giulio einaudi

Notizie dalla necropoli (recensione di Luigi Socci)

lolini - notizie dalla necropoli

Dopo gli articoli di Piergiorgio Viti e Renzo Favaron  (leggibili qui1 e qui2), e l’interessante dibattito che ne è scaturito, pubblichiamo una recensione a “Notizie dalla necropoli” di Luigi Socci, ulteriore testimonianza dell’interesse che c’è intorno a questo libro e alla figura di Attilio Lolini. Buona lettura,

La redazione

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Notizie dalla necropoli (1974-2004) di Attilio Lolini. Einaudi pag. 189 euro 14.00

 

Attilio LoliniOpportuna autoantologia contenente un trentennio di lavoro, affidato negli ultimi anni alle amorevoli cure dell’Obliquo di Giorgio Bertelli, ma ancor più sparpagliato e disperso per quel che riguarda le prove più lontane nel tempo, apparse originariamente in edizioni semiclandestinamente autoprodotte e, a tener fede a quanto qui riportato dall’amico e autore della postfazione Sebastiano Vassalli, addirittura ciclostilate. Nel leggere questi versi vecchi e nuovi si ha l’impressione, una volta di più, che la lontananza dai circuiti editoriali più blasonati abbia giovato a questo poeta (minore più per scelta che per qualità), in posizione di sicuro spicco all’interno di una generazione più avvezza alla luce, per quanto fioca, dei riflettori. Ad una opzione di minorità consapevole appaiono già improntati i primi testi,  quelli che datano dal 74 al 90, qui raccolti nelle sezioni Da una stazione all’altra e Vesto giovane,  relativamente omogenee sui piani stilistico e tematico. Di vago sapore beat, queste prime poesie prorompono sulla pagina senza titoli, in un flusso vitalistico che azzera qualunque forma di punteggiatura,  in caratteri rigorosamente minuscoli persino in sede incipitaria, nell’uso disinvolto del discorso indiretto libero e di altri escamotage espressivisti. Aferesi ( gli spizi, gli spedali ), anacoluti, neologismi e plurilinguismo omeopatico avvicinano questi versi, seppure di tono meno apocalittico, a quelli di un altro grande irregolare della generazione anteriore: Luigi Di Ruscio. Il furore anarcoide, declinato spesso nella forma dello sberleffo politico a destra e a manca (“neppure il freddo ci stende secchi \ siamo eterni \ mister rumor” o “i poveri come si odiano tra di loro \ egregio ingrao”) ci consegna la figura di un poeta il cui esordio relativamente tardo (a 35 anni, ad appena 6 anni dal ′68), configura l’immagine di un reduce già perfettamente disilluso. Di reducismo parla del resto il poeta stesso nei suoi testi in più di un’occasione, esibendo il lutto di un nichilismo subìto suo malgrado (“ho creduto in tutto \ poi in niente \ perdonami e sopportami”), ma è curioso vedere come in questa feroce minisaga autosarcastica e nullificante (“che pena vendersi \ quando nessuno \ ti compra”) si utilizzi una strumentazione il cui valore sembra ancora percepito come tale. E sono i mezzi della poesia e della sua tradizione. Fin dal primo testo si notano infatti prestiti eliotiani (“morti noi signori e madame \ si chiude”) accettati senza furia deformante e addirittura  poi ungarettiani, (“sta sepolto \ non so dove \ e non importa”), seppur riadattati a diverso contesto, quasi ad avvalorare la propria immagine di sopravissuto alle reboriane granate di una “piccola” guerra le cui trincee si ricontestualizzano sullo sfondo delle latrine di una stazione. E non sarà pertanto un caso che in un testo dedicato a Gotfried Benn (“ma non scacciarmi \ non restituirmi \ al morto mondo \ starò immerso in te \ finchè è possibile \ senza afflizione o gioia”) si incontri la prima, cronologicamente, lettera maiuscola in un quindicennio di lavoro, quella di Benn, appunto, a voler quasi significare che nella tabula del mondo fatta rasa da uno sguardo impietosamente iperscettico, tocchi soltanto alla poesia il compito di rappresentare un ultimo baluardo, un ultimo risicato appiglio per una possibile fede. È storicamente prassi comune tra i poeti autoriduzionisti o troppo dichiaratamente intenti a svilire l’importanza della propria opera e della poesia in generale (si tratti di autori di nugae o di frammenti di cose volgari, di trucioli o pianissimi) quella di coltivare un segreto culto della stessa e Lolini non fa eccezione. I testi delle due successive (e ultime) sezioni, rispettivamente “Poesie futili” (91-96) e “Canti senza sole” (97-2003), riducono ulteriormente l’orizzonte richiudendolo in forme più brevi e regolari e drenando gli ultimi residui di vitalismo. È lo spettro della depressione che si aggira tra questi versi e tra le quattro, sempre più claustrofobiche, pareti di casa. Il pur stentato dialogo lascia il posto al monologo e la bukowskiana corte dei miracoli che popolava le prime raccolte cede il passo ai ben più muti ed inerti inquilini dell’armadietto dei medicinali. Sono le anfetamine, i colliri, le benzodiazepine i nuovi compagni di viaggio tra i mezzi toni e le timide rime da librettista lirico di un poeta autentico che sembra aver immolato la propria vita alla poesia.

luigi socci

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nota: recensione pubblicata su l’Annuario a cura di Giorgio Manancorda (ed. Castelvecchi 2005)

Come leggono gli under 25 #9: Silvia Bre, Marmo

su Silvia Bre e Marmo

di Alessandra Trevisan

Vita: una forma subdola della morte.

:

E cosa potrà fare adesso
Con i modi difformi che ho imparato,
cosa accade se mi spalanco
se la malapena sa essere infinita –

Parto da un’annotazione mia a biro nera, del 16 febbraio scorso, che ho posto nell’ultima pagina di Marmo di Silvia Bre: – La poesia parla di quello che ci manca -: Bre è infatti una poetessa ‘esatta’ nel senso campiano di quest’aggettivo, che persegue quell’attenzione necessaria a tessere i fili dei versi, così come faceva Cristina Campo in prosa e poesia, in una perpetua ricerca del mots justeche, dunque, ‘riveli’ il mondo. Ma l’esattezza che andiamo cercando noi lettori e Silvia Bre possiede, sembra continuareuna tradizione che è anglosassone soprattutto (Bre è traduttrice, tra altri, di Emily Dickinson), perché è nella lingua inglese (e forse in quell’impostazione di pensiero) che le parole illuminano le cose conferendo loro un significato contemporaneamente ‘caleidoscopico’ eppure puntuale e rigoroso: «Immaginazione, penombra regale,/ nessuna libertà ti somiglia fino in fondo./ In noi pieno di te/ il mondo può sembrare continuamente,/ è come è» (p. 55). La mia è soltanto un’ipotesi: Bre ‘dice’ la molteplicità con gli strumenti dell’italiano, sintetizza il ‘molto’ che ad esempio sta nell’altrove (sempre evocato),e nell’aria, che è l’elemento forse più presente in questa raccolta, aria che invade i luoghi, i tempi, gli spazi, il grande ‘dentro’: «Ma ci sono pensieri/ che non vanno in figura./ Così stanno segreti/ a chiamarsi in un buio. Musica», dove qui pare vicinissima ai frammenti del Diario ultimo di Lalla Romano.
Non credo che Bre pensi in inglese, poiché la sua poesia è tutta interna alla nostra lingua, ma opera più probabilmente un ‘distacco zero’ dall’inglese in termini di comprensibilità; a tal proposito ricordo quanto diceva Rosa Luxemburg: «Chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario», e questo è verissimo nell’arte, nella poesia è vero due volte. Quello di Bre è un lirismo che sta su un piano cartesiano in cui ascissa e ordinata misuranola chiarezza e la densità di un altro-dove,non sottraendosi ad una complessità che determina il valore letterario (e prosegue con probabilità la nostra letteratura classica). La poesia di Bre vive nell’oltre-forma, in un ‘elsewhere’ appunto che è dominato e invaso da una particolare e propria ‘vividness’,laddove questo lemma in inglese significa allo stesso tempo “vividezza-vivacità-brilantezza-nitidezza-intensità” che è propria di Bre, e fa stile.

MARMO: La ricchezza leggera della parola

di Maddalena Lotter

(È sera, dico le tue poesie
confesso lenta al buio
brevissime bugie.
Così è l’incontro,
nel tempo che s’arrende
e mentre la rete larga
della grammatica
della poca sintassi
si rapprende
nell’impressione acuta
d’essere vicini
forse è da qui che passa
semmai ne esiste una
la storia impensabile
della letteratura.)

Non si trovano facilmente le parole adatte a commentare la poesia di Silvia Bre, perché è ricca, ha molte forme. La sua è un’arte preziosa, che sa definire l’istante senza negare il fascino delle sfumature, del non-centro delle cose: «Ma ci sono pensieri/ che non vanno in figura./ Così stanno segreti/ a chiamarsi in un buio. Musica.» Leggendo i versi di Bre si ha l’impressione di immergersi in un mondo  di profumi, sensazioni, colori e, appunto, sfumature, che manifestano l’abbondanza e al contempo la leggerezza, due caratteristiche che non si annullano ma anzi si “cercano” nell’universo femminile, dove il bello e il dolore vengono amplificati e un attimo dopo, per esigenza, per salvarsi direi, vengono ridimensionati: «Ognuno vuole avere il suo dolore/ e dargli un corpo, una sembianza, un letto,/ portarlo su di sé tenacemente/ perché si veda come una bandiera…/ Ma c’è persa nell’aria della vita/ un’altra fede…».
La parola di Bre oscilla, si muove senza paura a toccare gli aspetti ora più delicati ora più fermi della vita, nel tentativo di abbracciare tutte le cose, gli argomenti. Ora che ci penso, ricevere e contenere la varietà senza temerla è il modo che hanno le donne per definire il molteplice.
La poesia di Bre sembra dire sempre che, di fronte a una domanda, la soluzione delle situazioni si trova nelle situazioni stesse: «noi intanto ci lasciamo stare/ sotto l’ulivo più vecchio dell’orto –/ corpi, per trattenere quell’incanto./ Nessuno ha mai toccato l’argomento.» Il non detto dell’ultimo verso è pesante, è ricco, ma bilanciato da quell’incanto che lo precede. La leggerezza dell’incanto, del trattenere le sensazioni e amarle, amarle tanto, «nell’impressione acuta/ d’essere vicini». Anche l’incanto infatti, che è irreale, è un argomento reale, terreno; «così noi ci leghiamo docilmente/ per un disegno d’astri/ così siamo la terra che risponde.»