_Torino_vacua_perversa_co_9_090130082.shtml&gt;. un volume del 2006 per Mondadori del giovane autore Marco Mancassola, Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni.

*Per chi vuole uno sfondo uguale e opposto a quello di Bruci la città, eccolo in Novalis di Giorgio Fontana (Marsilio, 2008).

*You know you’re alright è un singolo postumo dei nirvana, del 2002, ma scritto almeno dieci anni prima; si tratta di una canzone-testamento, quasi una chiave di volta per comprendere la filosofia di questo movimento.

***

Se lo state cercando, il vol. 1 di questo focus su Culicchia è qui!

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.1 di Alessandra Trevisan

a Federico M., che m’aiuta a leggere il mondo.

Molto spesso il mio essere sociale
presuntuoso si chiude in bagno,
a pettinare tutte le sue noie
che sono funzionalità.
Rachele, Moewy

Alienazione, mancanza di centro e di senso, insoddisfazione sono i tre focus di Tutti giù per terra. Uscito nel 1994 per Garzanti questo romanzo narra il disincanto e il tentativo di interpretare la realtà di Walter, ventenne studente di filosofia a perditempo nella Torino tra anni ’80 e ’90. Squattrinato e straordinariamente ‘normale’, annoiato e solo, Walter vive in un quartiere popolare, è figlio unico e incompreso in famiglia, e può contare solo sulla progressista zia Carlotta, punto di riferimento per la sua maturazione. Una vera opera cult di fine secolo questa (assieme alla coeva Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi), che ha segnato l’esordio del giovane Giuseppe Culicchia, e da cui il regista Davide Ferrario nel 1997 ha tratto l’omonimo film con colonna sonora dei C.S.I. Classe 1965 e allievo di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia ha sempre perseguito una carriera letteraria autonoma e quasi del tutto Torino-centrica: dal lato opposto rispetto al noto fenomeno dei Cannibali ha proseguito il postmoderno tondelliano, pubblicando alcuni romanzi generazionali molto significativi che inquadrano letterariamente utopie, illusioni, necessità e speranze di almeno due intere generazioni, e che lo avvicinano dunque a opere di autori coetanei o quasi. In Culicchia c’è la frammentarietà dell’esistenza ultramoderna, c’è il nichilismo volgarmente inteso, la complessità dell’incrocio tra vita e ‘comunicazione multipla’ dettata dai mass media, e c’è in particolare in Tutti giù per terra una sfocatura del reale vissuto freneticamente ma senza direzione. Si veda l’incipit, a pag. 13:

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. […] ero solo libero di non far niente. […]
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. […] Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo cui aggrapparmi. Senza più niente da vedere.

 

Walter vaga senza meta alla ricerca di un’identità, si sente senza scopo, è smarrito in se stesso, e la città non è altro che un grande contenitore che lo rinchiude. Torino è decadente e isterica: è una città malata, e Davide Ferrario ne mette in scena l’agonia con un montaggio sperimentale e avveniristico, che segue un ritmo rock ‘n’roll e dà maggior verità ai conflitti di Walter, la cui rabbia è costantemente repressa, la cui quotidianità precaria è accettata passivamente: Walter è la ‘meglio gioventù’ figlia di un tempo in cui vige l’apatia, in cui non ci sono spinte ideali né alternative, se non la noia nei confronti di ogni cosa. Un tempo attuale, dunque. Negli stessi anni ad Aberdeen, nello stato di Washington, USA, Kurt Cobain urla il proprio dolore: la periferia è lenta, grigia, senza futuro (ancora); ha le sembianze ‘al limite’ descritte nel romanzo di Tommaso Pincio Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), ha la stesso sapore che lasciano sulla lingua i versi di Morire di noia di Giorgio Canali. Il grunge di Cobain e di quella generazione è ancora oggi la forma di rabbia giovanile a noi più vicina nel tempo, una ‘presa di coscienza immatura della musica e della realtà’, una ‘distorsione della gioia di vivere’ che invade la vita, la segna e resta dentro. Nel suo romanzo d’esordio – primo di una sorta di trilogia inversa di cui parlerò, approfondendo quest’interpretazione, nel vol. 2 e nel vol.3 – Culicchia incrocia non solo l’anima grunge ma anche l’anima d’un altro movimento che non aveva esaurito il suo potenziale violento-ossessivo-macina realtà: è la controcultura punk, che a Torino e Milano continua ad avere discepoli anche nei tardi anni ’80, quando il ‘no future’ affiora nel grunge. Ma c’è dell’altro, perché l’opera prima dell’autore torinese è impregnata anche di elettronica, di suoni sintetici che abbracciano quelli ruvidi, suoni che calano nel corpo alla velocità d’una pasticca: Culicchia non dimenticherà mai queste eclettiche inclinazioni musicali, protagoniste di altre opere mature e molto più che ‘colonne sonore’. E si può dire infine che Walter sopravviva e viva incontrando ben tre subculture, e tuttavia non abbracciandone nemmeno una, ma scegliendo di elaborare una personale visione del mondo, altra, profondamente autentica.

***

Nato a Torino nel 1965 Giuseppe Culicchia è ormai considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni. I suoi racconti figurano nelle antologie Papergang Under 25 III pubblicata da Transeuropa Edizioni nel 1990 a cura di P. V. Tondelli (1955-1991), e ispirato da autori come Hemingway, Carver, Bukowski e Bret Easton Ellis, ha esordito nel 1994 per Garzanti con Tutti giù per terra, caso letterario del decennio e vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour; ha pubblicato per la stessa casa editrice Paso doble (1995), Bla bla bla (1997), Ambarabà (2000) e Il paese delle meraviglie (2004), Un’estate al mare (2007). Per Laterza, nella collana Contromano, ha pubblicato Torino è casa mia (2005), Ecce Toro (2006) e per Einaudi ha tradotto American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Recenti i suoi romanzi per Mondadori Brucia la città (2009) e Ameni inganni (2011) e per Feltrinelli il reportage narrativo Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna, Catalogna e Russia. Giuseppe Culicchia collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui «La Stampa».

***

note:

*Rachele è contenuta in L’importante è la salute, autoproduzione, 2009, da ascoltare qui: moewy.bandcamp.com.
**Il ritornello di Tutti giù per terra recita così: «Come non sapere come non farsi fregare/ Come non potere avere niente da imparare/ Come non voler sentire quello che è da dire/ Come non trovare mai la forza d’affiorare.» La soundtrack del film è affidata, tra gli altri, a C.S.I., Marlene Kuntz, CCCP, Üstmamò.
***‘Rovesciamento della violenza espressiva’, frammentaria e assolutamente originale, nuova, unione di ‘ribellismo autodistruttivo e ‘arte “del sangue di platica”’: così definisce il pulp-cannibale italiano Fulvio Panzeri in «Avvenire», 14 gennaio 1997. Gli autori che per primi han dato vita a questo movimento, partecipando anche all’antologia Gioventù cannibale (Torino, Einaudi, 1996) sono almeno sei: Tiziano Scarpa (1961-), Giuseppe Caliceti (1964-), Niccolò Ammaniti (1966-), Aldo Nove (1967-) e Isabella Santacroce (1970-).
****su Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) si è detto sempre tanto, ma ricordo qui che è considerato il primo ‘autore giovane’ italiano del Novecento. Pubblica Altri Libertini per Feltrinelli nel 1980, cui seguono opere importanti, anche di teatro, e scritti attorno alla letteratura. Sorta di ‘talent scout ‘ letterario, è stato tra i primi ad integrare nella propria opera il postmodernismo inteso come «millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la “crisi” del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc.)», definizione di FREDERIC JAMESON, in Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, «New Left Review» 146 (1984), trad. it. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 7.