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Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina

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Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina, Giunti 2016, € 14,00, ebook € 8,99

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È successo il 22 maggio, di mattina, mentre parcheggiavo l’auto sotto casa dopo essere andata al supermercato a fare un po’ di provviste. La voce dello speaker di Radio Italia annunciò il titolo di un vecchio successo degli Alunni del Sole: E mi manchi tanto…
Dodici anni io, dodici anni tu. Casa dei tuoi genitori.
«Non senti che non suona più? Mi hai rotto il disco a furia di ascoltarlo!»
Un 45 giri di cui non ricordavo la copertina, ma la tua voce acuta, sottile, arrivò di nuovo, dopo trentasette anni. Ripeto: trentasette anni. E rividi tutto.
I mobili antichi del soggiorno, il lungo divano rosso, l’argenteria, le mensole di marmo sul caminetto, io sdraiata su un tappeto orientale che ascolto quella canzone all’infinito, fino a sentirla gracchiare nel giradischi, con la puntina che saltella tra i solchi e mangia le parole del cantante.
Trentasette anni che non ascoltavo quel pezzo.

“È successo”, eccolo, è questo l’innesco, il click che mette in moto le vicende del nuovo romanzo di Grazia Verasani, o meglio, che mette in moto i ricordi e il racconto che l’io narrante fa. La canzone degli Alunni del Sole (e quante volte ci sarà successo con un brano musicale) fa piombare chi narra, una scrittrice cinquantenne, a trentasette anni prima, ai suoi dodici anni, e a quelli della sua amica Dina, ai tempi delle scuole medie, a loro due che ascoltano quella canzone all’infinito, che dividono e dilatano il tempo. Due amiche che si incontrano sui banchi di scuola. Una, Dina,  dichiara di essere fascista disegnando una svastica sul banco, l’altra confessa di essere comunista. Una famiglia molto ricca, borghese, vacanze di lusso, mare e montagna; l’altra operaia, comunista, da viaggi in Urss, da Feste dell’Unità (quelle vere). Una madre bellissima, chic e giovane, e una che fa la sarta, rigorosa, d’altri tempi, verrebbe da dire, e lo diciamo. Sono gli anni settanta, questo è il tempo controverso, ricordiamo quegli anni in cui questa storia comincia e in un certo senso finisce, cioè segna la fine a cui è destinata.

Le premesse, come vediamo, sono quelle di estrema distanza, due mondi, eppure scatta da subito tra le due ragazze, l’amicizia totale, che è inspiegabile come l’amore. L’amicizia che pretende la presenza costante dell’altra, la condivisione di tutto, la confidenza, il contatto, la vicinanza, la sofferenza, le risate e il pianto. L’amicizia che forse, in qualche maniera, abbiamo tutti vissuto o avremmo voluto vivere. Dina è bellissima e lo sa. Dina domina, non solo l’amica, è magnetica. Esercita un controllo, non sappiamo quanto consapevole, sull’amica; sa come ricattare la madre e il padre. Dina non è felice, Dina e il suo modo di soffrire. Dina che si ingozza di bignè, Dina che anni dopo andrà in bagno a vomitare tutto quel che mangia. Vacanze fatte insieme, pomeriggi di studio, di cinema, perfino un piccolo furto condiviso. Vicinanza, come abbiamo scritto sopra, eppure estrema differenza, non solo caratteriale, non solo di estrazione sociale, ma proprio di presenza, di maniera di rapportarsi al mondo. E il mondo in quegli anni sta cambiando.

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, 2016, € 16,00. ebook € 9,99

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Abbiamo trascurato ogni memoria, anche quelle più recenti, così drammatiche e crudeli che parevano impossibili da rimuovere. Siamo riusciti a dimenticare la nostra guerra, l’irriducibilità dei nostri crimini, pensando, nonostante o forse grazie a questa ignoranza, di avere una risposta a ogni domanda. Seduti sul divano davanti al televisore, ci siamo illusi di avere capito dove nasce l’odio, di conoscere il motivo per cui viene stuprata una donna o ammazzato un vicino di casa, ci siamo illusi di possedere la giusta chiave d’interpretazione per ogni crimine, di guardare il mondo da un punto di vista superiore, di essere superiori per diritto di nascita. E adesso non sappiamo più dove ficcare la testa.

Siamo nati tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta. Nati da generazioni che avevano visto qualcosa, avevano visto morte e distruzione, avevano visto le cose rinascere, avevano creduto che le cose stessero rinascendo. Nati da generazioni che avevano creduto che quello che stava arrivando non era tutto, che si poteva cambiarlo, che si poteva fare politica, che si poteva lottare, che fosse giusto rivendicare i diritti, combattere per la libertà. La generazione precedente la nostra, gran parte di quella, era pronta, o credeva di esserlo, a sovvertire il sistema, il resto era pronta a passare ore in fabbrica e in ufficio per assicurarsi un futuro, per assicurarcelo. Siamo nati col culo al sicuro, lo abbiamo creduto e questa è una delle nostre condanne. Leggo Gli ultimi ragazzi del secolo consapevole di essere uno di questi, e, mentre le pagine scivolano sotto i miei occhi a una rapidità impressionante, penso a molte cose. Mentre Alessandro Bertante mi porta in due posti molto diversi, che sono un inizio e una fine, ma soprattutto un durante, la Milano degli anni ottanta, decennio che finisce davvero nel 1992, e la Sarajevo del 1996, quella della guerra appena finita, di una pace sancita pochi mesi prima, con nuovi confini che sono così fragili che basta una buona gomma per cancellarli e ricominciare, penso che tutto il futuro che pensavamo dovesse spettarci e che invece non si è presentato sia venuto a mancare per colpa nostra. Alessando Bertante scrive un romanzo autobiografico, molto coraggioso, duro, spiazzante e commovente. Credo che la maniera giusta di raccontare quegli anni sia quella di scriverne da dentro ed è questa la scelta che Bertante ha fatto.

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Una frase lunga un libro #30: Igiaba Scego, Adua

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Una frase lunga un libro #30: Igiaba Scego, Adua, Giunti 2015. € 13,00 ebook € 8,99

Lul è stata la prima delle mie amiche a tornare. Mi ha chiamato dopo una settimana che stava a Mogadiscio, e mi ha detto «l’aria odora di cipolla». Non mi ha detto molto altro. Io le ho fatto domande su domande. Volevo sapere se davvero era cambiato tanto il nostro paese e se noi che da più di trent’anni viviamo fuori avremmo potuto legarci di nuovo alla nuova, nuovissima Somalia della pace.

Adua parla all’elefante di marmo di Bernini, parla alle sue orecchie, parla nel cuore di Roma e racconta a noi la sua storia. Adua è somala, è stata bellissima, è arrivata a Roma negli anni settanta inseguendo un sogno e scappando da una certezza. Il sogno era il cinema, la certezza era la Somalia, era la sua storia fino a quel giorno. Il sogno sarà un imbroglio, un periodo breve che la segnerà, Roma diventerà il suo per sempre, il luogo in cui rinascere e sparire, in cui ricomparire. È l’Adua dei giorni nostri che racconta, legata a un uomo più giovane, un altro che è arrivato scappando, trovato di notte per strada, ubriaco, salvato, amato, sposato. Adua racconta la tenerezza di questa storia d’amore con la consapevolezza del suo finale, che non può essere altro che una partenza, quella di suo marito, destinato ad altri paesi europei, altre donne, altro. Adua è il suo transito, il suo salvavita e il suo lasciapassare. Il passato diventa il presente degli uomini e donne che arrivano come sappiamo (e di cui non sappiamo), in fuga, senza niente, senza accoglienza, senza speranza. E il presente diventa passato, con la Somalia che è ormai terra di business, di nuove promesse, luogo in cui qualcuno ritorna. Adua racconta e il suo racconto tesse una trama, una terra di mezzo che incrocia un’altra storia, quella che è venuta prima di lei, quella del colonialismo italiano, quella del fascismo, quella di suo padre: Zoppe.

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Clara Sereni, Via Ripetta 155. Recensione

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Si può recensire un libro anche partendo da “ciò che non è”, conducendo un discorso che porta a definire quello che il libro in questione comunica a chi lo legge e ne scrive. E può fare al caso Via Ripetta 155, l’ultimo romanzo-diario di Clara Sereni uscito per Giunti (2015) che attraversa un decennio della vita della scrittrice dal ’68 al ’77, anni legati alla storia italiana ma anche a una storia più intima.
Ogni anno è un capitolo e ogni capitolo un anno in cui si riordinano le carte della vita di Clara ragazza poco più che ventenne, alle prese con la propria indipendenza, l’affrancamento dal padre, le prime esperienze nel mondo e con il mondo.
Si può affermare sin da subito che questo libro non è soprattutto tre cose: una dedica, un catalogo e nemmeno un “romanzo leggendario”, come invece lo sono molti altri volumi che narrano, attraversandoli, – non solo in termini di racconto ma ben più in profondità – gli anni della contestazione studentesca, del Femminismo, del Movimento e del Terrorismo.
Clara Sereni ritorna a parlarci del passato dopo averlo affrontato anche in, tra gli altri, Il lupo mercante (Milano, Rizzoli, 2007), raccolta di racconti che, tuttavia, faceva emergere una dimensione collettiva pregnante e una partecipazione corale dei personaggi, qui quasi del tutto assente.
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Carmen Pellegrino – Cade la terra

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Carmen Pellegrino, Cade la terra, Giunti, 2015; € 14,00, ebook € 8,99

Cerco qualche volta di immaginare
la felicità, mia e dei morti, e mi sembra
che sia la vita. Forse perché chiare
nella luce che già un po’ s’insettembra
sono adesso le cose e a meno amare
vertigini trascina e tanta assembra
più pazienza, più requie il declinare
del tempo è come se da queste membra
arse e dilaniate l’immensa salma
del mondo risorgesse in una calma
radiosa e stesse al cuore assaporare
l’infinito dolcissimo ritardo
del bene, e sentire l’Olona e l’Ardo
per come si chiamano risuonare.
(Giovanni Raboni da Ogni terzo pensiero, in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

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Ho pensato molte volte a Giovanni Raboni leggendo Cade la terra di Carmen Pellegrino. La prima volta è comparso quando ho letto questa frase:

E infatti è una pazzia credere che basti aggrapparsi a chi è restato. È anzi vero il contrario. Sediamo presso i morti che ci divengono così cari, ne ascoltiamo le parole il cui senso abita in noi e non dobbiamo far altro che riconoscerlo.

E poi quando ho letto quest’altra:

D’altronde, nessuno fra i morti se ne va completamente, così come fra i vivi nessuno ci sarà mai del tutto.

Pensare a Raboni, a molte sue poesie, alle sue riflessioni sulla morte e sulla memoria, è stato immediato. Il rapporto con i morti e quello con la memoria sono elementi fondanti e portanti del romanzo di Carmen Pellegrino, di più, rappresentano la formula per salvare il mondo. Per riprendersi da ogni abbandono, per far sì che l’abbandono diventi muro a cui appoggiarsi.
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