Giulio Perrone Editore

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)

A mare Firenze

Ho letto con piacere questo libro del giornalista e scrittore Simone Innocenti anche perché si inserisce perfettamente in un percorso analitico che avevo iniziato a definire in relazione al rapporto tra la città di Firenze e le acque non solo nel “difendere” il senso dei gommoni su Palazzo Strozzi del discusso Ai Weiwei, ma soprattutto in continuità con il bel lavoro di Simona Baldanzi. Se nel caso del cammino di Simona, una volta arrivata a Firenze prosegue lungo il suo Arno fino alle foci nei pressi di Pisa (città che almeno da qui, sembra aver perso il suo rapporto con le acque), in questo caso l’altrettanto bel lavoro di Simone Innocenti esplora Firenze alla ricerca di quelle tracce dimenticate o rimosse di una città che con le acque, salate o meno, ha sempre convissuto. Confesso subito che provo spesso un po’ di prurito quando “sniffo” aria di campanilismo, ma in questo caso, pur essendo palese e finemente esibita la fiorentinità dell’autore, è assolutamente vero che la sua presenza nel narrare ci conduce dentro una Firenze che può anche “deludere” perché “elude” il suo rapporto con il “museale”, con il cielo dei terrazzi e la sporgenza terrosa dei bugnati, per calarsi nella città reale, quella delle storie piccole, quotidiane, attraverso lo scorrere acqueo dei marciapiedi, dei muri, delle finestre. Diciamo pure che per questa navigazione Innocenti si presenta come il migliore dei timonieri arrivando a proporre un lavoro assolutamente preciso e accurato. L’impressione che salta subito agli occhi è che in questo lavoro, a differenza dello scritto “politico” e militante della Baldanzi, la ricerca di Innocenti (che ricordiamolo è innanzitutto un giornalista) sia più tesa al rimettere assieme tutti quei frammenti che si sono dispersi nella crescita di una città che ricorda se stessa solo per cartoline e mai per esperienza vissuta. Firenze Mare è il lavoro di un “cittadino” che ricostruisce attraverso una memoria culturale e popolare una nuova interpretazione per una città complessa come Firenze.
Torniamo però al principio, perché ho veramente letto con piacere questo testo che riesce a presentarsi non come l’ennesima nuova Guida ai misteri di Firenze, ma cerca stimoli, tracce, indizi della suggestiva ipotesi dell’essenza marina di Firenze, non solo tra strade, canti e ponti ma anche nella tradizione culturale di una città che è stata veramente “attraversata” per secoli, e il libro in questo senso si presenta come un mappa letteraria in cui ogni angolo sembra essere stato tracciato, narrato, descritto da chi inconsciamente sperava di trovare il mare dietro ogni piega di strada. Ecco questo libro può essere una lezione per noi profani, viaggiatori, immigrati, viaggiatori, turisti a cui Firenze ancora resta come una città di pietra, le cui strade sembrano intagliate e scavate. Ecco, ci dobbiamo arrendere a questa nuova sana liquida percezione che non è solo un modo di mostrare “affetto” al luogo in cui il narratore è cresciuto, ma anche una lettura che dovrebbe fare aprire occhi e orecchie a chi “usa” una città solo sulla base della certezza di un cammino saldo su pietre e senza il coraggio invece di provare ad attraversarla bagnandosene.

Simone Innocenti, Firenze mare,  Giulio Perrone editore 2017

© Iacopo Ninni

Samuele M.R. Giannetta: da “Il sonno limpido del mare”

 

Dalla mia vita il tempo

Dalla mia vita il tempo
scompare senza a fondo
ascoltare – se non parole
– il sonno limpido del
mare.

 

Prisma

C’è un prisma di specchio
gramo come pesce appeso ad un
amo.

Non è la foresta che qui
cerchi ma la sorgente ignota:
quella rimasta in attesa, fino
ad ora, solo dei tuoi occhi
sulle mie
voglie, come ogni mattina d’estate
torna al buio che l’ha ormai
occultata.

Non è la foresta ma più strette
fila di memorie
semiaddormentate
con le labbra affacciate al passato.

 

Quasi non me lo ricordavo più…

Quasi non me lo ricordavo più…
Il tremolio della tua voce che
questa sera – senza preavviso –
spalanca le finestre di casa
lanciandomi incredibilmente fuori.

Poi cosa ci sarà, ancora, da non dirci?

 

Tra gli insolubili spessori

Tra gli insolubili
spessori del mattino, al
sole vivo
di giugno, un solo
desiderio m’è lontano…

 

Le labbra che me

Le labbra che me
cercavano sono mute
ormai.
Senza nome tornano
al silenzio di uno specchio
nella stanza ingiallita.

Diapositiva dell’assenza:
tu ritorni un poco bambino
al tuo Amore che tempo più non ha.

Sosto in questa stanza
al fuoco quieto della memoria.

Io che non ero di nessuno
e ora brucio infinito.

 

Bellezza che

Bellezza che cadi
sul mondo e sui corpi
affamati di morte: noi due
lontani, in tanto sonno.

È la felicità
– l’ombra di un attimo –
persa con innocenza?
Se ci sfioriamo fingendo
quello che veramente
qualche volta siamo.

 

Samuele M.R. Giannetta
Il sonno limpido del mare
L’erudita, 2017

I poeti della domenica #210: Alessandro Brusa, da “Nel nome del figlio”

 

Di questa nascita
.  riempio il tempo
.  che io solo conosco
e incammino sulle
tue incertezze

quell’andare disperso
.  per il mondo
in un pensiero
che resta sulla carne
.  di punizione precoce

.           siamo istanti
cui non compete verità

: per la morte che temi,
se di questo mondo rifiuti
.  la libertà che lascia.

 

*

La vita è linea
di deciso passaggio

segna di rosso il sole –
.  e stanco
appena sotto l’umore
che mi porto appresso

appunto a nuvola i pensieri
.  che tengo dentro

: che non si lavi la distanza
cui appendo capillare battito.

 

*

Di questo corpo ho fatto testo
se del tuo corpo tengo il segno
che di quella nascita mi ha fatto.

 

da In tagli ripidi (nel corpo che abito in punta), Giulio Perrone Editore

Ivonne Mussoni, La corrente delle ultime cose (di Ilaria Grasso)

Ivonne Mussoni
La corrente delle ultime cose
Giulio Perrone Editore, 2017

 

Ivonne Mussoni nella sua raccolta La corrente delle ultime cose ci descrive con enorme garbo un tema molto delicato, quello delle partenze. Nell’elemento dell’acqua l’io lirico si fa porto. Da lì numerose figure partono o arrivano senza mai essere giudicate. Sono scie leggere ma con un’enorme forza e coraggio i versi che mi ritrovo a leggere; rassomigliano alle dita di una mano nel momento esatto in cui si apre dal fondo dell’acqua salata del mare per lasciare libero di emergere l’oggetto dapprima contenuto nel suo palmo. Sono versi di una purezza e di una grazia fuori dal comune. No, non sto parlando di uno smielato descrivere le cose ma di quella grazia utile per trovare un senso o meglio una umanità in grado di farci accettare i vuoti che lasciano certe presenze nella vita che viviamo. Sono versi che si misurano non con i principi della metrica tradizionale ma con il principio di Archimede per far emergere la vera natura di chi li legge.

E non è tua la fame, l’abbandono
non sono tuoi i diluvi,
gli sbagli, le cadute della terra
ma sei ad ogni precipizio,
spalancato nell’abisso delle facce stanche.
Se non puoi stringerle
aprile bene queste mani
che diventino nido, approdo, radici

Esortano infatti, in maniera diretta, a non aver paura di lasciare e lasciarsi andare o ancora, in maniera più grande, di essere lasciati. I messaggi contenuti nella raccolta hanno una forte carica spirituale verso un bene e un amore che coinvolgono se stessi e gli altri, come qui:

Per i mai arrivati, per quelli senza approdo
bisogna rallentare,
unire al respiro il tempo delle onde
il silenzio, la fiducia nella cosa che già c’era.
E tu c’eri prima dei coralli, dei delfini,
prima delle barche con i remi
torni primitiva all’elemento,
bella alla gioia selvaggia dell’essere già stata,
esserci sempre.

(altro…)

Ilaria Grasso, “In tagli ripidi” di A. Brusa

Nella sua ultima raccolta di poesie, dal titolo In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Alessando Brusa mostra il suo panorama esistenziale forse partendo dalla lezione di Whitman secondo il quale «ogni atomo che mi appartiene è come se rappresentasse anche te.» Se così non fosse, credo comunque che Brusa sia ben consapevole del fatto che dietro ogni libro ci sia un uomo con tutto il suo personalissimo vissuto e raccontarlo vuol dire comunicare (leggi qui come cercare le cose in comune). La varia varietà che troviamo nei versi di Brusa sembra rispondere appieno a una delle funzioni cardine, secondo me, della poesia cioè conoscere. Sono presenti infatti nella raccolta molti riferimenti culturali che Brusa attinge dalla musica, dall’arte e dalla metafisica. Ma è anche la storia a insegnarci e a farci accumulare conoscenza come rileviamo nella rima «: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia.»
Se dovessi descrivere il moto produttivo del poeta immagino che Brusa si sia messo a versificare dal punto più alto di un canyon-ferita nato dall’erosione di tormente (esistenziali) così forti da creare pareti molto ripide.
Lì dov’è, Brusa trattiene il fiato non per l’aria troppo rarefatta, o per vertigine, ma per contenere la rabbia generata da quegli eventi che tanto l’hanno fatto soffrire; rabbia che avrebbe tutto il diritto di tirar fuori, ma non ci riesce e disperato implora addirittura un atto forte pur di liberarsene, come troviamo in questi versi:

mentre ti imploro di piantare
un pugno
nello spazio esatto
dove trattengo
il filo di rabbia che
non mi concedo

I versi della raccolta, tante volte asciugati, a una prima lettura mi sembrano criptici, misteriosi quasi ermetici anche per l’assenza di certezze. Le parole mi sembrano rese volontariamente ruvide e secche, dal poeta, proprio per descrivere meglio la desolazione e il senso di solitudine provato.
Leggendo, anch’io sono sul ciglio del canyon, in prossimità delle pareti ripide, in uno stato di equilibrio messo costantemente alla prova. Ho talvolta la sensazione di essere spaesata, posta su quell’estremità, in una posizione testata, nel suo assetto, continuamente. Verso dopo verso mi vengono tolti e aggiunti riferimenti spaziali e temporali; oserei dire anche narrativi, perché Brusa spezza infinite volte il senso che pure si avverte in maniera sotterranea. (altro…)

#PoEstateSilva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante

PoEstate Silva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante (Perrone, 2017; € 12,00)

*

Clementine. Mignolo destro su occhiali

Queste manine le riconosco.
Ritorno ad essere la protagonista dell’allegra favoletta.
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Non voglio far resoconti, ma che me ne importa! Solo per
ora, lasciatemi dipingere le mani di blu per imbrattare il
mondo, lasciatemi ridere.
Da grande voglio fare il pirata, la ballerina e l’ostaggio.
Voglio un gatto con le ali e una foca blu.
Una gran pernacchia ai “devo crescere”. Sono inciampata
in tutti gli sbagli, sì; ho bruciato un pezzo di carta per vedere
le fiamme alzarsi, ho colpito chi mi voleva bene, ho giocato
a nascondino chiudendo gli occhi al centro di una stanza, ho
perso tutto, mi sono sbucciata le ginocchia e ho mangiato la
crosticina cinquantasettequattromila volte, ma, solo per stasera,
sono innocente.
Ho deciso di partire, da sola, come sempre.
Con i miei otto anni e il fazzoletto pieno di bambole e soldatini
in spalla, parto per l’avventura, alla ricerca dei giocattoli
perduti. E, ve lo dico, se trovo un megabignè lo mangio
senza tovagliolo.
Voglio vedere se mi fanno fare il capitano di nave, è facile
arrivare al mare se c’hai i soldatini che ti dicono «Eh hop
hop, uno, tre, hop hop!».
Un alberone? Che ci fa qui?
Canticchio perché nessuno può dar la colpa a me oggi.
Sì, ma non si vede nulla.
Ho scordato gli occhiali, uff, torno a casa. Allora facciamo
che vado all’avventura domani.
Che manco si vede la luna.
«LUNAAA!» no, vedete, non ci sta!
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Mi permetto di fischiettare ed essere una bambina, solo
per un altro po’, fino alla fine della strada.

*

Parco dei drogati

Quella mattina, Jacques venne svegliato dalle spazzole del camion dei rifiuti.
«E spostati!» urlò dal finestrino e da dietro ad una sigaretta il tizio dei rifiuti.
Pareva così determinato a passare che Jacques si inorgoglì di tanto zelo.
Per questo, si mise in piedi, si scrollò di dosso la nottata e si spolverò il giacchetto consumato per incamminarsi verso la nuova mattina.
Si ritrovò più curvo di almeno tre centimetri.
La vita attorno sapeva ancora di sonno e possedeva quella brillantezza di colore propria di chi è appena nato.
Un solo cinguettio accompagnò il viaggio ben definito di Jacques.
Per il passero, il barbone sotto di lui stava girovagando senza meta, allora lo lasciò andare dopo cinque note.
Avrete capito che si trattava di un passero distratto, perché Jacques era un fiume, stava seguendo il suo corso inarrestabile
e maestoso, non vi era argine che lo trattenesse.
Destra. Sinistra. Dritto dopo la fontanella.
E finalmente il cancello del ridente “Parco dei drogati” lo invitava ad accomodarsi con il cigolio che lo contraddistingueva.
Rimase col naso all’insù verso la volta del cancello; si sentì molto basso ed entrò.

Lo accolsero sterpaglie e vecchie siringhe, piante imponenti, lucertole spaesate e giostre abbandonate.
A pelle, Jacques sapeva cosa stava cercando, sempre senza pretese.
Percorse quello che un tempo era un vialetto e si sedette sull’altalena immobilizzata dalla ruggine, al centro del carosello
della decadenza.
Il suo peso minò l’equilibrio dell’intera struttura. Fermò a fatica l’altalena accanto che si attorcigliò su se stessa. E scorse
lui sullo scivolo sudicio.
In realtà, l’uomo rimaneva appeso allo scivolo solo dal ginocchio; il resto del corpo era spalmato sull’erba con i
quattro capelli sulla fontanella semiaperta che gli facevano da vaso. Con impegno, si poteva scorgere anche il segreto che tratteneva la mano sotto l’ascella. La sua perla se ne stava a suo agio con il suo scudo umano, conficcata nella terra verdina.
Facendosi aiutare da tutta la lentezza accumulata nella vita, rivolse la testa verso Jacques che già lo stava osservando.
Lo fissò come un santo che fa l’amore per la prima volta, pentito e appagato, ma Jacques lo perdonò, strizzando gli occhi.
La sua risposta fu un rutto imponente e grato che fece tremare l’altalena.
Rutto su scivolo.
La ruggine dell’altalena inamovibile permise a Jacques di vincere la lotta contro la gravità ed aggiungere l’uomo alle persone eternamente nel piede.
Si fece solleticare dai raggi solari e dal suo nuovo amore che cercava di alzarsi come un sasso che cerca di galleggiare.
Sospirò a lungo.

(altro…)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

I poeti della domenica #106: Vito Bonito, Nella casa

vito

Nella casa un filo di carne
ascolta tutto il sangue
raccolto in una tazza

lo agita lo purifica

lo esplora a la luce
lo perde ne la luce

Cos’è un filo di carne
che non può dormire?

Cos’è la luce  dentro
una tazza di sangue

*

© Vito Bonito, Nella casa, da La fioritura del sangue, Giulio Perrone editore, 2009

.

Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze. Recensione

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Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze, Giulio Perrone editore, 2016, pp. 112, € 10,00

Se vogliamo dire padre è nel senso che lui quindici anni fa ha avuto una storia con mia madre, ha pensato bene di metterla incinta e lei ha pensato bene di farmi così, da sola, perché ci ha sempre avuto queste idee in testa lei, mi ha sempre detto che secondo lei un padre è una cosa in più che se uno ce l’ha bene, se non ce l’ha non cambia granché.
Quello che è importante è averci la madre. Così ha sempre sostenuto.

Ruggente, impavida, graffiante: la scrittura di questi racconti di Rossana Campo, usciti da poco per i tipi di Perrone editore, appare così, come un neon che illumina alcune vite a giorno. Vite ripetute, talvolta un po’ sfocate, messe a fuoco con l’inventiva di una prosa che trova, nella caratterizzazione dei personaggi e in una lingua fresca, la sua massima altezza. Come raccontare i rapporti umani di tutti i giorni se non svelandone le difficoltà più comuni? La maternità, l’amore, la paternità, e prima ancora l’infanzia e il rapporto con la madre; ma anche la relazione che si ha con l’altro sesso e, dapprima, con lo stesso sesso, e con le amiche. L’amicizia è pregnante in questo viaggio vorticoso, talvolta nel linguaggio gergale e sicuramente loquace dei quindici racconti di Difficoltà per le ragazzevoraci queste donne, si presentano a − appunto − divorare l’esperienza stessa, facendola così propria. La compenetrazione dei due livelli narrativo e linguistico non è tuttavia mai scontata, mai banale, anzi è sorretta su equilibri che possono essere fragili e instabili, come il quotidiano descrivere. L’autrice, maestra in questo − non si può negare − convalida il senso facendo muovere le proprie figure nella realtà con sfacciataggine, con una consapevolezza che la parola risana e rinsalda, acquisita nel raccontare, soprattutto nel raccontarsi. Quindici istantanee che si parlano fra loro, in cui i personaggi si muovono accompagnandosi con ampi movimenti verso un finale che c’è e non c’è; sono donne che vanno, vengono e ritornano, in un gioco di sguardi e di voci tutto da scoprire nella lettura. Si sorride e si ride, si imparano altre vite; si guardano le cose da prospettive sempre nuove ma con un piede nel presente e uno nello ieri. Il passato − infatti − è nella musica citata, da Battisti a John Lennon toccando molti altri; moltissima musica è immortale, e sopravvive alla vicissitudini, alle Difficoltà delle protagoniste, un po’ come loro sopravvivono a se stesse e agli altri: i familiari, gli uomini, le amiche, le madri. La loro caparbietà sta anche nel capire come l’adesso delle loro esperienze abbia senso lì per lì, cosa imparare, cosa scartare, come valutarlo e perché. I titoli di ogni racconto, poi, svelano un sentire che va oltre la pagina: una fierezza femminile condivisibile, totale, che già introduce ai personaggi; si tratta di un indizio, di un’allusione ai loro caratteri, alla tenacia che perdura nel loro essere, anche alla spinta che la narrazione porta in sé più implicitamente. Un non trattenere e un’impulsività, un’empatia che si coglie in facce dinamiche, forti, in evoluzione: sono quelle di eterne ragazze indocili e, per questa ragione, destinate ad essere ricordate, come questo libro spassoso.

© Alessandra Trevisan

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

Letture cover

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

di Cristina Babino

 

La parola “bagnanti” mi riporta alla mente, in modo quasi automa­tico, l’immagine di un quadro di grandi dimensioni, ammirato or­mai molti anni fa alla National Gallery di Londra. Più che le nudità opulente e allegre di Renoir, o la grazia levigata d’Ingres, o la cere­brale sintesi geometrico-cromatica di Cézanne, sono i Bagnanti ad Asnières dipinti da Seurat nel 1884 che mi risalgono agli occhi, quel­la loro calma distesa e distratta, quel ristoro mai troppo languido o accaldato tipico delle domeniche d’estate passate sui lungofiumi nordeuropei. Hanno colori tenui e concilianti, questi bagnanti – tutti maschi, adulti o bambini, della classe operaia ritratti in un giorno di vacanza – colori pastello accesi solo da un paio di dettagli arancio più marcati, rimaneggiati in anni successivi (il cane in primo piano, il cappello del bambino immerso in acqua sulla destra).

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Una scena rassicurante, placida, non proprio e non del tutto serena soltanto perché nessuno dei personaggi interagisce, nessuno comu­nica in una qualche reciproca attività: ognuno è compreso nel suo isolamento, monadi slegate – fatte dell’accostamento di colori com­plementari in pennellate finissime, precorritrici di un pointillisme ancora in nuce – che con disinvoltura quasi ineluttabile si danno le spalle in un’assorta teoria di solitudini.
Un’atmosfera di calma surreale, dilaniata dalla luce, in cui le figure sembrano destinate a un’incomunicabilità statutaria, immedicabile (qualcosa che ricorda da vicino l’inquieta, metafisica immobilità di Piero della Francesca) che sottilmente ci mette a disagio, a cui sen­tiamo, in fondo, di non poterci rassegnare.
«Non credo che siamo esseri separati, soli» recita il passo di Virginia Woolf tratto, per coincidenza marina evidentemente non casuale, da Le onde e posto in epigrafe d’apertura alla raccolta Bagnanti di Rena­ta Morresi. Questo libro di poesie ci invade e ci scuote con la forza di un continuo – forse involontario ma potente – cortocircuito: sono bagnanti, nell’accezione piana (e quasi sempre piatta) di villeggian­ti, nelle intenzioni dell’autrice, quelli che si muovono, nella prima parte del libro, più o meno mollemente tra un tuffo in mare e una so­sta sul bagnasciuga. Ma le medesime azioni, i medesimi termini im­piegati nei versi possono applicarsi allo stesso modo al popolo dei vacanzieri come, con uguale e anzi maggiore e quasi automatica suggestione, al popolo dei migranti. Così le due dimensioni umane, apparentemente tanto diverse, contrapposte, quella svagata e però mai immune da nevrosi dei vacanzieri e quella tragica di chi fugge in cerca di rifugio, si sovrappongono inevitabilmente nella mente del lettore – complice una cronaca drammatica che da tempo ormai troppo lungo ci viene raccontata ai notiziari – e senza sosta si richia­mano, convergono, s’affratellano.
Bagnanti perché colti nella sospensione attonita e sovraffollata della vacanza, quindi. E bagnanti perché caduti in mare, a volte pure getta­ti, che il mare attraversano in barconi, e loro malgrado se ne bagnano, bagnanti come participi presenti, che se s’avvicinano a una qualsiasi idea di “vacanza” è solo nella mancanza di una terra, nella sua sot­trazione tragica, violenta. Profughi. Migranti. Dispersi nell’«ufficio degli scomparsi / ampio mar mediterraneo»1. E chiamarli bagnanti non è certo facile ironia, semmai il più puro, com-patito sentimento del contrario − è forse persino esorcismo, necessità d’oggettivare una condizione altrimenti troppo feroce, insostenibile. Incomprensibile.
L’essere umani, l’appartenenza comune a questa specie ci chiama, tutti, a sentire, a comprendere (a prendere con sé, e su di sé), la tra­gedia consumata a Lampedusa, come in ogni altro suolo d’approdo di un’umanità stremata, a scendere in quella stessa acqua, ad im­maginarci noi stessi, fluttuare come anemoni disancorati, riemersi in quelle onde, in quello stesso mare: «essere molti e saline / vive e più mobili / del mare, abitanti / confusi a risalire / all’indietro, ad uno / stile nobile, le antiche / genealogie anfibie»2 (di nuovo, un essere plurale che se vale per la gente in vacanza può valere anche per quella in cerca di salvezza).

(altro…)

Alessandro Brusa tradotto in francese da Silvia Guzzi

Alessandro Brusa by Kirby Kaufman

Alessandro Brusa by Kirby Kaufman

Dieci poesie tratte da La Raccolta del Sale di Alessandro Brusa (Giulio Perrone editore, 2013) scelte e tradotte in francese da Silvia Guzzi

.

***

J’ai converti mes pas en empreintes de géant

je l’ai fait avec la simplicité inculte du paysan
qui à l’été invoque la pluie à sa guise;

je me suis fait ténu au fil du temps
avec lenteur et passant à une maille plus fine
.   je me suis étreint à la gorge
en un seul instant, après le coucher du soleil;

mais à présent je suis là et dans ce monde de rues
je ne sais de quelle voix te dire mon nom,
si la fragilité est un bois que je ne connais pas.

.

Ho tramutato i miei passi in orme di gigante

l’ho fatto con l’ignoranza spicciola del contadino
che all’estate chiede pioggia a suo piacimento;

mi sono fatto sottile negli anni
con lentezza e calando ad una maglia più fine
.  mi sono stretto al collo
in un momento solo, dopo il tramonto;

ma ora sono qui ed in questo mondo di strade
non so con che voce dirti come mi chiamo,
se la fragilità è un legno che non conosco.

.

***

Je t’ai lu et j’ai cru devenir fou

j’ai voulu hurler et sauter sur les nuages,
sur ces mêmes nuages dont tu parles
pour pouvoir les abattre,
les traîner sur leurs couleurs
.   et les éteindre
.   et les écraser sur le fond de cette mer
d’où monte le soleil de ton petit jour

de cette aube qui n’est qu’à toi.

*

Ti ho letto ed ho pensato di impazzire

ho pensato di urlare e di saltare sulle nubi,
su quelle stesse nubi di cui parli
per poterle abbattere,
trascinarle sui loro colori
.  e spegnerle
.  e sbatterle sul fondo di quel mare
da cui si solleva il sole del tuo piccolo giorno

di quell’alba che è solo tua.

***

***

Je me colore avec prudence,
avec des teintes fortes,
qui s’accordent à
.   l’haleine de ceux qui m’entourent
sans être de trop
.   – sans être trop –

*

Mi coloro con cautela,
con tinte forti,
che si intonino con
.   l’alito di chi mi circonda
senza essere di troppo
.   – senza essere troppo –

***

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