Giulio Perrore editore

La parabola amorosa fra due culture di “In Tagli Ripidi” (di L. Cenacchi)

Prima di iniziare ad occuparci della poetica di Brusa alla luce del suo ultimo libro credo sia necessaria, da parte mia, una premessa di metodo volta a inquadrare meglio gli argomenti di questo intervento. Ritengo che, nelle poetiche degli autori, riesca a risuonare più di quello che le loro letture immediate farebbero supporre. Perché? perché ogni autore legge e leggendo assorbe anche elementi non direttamente inediti della poetica di chi sta leggendo; ovvero tutte quelle scorze rimaste dal confronto che a sua volta l’autore letto ha fatto con altri. Può anche accadere che, cercando di sviluppare temi personali, ritenuti una propria inventiva, questi, intrecciandosi con altre istanze, portino al medesimo risultato di quelli già trattati in modo similare nel corso della storia.[1]
Così la poetica di un autore sarebbe simile a una pianta radicata in un particolare terreno di letture scelte. Ogni terreno, tuttavia, ha anche altre componenti oltre se stesso, che finiscono per alimentare e costituire la struttura della pianta.

Ma veniamo a noi. Con la pubblicazione di In Tagli Ripidi Alessandro Brusa chiude una “trilogia” iniziata con il Cobra e la Farfalla (romanzo) e La raccolta del Sale (poesia).
Se la struttura della nuova raccolta[2] è stata ben trattata negli interventi all’interno del libro, per cui sarebbe superfluo, a mio avviso, tornare ulteriormente su di essa, sarà comunque indicativamente utile sin d’ora tenere presente la dimensione fondamentale, ma non totalizzante, del corpo in questa raccolta, come ha ben espresso Fabio Michieli: «[…] corpo inteso in senso fisico (membra), sia in senso metafisico come limite della comune percezione da valicare.»
È necessario parlare preventivamente anche della multiculturalità rilevata come uno dei possibili caratteri fondanti di questo libro. Io credo che la commistione, del tutto istintiva, di due tradizioni[3] lontane (taoismo e la lirica delle origini mediata da infiltrazioni boccaccesche)[4] sia il risultato naturale di una necessità come alternativa alla cristianità tradizionale: la ricerca di una sacralità terrestre (immanente)e genuina fondata sulla esperienza, che non può che essere quella personale dell’autore. Necessità naturale in qualsiasi persona che sia dotata di sensibilità e viva nella modernità liquida. Questo bisogno trova soddisfazione proprio nel momento letterario, da sempre territorio fertile per l’incontro di culture diverse con l’obbiettivo di superare determinate “patologie” che affliggono l’animo umano in determinati momenti storici: fra le tante la perdita del senso del sacro. (altro…)