Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 6: Iena

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È canide tra i felini; può essere bruna, maculata o striata. Il suo riso imita la voce umana da bambino isterico, la carne fresca ancora zampillante sangue attira il suo micidiale olfatto.

Questo animale, che certo non ha dalla sua un bell’aspetto – il buon Rosenkranz (allievo di Hegel) ne avrebbe potuto scrivere nell’Estetica del Brutto – è caratterizzato dal muoversi in branco, il quale fa paura anche ai felini più grossi; per parallelo un’unica iena può mettere in fuga anche un branco di lupi o sciacalli.

Con organizzazione matriarcale, questi netturbini della savana (al pari degli avvoltoi) amano rifugiarsi in tane altrui.

Estetica orrorifica, ghigno granguignolesco, stridente metallo infuocato della voce, passo claudicante di vecchio lussurioso e sconcio, viscido cane ingigantito, sozzo predatore del deserto, la iena si muove come se i suoi giorni fossero gli ultimi; non ha l’eleganza dei felini. Se questi ultimi danzano sulla terra, la iena inciampa tra le sue stesse zampe, eppur sublime è la sua apparenza; come sublime è l’ossimorico terrore piacevole che lo spettatore di cui parla Burke prova di fronte a un maestoso paesaggio montano o come il lettore di Lucrezio (tramite Blumenberg) sente a immaginar il naufragio nel De rerum natura.

Cane grosso, grasso e libidinoso, malato di lascivia che odora di sangue e carne maciullata, la iena ridens o macchiata (crocuta, crocuta) digerisce pelle e ossa delle carogne come un malato frullatore metà ferro e metà carne.

Come già ho detto, il loro è un clan, di quelli solidi e inquietanti, di quelli che non vorresti mai incontrare ma che, invece, nelle strade buie di periferia – sotto forma di uomini – ogni tanto si fan beffe del poveraccio di turno, della carcassa sanguinolenta non ancora morta ma già in spirituale decomposizione.

Pipistrello terrestre di dimensione maggiore, non ha ali ma solo mandibole che frantumano le ossa innocenti, spesso di bestie già morte… cadaveri già freddi.

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© Giuseppe Ceddia

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 4: Castoro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 4: Castoro

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In latino è castŏre(m), (dal greco kástōr-oros); con quei piedi anteriori prensili e con quelli posteriori palmati, con quella coda a spatola e con quell’aria “bambina” di spiritosaggine furbastra e ruffiana (della serie “ho rubato io la marmellata”) rammenta l’incarnazione del briccone divino e dispettoso, del saltimbanco imbonitore, del truffatore sempre truffato.

Marinaio della terra, saggio discendente delle divinità terrestri e marine, vive spesso nel timore; dalla sua borsa glandolare si ricava una sostanza, il castòreo, per usi antispastici nonché stimolanti. Di lui hanno scritto Plinio e Giovenale, i bestiari medievali e Brunetto Latini, Ludovico Ariosto e Lope de Vega, ed anche Cervantes, quando Don Chisciotte sottrae l’elmo (che elmo non è!) al “pagan” barbiere; vedendosi in pericolo, sempre cacciati dall’idiota umano, i castori – secondo antiche leggende – si strappavano i genitali, sapendo che a causa d’essi venivano cacciati.

Insomma un animale con gli attributi, in tutti i sensi; anche perché ad essi rinuncia per salvarsi la vita. Se è vero che in ogni credenza c’è un fondo di verità, questi castori… questi roditori dalla pregiata pelliccia – anch’essa prelibato bottino per il virus che l’uomo rappresenta – hanno tanto, dunque, da insegnare. Soprattutto nel paradosso genitale: se ne privano materialmente per averne di più spiritualmente.

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Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 2: Gatto

di gabriele antonini illustratori.it

Bestiario n. 2: Gatto

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Si pente raramente.

Quando l’occhio predatore t’osserva, immagina cose sconosciute al genere umano. Felino reso casalingo ma pur sempre attento a limarsi le unghie su luoghi prescelti (che non siano quelli che propone l’uomo).

Il gatto chiede di esser accarezzato con lo sguardo, spesso sfugge al sottile contatto; con la coda addolcisce i luoghi. Penetra mentalmente i muri, gli oggetti, gli stessi sentimenti, con la sensibilità del neonato innocente.

Poi, quando meno te l’aspetti, si trasforma nella più calorosa manifestazione d’amore, quella selvaggia e incontaminata, pura perché sincera, istintiva perché autosufficiente.

Animale notturno, dorme quando gli altri son svegli; gironzola mentre gli altri dormono, nutrendosi di buio, contemplando le tenebre, danzando alla luce lunare.

Forse scrive poesie mentre guarda fuori dalla finestra, oppure ascolta il vento (che mai può essere afferrato) sussurrargli melodie d’amore vecchie di cent’anni.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 1: Asino

fonte: nonpsrecare.it

Bestiario n. 1: Asino

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Mentre pigro osserva lo sciame di mosche attorno al capo, i moscerini anarchici nelle orecchie suonano una serenata antica; con la coda spazza la poetica polvere del cortile.

L’asino è un animale lavoratore, un operaio dalla schiena curva, i pesi e le battute sono le sue lacrime; si crocifigge da solo, novello figlio di dio nel regno animale.

Solo gli occhi, pozzi profondi di ricchezza genuina, sovvertono lo stato delle cose, umidi di sudore e dolore; qualche volta preferisce il bastone alla carota (se l’ortaggio proviene da mani traditrici), è umile e ha dignità da vendere.

Un asino conosce la strada accidentata della vita, è uomo e macchina, santo e anacoreta, le sue lacrime – ancora dico – sono fatte di pesi e battute. I suoi occhi… hanno la luce delle stelle.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane

ceddia

L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane, a cura di Giuseppe Ceddia, Stilo Editrice, 2015, € 14,00

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Signori, entrate, qui dentro c’è un mondo che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza. Un mondo di cui abbiamo sfiorato la superficie con gli occhi, qualche volta soltanto. Un mondo dove il buio, l’orrore, la fantasia, il mistero e il divertimento, sì pure quello, dominano sovrani. Un mondo che è fantastico, che è quello del fantastico. Un mondo in cui perdersi, in cui la letteratura ci fa compiere quel viaggio verso luoghi sconosciuti e immaginari, come quelli del fiabe, del magico e del perduto. Luoghi in cui si uccide e si ama, dove il sortilegio e la sventura sono compagni della misericordia, fratelli della paura e della miseria. Signori, benvenuti nel regno del gotico, accomodatevi in queste novelle scritte in tempi lontani ma non lontanissimi, novelle gotiche italiane, qui molto ben raccolte e presentate da Giuseppe Ceddia.
Ceddia è dottorando in Italianistica all’Università degli studi di Bari e, tra le molte altre cose, si occupa della ricerca degli elementi “gotici” dal Romanticismo in poi. Questione che mi incuriosisce molto, come tutte le faccende letterarie che sono lontane dalle mie letture abituali. Ceddia introduce le novelle, con un ricchissimo  e coltissimo saggio, parliamo di dieci racconti e dieci autori «considerati erroneamente minori», invece molto importanti se si vuol leggere il gotico italiano, se si ha voglia di avvicinarsi a un modo diverso di raccontare, spiegando proprio il senso di quella parola che ho usato più sopra, la parola fantastico. Quella parola vista sotto nuova luce dopo la definizione che ne darà Tzvetan Todorov nel suo La letteratura fantastica. Per spiegarmi meglio cito proprio Ceddia: «E allora, cos’è il fantastico per lo studioso? È l’incertezza, il dubbio. In sostanza, quando il lettore si chiede cosa il narratore stia raccontando, prende vita il concetto di fantastico. Insomma, è l’esitazione la quintessenza del processo che definisce una narrazione ‘fantastica’». Quindi, non propriamente la narrazione di tipo non realistico.  Questo è molto interessante, così come lo sono questi dieci racconti, prendiamo due incipit:

Da Margherita di Cesare Balbo (1829)

Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono arrecando alla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli chiedere ragione agl’ignoranti genitori, il più sovente trovai che non davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli. Ma dicono non potersi educare bambini, né far loro fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure.

Da L’ombra del Sire di Narbona di Emma Perodi (1893)

La terza festa di Natale la neve era cessata e il vento erasi calmato come per incanto. Nonostante, anche in quel giorno, dopo desinare nessuno uscì dal podere del Marcucci, perché gli uomini stessi rammentavano di aver provato grandissimo diletto a udir dalla bocca della Regina quelle novelle con cui ella aveva allietata la loro infanzia, e che avevano il vago presentimento di sentir raccontare per l’ultima volta. La vecchia massaia, dopo la morte del marito, col quale aveva diviso in pace gioie e dolori per quarant’anni, era ridotta uno spettro e aveva, come si suol dire, un piede nella fossa. I figli che non l’avevano lasciata mai, non s’erano accorti del suo deperimento, avendola sempre sott’occhio; ma lo avevano notato dacché Cecco era tornato a casa e non aveva fatto altro che domandare se la mamma era stata ammalata. Allora anch’essi avevano aperto gli occhi, e il timore di perderla presto s’era insinuato nell’animo di que’ figli affezionati.

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Questo Natale #23: Giuseppe Ceddia, Teste pelate e morti bagnate

Biennale 2010, foto gm

Biennale 2010, foto gm

Teste pelate e morti bagnate

 

I

 

La notte in cui furono convocati dall’assemblea, i fratelli I. potettero assistere allo spettacolo di una luna che – improvvisamente – da esser gialla catarifrangente, assunse un colore rosso mestruo o, volendo, rosso ferita da arma da taglio.

Non si accorsero neppure del pompino che, con grande maestria, una bionda dal cuore d’oro e labbra aventi vita a sé stava praticando a un loro amico, all’interno di una libreria, senza contraccettivo, come in uno spettacolo aperto al pubblico, in quanto i fratelli I. si accorsero del tutto semplicemente guardando la vetrina del locale che, in quell’istante, oltre a esporre libri, trasmetteva in mondovisione la storia della pratica orale più vecchia del mondo.

Notte di Natale dunque; altrimenti una libreria bigia di una città triste, mai e poi mai sarebbe stata aperta in una notte qualsiasi di una città qualsiasi.

  • Neanche i contraccettivi usi quando te lo fai succhiare? – disse il rapper.
  • Non sprecare fiato con quello, avrà già tutte le malattie del mondo, i vermi si stan fottendo la sua anima… – disse la ragazza della libreria.

Fiato sprecato, aria mandata all’aria.

La notte in cui furono convocati all’assemblea, la notte di Natale del 2345, i fratelli I. ignoravano che la succhiatrice bionda (che si ergeva a cantatrice calva) in realtà altro non fosse che la rappresentazione della morte. Una morte passionale, sfuggente, vaginale, meravigliosamente sensuale, occhiblueggiante, una morte che – solo in quel preciso istante – assunse i connotati di una bambola scandinava, ma che avrebbe potuto essere coleottero il minuto dopo e macchina da scrivere quello dopo ancora.

Se ne accorse invece, anche se già lo intuì succosamente mentre le infilava le palle in bocca, il signor G. – quello che, lacrimando come un somaro battuto, riceveva il dono bagnato delle labbra da ergastolo.

Ne fu cosciente nel momento in cui, mentre si osservò per un attimo nella vetrina, vide solo il suo pene eretto e il nulla che glielo trastullava, c’era solo lui nello schermo demoniaco del vetro, solo i fratelli I. si accorsero della figura accovacciata, prostrata ai suoi piedi, che mentre glielo succhiava lo schiaffeggiava dolcemente sulle cosce con mani smaltate dal vizio.

Si accorsero della donna ma figuriamoci se tre esseri simili (erano tre i fratelli I.) avrebbero mai potuto accostare cotanta bellezza alla falce ossea e pietrificata dei disegni sui giornaletti horror che, assieme a quelli pornografici bagnati di sacro sperma incrostato senza pensionamento anticipato, collezionavano da giovani.

Eppure mica è da tutti vedere un amico che si fa succhiare il cazzo dalla morte. Loro non sapevano fosse la morte, l’amico neanche la vedeva riflessa e pensò di esser da rinchiudere. Noi sappiamo però le cose come stanno.

I fratelli I. erano sostanzialmente uguali o meglio, diciamo che il medio e il grande avevano stazza simile, massiccia, cambiava solo l’altezza; media quella del medio, grande quella del grande.

Solo il fratello minore, che pur manteneva i medesimi tratti da insopportabile figlio di papà, era magro come un chiodo, di altezza indefinibile, a metà strada tra l’altezza media del medio e quella grande del grande, la morte intanto succhiava grandemente un glande, e lo faceva alla grande.

Il giorno in cui la morte non dovesse più saper fare un pompino, dovremmo seriamente preoccuparci. Tutti, nessuno escluso.

Figuriamoci se questo debba avvenire a Natale poi.

I fratelli I. erano calvi, le loro teste lucide come biglie giganti da collezione, solo dei baffetti decoravano, in maniera viscidamente asimmetrica, le sottili labbra superiori, perennemente incurvate a sostenere il peso della vita, l’essenza stessa del battito cardiaco.

La sede dell’assemblea distava pochi passi dalla libreria degli amici che, in quei giorni, umida saliva e sperma a parte, iniziava ad assumere connotati di minestrone natalizio da sostenere con lo sguardo e schivare con l’inconscio.

II

Mentre la bionda morte invisibile assoggettava il signor G. – ormai residuo pseudo-umano di disgregazione parziale – i fratelli I. giunsero nel palazzone kafkiano, regno dell’assemblea.

La sorpresa si dipinse sul loro volto quando si resero conto che il tavolo ovale, simbolo del potere, feticcio mai arso e dogma perenne delle sale ai piani alti, era circondato da persone esattamente uguali a loro.

Tutti i componenti dell’assemblea erano calvi, con baffetti sottili sulle labbra inesistenti, tutti più o meno grassi o più o meno magri, tutti apparentemente alti o presumibilmente bassi.

Vi erano tanti fratelli I. attorno a quel tavolo ovale, attorno a quell’ellisse che trasudava ingordigia e potere, mogli tradite e amanti scopate sulle scrivanie, frustrazione perenne e soldi che non saziano mai.

Si attendeva il capo.

Il posto a capo tavola, quello di chi tiene il tombolone, era ancora vuoto. I fratelli I. (i tre di nostra conoscenza intendiamo, non gli innumerevoli sosia della sala) si guardarono attorno, con le pupille incrostate, prive di liquido, le palpebre incollate come quelle dei pesci.

Intanto in libreria si tentava di rendere accogliente uno spazio di per sé angusto, al fine di racimolare i fondi per un peccaminoso e triste Natale. Sempre lo stesso. Sempre quello del 2345, un Natale come tanti altri, identico ai precedenti 2344, assolutamente copia di quello che sarebbe stato nel 2346.

  • Anche quest’anno la vedo dura, la gente è troppo impegnata a svillaneggiare tra i negozi di borse e di gonne – disse la ragazza della libreria.
  • Come darti torto… di questo passo credo che il futuro potrebbe essere quello di riempire preservativi tropicali con sputi vinosi – disse con apparente e cosciente nonsense il suo collega, un biondo mezzo nazista e mezzo punkettone.
  • Il vostro lavoro è un atto di coraggio in mezzo all’ipocrisia dilagante – disse il rapper.
  • Quello che in situazione verte? – disse il biondo alla sua collega, riferendosi al signor G.
  • Te l’ho detto – rispose lei – la sua anima è pranzo per le larve, sono ore che si dimena quasi come se qualcuna glielo stesse succhiando.
  • Ah… ma dunque nessuna glielo sta succhiando? – disse il rapper.
  • Forse… – disse il biondo – io non sono così presuntuoso da credere che ciò che vede uno debba vederlo anche l’altro. Ci può essere una bionda accovacciata a spremergli le palle… come non ci può essere nessuna donna. Non esistono dati certi… non esiste… la…

 

Non esiste la morte, forse si voleva intendere, è solo la vita che non ha mai avuto pietà di nessuno.

III

Senza tirarla troppo per le lunghe, mentre in libreria si cercava di capire se le convulsioni spietate del signor G. fossero frutto di piacere sessuale immenso o piuttosto il risultato di una vita dissennata, nella sala dell’assemblea (quella del tavolo ovale)… si attendeva ancora il capo.

La poltrona padronale continuava a essere vuota.

Fu davvero un attimo, pochi secondi. Le luci si spensero. Si riaccesero dopo pochissimo e la sedia padronale a capotavola era occupata dalla bionda che fino a poco prima, era (o non era?) in libreria a dare piacere (o estrema unzione?) al signor G.

I tre fratelli I. e tutti i loro fratellastri si guardarono… si scrutarono pietrificati per un tempo infinito; non avevano mai visto una donna così bella.

Tutti pensarono che tra le braccia (o tra le gambe) di una donna simile, avrebbero anche potuto morire. Questo unico pensiero sorse come un fiore dallo stelo turgido come un pene in ogni cervello degli innumerevoli fratelli I.

Questo pensiero era il terzo parametro fisso, dopo le teste pelate e i baffetti sottili sulle labbra disegnate a mano.

L’unico problema, e tutti se ne accorsero, stava nel fatto che un piccolo, ma denso, residuo di sostanza bianca non identificabile campeggiava al lato sinistro della bocca della donna.

 

 

 

Giuseppe Ceddia

 

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità (di Giuseppe Ceddia)

Invernizio 20 anni

Carolina Invernizio e il dolce sapore dell’oscurità

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Il 27 novembre 1916 ci lasciava Carolina Invernizio. Una scrittrice che a molti, probabilmente, poco dice. Ma un’autrice che, al contempo, meriterebbe di esser riscoperta.

Nata a Voghera il 28 marzo del 1851, il suo nome – assieme a quello di Francesco Mastriani – è legato soprattutto a quel fenomeno letterario comunemente definito “romanzo d’appendice”, per intenderci quello che compariva, a puntate, in appendice, appunto, ai quotidiani. Figlio del feuilleton francese (I misteri di Parigi di Sue né è lampante esempio dimostrativo) il romanzo d’appendice assai spesso conteneva in sé elementi mutuati dalla cronaca, trame fitte di intrighi a scatole cinesi, peripezie che oggi farebbero impallidire un ottimo giallista. Romanzo di genere certo, ma non per questo privo di quella lucidità, di quell’occhio vigile sugli aspetti e sulle catastrofi che l’esistenza comporta. Complice la definizione che di essa diede Antonio Gramsci, il quale la ribattezzò “onesta gallina della letteratura popolare” (Cfr. Letteratura e vita nazionale), il nome della Invernizio è spesso conosciuto solo dagli addetti ai lavori, in particolare dagli ottocentisti. Eppure alcuni titoli di suoi romanzi (molti dei quali trasposti al cinema; versioni filmiche delle sue opere sono accreditate dal 1912 – epoca ancora del muto – sino agli Settanta) sono imprescindibili per chi voglia accostarsi alla letteratura del mistero, o nera, presente in Italia.

Il bacio di una morta (1889) o Sepolta viva (1896) sono esempio di quanto suddetto. Il “nero” del gotico anglosassone (pensiamo soprattutto ad Ann Radcliffe) si sposa al “rosa”, il tutto ben dosato a creare un pastiche tematico che – in qualche modo – anticipa lo stesso romanzo poliziesco. Non mancano, del resto, anche episodi fiabeschi come I sette capelli d’oro della fata Gusmara (1909) o episodi di carattere storico-sociale. Non stiamo parlando sicuramente di una scrittura che tocca chissà quali vette, però i romanzi della Invernizio scorrono in modo fluido, senza ostacoli, e molti autori moderni dovrebbero forse imparare da lei i trucchi degli intrighi. L’amore diventa oscuro nei suoi romanzi, diventa tormento etico-estetico del soggetto, eppure quanta forza e quanta dignità riesce a infondere nelle figure femminili, spesso protagoniste dei suoi romanzi. Un piccolo aneddoto: oltre la definizione gramsciana, si pensa che l’epiteto “casalinga di Voghera”, aduso a designare la mentalità della donna media, provenga proprio da alcuni critici della Invernizio.

Col senno del poi ci vien da chiosare che, se tutte le casalinghe scrivessero così, sarebbe un bel successo.

© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddia, Soli nell’autunno che ci uccide

Parigi 2015, foto GM

Parigi 2015, foto GM

 

Soli nell’autunno che ci uccide

 

                                                                                                                                                   a Tommaso Landolfi

 

Il giorno in cui fu licenziato dal lavoro Guido Stuparich si svegliò con un grosso bubbone sulla tempia sinistra.

Il licenziamento non avvenne per malsane cause legittimate dall’assenteismo o da comportamenti equivoci, bensì per mera mancanza di fondi adusi a pagare il personale in sovrannumero.

E Guido Stuparich era in sovrannumero.

Il bubbone, invece, lungi dall’essere conseguenza psicosomatica di un evento tragico, aveva dignità a sé, era semplicemente e improrogabilmente frutto di un bisogno primario che lo Stuparich non esercitava da tempo, quello del sesso; dei sudori bollenti nelle fredde notti autunnali, mentre le coperte urlano vendetta per essere strizzate sul balcone interno di uno scarno edificio di periferia, Guido aveva nostalgia, una nostalgia intrisa di sensi di colpa e di peccati primigeni.

Vita mia, per piccina che tu sia, pensava Guido, meno tedio e più armonia… solo questo vorrei.

Guido Stuparich, uomo medio, cordone ombelicale tagliato regolarmente, latte bevuto dal seno materno senza problemi, pannolini che mai han provocato allergie, era il bambino perfetto, senza traumi fallici da pagare né tantomeno ingordigie anali da placare.

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