Giuliano Ladolfi

Claudio Pagelli, da ‘La bussola degli scarabei’

la mosca

vira improvvisa –
una giravolta nell’aria
salvandosi dallo schianto
(resta lo scheletro di uno schiaffo
il gesto nudo nel rito della cattura)
lei presa da altri giri, altre capriole
fra i bracci bianchi del lampadario
coi suoi occhi grandi a scrutarmi dal soffitto…

 

la cimice

è la stagione della nuova cimice
arrivata nascosta a destinazione
in una tasca di qualche viaggiatore,
si narra di un indugio di madre terra
che ancora non sappia cosa fare –
benedire la sostituzione naturale
o inventare un rapace più feroce
goloso della fresca variazione…

 

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Luigi Finucci, da ‘Il canto dell’attesa’

 

Hai steso delle briciole
per giorni di pioggia, le finestre
d’occhi curiosi il respiro
si è riposato l’indomani.

Abbi cura del silenzio
d’estate la memoria
si adagia sui lati
di una scelta mancata.

 

*
La carne richiama all’origine,
e si diventa quasi uomini.

Il legno diventa ponte
e l’aria si profuma all’incontro,
una mano si porge nel mistero
proprio come ieri, in solitudine.

Lo sguardo segna un legame nuovo
e quello vecchio è una radice da staccare
così il seme viene donato
in un giorno qualunque – in silenzio:

nelle ore notturne
s’arricchisce il fiore
spuntato per caso, sul tocco
di una carezza,
di una carezza.

 

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Renato Fiorito, Andromeda

Renato Fiorito, Andromeda, Giuliano Ladolfi Editore, 2017

Che cosa ha spinto Renato Fiorito ad addentrarsi nel territorio poetico della cosmogonia, dell’origine dell’universo, della comparsa di forme di vita sulla Terra, dell’evoluzione degli umani, che cosa lo ha mosso ad affrontare un’impresa che, come ben sottolinea Giuliano Ladolfi nell’introduzione al volume, intitolata L’epopea dell’universo,  fu già di Esiodo e di Lucrezio nel mondo classico e di parecchi altri in epoche successive? La risposta a questa domanda permea tutto il poema Andromeda, teso fra il ‘preludio’ Sul limitare del cielo e un Epilogo che mostra in modo chiaro e compiuto un carattere rilevante di tutta l’opera, vale a dire l’alternanza di due ritmi, quello narrativo e quello contemplativo. La risposta al quesito, infatti, sta nel pungolo-fine-funzione dell’umano, e dell’umano pensante e poetante, vale a dire nell’interrogazione permanente, nello stupore che genera domande.
I tre versi iniziali di Andromeda sono una dichiarazione – esemplare per sintesi, sapidità, cadenza – di rispetto a tre punti che mai dovremmo ignorare nel leggere un’opera: la prospettiva nella quale si pone l’io lirico e dalla quale questi fa muovere il suo sguardo; la visione che l’io lirico ha di sé, in particolar modo, in questo caso, come umano tra gli umani; l’enunciazione, infine, della sua ‘materia’ poetica. Ecco, dunque, i tre versi:

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.

Chi scrive ha avuto la ventura di leggere la prima stesura dell’opera e di dialogare con l’autore su significatività e senso dell’impresa. Rileggere la versione data alle stampe, ora, alla luce sia di quei dialoghi, sia della conversazione infinita con “il coro del mondo” e con le sue singole voci attraverso le epoche e le latitudini – conversazione di cui ogni opera letteraria non può che recare traccia – rafforza la convinzione circa la nascita di Andromeda di Renato Fiorito da un disegno ben ponderato, che della scrittura dell’autore porta i tratti peculiari: chiarezza, efficacia, partecipazione e, allo stesso tempo, capacità di ritrarsi dal tumulto degli eventi per dare tempo alle considerazioni ‘universali’ di formarsi, ovvero per accostarsi con sim-patia al simile, all’umano che si dibatte nel dubbio, si tormenta o è tormentato. Risuonano allora alla mente i versi di Novalis, che riporto qui nella mia traduzione: «Quando ormai più né numeri e figure/ Chiave saranno di tutte le creature,/ Quando color che cantano o baciano/ Più dei dottissimi al sapere volgono,/ Quando alla vita libera poi il mondo/ Ritornerà, e allo stesso mondo,/ Quando di nuovo uniti ombra e fulgore/ Daranno vita ad autentico nitore,/ E quando le vere storie si vedranno/ In fiabe e in poesie si sveleranno/ Davanti a Un motto segreto sparirà/ L’intera essenza, allora, dell’assurdità».
Il viaggio dall’origine dell’universo alla storia dell’umanità, tra interrogativi costanti, speculazioni filosofiche, religioni, rivoluzioni, guerre e catastrofi, si conclude con immagini, parole, intrecci e trasformazioni che dicono di una energia che non si lascia misurare, che non può essere contenuta dal pensiero. Sono trasformazioni che lasciano intravedere, come intuiva già il terzo dei versi iniziali, che «nulla mai muore davvero».

© Anna Maria Curci

 

***

Sul limitare del cielo

Sul limitare del cielo
io, scintilla di un attimo
canto l’infinito.
Guardo l’eterno
e prima di essere cenere
misuro da questo
la mia grandezza
e la mia miseria.
Infinite galassie,
origine e fine della creazione,
dimorano nella mente.
Intuisco mondi paralleli
di cui non so nulla.
Vedo la fatica dei padri,
le lotte e le sconfitte,
e so che tutto è avvenuto
perché io esistessi.
Assumo come mio
ciò che altri hanno conquistato,
le strade tracciate percorro
per comprendere l’incomprensibile
e capisco che nessun credo contraddice gli altri
ma tutti procedono a fatica
sull’irta strada della verità.
Guardo un albero e immagino la foresta
vedo una stella e ne penso milioni.
So che ogni cosa si muove nel cielo
e la legge che tutto regge
è equilibrio tra energia e gravità.
Eterna è l’energia,
siamo parte della sua forza
e per essa siamo divini.
Non inganni la morte.
Appartiene anch’essa alla vita
come vi appartiene la nascita e l’amore
ed è quindi ugualmente sacra.
E vi appartiene l’amicizia tra gli uomini
e quella degli uomini col creato.
e ogni uccello e pianta,
e seme e creatura che vive sulla terra.
Eccezionale, irragionevole presenza
nell’universo silenzioso e deserto.
Noi che guardiamo il cielo,
noi siamo cielo
brillanti di un solo attimo. (altro…)

#PoEstateSilva #7: Noemi De Lisi, da La stanza vuota

I
..
In fondo al lungo corridoio di penombra, senza voci, c’era
………………………………………………………[la stanza vuota.
La casa era vecchia, non era manco nostra: soli io e mia
………………………………………………………[madre l’abitavamo.
“Sei stato sfortunato a nascere qui, figlio mio”, mi diceva
………………………………………………………[battendosi il petto
mentre io annuivo e strizzavo la faccia in un sorriso come
………………………………………………………[mi aveva insegnato.
Sempre passavo davanti alla stanza vuota: tutto era fermo,
………………………………………………………[antico, impolverato.
Qualche volta ci trovavo dentro mia madre. Stava seduta
……………………………………………………….[sul letto rifatto
il capo chino, le mani intrecciate sul grembo. Subito facevo
……………………………………………………….[un passo indietro
per non farmi vedere, mi appoggiavo alla parete e lei
……………………………………………………….[piano piangeva:
“Ora, mamma, perché te se nei andata?”
Poi mi allontanavo in punta di piedi e facevo finta di non
………………………………………………………..[averla sentita.
Di notte dei rumori venivano dalla stanza vuota: scricchiolii,
……………………………………………………………………[tonfi,
qualcuno chiamava. Rimanevo fermo, gli occhi spalancati
……………………………………………………………………[nel buio
e non riuscivo a fare un passo verso quel fondo lontano
………………………………………………………….[che s’agitava.
Mia madre dormiva con affanno e sembrava parlarmi
………………………………………………………….[anche da muta:
“Un’altra madre per un’altra vita avresti potuto averla,
………………………………………………………….[figlio mio”
E un grido fatto col mio nome cominciava a rincorrermi
………………………………………………………….[dalla stanza.
Gli andai incontro col passo nel buio mentre soffiavo tra i
………………………………………………………….[denti: “Shhh…”.
Spinsi l’interruttore, era tanto che non la vedevo accesa
…………………………………………………[come sempre era stata
quando tornavo a casa ed era la prima cosa che vedevo: il
………………………………………………………[segnale, il saluto
la luce riversa sul pavimento nella solita forma davanti la
………………………………………………………[porta aperta.
Entrai nella stanza accesa con una mano sugli occhi perché
………………………………………………………[mi facevano male.
Pensavo a mia madre addormentata dall’altra parte del
………………………………………………………[corridoio: “Shhh…”.
Mi sedetti sul letto col capo chino, le mani fra i capelli.
………………………………………..[Tutta la stanza era cambiata.
Ogni sguardo mi ricordava una cosa diversa: l’armadio
…………………………………………[spostato, le riviste impilate,
le scatole con le fotografie, i sacchi colmi di vestiti, il lume
…………………………………………………….[rotto sul comodino.
Mi alzai, tentennai, aprii le mani per prendere qualcosa e
…………………………………………………[poi le chiusi nei palmi:
“Cos’è questo disordine… chi c’è stato qui?”
Da quando ero entrato, nessun rumore più scuoteva la
……………………………………….[stanza vuota, nessuna voce
chiamava quel nome. E stavo in piedi fermo com’era
………………………………………..[giusto fare, eppure ero vivo.
La casa era buia, solo una stanza era accesa: “Ora,
………………………………….[mamma, perché te se nei andata?”

*

II
..
Aveva scelto pochi ricordi da ripetere a memoria.
Vissi con lei così a lungo che ignaro li imparai tutti.
E se lei cominciava a recitare:
“Presi a scendere la rampa correndo,
avevo in braccio il mio bambino,
il suo corpo sussultava a ogni gradino
mentre io lo riempivo di lacrime”.
risuonava in me come un vissuto da protagonista.
Mi sorprendevo a imitare la sua voce al telefono,
l’abitudine di premere piano una mano sul petto
mentre l’altra porta il cibo alla bocca socchiusa.
Spesso mi sorpresi in queste pose
e mordendo le unghie di nascosto
mormoravo: “Sembro mia madre”.
Abitavamo una casa troppo grande,
ovunque mi voltassi era presente:
in fondo all’eco del corridoio,
negli scricchiolii delle persiane.
Una volta saltellò sul posto
ora su un piede, ora sull’altro
presa da un’infantile frenesia
davanti a un cesto di datteri maturi.
Sceglieva i migliori agitando l’indice su di essi,
cantilenando fra sé: “Questo mi piace, questo no”
convinta che io non la vedessi.

*

III

..
Fra quelli che conoscevo ero l’unico a non avere una casa.
“Da morta mia madre non mi lascerà niente” ripetevo agli altri
“non ha nemmeno una tomba per morire”.
E sorridevo di rabbia, sputavo per terra mentre lo dicevo.
Sopportavo i morsi che mi davo da dentro se mi ricordavo di lei,
di lei che mi diceva: “Non ti posso vedere infelice, figlio mio”.
Poi mi raccomandava la sua morte: “Quando sarà mi devi bruciare.
Buttami nel vento, fammi volare” mi pregava “fammi volare”.
E non sapevo dove mettere gli occhi mentre lo diceva:
“Non in faccia” pensavo “non devo guardarla”.
Allora picchiettavo le nocche sotto il tavolo: toc toc.
“Cos’è? Hanno bussato?” subito si preoccupava.
“Vado a vedere io, tu sta’ qua”.
Mi alzavo svelto nella gioia del tranello e all’ingresso mi fermavo.
Davanti alla porta ad alta voce chiamavo: “Chi è? Chi è?”
e aspettavo lì quale voce doveva venire anche se l’ultima era
…………………………………………………………………[stata la mia.

..

© Noemi De Lisi, da La stanza vuota, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2017