Giulietta Iannone

Predrag Matvejević , Breviario Mediterraneo

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Predrag Matvejević , Breviario Mediterraneo, trad. di S. Ferrari, Garzanti 2004 (e successive edizioni); € 18,70, ebook € 9,99

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di Giulietta Iannone

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Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con sui preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

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© Giulietta Iannone

Raniero La Valle, Cronache Ottomane

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Raniero La Valle, Cronache Ottomane. Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, Bordeaux edizioni 2016, € 16,00

di Giulietta Iannone

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Nel 1908 un giovane giornalista di appena ventidue anni, alle prime armi nel mestiere e del tutto digiuno di “faccende ottomane” fu mandato come inviato speciale in Turchia, dal suo giornale “Il Giornale di Italia”, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini. Si chiamava Renato La Valle. Ed è grazie a suo figlio Raniero, che ha rovistato tra vecchi faldoni e album ingialliti, della sua casa romana, che possiamo leggere questo libro Cronache ottomane – Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, saggio che raccoglie appunto stralci di giornale e riflessioni di quel passato lontano, che acquistano oggi un sapore moderno, se non anticipatore e profetico. Si sa per capire il presente bisogna studiare il passato, e chi meglio di un testimone così attento e dotato di sintesi e fulminea intelligenza può aiutarci nell’arduo compito di decodificare il presente?

Cronache ottomane si incarica di questo non facile compito, e lo fa con uno stile suo proprio non scevro di una certa filosofia di fondo, piuttosto evidente e manifesta. Chi erano i Giovani Turchi? Come giunsero in Turchia gli aneliti costituzionali e i precetti liberali? Come tutto degenerò con il Genocidio armeno, durante la Prima Guerra Mondiale? Che legami ebbero l’Italia giolittiana con la Libia e la Tripolitania, quest’ ultima allora territorio ottomano? A queste e a molte altre domande potrete avere delle risposte che vi aiuteranno a ricostruire perché l’Islam, e con questo termine generalizzo tutto un mondo, sia diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

La mente brillante, sia del padre che del figlio ci aiuterà infatti a compiere questo sforzo concettuale, e a disvelare alcune occulte manovre e strategie che non sono altro che manovre e strategie politiche ed economiche. Renato la Valle arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908, quando la rivoluzione (del 24 luglio) c’era stata da un mese. Da quel momento osservò e trascrisse per il suo giornale le cronache di quel dopo, che tanto determinante fu per la storia turca e non marginalmente per l’Occidente tutto.

Costantinopoli, l’antica Bisanzio, aveva il nome di un Imperatore cristiano, Costantino, ed era la capitale dell’Impero cristiano d’Oriente. Ma all’inizio di questa storia, nell’agosto del 1908, sedeva sul trono del supremo potere un sultano musulmano, il Califfo Abdul Hamid, il quale dal 1876, attraverso un Gran visir che guidava un governo detto anche “Sublime Porta” (come in Italia si dice Palazzo Chigi), dominava sull’Impero ottomano, uno degli Imperi più longevi e più grandi della storia.

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi, 2016, pp. 237,  € 17,50, ebook  € 9,99; traduzione di Daniele Petruccioli

di Giulietta Iannone 

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Cristóvão Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirà poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sì, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese è un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi. Il portoghese è una lingua difficile (quale lingua non lo è), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e Cristóvão Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perché no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, è il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffè del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai così; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; così è troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. Mônica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerà, decise Heliseu. È irrilevante.

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway, trad. di Pier Francesco Paolini, ed. integrale, Newton Compton (classici moderni), 2004 (e successive edizioni); € 5,90

Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile. Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano. E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità]. È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi. Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino. Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana. Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.

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Riletti per voi #9: Paul Auster, Trilogia di New York

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Riletti per voi #9: Paul Auster, Trilogia di New York, Einaudi, 2014 (edizione più recente), pag. 320,  trad di Massimo Bocchiola, € 12,50; ebook 6,99

di Giulietta Iannone

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Inizio col dire, senza falsa modestia, più che altro con rammarico, che recensire Paul Auster non è affatto facile. Non lo è per molti testi e molti autori, ancor più non lo è quando si affronta un testo quasi cardine, e se vogliamo iconico, della letteratura contemporanea. Ciò dovrebbe permettermi di mettere le mani avanti e nell’eventualità (neanche tanto remota) che scrivessi sciocchezze, di considerarle se non inevitabili quanto meno giustificabili. Ci sono limiti negli autori, ma anche molto spesso nei recensori, specie quando vogliono superare un mero giudizio estetico e scavare più in profondità. Paul Auster è un autore che non conosco, negli anni non ho mai letto niente di suo, ma non potevo evitare ancora (per chi ama la letteratura nordamericana è poco meno di un crimine) la sua Trilogia di New York, a detta di molti la sua opera più misteriosa e riuscita o per lo meno la prima opera che gli portò negli anni Ottanta il reale successo e l’attenzione di pubblico e critica che ormai è consuetudine riservargli. La cosa più onesta da fare a questo punto è non ostentare autorevolezza o conoscenze che non si possiedono e limitarsi a leggere il testo registrando le vibrazioni che esso riserva. Paul Auster non piace a tutti, e in questi tutti evito di prendere in considerazione coloro che pensano che se un testo è famoso voglia dire per forza che sia commerciale, dozzinale, scadente. Anche a critici affermati, persone sensibili, colte e per nulla superficiali, Paul Auster non piace. È il lato kafkiano e oscuro di Don DeLillo, l’anima più “fantastica” del postmodernismo, le definizioni si sprecano, ma quasi mai le generalizzazioni hanno un reale fondo di verità, per cui tendo a evitarle e mi limito a registrare cosa oggettivamente il suo scritto trasmette e se vogliamo amplifica. Ho letto critiche molto più dettagliate e profonde di quanto forse sarà mai la mia e a lungo mi sono interrogata se un mio scritto avrebbe davvero apportato un valore aggiunto al dibattito letterario, o si sarebbe perso nello sfondo come inutile rumore. Poi mi sono detta: la sfida è affascinante, i lettori perdoneranno le mie eventuali lacune, (per comprendere in profondità questo testo – questi tre testi slegati e nello stesso tempo labirinticamente connessi – bisognerebbe conoscere tali e tante altre opere, non solo letterarie, in un gioco di specchi ricurvi e vasi comunicanti che in effetti rende le mie titubanze tutt’altro che artificiose) e si costruiranno una personale visione della Trilogia, quindi poco danno posso arrecare. Tutt’al più posso avvicinare a questo libro, per molti versi davvero ostico, coloro che come me fino a ora se ne erano tenuti, più o meno consapevolmente, lontani.

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Joanna Rakoff, Un anno con Salinger (di Giulietta Iannone)

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Joanna Rakoff, Un anno con Salinger, Neri Pozza, 2015, traduzione di Martina Testa. € 17,00. ebook € 9,99

 

L’editoria. I libri. La vita.
Un anno vissuto molto pericolosamente, sfiorando J. D. Salinger.

 

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza è leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffè al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perché l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sé uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralità tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E così fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilità) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillità. Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilità. All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
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Riletti per voi #5: Don DeLillo, Rumore bianco

Don Delillo, Rumore bianco

Riletti per voi #5: Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi 2014 (ultima edizione), € 14,00, ebook € 6,99. Traduzione di Mario Biondi

di Giulietta Iannone

(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

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