giovanni raboni

Un libro al giorno #1: Giovanni Raboni, Barlumi di storia (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

barlumi

Barlumi di Storia, Mondadori, 2002 (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

*

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

*

© Giovanni Raboni

I poeti della domenica #65: Sandro Penna, Tanto amici eravamo che un segreto

il viaggiatore insonne poetarum

Tanto amici eravamo che un segreto
dell’uno era dell’altro. D’uno solo
egli non ne parlò mai con se stesso.

© Sandro Penna, Tanto amici eravamo che un segreto, in Il viaggiatore insonne, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1977.

Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

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Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, minimum fax,  2016; € 16,00, ebook € 8,99

*

È tutto un abisso di dèmoni privati, la scoperta degli altri

Una cosa va detta subito e riguarda le due possibili strade da percorrere per leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance; nessuna delle due strade è una scorciatoia, entrambe arrivano al cuore del libro, quale delle due scegliere è compito del lettore. La prima strada è quella della concentrazione, la seconda è quella dell’abbandono. Io ho scelto, anche se non immediatamente, la strada dell’abbandono, tenendo presente che i due percorsi si sfioreranno e si incroceranno più volte nel romanzo di Meacci; è dalla strada dell’abbandono che ve lo racconterò. Cosa intendiamo per abbandono? Nel nostro caso, intendiamo lasciarsi andare, assecondare il flusso di frasi, pensieri, situazioni, luoghi, personaggi e le loro microstorie, che l’autore ha immaginato e costruito. Paradossalmente, per abbandonarsi a un libro come questo bisogna essere molto presenti, particolarmente disposti all’ascolto. Per questo motivo l’abbandono è soltanto una forma diversa di concentrazione, ma particolare, una concentrazione che non ricorre soltanto alla memoria, al pensiero, al ragionamento, ma che è pronta a liberarsi, ad accogliere, a lasciare che la storia entri e a entrarci; a far sì – infine – che ogni ragione viaggi insieme a una accelerazione (o a un rallentamento) del battito del cuore. Scelta la strada, potremo farci travolgere, facilmente, dal ritmo di Giordano Meacci che viene da molte musiche, ma da una sola bellissima armonia.

Amedeo ha creduto, allora, crede che sia possibile una felicità senza rispetto. Un ganglio chimico del tempo in cui non si prevede, o si aspetta, semplicemente c’è, e coincide con il presente. Crede che un istante di pienezza possa dilatarsi, e conservarsi, come non esistesse nient’altro di così significativo, e totalizzante, in tutta la congerie di universi che ci sìbilano intorno e ci condizionano.

Il romanzo è ambientato a Corsignano, un paese immaginario, che sta tra le province di Siena e Perugia. Un paese dell’Italia centrale come tanti: le case, le cascine, le botteghe, il bosco, gli alberi, i bar, gli animali – e quindi i cinghiali -, i vecchi, i ragazzi, le donne e gli uomini, la gente. Persone che si conoscono tutte e da sempre. Grandi amori e rimpianti, grandi amicizie, ricordi, memorie tessute da tanti passati comuni. Poi, perdoni, amori e amori mancati, pettegolezzi, silenzi, discorsi profondi e altre storie. Ci sarà un uomo che ha cambiato idea il giorno del matrimonio e la mancata sposa che di quell’abito (in un passaggio del libro di rara bellezza), dopo averlo scucito, farà tendine della cucina e tovaglia della domenica. Ci saranno due sorelle che si prostituiscono per una vera ragione d’amore, amore totale che provano l’una per l’altra. Famiglie, dopotutto, formate e divise, annunciate o mancate. I nomi e le persone che quei nomi portano: Andrea, Bella, Amedeo, Oscar, Walter, Fabrizio, Agnese, Alighiero, Bice, Durante – La Sonia. E poi Apperbohr che è nome non comune di cinghiale. Ci saranno amicizie che non potranno mai nascere, e altre destinate a durare – giorno dopo giorno – per sempre.

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proSabato: Giovanni Raboni, La mattina di Ferragosto

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proSabato: Giovanni Raboni, La mattina di Ferragosto

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Questo Natale (bonus): Giovanni Raboni, Niente sarà mai vero come è

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Niente sarà mai vero come è
vero questo venticinque dicembre
millenovecentonovantatré
con il suo tranquillo traffico d’ombre
*
*
per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia? per te
*
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita – ma se viene
solo ora al suo compimento di morte*e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.

*
© Giovanni Raboni, da Quare Tristis (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

I poeti della domenica #19: Giovanni Raboni, Codicilli (1)

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fonte gironi.it

Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata…
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d’uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord-ovest
assediano Milano, che ci salvano,
barricate di croci,
d’angeli mutilati, dall’orrore
di marcire in privato, in un giardino.

*

© Giovanni Raboni da A tanto caro sangue ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014

Io e Vittorio Sereni (di Emiliano Ventura)

Vittorio_Sereni

.

Scrivere un profilo su Vittorio Sereni vuol dire tornare indietro di qualche decennio, Diario d’Algeria è, insieme a Ossi di seppia, la prima raccolta di poesie che ho cercato e letto nella sua interezza. Era l’edizione degli Oscar Mondadori dei primi anni novanta. Allora non sapevo ancora dell’importante ruolo svolto da Sereni nella Mondadori e della creazione della collana degli Oscar, una sua iniziativa che ha rivoluzionato l’editoria del secondo dopoguerra.
Cerco questa edizione del Diario d’Algeria nella mia libreria che però è stracolma e non riesco a trovarla, alla fine devo riconoscere che non è qui, è rimasta nella libreria della casa dei miei. Sono affezionato a quella copia per cui faccio di tutto per trovare il tempo di recuperarla; una volta in mio possesso sprofondo nel poeta che ho conosciuto e apprezzato a lungo venti anni fa, lui e gli altri poeti di quella incredibile generazione.
Giovanni Raboni presentava nell’introduzione a La scatola nera di Giorgio Caproni quella cerchia di poeti che in modi e tempi diversi vestirono anche i panni dei critici, i critici-poeti appunto:

«Quella razza particolare e a parere mio non solo (si vedano al proposito, per esempio, le osservazioni finemente motivate di Pier Vincenzo Mengaldo nell’introduzione ai suoi Poeti italiani del Novecento) particolarmente pregiata di critici che nella cultura letteraria italiana di questo mezzo secolo sono stati, appunto, i critici-poeti, penso alle Letture preliminari di Sereni, alle Aritmie di Bertolucci, al Discorso naturale – e, ora, alla Naturalezza del poeta – di Luzi.»[1]

Naturalmente la lista potrebbe essere più lunga, si pensi ai nomi di Fortini, Solmi, Pasolini e Montale, ma nei quattro testi citati da Raboni sembra assistere a un dialogo tra scrittori che, a distanza, si citano e si recensiscono, tra rispetto e nostalgia; forti del legame che unisce una generazione travagliata, di chi ha vissuto totalitarismi e guerre, disperazioni e speranze. Raboni continua:

«La vicenda e la situazione di una generazione di poeti amici, di poeti che si ammirano, si riconoscono, si amano, incarnando una diversità quasi scandalosa sia rispetto ai poeti della generazione che li ha preceduti e che è stata una generazione di poeti rivali, di poeti nemici, sia, temo, rispetto a quelli delle generazioni successive, che sono – con poche eccezioni, e forse, chissà, non senza ragione – poeti che si ignorano. Io ho un ricordo molto intenso e preciso di un incontro a Parma, una sorta di convegno-festa in onore di Bertolucci al quale fra tanti altri estimatori, parteciparono appunto Caproni, Luzi, e Sereni.»[2]

Probabilmente Raboni scrivendo questa introduzione intorno alle generazioni dei poeti aveva come punto di riferimento il saggio di Oreste Macrì Le generazione della poesia italiana del Novecento. Il brano si chiude definendo questi quattro autori «i maggiori poeti d’una generazione»,[3] una generazione che ha condiviso la guerra e la dittatura fascista negli anni della gioventù, le mille difficoltà e le rare gioie. Maurizio Cucchi, poeta classe 1945, parla in un’intervista con Francesco Napoli[4] di quella stessa felice generazione di poeti: «Eppure guarda che generazione, anche sul piano della poesia: è quella di Sereni, Luzi, Bertolucci, Caproni.»[5] Affinità elettive e differenze, ricordi e recensioni quasi sottovoce e con discrezione circondano i saggi raccolti in volume nel corso degli anni. Così Luzi ricorda Caproni e Sereni, Caproni[6], a sua volta, compone felici intuizioni sulla poesia di Luzi o Sereni, Bertolucci[7] ricorda Sereni e uno scambio epistolare con Luzi.

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Corpo a corpo #5: Qui è Valvnis, qui è Voronez, dunque provaci, Giovanni Raboni

quare tristis

Qui è Valvins, qui è Voronež, dunque provaci.
Forse quando le avrai dimenticate
tutte o (in fondo è lo stesso) ricordate
tutte, le parole, sarà più semplice

tutto, forse vivrai come si vive
prima d’essere morti, in pace, avendo
cognizione della vita, sapendo
che in nessun luogo è scritto né si scrive

il nome di una sillaba che ti hanno
nascosto nel cuore come nel numero
dieci lo zero o nella neve un albero
fiorito e solo quando ti vorranno

silenziosamente, di là saprai
da mute, invisibili labbra o mai.

Questo testo è inserito nella terza e penultima sezione di Quare tristis, libro pubblicato da Giovanni Raboni nel 1998 nella collana Lo specchio Mondadori. Come tutti i componimenti della sezione a cui appartiene, a eccezione dell’ultimo, si presenta come un sonetto camuffato, in cui, alla normale suddivisione in due quartine e due terzine, si sostituisce quella in tre quartine e un distico conclusivo, grazie allo spostamento di un verso dall’ultima alla penultima terzina. Le rime delle tre quartine sono strutturate a chiasmo (con un’assonanza tra il primo e il quarto verso della prima quartina), mentre quella del distico finale è una rima baciata. Nonostante il testo si presenti come un sonetto, se pur camuffato, del sonetto non rispetta sempre la lunghezza dell’endecasillabo, anzi i versi si allungano e si contraggono per rendere in chiave metrica la tensione espressiva e meditativa che caratterizza l’intera poesia.  Alla struttura metrica si intreccia poi in maniera inestricabile quella dei periodi, due, di diversa lunghezza, che danno all’intero testo un equilibrio volutamente asimmetrico. Il primo periodo coincide con il primo verso, il secondo, invece, si distende nei restanti tredici ed inizia con un “Forse” che dà il tono caratterizzante all’intera poesia e che risponde al “dunque provaci” finale del primo verso, riprendendone la tensione euristica. L’uso fitto delle virgole e delle congiunzioni contribuisce a rendere il dettato a spirale, come una strada che s’inerpica o all’opposto che scende verso un baratro, si snoda tra tornanti, curve, senza mai interrompersi e anzi ogni svolta, ogni rallentamento − sia esso dovuto all’inserimento di una parentesi al terzo verso, sia esso dovuto ad una incidentale o ad una nominale − contribuisce a rendere sempre più preciso e analitico il dettato, senza però mai perdere lo sguardo d’insieme, sguardo che si sofferma sul senso della scrittura poetica come missione di un’intera esistenza. A questo si aggiunge, a livello metrico-retorico, l’uso massiccio dell’enjambement che determina un continuo slittamento di senso dal verso precedente a quello successivo costringendo il lettore a seguire il filo del discorso in maniera quasi spasmodica, temendo, a ogni rallentamento o interruzione, di perderlo e di dover cominciare d’accapo, ma che, seguito fino in fondo, conduce alla tragica alternativa finale.

Il primo verso colloca la poesia e, potremmo azzardare, l’intera opera di Raboni, tra due estremi geografici e simbolici ben precisi, Valvins e Voronež, nomi  di luoghi che oltre a essere in consonanza tramite la lettera V iniziale e la S e la Ž finali, sono legati da una consonanza dei nomi dei due poeti a cui i due luoghi sono legati: Mallarmé e Mandel’štam, due delle esperienze poetiche più radicali e lucide tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, poeti in cui l’essenza stessa della parola diventa questione fondamentale. I luoghi richiamati nel primo verso sono di morte ed esilio, luoghi in cui la parola poetica trova il proprio spazio e il proprio limite costitutivo: qui e non altrove, questi sono i luoghi in cui provare, in cui cimentarsi. Il primo verso delimita quindi lo spazio del dire, che per un poeta è anche lo spazio del senso profondo della propria vita, tema ripreso anche metricamente nella seconda quartina dove “vive” è in rima con “scrive”.

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La conversione perpetua: Raboni e Proust

La conversione perpetua

Giovanni Raboni, La conversione perpetua e altri scritti su Marcel Proust, Monte Università Parma Editore, 2015, € 15.

Una lettura in tre punti:

1 – L’amore

È un libro d’amore, questa Conversione, o meglio, un atto e una dichiarazione d’amore.
Poteva intitolarsi anche, perché no?, “La conversazione perpetua”: Raboni ammirato che osa (chissà se mai avrebbe osato) mettersi in dialogo col maestro, Proust. Solo alla giusta distanza però, l’unica possibile per permettersi appunto di osare, anche quando fossero stati contemporanei, e il caso magari li avesse fatti incontrare “dal vivo”, camminando sullo stesso boulevard, a Parigi.
La distanza, d’altronde, è una forma d’amore, la forma che prende il rispetto nella sua massima espressione per perpetuare l’amore.
Perché lo si ama? E nella maniera in cui non si ama nessun altro scrittore? Perché Proust, ci dice Raboni, non è riducibile alla letteratura. E certo non si risparmia nel dichiarare questo amore, con «le parole di uno come me, di un lettore inchiodato al bilancio delle sue emozioni» (p. 26, corsivo mio).
Prova di questa irriducibilità è la struttura severa, filosofica, cartesiana, che regge la Recherche. Struttura per cui tutto si eleva a sistema, lasciando che i dettagli di questa elevazione si fissino, alla fine, nel lettore. Parliamo di geometria, visione del mondo, soffio primordiale, e soprattutto musica, la famosa musica della Recherche, che gonfia di rivelazione ogni parola, ogni frase, ogni pagina. Di qui, ecco, lo spazio poetico si apre alla possibilità di una vera poesia; e per poesia intendiamo l’insieme di forme (ancora attuali, non v’è dubbio) con cui Proust raggiunge, in modo inconsapevole, il centro della tematica husserliana: «l’io si costituisce nei modi del fluire: passato, presente, futuro», scrive Husserl nelle Meditazioni cartesiane del 1931.
Musica, certo. Non a caso quel “dans le Temps” che chiude la soluzione metafisica disegnata nell’arco conclusivo de Il Tempo ritrovato, Raboni lo definisce “ultimo accordo”.
Struttura, musica, elevazione, dunque: questo il frutto di capacità centripeta e centrifuga che questa gigantesca opera presenta e tiene insieme; come i temi, al contempo pochissimi e moltissimi, riducibili a uno o infiniti.
E tutto questo attraverso la trasfigurazione, per cui alla fine dentro l’opera ci siamo noi.

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Poesie per l’estate #6: Giovanni Raboni “E per tutto il resto”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso, per l’amore
preso e non dato, avuto e non ridato
nella mia ingloriosa carriera
di marito, di padre e di fratello
ci sarà giustizia, là, un altro appello?
Niente più primavera,
mi viene da pensare, se allo sperpero
non ci fosse rimedio, se morire
fosse dolce soltanto per chi muore.

*

©Giovanni Raboni (da Barlumi di storia, Mondadori 2002 – ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014)

Appunti d’amore, gioia e disperazione. Una lettura di Pastorale di Giorgio Cesarano.

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Mi spaccherei le mani per passarti/ un grano verosimile d’amore. In questi versi di Due, una delle poesie di Pastorale [1], c’è tutta la straziante tensione dell’esperienza poetica e intellettuale di Giorgio Cesarano (Milano, 1928 – 1975). Un’esperienza che lega in modo inestricabile amore, disperazione e sforzo spasmodico di comprensione intellettuale della realtà. La disperazione – che è la cifra ultima delle poesie di Cesarano – non è nel sentimento soggettivo, ma nelle cose stesse, nella loro radice, perché la radice di ogni cosa, di ogni amore, di ogni bene è l’incombere del niente (tu bene della terra/ inguaribile e noi di tanto niente// gli eroi vivi, le anime del niente). Solo sotto la minaccia di tale incombere avviene autenticamente qualcosa, soprattutto, se questo evento si presenta nella dimensione che più mette a nudo la nostra inermità: l’amore come desiderio di ciò che già da sempre manca. In questo tendersi verso l’altro consiste l’epicità dei romanzi naturali di Cesarano. Essa sta nel relazionarsi tragico di due o più individualità che si scoprono unite in una lontananza incolmabile, confermata, in maniera ancora più lancinante, dal compimento del rapporto amoroso: il contatto dei corpi e la penetrazione sessuale (Fermo qui vicinissimo/ amandoti con molto mio,/ mentre tuo, tutto il tuo/ – ferma qui vicinissima – / diminuire, rimpicciolirti, / con strazio non so (piccolo?) / mi sgorga per te via.). Ecco il paradosso tragico: più i rapporti, le relazioni, diventano intensi, più c’è un coinvolgimento che mette in gioco tutto l’essere che siamo (al di là, o, meglio, al di qua, della posticcia distinzione mente/corpo), più si sperimenta l’impossibilità di afferrarsi, tanto più si scopre la propria strutturale solitudine ontologica. Solitudine estrema, perché è la persona amata che ce la rimanda in maniera irrefutabile (debole come ora e tradito/ da tanta mia spesa dolcezza/ non sapevo vedere di te/ che il nero, la cupa forma che mi assorbe). E come dire questo in versi che siano veri? Senza cadere nel trabocchetto lirico dell’anima a nudo, che non fa altro che isolare un’interiorità che non può, senza cadere nella deiezione del luogo comune, essere isolata dal mondo a cui appartiene? La verità del nostro stare al mondo emerge, nei versi di Pastorale, nell’orizzonte insuperabile del desiderare. La strategia poetica adottata da Cesarano è quella del “romanzo naturale”, ossia, nel superare qualsiasi lirismo attraverso un racconto espressionistico, dialogato e a volte ruvido[2].Dove l’affidarsi al racconto è dovuto, però, a un controllatissimo uso del verso e del periodare, in cui sintassi e metro quasi mai si incontrano e il ritmo è un alternarsi vertiginoso d’improvvise accelerazioni e frenate, di movimenti ellittici, spesso spezzati nel dettato metrico, e discese a precipizio nel vortice del verso, in cui il sovrapporsi dei piani narrativi, descrittivi, dialogati è tutto teso e convergente in una rivelazione che ha quasi sempre, però, la luce accecante del negativo. Negativo insito nel nostro stare al mondo e dato da quel muro invalicabile, anche per l’incessante desiderare, che è la morte come possibilità ultima e irredenta; desiderare, che proprio per questo, non risulta mai veramente nostro, a nostra disposizione, ma si mostra in un’alterità radicale che si concretizza in noi nell’inesauribilità del desiderare stesso che nessun essere, nessun altro, nessun momentaneo soddisfacimento potrà mai colmare del tutto (Tu alzi uno sguardo/ di cuoio e “amore tu mi hai dato tanto”/ dici e “caro non sono capace di dare niente”). In questo impatto tra il desiderare incessante, di cui l’amore è l’aspetto centrale, e il morire, della vita e nella vita, consiste la dimensione strutturalmente disperata della condizione umana (mi vedi partire/ “non sono capace di vivere” immobile a un palmo/ mi vedi che taglio la corda che me ne vado/ “non sono capace di vivere senza di te”/ filando seduto morto a un palmo da te). L’unità di parola che dice e cosa detta, nei versi di Pastorale, è il tentativo di rimarcare fino in fondo la disperazione della logica del possesso amoroso e di qualsiasi logica di possesso. Più ci si sprofonda nell’autenticità del rapporto amoroso, come possibile compimento del desiderio, tanto più ci si scopre nudi, inermi, distanti – anni luce o solo un millimetro – dalla persona o dal fantasma amati (tutto perché/ hai quella tremenda/ faccia della mia// (anima) perché mi spacchi/ il ventre e mi/ (anima) il ventre e mi/ nuda ridi e tu/ sprofondo dentro il corpo e non ti tocco/ (anima) e non ti tocco/ per quanto è lunga una notte duro/ dentro il tuo corpo stremato e non/ e non ti tocco, anima,/ sprofondante faccia della mia/ vita (anima) mai.).È la struttura del desiderio stesso che ci consegna alla nostra disperazione di essere finiti, di essere gettati nell’esistenza e di non aver creato nulla e dove le parole servono sì a dare un senso, ma anche nella loro ossessiva e spesso elusiva ripetizione, ci riconsegnano all’estraneità di ciò che ci sta davanti e che non possiamo fare nostro mai definitivamente. Possedere l’altro significa sentirlo lontano radicalmente e senza speranza, perché anche l’estrema vicinanza, l’incontro dei corpi, l’unità sfiorata è la lontananza più incolmabile, in quanto quel corpo, che ci accoglie, ci dice in maniera irrefutabile che non sarà mai nostro, perché è esso stesso un centro desiderante altro da noi, che la storia che lo abita è altra da noi. Questo rifiuto oggettivo dell’essere ci porta a sprofondarci, una volta ancora, nel suo essere altro, per vivere in carne ed ossa la logica di questa esclusione, del dolore lancinante di non aver creato noi l’altro che amiamo in maniera inguaribile (d’un mio dentro di me che quanto a me t’include/ ma quanto al tuo sentirti qui di fronte/ e al mio fissarti e nominarti altra/ da me, esclusa, e con tutta la tua/ vita – ecco la fitta/ illogica che addolora i miei occhi:/ il non averti fatta/ io, non averti io generata come questa cosa/ amabilmente intima dell’aria/ buia e dei suoi suoni, dei quali, remissivo/ patisco d’essere fin sulla pelle vestito e fino/ alla pelle dentro nudo/ in un gelo lampante, irrefutabile). In questi versi lucidi e strazianti è detto poeticamente quello che poi Cesarano metterà sempre più in chiaro nel suo lavoro critico e, in particolare, nelle tesi di Insurrezione erotica. In Due, nelle due persone che si amano e si cercano e si desiderano fino allo spasimo, si apre la possibilità di scoprire la radice profonda della dimensione amorosa, in cui “l’oggetto d’amore — il feticcio dell’essere — si fa trasparente fino a svelare d’essere una via, un movimento, una sovra-agnizione, un’iniziazione, quando perde la sua opacità d’oggetto e fascinazione di feticcio, che veramente l’amante scorge, non il fondo, ma il principio dell’essere possibile, e la sua semplicità luminosa e terribile. È in questo istante che l’amante conosce la gravità dell’impresa, è ora che vede l’amore come conquista e superamento, come comunione al di là del sé, lotta per la vita, come comunicazione concreta e pragmatica del possibile, come insurrezione”[3]. Che cos’è qui l’insurrezione? È il riconoscimento della libertà del desiderare umano, che insorge contro qualsiasi ingabbiamento definitivo. Libertà che però non ha nulla di rassicurante, ma è lo stare nella dimensione inquietante dell’esistenza, nel gioco serissimo del riconoscersi reciproco delle individualità, come possibilità gettate nel nulla dell’esistenza, ossia di una dimensione che è impossibile irrigidire definitivamente, come, secondo la prospettiva storica in cui si trova Cesarano, fa la logica del Capitale. E quindi l’amore è platonicamente il luogo in cui noi siamo consegnati alla nostra dimensione più propria, attraverso la contemplata e desiderata bellezza. La differenza fondamentale, tra la dimensione classica dell’amore e l’esperienza che ne ha la nostra epoca, è che il desiderio non si inserisce in una gerarchia salvifica il cui fine è il Bene, l’Agathón, ma è il luogo in cui noi scopriamo il grado zero del nostro essere, la ferita profonda che ci abita. Anzi più siamo nell’impresa dell’amore, nella sua apparente armonia, nella sua anelata armonia, più siamo consegnati alla nostra radicale imperfezione e di chi ci sta innanzi (Con educata e toscana voce e per eufemismi/ dici la tua imperfezione./Dici dei due mariti dici dei genitori.), all’angoscia della nostra impossibilità, della nuda possibilità del nostro essere e all’inadeguatezza del nostro dire. La parola, o dice troppo o non dice abbastanza, e qui il verso di Cesarano, al di là di qualsiasi abbandono espressionistico, ha il tratto disperato di una ricerca impossibile della precisione assoluta nell’esprimere il mondo come si dà nel suo divenire (emozioni, cose, idee, sensazioni, ombre, luci) e quest’accostamento alla cosa del dire che rende strazianti le poesie di Cesarano (Ma l’armoniosa cosa che sopra la tovaglia/ (e in una sua intimità con l’aria buia/ dove splende) risplende: l’armoniosa/ testa, l’armonioso viso – che mi commuove/ e mi angustia e mi frena/ nella bocca il più delle parole – troppo/ deboli, o troppo, ancora, intense). Strazio reso ancora più lancinante dall’uso accortissimo e rivoluzionario delle figure retoriche, come nel raddoppiamento di Epitaffio, o, sempre nello stesso testo, la figura della sospensione, che rende spasmodico l’andamento dei versi, in una tensione crescente che si risolve in un finale vertiginoso (ultimo crampo di inguaribile amore). E se la poesia dice l’inguaribilità del crampo amoroso e se questo crampo, che è esso stesso il dire poetico, non può andare oltre la costatazione drammatica della nostra finitezza e imperfezione all’interno di un desiderare trascendentalmente incessante, anche la poesia deve finire, se vuole rimanere fedele alla sua dimensione veritativa e non trasformarsi in un gioco insensato che scimmiotta, ma non svela, il senso profondo dell’esistere.

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Uno, tra i numeri: “Il numero dei vivi” di Massimo Gezzi

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Comincia con un «E poi?», cui segue una serie di interrogativi sul “dopo”, questo libro che doveva intitolarsi Gli imperfetti, titolo che poi gli è stato sconsigliato.
Da L’attimo dopo a qui, la strada che Gezzi ha percorso è molta, biografica e letteraria insieme.

Non dopo la vita: sono chiacchiere
da poco, quelle. Dopo-adesso, voglio dire,
dopo-prima, anzi meglio durante.

                                                                                  (p. 13)

Al domandarsi e al domandare, a se stesso come a ognuno, l’autore risponde scrivendo: «Non hai torto, non hai ragione». La risposta è una via di mezzo, ma non debole; nasconde invece un convincimento forte: se lo Zero è il nulla che siamo, a noi serve, e occorre difenderlo, nello sforzo irrinunciabile di essere. Perché il nulla, paradossalmente, non è niente. Due versi di Zanzotto lasciamo volentieri che risuonino qui, a tutela di quanto Gezzi tenta: “credo con altrettanta / forza in tutto il mio nulla” (in Così siamo, da IX Ecloghe, 1962). Si tratta della consapevolezza, profonda, di esserci, di avere cura, con tutta l’umana imperfezione di cui siamo capaci.
Ed è così anche quando tenta la parola difesa. Si avverte in questo caso la lezione di Pusterla, cui dedica una Lettera, ricchissima, tesa a un comune “custodire”, appunto: vicende, imperfezioni, storie e Storia.
Lo Zero allora diventa Uno, nel sommarsi delle storie nella Storia, attraverso il durare dell’essere, nell’inestinguibile intrecciarsi di tante possibilità di vita, ciascuna di queste senz’altro imperfetta: «ognuno irripetibile e nel suo breve / splendore indimenticabile / dimenticato».
È l’Uno che vediamo nella forma dell’anafora, insistente, nel racconto di Nove cose che capitano. L’Uno che poi, in fondo, è l’autore stesso, che si propone chiaramente in quest’opera di “smettere il nero”; perciò dispone la frase nell’ottica del discorso, dialoga, rivolgendosi a molti altri, gli altri che abitano, che sono il mondo.
È del resto nell’abitare che al nulla di questo nostro durare è connaturato il silenzio (« …il buio inesplorato / la verticale del silenzio»; «Smettila di credere che il silenzio / non significhi nulla»). Anzi, compone la presenza di case, di interni, il silenzio; si compone degli oggetti, degli elementi dell’abitare. Per questo vediamo ricorrere spesso un tavolo, ad esempio, attorno al quale, o in una stanza, gira un fumo ritratto in bellissime “visioni” (“All’alba il fumo si contorceva ancora a mezz’aria”, a pagina 26; e ancora – sebbene l’autore dichiari di non voler più tendere, oggi, alla scelta dell’endecasillabo e del canto – eccolo, a pagina 17: “si allargò come un lago di aria grigia”).
Si respira uno stare, via via nelle pagine, si sente l’anelito della dimora, l’aspirazione a voler concludere un disegno di vita (in particolare in Ipotesi di una casa, p. 64). Disegno a cui, necessariamente, si legano i dolcissimi versi di Tre per una figlia.
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