Giovanni Pascoli

Presentazioni, inedito di Andrea S. Castrovinci Zenna

Tu non hai udito Veronica svelta
con passo leggero ma alacre
da stanza a stanza aliare
quasi senza rumore,
fiore che sboccia alla sera; né sai
le dita solerti aiutare
e madre e sorella in cucina,
le stesse che suonano il piano
e avvivano vani e saloni
nel vuoto di te che rimane.
Non sai come canti gioiosa al mattino
né quanto ogni giorno di più mi innamori.

Ma pure vorrei vi incontraste…
E questo mio inganno lo tesso con cura.
Non serve anche a questo la letteratura?

***

Il primo di maggio, creatura
leggera, ma indomita, forte,
del cuore ti ho aperto le porte
nell’incubo strenuo serrate;
ché dopo le tante parole
costrette da sguardi che al sole
cadente chiedevano tregua,
– incredulo d’ansia e paura –
un bacio tremante sul mare
tremante di luce lunare
ti diedi; nei lievi rossori
dei baci sentivo la fiamma
sopita destarsi veemente.
Disteso alle braccia tue bianche
lenivo le stanche mie cure;
tremavo alla sera nell’aria cullante.

Aperte le porte del cuore
provai un desiderio di morte:
ossimoro, lucido gemito
insieme sentire il candore
del nuovo e l’antico bagliore
possente che tutto ti involve

*** (altro…)

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

Regina Pradetto Tonon, Poesie. Nota di Fernando Della Posta

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Regina Pradetto Tonon, Poesie. Nota di lettura di Fernando Della Posta

Una famosa canzone di Mogol e Battisti invita fraternamente a riposare chi, tra le altre cose, viene vinto dalla stanchezza e dalla fatica, esortando a cantare. Ed è bello indugiare, a volte, nei momenti in cui la stanchezza, la riflessione e il silenzio giocoforza si fanno strada nella nostra vita. Così mi piace vedere la poesia di Regina Pradetto Tonon. Una sua lirica sembra suggerirlo chiaramente a pag. 40: “quando solo, nell’aia/ il cane desto/ vigila il silenzio/ quando/ anche l’ultima rondine/ ritorna al nido/ perdendo le grida nel vento/ allora, solo allora/ io canto.”
Leggendo, di primo acchito, viene in mente il Pascoli, soprattutto per l’uso continuo di riferimenti a luoghi letterari come la bellezza delle piccole cose e le dolcezze del nido casalingo e familiare, proprio come succede a pag. 72, “le castagne cuociono nel camino/ ed un bicchiere di vino/ aspetta di essere bevuto./ Giocano i bimbi/ e una chitarra/intona un fa minore.” o a pag. 82, “Dal camino un tenero fumo invade/ esalta primitivi aromi di grano e farina. / Profumo di pane.”. Ma se nel Pascoli è bello indugiare per perdersi, nella Tonon il nido è funzionale ad un risveglio necessario e quanto mai agognato: a pag. 15 infatti, “non devi morire/ rondine sola/ hai ancora un nido da inventarti”; ma anche a pag. 22, “parte sola una rondine/ scordando un nido”; o a pag. 26, indicando qualcosa che incessantemente invita a distogliersi: “La stessa voce/ ritorna a parlare/ dell’acqua/ che cade silente/ sul tetto d’un tacito nido”.
Oltre al Pascoli, è evidente il legame con Ungaretti. Il libro della Tonon è finemente tessuto anche da poesie brevissime composte da versi brevissimi che, però, hanno poco a che fare con il carattere tempestivo ed immediato del lampo in mezzo alla battaglia, come è per L’Allegria del poeta di Alessandria d’Egitto. La pacatezza del linguaggio e delle immagini usate dall’autrice ci consegnano un lavoro armonico e delicato che placa lo spirito in tempesta, in cui gli stessi temi di Ungaretti, il rapportarsi con la fragilità dell’esistenza, il ricordo dei luoghi dell’infanzia, la necessità di sopravvivere e di sentirsi vivi in mezzo alle macerie di un mondo impazzito e tutt’altro che benevolo, si manifestano nei luoghi del vivere quotidiano e degli scenari naturali della contemplazione. Tra i tanti esempi da poter citare nel libro, ci sono i versi a pag. 36, “La nave scompare/ fra le onde/ mentre fiori/ cadono sulle rive” che sembra essere quasi un omaggio a Soldati, e la lirica a pag. 64, Nel tuo torpore, che sembra strizzare fraternamente l’occhio a I fiumi.
(altro…)

Francesca Fiorletta su “Da Pascoli a Busi” di Matteo Marchesini

Il critico Bovary 

di Francesca Fiorletta

marchesini

Leggendo l’ultimo libro di Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, edito quest’anno da Quodlibet Studio. Lettere, non si può non saltare sulla sedia, a parer mio, per almeno tre valide ragioni, che vado qui elencando.
Innanzitutto, e non mi sembra questo un dato granché risibile, una causa è l’ingente mole del testo: più di 500 fittissime pagine di critica militante, che variano dall’analisi del Piacere a quella sul Mattia Pascal, dai testi di Malaparte a quelli di Levi, Bianciardi, Volponi, Amelia Rosselli, (cito solo alcuni nomi e numi tutelari, per brevitas) fino ad arrivare alle scritture di Garboli, Debenedetti e Paolo Zanotti, coprendo insomma un arco temporale già ben contestualizzato nel titolo, con saggi brevi e lunghi articoli, scritti in questi ultimi anni principalmente per le pagine culturali della testata “Il foglio”.
Operando una sorta di mappatura critica, dunque, Marchesini ripercorre, con uno studio mirato e particolarmente approfondito, un secolo importante, di tutt’altro che facile definizione, e restituisce al lettore, in maniera anche piuttosto unitaria, qual è la sua idea precipua del fare letteratura, o meglio, più in generale, cosa s’intende col fare cultura in Italia, oggi.
Proprio questa solida per quanto acuminata compostezza, sia di toni utilizzati che di lettura generale del panorama contemporaneo, ci porta dritti al secondo dato sorprendente: la giovane età del nostro critico, che a poco meno di 35 anni, per citare (ma vado a memoria!) una simpatica espressione di stima dell’amico Guido Vitiello, “ha già letto tutto quello che è possibile leggere, se consideriamo le pause quotidiane necessarie per mangiare un panino e per radersi” (n.d.r., Marchesini è solito portare una lunga barba, molto folta).
Si può essere o meno d’accordo con le tesi presentate in questa densa raccolta di saggi, ma di certo non si può mettere in discussione la caparbietà dell’esposizione in prima persona, e men che meno la sicurezza dialettica con la quale Matteo Marchesini è in grado di suffragare ogni sua singola, minuziosa posizione, ideologica e metodologica insieme. Diremmo che, sulla carta, questa indole marcatamente puntigliosa e selvaggiamente seria insieme dovrebbe essere d’uso comune, specialmente tra chi si prendesse la briga di autodefinirsi un “uomo di lettere”.
Ebbene, il terzo e, se vogliamo, più indecente e incandescente punto sul quale s’impernia la fatica critica di Marchesini, e che dovrebbe dunque, a torto o a ragione, suscitare ammirazione o sdegno, aberrante ripulsa o completa adesione, è la disamina di una figura alquanto perniciosa, ma tuttavia adeguatamente oggettivata e reale: quella del poeta (e/o intellettuale) “Bovary”. Marchesini grida al “Re nudo!”, e lo fa con una naturalezza tale da sembrarci, sulle prime, totalmente inappuntabile: addita senza tema una certa forma mentis intellettuale, ormai da tempo inevitabilmente corrotta, che riduce la cultura a nulla più che un mezzo di autopromozione sociale, a un mero status symbol, blandamente nobilitante per chi gravita attorno alla patria delle umane lettere.
Nomina spudoratamente, e lo fa senza specifiche anagrafiche, perché la corruzione di cui parla sembra più essere un’astrazione globale, un mal costume oramai generalizzato e imperante, l’intera generazione di critici suoi coetanei, lui dice, più o meno, «quella che va dai quarant’anni in giù», e si rammarica di non trovare tra di loro, salvo alcuni casi esemplari, dei validi interlocutori con cui intavolare un dibattito critico veramente incisivo, che sia suffragato da posizioni concrete e ben strutturate, e non da posizionamenti endemici e strutturali, insiti nel ben noto gioco/giogo delle conventicole elitarie piccolo borghesi e molto spesso addirittura regionalistiche, di cui questo mondo, come altri, è sempre più satollo.
In realtà, verrebbe da dire, non c’è niente di nuovo sotto il sole. E, ripeto, si può essere o meno d’accordo col critico barbuto Marchesini. Quello che a me è parso fin da subito un vero pregio del suo discorso, e lo dico sentendomi anche un po’ chiamata in causa, quale plausibile parte “additata”, è la dichiarata volontà di confronto.
Il tono di Marchesini, che alterna molto spesso la satira e la parodia, è molto particolare, in questo: da un lato, come dicevamo, resiste una certa assertività ragionativa e ben salda sulle proprie idee, che lui non lesina di esprimere, articolare, commentare minuziosamente in ogni singolo saggio; dall’altra, però, la sua scrittura e, come credo, la sua verve più intima, è sospinta da una quasi viscerale volontà dialogica, da un necessario quanto vitalistico bisogno di confronto e, perché no, certamente anche di scontro e dibattito con gli uomini (e le donne) di lettere del suo tempo.
È per questo, soprattutto, secondo me, che non si può restare indifferenti davanti a un’operazione del genere. Personalmente, non amo affatto le polemiche, specialmente quelle sterili e fini a loro stesse, e ritengo ce ne siano fin troppe, ogni giorno. Tuttavia, credo e spero che molti critici suoi e miei coetanei si alzeranno in risposta a queste mordaci affermazioni, non necessariamente per innescare l’ennesima lotta intestina, ma per provare anzi a raccogliere questo ostinato “guanto di sfida”, e a intavolare così davvero quello che potrebbe essere un fruttuoso dialogo comune sulla versatilità della letteratura tutta, fuori e dentro i testi.

Plinio Perilli, Gli amanti in volo

copertina-Plinio-Perilli

 

Plinio Perilli, Gli amanti in volo, Pagine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Un canzoniere d’amore nel 2014? Potrebbe chiedersi stupito lo scettico di turno, che annoiato spilucca qua e là, annusa lo sperimentalismo di maniera, rovista nell’inchino d’occasione, sfiora l’indulgere alla moda e si rivolge già ad altro, ché non è sua la ricerca, ma il gridolino lo soddisfa, il birignao. Sì, un canzoniere d’amore per un percorso che abbraccia quindici anni di scrittura e studio, un “romanzero”, per dirla con le parole di Heinrich Heine, che incede, scorre, «trascorre» la parola e la cerca, instancabile e fedele nella quête.
Pensarti è un dono, annuncia la prima parte, chiarendo così, fin dall’inizio, che amore e pensiero non sono separati e che cercano – fin dall’inizio, «magia che in un respiro/la Cabbala percorre tutta.» – la parola per rifondare mondi e costellazioni.
Amore, sì, ma quale? Con le parole del poeta proviamo a dire di quale amore non è canzoniere Gli amanti in volo, o meglio, proviamo a illustrare alcune condizioni irrinunciabili sulle quali la soavità e la grazia della poesia di Plinio Perilli pur non transige. Sono i versi iniziali del testo che, come per l’attacco di ogni sezione della raccolta, si presenta in corsivo:

Non vale dirlo, l’amore,
e troppo poi evocarlo –
se questa luce diffida
di chi ne fa uno svago…
Non vale scriverlo, oro
di parole, se nominare allontana lo sguardo
che ha radici….

(p. 13)

E viene da pensare all’intreccio di voci di Ginevra Di Marco e Giovanni Lindo Ferretti nella loro stagione PRG (successiva alla stagione CSI, che a sua volta era stata in precedenza CCCP), nel brano Montesole: «L’amore non lo canto, / è un canto di per sé / più lo si invoca/ meno ce n’è»).
Non è dunque l’amore svago, l’amore ammazzatempo, l’oblio di sguardo e il vuoto di memoria ad essere cantato qui,  ma è il tendere – come scrive il poeta altrove – «a quell’oltre dismisura d’Amore», è dialogo e ricerca, è sguardo che non si sazia di sé, ma l’altro sguardo chiama e con quello conversa, e insieme all’altro si volge al tempo, mai immemore, ma conscio, «fervoroso» e mai fanatico, «in lotta per la vita», pegno ed impegno.
Iniziamo allora questo volo, principiando dai colori, tutti presenti qui, arcobaleno e tavolozza in movimento, con l’oro e il cobalto in ricorrenza, con quella «azzurritudine» che arriva intatta qui – eppure meditata e vissuta – da Novalis e, soprattutto, da Georg Trakl, dopo aver attraversato le vie di altri poeti – in primis Rilke citato in esergo – e dopo essersi imbevuta di dipinti, maioliche e affreschi, come vera «soglia del cielo», come recita il titolo della seconda sezione della raccolta.
Blau, Farbe der Ferne era il nome dato a una mostra del 1991 e «l’azzurro, colore della lontananza» ritorna ampio e profondo qui:

[…] l’azzurro,
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Un poemetto in sei stanze, nella terza sezione che ha lo stesso titolo dell’intera raccolta, Gli amanti in volo, stende e separa, individua e mescola i colori. Si tratta del testo I colori e l’Amore. Eccone alcuni passi, che rendono in maniera esemplare, inoltre,  il metro caro all’autore, il doppio settenario:

1
Ha i colori, l’amore – li ritrova e li perde…
Tutti dentro di sé, ma specchiati alla luce.
[…]

2
Hai i colori, mio Amore, li insegni e sai capirli,
costruirli a pensiero, a gioia, pudore e rito
di nuove attese, riconquiste interiori […]

(p. 48)

6
Se apri gli occhi, è al colore, ti svegli e già
gli affidi i colori consueti, o forse perfino
inventare per dipingere il nostro sogno come era
e sarà, estraniato e felice, pudico e cancellato,
rivestito di bianco. Perché di nuovo tu ora
possa viverlo, farlo nascere al mondo, dipingerlo
come si ferma un sogno… Se ha i colori, un sogno,
certo li ha rubati all’amore, o ad un viaggio
troppo arduo e in mistero. Si ricorda il rosso
d’essermi cuore, e giallo il sole, l’azzurro
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Continua, il volo, per i versi e negli anni, volge lo sguardo a figure-stelle del nostro immaginario, con «l’amore romanzato» le anima e in nuovo volo dona loro nuova luce e nuovo suono. Che siano Gli amanti in volo del dipinto di Chagall Sopra la città (dal 1914 al 1918, sopra la Storia e dentro la Storia, sopra la Grande Guerra e dentro la Grande Guerra; e come non pensare, contemporaneamente, alla poesia di Brecht Gli amanti, che, in Ascesa e caduta della città di Mahagonny, così attacca, nella traduzione di Emilio Castellani: «Guardalo, quel grand’arco delle gru!»?) o Pungiluna – Pique la lune – del poema omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, volo di notte e impresa leggendaria che non a caso occupa la parte centrale della raccolta,  Grande Ricognizione Aerea 2/33, costanti e fedeli sono lo slancio, la cura del verso, il ritmo sicuro e sostenuto a collegare la Storia e le storie, stilemi diversi e alternati con maestria, il “trobar clus” e il “trobar leu” e, naturalmente, menzionato insieme ai due precedenti, “l’amor de lonh”, l’amore da lontano cantato da Jaufré Raudel.
Il volo prosegue: è ancora verso l’arte che si dirige l’amore, nella sezione Al pianto al “Nudo dolente” di Modigliani:

Ma tutto in te è doloroso
come se Bellezza fosse una prova,
la spina che ci lascia, dopo il profumo,
l’oltraggio ad una rosa bianca. Magrezza
e nudità si proteggono, perché il tuo corpo
flessuoso, scarno, pari ospita l’anima.
[…]

(p. 100)

E l’amata? Tra le sue numerose epifanie, nella dolcezza del bacio, nella consuetudine dell’impronta lasciata sul cuscino, nella Sehnsucht dettata dall’assenza, mi piace scegliere il candore illuminante dell’episodio occorso all’amata bambina, annuncio e promessa di un dono-fardello, di un talento che è anche impegno alla condivisione. Si tratta di Per un bianco attimo (dalla sezione Giardino in cuore), testo in cui la lettura di Pascoli è attraversata, come sempre avviene nella poesia di Plinio Perilli, con profondi conoscenza e amore:

L’età è volata, ed ora, vedi?, la racconti,
semplice e antica come una fiaba che mai
s’invecchia, e ci porta al futuro…
Tu, quand’eri bambina, ed una volta
viaggiasti con tuo padre, in macchina,
dentro chissà che viaggio… Nomi, città
che allora raddoppiavano in mito la realtà:
“Verso Pescara… Era marzo o aprile…
Ancora un po’ d’inverno… Faceva freddo,
e in autostrada noi trovammo la neve”…

Volesti scendere, solo per un bianco attimo,
lì a toccare quel freddo, silenziosa
di gioia. Risalisti col peso forse
già di questa poesia, librata e pronta
ad un sogno felice. […]

(p. 113)

Il volo può farsi immersione, ancora, come in Mare in sogno, componimento che dà il titolo a un’intera sezione. La meta anelata, verso la quale l’anima tutta si protende, è il sogno.

Scendo dalla tua parte, e sorrido, circum-
navigo ieri – se oggi il mio pensiero
t’ha riavverata qui, m’ha consegnato
il Tempo: conta poco in amore, se ad ogni
sole risorge azzurro stupore, come d’un
sogno che metta a fuoco il mondo, i suoi
contorni; poi s’affaccia di fuori, a un
nuovo giorno che ringrazia d’esistere,
d’averci dato questa gioia riflessa,
affratellata agli altri, questo anonimo
porto che in seno respira vero il suo
sogno – culla, disgiunge o sposa il futuro.

Mi alzo, sbarco dal letto/nave, saluto
il sole, valuto il cielo, vesto un sorriso

(p. 131)

Il deserto, infine, è tappa fondamentale nel volo. Riflessione e passaggio, prova ardua e ineludibile, non può ignorare i riferimenti al deserto biblico, ma ha, ai miei occhi, anche la profondità del viaggio dentro di sé del “deserto egizio” narrato da Ingeborg Bachmann nei frammenti del suo progetto narrativo Todesarten. Assume varie forme ed è plurale, ed è d’amore, è come recita la poesia che dà il nome alla sezione conclusiva, I deserti dell’amore:

O il deserto ci è dentro – ci insabbia
di coscienza, ci esilia in un altrove
più astratto che drammatico, salvato
dalle oasi… Idealità, pensieri, amori
in carovana – d’esperienze e antidoti,
strappi e stupefazioni, fabule aride.

Deserti radiosi o implosi, scenario
di ogni crescita, missioni dell’asprezza.
Polvere e Tempo, clessidre immense
dell’enorme Storia, che sempre percorriamo
ma poi non ci appartiene, ci ferisce
o blandisce, ci delude o ci premia
– e noi le apparteniamo.

Fioriture e rancori egualmente donatici…
Oasi dove il deserto corre al riparo,
eppure prolunga, conferma se stesso.
Pellegrinaggi rasserenati e scabri, viaggi
oltre l’orizzonte e la pena, il confine
e l’illimite: deserti di ogni Speranza
disertata nei cuori, ma in fondo mai
smarrita.

S’incammina furtiva e mistica
dietro le Città Ruggenti, oltre il Caos
che danna e s’innova sterile, dove la Storia
finisce – o smette di vantarsi…
Deserti dell’Amore: se l’uomo non sa
crescervi, radicarsi alla sabbia, giù
fino alla pietra che è buia ma
si nutre, refrigerio dà all’anima.

Deserto che anch’io attraverso
come la plaga nobile ed estrema del Mondo,
ferita stessa di ogni vita, che solo
dall’assenza può rinascere – da questa
sete d’amore che incarno e che attraverso
– da questo vento che m’impietrisce,
m’insabbia e mi sala il cuore.
[…]

(pp. 151-153)

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Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”, auspice Antonio Porta. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (Amadeus), finalista quell’anno al Premio Viareggio), ristampata nel 1996. Seguono i racconti in versi di Ragazze italiane (Sansoni, 1990, due edizioni, Premio B. Joppolo). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994), che vince vari premi internazionali: il Montale, il Gozzano e il Gatto. Petali in luce, una sorta di diario lirico condensato e sublimato in 365 “terzine”, è uscito nel 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia (Amadeus). Recentissimo, il suo “canzoniere d’amore” Gli amanti in volo (2014), che comprende poesie e poemetti dal 1998 al 2013.

Una raccolta antologica delle sue poesie, Promises of Love (Selected Poems), è stata tradotta in inglese da Carol Lettieri e Irene Marchegiani, ed editata a New York nel 2004 presso le Gradiva Publications della Stony Brook University. Nel 2011 il suo poemetto L’Aquila, sorvolandosi, dedicato al tragico evento del terremoto del 6 aprile 2009, ha vinto il Premio Internazionale Scanno per la Poesia.

Come critico si occupa specialmente di convergenze multidisciplinari e sinestesie artistiche (Storia dell’arte italiana in poesia, Sansoni, 1990), nonché dell’insegnamento della poesia ai giovani e nelle scuole (La parola esteriore. I nuovi giovani e la letteratura, Tracce, 1993; Educare in poesia, A.V.E., 1994). Del 1998 è un grande studio antologico sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo, Crocetti, 2ª edizione 2002).

Collabora a numerose riviste e ha curato molti classici, antichi e moderni, dal “Canzoniere” di Petrarca alle liriche di Michelangelo, dai “Taccuini futuristi” di Boccioni alle poesie di Carlo Levi, dagli scritti di Svevo su Joyce a “Inventario privato” di Pagliarani e “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli.

Di recente uscita un suo vasto e intrecciato repertorio sui rapporti fra il Cinema e tutte le altre arti: “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (Mancosu Editore, 2009), per rendere finalmente omaggio a tutte le magiche corrispondenze e i più fantasiosi sodalizi espressivi, che intrecciano e irradiano, insieme, l’ispirazione e l’immaginario. A seguire, il volume di scritture e memorie testimoniali RomAmor (“Come eravamo 1968-2008”), edito nel 2010 presso le Edizioni del Giano, tutto dedicato al rapporto fra Roma come entità ed amalgama letterario, e i grandi numi tutelari della seconda metà del ’900, fino ai nostri ultimi anni: da Gadda a Moravia, da Flaiano a Pasolini, da Amelia Rosselli a Dario Bellezza, etc.

Ha tenuto numerose conferenze, presentazioni e prolusioni presso le maggiori università italiane ed americane.