Giovanni Lindo Ferretti

Massimiliano Bardotti, Il Dio che ho incontrato

Massimiliano  Bardotti, Il Dio che ho incontrato, Edizioni Nerbini 2016

«La somma vetta/ che umano può toccare/ è lo stupore»: questa affermazione di Goethe, tratta dalle Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita raccolte da J. P. Eckermann, che questi annota il 18 febbraio 1829 e che ho voluto rendere in italiano con tre versi e diciassette sillabe a mo’ di haiku, calza perfettamente al volume di poesie Il Dio che ho incontrato, di Massimiliano Bardotti. Se è vero, ed è vero, che i testi che la compongono possono essere letti come contemporanee e pur sempre francescane Lodi di Dio altissimo che narrano delle meraviglie del creato, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, esse hanno cionondimeno una tensione tutta umana verso l’espressione dell’ineffabile. È questa tensione, è questa ricerca incessante del trascendente nel quotidiano, che rende il libro degno di nota anche per chi credente non si ritiene, che lo rende interessante oltre le sue caratteristiche più evidenti, vale a dire la dimensione evangelica (con riferimenti espliciti, soprattutto ai brani della Passio: «Terrore (splendore)./Lo canta il gallo./Tre volte, per il rifiuto./Tre volte, come tre sono i giorni.»; «La croce?/ Ogni stazione.») e la volontà di proseguire la tradizione dei salmi (anche qui, come per i Vangeli, con citazioni evidenti: si pensi alla apparizione della cerva in un componimento).
Il quesito di fondo circa la prossimità dell’azione poetica con la ricerca del sacro, con l’esplorazione del mistero, si fa nella raccolta di Massimiliano Bardotti particolarmente significativo.
Gli strumenti ai quali l’autore ricorre per dare corpo, luce, chiaroscuro e dinamismo sono ad ampio raggio dietro l’apparente semplicità. Occorrerà interpretare in duplice direzione l’aggettivo “altissimo” che Francesco d’Assisi affiancava al Dio delle Lodi: elevato, dunque, sia in altezza sia in profondità. I componimenti, inoltre, sono di varia lunghezza, anche se prevalgono quelli più brevi, con predilezione per le terzine, come questa composta da due senari che racchiudono un ottonario:

Nell’occhio del falco
disciplina delle vette
Ritrovo la cura.

La maggior parte dei testi ha il primo verso che riproduce il titolo del volume, rendendolo non una semplice anafora, bensì il fondamento stesso del percorso, che si configura pertanto come teofania. Attenzione, però: si tratta di una teofania che abbraccia e coinvolge la consapevolezza di sé dell’io lirico come poeta, così come del carattere divino della potenza creativa del dire:

Il Dio che ho incontrato è poesia
il Dio che ho incontrato è il poeta.

(altro…)

Versi e vinili #1: Francesco Filia, Parole per la resa

Ci sono raccolte di poesia i cui versi accompagnano gesti, eventi, passi di una vita. Ci sono dischi che dispiegano la loro vocazione a farsi parte della colonna sonora di una vita. Due affermazioni, queste, talmente evidenti da apparire banali. Banale, tuttavia, non è la combinazione, seppure tutta soggettiva e rielaborata da chi riceve e recepisce, di una determinata raccolta di poesia e di un determinato album musicale, l’associazione – da qui il nome di questa rubrica – di “versi e vinili”. La prima puntata della nuova rubrica di Poetarum Silva è dedicata all’incontro tra Parole per la resa, la raccolta più recente di Francesco Filia, e Etica Epica Etnica Pathos, l’album che i CCCP-Fedeli alla linea pubblicarono nel 1990. (Anna Maria Curci)

Versi e vinili #1:
Francesco Filia, Parole per la resa ¦ CCCP, Epica Etica Etnica Pathos

La storia dell’incontro tra Parole per la resa di Francesco Filia e Etica Epica Etnica Pathos nasce da una prima intuizione, che si è manifestata con urgenza, perfino con incontrollata irruenza, e che ha trovato successivamente conferma in letture e ascolti rinnovati. Una prima intuizione che si è imposta come colonna sonora fin dalla prima lettura, una sera, allorché mi sono arresa alla bellezza dolorosa di un libro che aspettavo da tempo, da quando, per la precisione, avevo visto quasi delinearsi lo sviluppo “del cammino e della resa” nella precedente raccolta di Francesco Filia, La zona rossa e nei testi della plaquette L’inizio rimasto, poi divenuti la V sezione di questo volume.
Epica, etica, etnica, pathos, mi sono detta quella sera, con «il canto oltre il destino», dolente eppure tenace, che faceva battere le tempie e premeva sulle corde vocali. Proprio all’album del 1990 che i CCCP-Fedeli alla linea firmarono con Gianni Maroccolo, proprio nelle tracce del vinile che si proponeva di riportare «tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70», proprio in quelle canzoni, i cui autori, nella quasi totalità delle tracce, rispondono ai nomi di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, proprio in quella tappa musicale che fu una fine e fu un inizio e fu una resa e fu una ripartenza ho trovato il legame fortissimo con le singole parole e l’intera architettura di amore, di resa, di strazio e di resistenza della raccolta di Francesco Filia.
Provo allora a entrare nel vivo di questo incontro e a dare una risposta ad alcuni “perché”.
Perché “epica”? Perché il respiro delle «parole per la resa» di Francesco Filia è un respiro ampio, perché esso abbraccia più generazioni, non solo quella alla quale anagraficamente appartiene l’autore, ma anche quella di chi sta scrivendo qui e ora e, dunque, quella degli autori dell’album del 1990. È un respiro che si slancia solido e temerario dalla cosmogonia al minimo sussultare di minuscola vita, che fa i conti con «Lo sgomento per una primordiale cellula/ che duplica se stessa per intero in eterno».
Perché “etica”? Perché “dobbiamo”, sì, «Dobbiamo consegnare le parole per la resa», senza dimenticare amplessi e slanci della nostra adolescenza (penso a Baby blue dell’album) e tentando, appunto, «il canto oltre il destino», «il gesto oltre il destino» (e qui il legame con Campestre dell’album è, se possibile, ancora più evidente). In questo senso vanno esplicitamente i testi che compongono la prima sezione della raccolta, che ha il titolo della raccolta stessa: Parole per la resa.
Perché “etnica”? Perché la poesia di Parole per la resa è ‘satura’ della «gloria del disteso mezzogiorno” e rende quelle «tre del pomeriggio», la greve e gravida controra, la finta indolente, con gli accenti che giungono tanto più veri, quanto più legati da un lato a una tradizione poetica ben definita e vissuta (l’eredità montaliana è manifesta e dichiarata) e dall’altro a una parola poetica ricombinata, ricollocata e ricreata in un tessuto compositivo originale, come avveniva, per esempio, in Aghia Sophia dell’album dei CCCP (dove già quel “Tedio domenicale” dell’attacco lancia una cima alla poesia).
Perché “pathos”? Perché la raccolta è tutta attraversata dal rovello del domandare, del non fermarsi, da «un cavo disperato cercare»; eppure essa è anche, inequivocabilmente, nel segno dell’amore, dell’eros con Carmen – e se volessimo lanciarci, noi famelici e “ipocriti lettori” nell’esplorazione del nome, avremmo pane per i denti: carmen canto Carmelo mistica clausura. Perché, ancora, è poesia che narra di un abbandono sull’orlo dello strapiombo, del fondersi e del perdersi, nel duettare tra «l’azzurro cupo» e «l’immenso che travolge», come fanno, in alternanza, i trenta testi della II sezione, Diario di una vacanza. (altro…)

Plinio Perilli, Gli amanti in volo

copertina-Plinio-Perilli

 

Plinio Perilli, Gli amanti in volo, Pagine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Un canzoniere d’amore nel 2014? Potrebbe chiedersi stupito lo scettico di turno, che annoiato spilucca qua e là, annusa lo sperimentalismo di maniera, rovista nell’inchino d’occasione, sfiora l’indulgere alla moda e si rivolge già ad altro, ché non è sua la ricerca, ma il gridolino lo soddisfa, il birignao. Sì, un canzoniere d’amore per un percorso che abbraccia quindici anni di scrittura e studio, un “romanzero”, per dirla con le parole di Heinrich Heine, che incede, scorre, «trascorre» la parola e la cerca, instancabile e fedele nella quête.
Pensarti è un dono, annuncia la prima parte, chiarendo così, fin dall’inizio, che amore e pensiero non sono separati e che cercano – fin dall’inizio, «magia che in un respiro/la Cabbala percorre tutta.» – la parola per rifondare mondi e costellazioni.
Amore, sì, ma quale? Con le parole del poeta proviamo a dire di quale amore non è canzoniere Gli amanti in volo, o meglio, proviamo a illustrare alcune condizioni irrinunciabili sulle quali la soavità e la grazia della poesia di Plinio Perilli pur non transige. Sono i versi iniziali del testo che, come per l’attacco di ogni sezione della raccolta, si presenta in corsivo:

Non vale dirlo, l’amore,
e troppo poi evocarlo –
se questa luce diffida
di chi ne fa uno svago…
Non vale scriverlo, oro
di parole, se nominare allontana lo sguardo
che ha radici….

(p. 13)

E viene da pensare all’intreccio di voci di Ginevra Di Marco e Giovanni Lindo Ferretti nella loro stagione PRG (successiva alla stagione CSI, che a sua volta era stata in precedenza CCCP), nel brano Montesole: «L’amore non lo canto, / è un canto di per sé / più lo si invoca/ meno ce n’è»).
Non è dunque l’amore svago, l’amore ammazzatempo, l’oblio di sguardo e il vuoto di memoria ad essere cantato qui,  ma è il tendere – come scrive il poeta altrove – «a quell’oltre dismisura d’Amore», è dialogo e ricerca, è sguardo che non si sazia di sé, ma l’altro sguardo chiama e con quello conversa, e insieme all’altro si volge al tempo, mai immemore, ma conscio, «fervoroso» e mai fanatico, «in lotta per la vita», pegno ed impegno.
Iniziamo allora questo volo, principiando dai colori, tutti presenti qui, arcobaleno e tavolozza in movimento, con l’oro e il cobalto in ricorrenza, con quella «azzurritudine» che arriva intatta qui – eppure meditata e vissuta – da Novalis e, soprattutto, da Georg Trakl, dopo aver attraversato le vie di altri poeti – in primis Rilke citato in esergo – e dopo essersi imbevuta di dipinti, maioliche e affreschi, come vera «soglia del cielo», come recita il titolo della seconda sezione della raccolta.
Blau, Farbe der Ferne era il nome dato a una mostra del 1991 e «l’azzurro, colore della lontananza» ritorna ampio e profondo qui:

[…] l’azzurro,
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Un poemetto in sei stanze, nella terza sezione che ha lo stesso titolo dell’intera raccolta, Gli amanti in volo, stende e separa, individua e mescola i colori. Si tratta del testo I colori e l’Amore. Eccone alcuni passi, che rendono in maniera esemplare, inoltre,  il metro caro all’autore, il doppio settenario:

1
Ha i colori, l’amore – li ritrova e li perde…
Tutti dentro di sé, ma specchiati alla luce.
[…]

2
Hai i colori, mio Amore, li insegni e sai capirli,
costruirli a pensiero, a gioia, pudore e rito
di nuove attese, riconquiste interiori […]

(p. 48)

6
Se apri gli occhi, è al colore, ti svegli e già
gli affidi i colori consueti, o forse perfino
inventare per dipingere il nostro sogno come era
e sarà, estraniato e felice, pudico e cancellato,
rivestito di bianco. Perché di nuovo tu ora
possa viverlo, farlo nascere al mondo, dipingerlo
come si ferma un sogno… Se ha i colori, un sogno,
certo li ha rubati all’amore, o ad un viaggio
troppo arduo e in mistero. Si ricorda il rosso
d’essermi cuore, e giallo il sole, l’azzurro
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Continua, il volo, per i versi e negli anni, volge lo sguardo a figure-stelle del nostro immaginario, con «l’amore romanzato» le anima e in nuovo volo dona loro nuova luce e nuovo suono. Che siano Gli amanti in volo del dipinto di Chagall Sopra la città (dal 1914 al 1918, sopra la Storia e dentro la Storia, sopra la Grande Guerra e dentro la Grande Guerra; e come non pensare, contemporaneamente, alla poesia di Brecht Gli amanti, che, in Ascesa e caduta della città di Mahagonny, così attacca, nella traduzione di Emilio Castellani: «Guardalo, quel grand’arco delle gru!»?) o Pungiluna – Pique la lune – del poema omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, volo di notte e impresa leggendaria che non a caso occupa la parte centrale della raccolta,  Grande Ricognizione Aerea 2/33, costanti e fedeli sono lo slancio, la cura del verso, il ritmo sicuro e sostenuto a collegare la Storia e le storie, stilemi diversi e alternati con maestria, il “trobar clus” e il “trobar leu” e, naturalmente, menzionato insieme ai due precedenti, “l’amor de lonh”, l’amore da lontano cantato da Jaufré Raudel.
Il volo prosegue: è ancora verso l’arte che si dirige l’amore, nella sezione Al pianto al “Nudo dolente” di Modigliani:

Ma tutto in te è doloroso
come se Bellezza fosse una prova,
la spina che ci lascia, dopo il profumo,
l’oltraggio ad una rosa bianca. Magrezza
e nudità si proteggono, perché il tuo corpo
flessuoso, scarno, pari ospita l’anima.
[…]

(p. 100)

E l’amata? Tra le sue numerose epifanie, nella dolcezza del bacio, nella consuetudine dell’impronta lasciata sul cuscino, nella Sehnsucht dettata dall’assenza, mi piace scegliere il candore illuminante dell’episodio occorso all’amata bambina, annuncio e promessa di un dono-fardello, di un talento che è anche impegno alla condivisione. Si tratta di Per un bianco attimo (dalla sezione Giardino in cuore), testo in cui la lettura di Pascoli è attraversata, come sempre avviene nella poesia di Plinio Perilli, con profondi conoscenza e amore:

L’età è volata, ed ora, vedi?, la racconti,
semplice e antica come una fiaba che mai
s’invecchia, e ci porta al futuro…
Tu, quand’eri bambina, ed una volta
viaggiasti con tuo padre, in macchina,
dentro chissà che viaggio… Nomi, città
che allora raddoppiavano in mito la realtà:
“Verso Pescara… Era marzo o aprile…
Ancora un po’ d’inverno… Faceva freddo,
e in autostrada noi trovammo la neve”…

Volesti scendere, solo per un bianco attimo,
lì a toccare quel freddo, silenziosa
di gioia. Risalisti col peso forse
già di questa poesia, librata e pronta
ad un sogno felice. […]

(p. 113)

Il volo può farsi immersione, ancora, come in Mare in sogno, componimento che dà il titolo a un’intera sezione. La meta anelata, verso la quale l’anima tutta si protende, è il sogno.

Scendo dalla tua parte, e sorrido, circum-
navigo ieri – se oggi il mio pensiero
t’ha riavverata qui, m’ha consegnato
il Tempo: conta poco in amore, se ad ogni
sole risorge azzurro stupore, come d’un
sogno che metta a fuoco il mondo, i suoi
contorni; poi s’affaccia di fuori, a un
nuovo giorno che ringrazia d’esistere,
d’averci dato questa gioia riflessa,
affratellata agli altri, questo anonimo
porto che in seno respira vero il suo
sogno – culla, disgiunge o sposa il futuro.

Mi alzo, sbarco dal letto/nave, saluto
il sole, valuto il cielo, vesto un sorriso

(p. 131)

Il deserto, infine, è tappa fondamentale nel volo. Riflessione e passaggio, prova ardua e ineludibile, non può ignorare i riferimenti al deserto biblico, ma ha, ai miei occhi, anche la profondità del viaggio dentro di sé del “deserto egizio” narrato da Ingeborg Bachmann nei frammenti del suo progetto narrativo Todesarten. Assume varie forme ed è plurale, ed è d’amore, è come recita la poesia che dà il nome alla sezione conclusiva, I deserti dell’amore:

O il deserto ci è dentro – ci insabbia
di coscienza, ci esilia in un altrove
più astratto che drammatico, salvato
dalle oasi… Idealità, pensieri, amori
in carovana – d’esperienze e antidoti,
strappi e stupefazioni, fabule aride.

Deserti radiosi o implosi, scenario
di ogni crescita, missioni dell’asprezza.
Polvere e Tempo, clessidre immense
dell’enorme Storia, che sempre percorriamo
ma poi non ci appartiene, ci ferisce
o blandisce, ci delude o ci premia
– e noi le apparteniamo.

Fioriture e rancori egualmente donatici…
Oasi dove il deserto corre al riparo,
eppure prolunga, conferma se stesso.
Pellegrinaggi rasserenati e scabri, viaggi
oltre l’orizzonte e la pena, il confine
e l’illimite: deserti di ogni Speranza
disertata nei cuori, ma in fondo mai
smarrita.

S’incammina furtiva e mistica
dietro le Città Ruggenti, oltre il Caos
che danna e s’innova sterile, dove la Storia
finisce – o smette di vantarsi…
Deserti dell’Amore: se l’uomo non sa
crescervi, radicarsi alla sabbia, giù
fino alla pietra che è buia ma
si nutre, refrigerio dà all’anima.

Deserto che anch’io attraverso
come la plaga nobile ed estrema del Mondo,
ferita stessa di ogni vita, che solo
dall’assenza può rinascere – da questa
sete d’amore che incarno e che attraverso
– da questo vento che m’impietrisce,
m’insabbia e mi sala il cuore.
[…]

(pp. 151-153)

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Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”, auspice Antonio Porta. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (Amadeus), finalista quell’anno al Premio Viareggio), ristampata nel 1996. Seguono i racconti in versi di Ragazze italiane (Sansoni, 1990, due edizioni, Premio B. Joppolo). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994), che vince vari premi internazionali: il Montale, il Gozzano e il Gatto. Petali in luce, una sorta di diario lirico condensato e sublimato in 365 “terzine”, è uscito nel 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia (Amadeus). Recentissimo, il suo “canzoniere d’amore” Gli amanti in volo (2014), che comprende poesie e poemetti dal 1998 al 2013.

Una raccolta antologica delle sue poesie, Promises of Love (Selected Poems), è stata tradotta in inglese da Carol Lettieri e Irene Marchegiani, ed editata a New York nel 2004 presso le Gradiva Publications della Stony Brook University. Nel 2011 il suo poemetto L’Aquila, sorvolandosi, dedicato al tragico evento del terremoto del 6 aprile 2009, ha vinto il Premio Internazionale Scanno per la Poesia.

Come critico si occupa specialmente di convergenze multidisciplinari e sinestesie artistiche (Storia dell’arte italiana in poesia, Sansoni, 1990), nonché dell’insegnamento della poesia ai giovani e nelle scuole (La parola esteriore. I nuovi giovani e la letteratura, Tracce, 1993; Educare in poesia, A.V.E., 1994). Del 1998 è un grande studio antologico sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo, Crocetti, 2ª edizione 2002).

Collabora a numerose riviste e ha curato molti classici, antichi e moderni, dal “Canzoniere” di Petrarca alle liriche di Michelangelo, dai “Taccuini futuristi” di Boccioni alle poesie di Carlo Levi, dagli scritti di Svevo su Joyce a “Inventario privato” di Pagliarani e “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli.

Di recente uscita un suo vasto e intrecciato repertorio sui rapporti fra il Cinema e tutte le altre arti: “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (Mancosu Editore, 2009), per rendere finalmente omaggio a tutte le magiche corrispondenze e i più fantasiosi sodalizi espressivi, che intrecciano e irradiano, insieme, l’ispirazione e l’immaginario. A seguire, il volume di scritture e memorie testimoniali RomAmor (“Come eravamo 1968-2008”), edito nel 2010 presso le Edizioni del Giano, tutto dedicato al rapporto fra Roma come entità ed amalgama letterario, e i grandi numi tutelari della seconda metà del ’900, fino ai nostri ultimi anni: da Gadda a Moravia, da Flaiano a Pasolini, da Amelia Rosselli a Dario Bellezza, etc.

Ha tenuto numerose conferenze, presentazioni e prolusioni presso le maggiori università italiane ed americane.

in-side stories #11- Benvenuti Filippo

biennale arte 2011 - gm

In-side stories #11 – Benvenuti Filippo


Si procede con una breve descrizione del soggetto:
Il soggetto si chiama Benvenuti Filippo, nato a Rovigo il 25/12/1963, residente a Milano in via Sardegna, civico 12. Il soggetto svolge lavoro di programmatore informatico presso la ditta Bookware srl di Cusano Milanino. Il soggetto lavora spesso da casa, non ha rapporti di amicizia con nessuno dei suoi colleghi. Vive solo. Il soggetto è laureato in Ingegneria. Il soggetto è di media statura. I capelli sono biondo cenere, radi sulla fronte. Segni particolari, nessuno. Il soggetto veste sempre con pantaloni  di taglio classico, di due colori soltanto: grigio scuro e beige. D’estate porta camicie a maniche corte, a righe, e la canottiera. D’inverno indossa camicie a righe, maglia cosiddetta della salute e giacche a due bottoni, leggermente fuori moda. I colori delle giacche sono beige e grigio scuro. Si segnala in un’occasione l’uso di un giacca blu. Il soggetto attualmente non ha relazioni sentimentali. Il soggetto gode di ottima salute.

Si procede nell’elencare alcune frasi pronunciate dal soggetto: Quelle due non sanno educare il cane e lo fanno pisciare sul pianerottolo, per forza sono lesbiche. Conosco un sacco di donne dell’Est perché le vado a cercare nei loro bar. Non mi piacciono i balconi in comune, perché devo stendere i miei panni dove li stendono gli altri? Perché qualcuno dovrebbe usare le mie mollette? L’amministratore di condominio cerca costantemente di fregarmi. Irina l’ho lasciata perché aveva un figlio, non mi so affezionare ai figli degli altri. Aveva quindici anni meno di me, ucraina bellissima. Andrei anche alla lavanderia a gettoni ma mi fa schifo, lì lavano le loro cose i negri. Uso solo il doccia schiuma della Vidal, gli altri mi fanno schifo. La schiuma da barba vado a comprarla in Svizzera, qua costa troppo. Oggi al bar hanno servito quattro rumeni prima di me, l’ho fatto notare. Alla Conad il gelato costa molto meno, l’ho detto alla cassiera dello Sma. La prima volta che esci con una non puoi portarla in un museo, devi portarla a cena. La cena per due costa. Comunque mi piacciono quelle dell’Est perché sanno la differenza tra l’uomo e la donna. Ieri sono stato tre ore in un negozio di elettrodomestici perché hanno l’aria condizionata. Mi piace il tennis femminile, la negra anche ieri ha vinto. Il raptus per gelosia lo posso pure capire.

Si procede con la descrizione di alcune attività svolte dal soggetto: Il soggetto tiene in casa moltissimo materiale pornografico, si ritiene che il soggetto guardi film porno molto frequentemente. Il soggetto mangia quasi sempre in casa. Una volta al mese prende la pizza al trancio in un posto vicino all’abitazione. Il soggetto passa molto del suo tempo libero nei supermercati. Il soggetto non va mai al cinema. Il soggetto ascolta musica definita neomelodica napoletana. Il soggetto quando va al mare ci va da solo. Il soggetto mantiene una fitta rete di contatti con donne dell’est europeo. In particolare con: Russe, Ucraine, Polacche e Rumene. Il soggetto ama ballare il valzer. Il soggetto un paio di volte al mese si porta a casa una prostituta brasiliana. Il soggetto non entra nei bar gestiti da cinesi. Il soggetto non pratica alcuno sport. Il soggetto una volta alla settimana partecipa a letture collettive della Bibbia. L’oratore cambia tutte le settimane.

Si procede a una rapida descrizione dell’appartamento del soggetto: Piccolo ingresso, spoglio. Solo un attaccapanni di quelli che si usano in ufficio. A destra dell’ingresso una piccola cucina moderna, completa di elettrodomestici. Il colore dei pensili è viola. Il salotto è arredato da un solo mobile a parete, al centro del mobile un televisore a schermo piatto. Nessun libro. Nessun divano. Al centro della stanza una sola sedia di alluminio. Bagno lineare. La camera da letto è bianca. Il copriletto e le tende sono leopardate.

Si procede con la descrizione della maniera in cui è stato trovato il soggetto: Il soggetto è stato ritrovato il giorno 25/03/2008, all’interno del Supermercato Esselunga di Via delle Forze Armate in Milano, dai primi dipendenti arrivati per la riapertura. Il soggetto, in apparente stato confusionale, è stato ritrovato completamente nudo, seduto dentro il banco del pesce. Il soggetto aveva appoggiato sul pene un filetto di sgombro. Sul pavimento è stata rinvenuta una scatoletta di filetto di sgombro aperta e vuota. Provenienza del prodotto: russa. Il soggetto ripeteva le seguenti parole ad alta voce: «Non l’ho uccisa, non l’ho uccisa, sono stato bravo, anche questa non l’ho uccisa.»

Si procede al racconto dell’affidamento del soggetto alle cure dell’unità psichiatrica dell’Ospedale Maggiore di Milano: Il soggetto è stato prelevato dalle forze dell’ordine, coperto con una tuta ginnica, condotto all’Ospedale Maggiore ed affidato all’unità psichiatrica. Il soggetto non ha opposto alcuna resistenza. Il soggetto è in una camera definita protetta ed è sotto sorveglianza. Ha detto che al momento non intende parlare con nessuno e che deve riflettere. Ha chiesto che gli fossero portati degli abiti da casa sua, l’agenda telefonica, la schiuma da barba della marca prediletta, un rasoio, un docciaschiuma Vidal. Ha voluto che i medici e gli infermieri lo rassicurassero sul fatto che in quel letto non avessero mai dormito negri o cinesi.

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© Gianni Montieri

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CCCP – Curami (Album :1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, 1985)

Curami curami
prendimi in cura da te
curami curami
che ti venga voglia di me
curami curami
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
verranno al contrattacco
ma intanto adesso curami
solo una terapia
solo una terapia
verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove
curami curami curami
curami curami curami

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ASCOLTA IL BRANO

Sicut beneficum Lethe? #1: Silvio D’Arzo

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Sicut beneficum Lethe? #1: Silvio D’Arzo

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéal, Les fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

La prima puntata è dedicata a Silvio D’Arzo, al secolo Ezio Comparoni. Di un episodio della sua breve vita (Comparoni morì nel 1952) ha scritto Giovanni Lindo Ferretti (CCCP, CSI, poi PGR) nel suo secondo libro Bella gente d’Appennino (2009).

Mi sono avvicinata alle opere di questo autore noto a un pubblico non ampio, ma fedele, di lettori, grazie al suggerimento di Maria Serena Peterlin, all’epoca mia collega, che nell’autunno del 1996, dinanzi al mio quesito interessato – ero stata chiamata a partecipare a un seminario in Assia sulla letteratura per ragazzi in Europa – mi parlò di Penny Wirton e sua madre, proprio di Silvio D’Arzo.
Qualche anno dopo, animata da una curiosità volta a scoprire anche altri aspetti della produzione narrativa di Silvio D’Arzo, scelsi di leggere Essi pensano ad altro.
Essi pensano ad altro è stato definito da Giovanni Raboni un “tipico libro d’apprendistato” (G. Raboni, “D’Arzo, ‘caso’ e leggenda’” in Tuttolibri-Attualità, 30 ottobre 1976). Scritto tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del 20° secolo, narra delle difficoltà di Riccardo, giovane studente universitario, a inserirsi a Bologna. Riccardo alloggia presso Berto Arseni, amico del padre e imbalsamatore di professione. Ciò che accomuna i due è un senso diffuso di estraneità e il rifugio da un mondo ostile nel violino per Riccardo e negli animali – vivi o imbalsamati – per Arseni.
Ecco l’incipit del romanzo, pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 1976 e riproposto, con una bella e ampia introduzione dal titolo significativo, Il moderno disagio della diversità, da Roberto Carnero nel 2002:

Quando egli giunse al numero sette bis di via Marsala, il cielo d’un color morto e compatto d’alluminio era malinconico come gli sbadigli e l’acqua delle pozzanghere, ed un po’ meno dell’asfalto forse su cui i pneumatici delle macchine e dei camion davano uno strano rumore.
«Forse non riuscirò a trovarla,» pensò poi. Perché viaggiava per la prima volta e le sue scarpe erano ancora così terribilmente goffe e lucide e quasi inesperte ancora di vie e pietre, da sentirsi vagamente convinto che arrivare a destinazione e trovare casa numero e cortile si potesse solo per caso o una fortunata combinazione, non per altro.
Intanto si sentiva lontano dalle cose. La gente, passando svelta sotto l’acqua, mostrava un’indifferenza remota, quasi offensiva, e il colore degli impermeabili, più grigi ancora sotto quella pioggia, appariva anche più triste, sconsolante. Le spalle che si indovinavano in una magrezza rassegnata sotto la gomma, facevano provare un lontano ricordo di disagio.
Quando, infine, scoprì la casa fra le altre, c’era già gente per le scale perché stavano imbiancando un appartamento al primo piano.
Dappertutto, per la ringhiera e il corridoio, l’aria ricordava vagamente il latte. Due uomini, in un grembiule gialliccio e aspro di calce, e un cappello di carta da giornale, stavano parlando nella stanza vuota, dove spruzzi bianchi e minuti punteggiavano tutto il pianerottolo, ma sparsi in un certo ordine inspiegabile come agitando un cestello d’insalata. La stanza sembrava quasi chiesastica, immensa, non da uomini, e le voci dei due vi risuonavano ora stranamente: tanto che, anche ad occhi chiusi, bastavano quelle voci soltanto a far capire che all’interno, lungo le pareti e al contro, non c’erano né armadio né tavoli né cuscini od altro, e che un comò, lasciato lì da una parte come dimenticato o trascurato, sarebbe sembrato in quel vuoto una strana cosa, e forse inverosimile.*

Silvio D’Arzo, uno dei molti pseudonimi, il più noto, di Ezio Comparoni, nasce nel 1920 a Reggio Emilia, dove morirà prematuramente nel 1952. Lo pseudonimo, che appare in una lettera dell’editore Vallecchi a “Silvio D’Arzo, presso Comparoni, via Aschieri 4, Reggio Emilia” (con la lettera si rifiutava Ragazzo in città, probabilmente proprio la prima stesura di Essi pensano ad altro), deriva dall’espressione arzan, che nel dialetto della zona vuol dire “reggiano”. Figlio naturale, vivrà sempre con la madre in modeste condizioni economiche e dalla provincia emiliana si sposterà soltanto per frequentare l’Università di Bologna e per svolgere il servizio militare. Quindicenne pubblica a sue spese una plaquette di diciassette poesie, Luci e penombre, e una raccolta di sette racconti, Maschere; è del gennaio 1943 (anche se porta la data del 1942) la pubblicazione, per la casa editrice Vallecchi, dell’unico volume in vita: il romanzo All’insegna del Buon Corsiero. La biografia pubblicata sul sito della casa editrice MUP recita così: «Laureatosi in lettere nella Bologna di Longhi e Calcaterra, divide il suo tempo tra l’insegnamento e la scrittura. L’accavallarsi di trame, poesie e storie per ragazzi, che giungeranno al pubblico solo dopo la sua morte, sono l’esito di un incessante lavorio sulla pagina ispirato ad una idea assoluta di letteratura. “Lettore di provincia”, ama gli scrittori inglesi e americani a cui dedica saggi – preziosi i contributi sui venerati Stevenson, Conrad e James – apparsi nelle riviste “Il Ponte”, “Palatina” e “Paragone”. Dall’alterna fortuna critica, D’Arzo è stato un autore di culto per lettori d’eccezione, da Montale a Bertolucci, da Pasolini a Tondelli.» Montale definì Casa d’altri, il racconto lungo per il quale Sivio D’Arzo è maggiormente conosciuto, “un racconto perfetto” (sul Corriere della Sera del 10 marzo 1954). Nel 2003 MUP Editore ne ha pubblicato l’opera omnia in: Silvio D’Arzo, Opere, a cura di S. Costanzi, E. Orlandini, A. Sebastiani. Di Alberto Sebastiani è un interessante contributo su due “dispersi” darziani, reperibile qui. Sempre l’editore Monte Università Parma ha pubblicato nel 2004 le sue Lettere.

* Silvio D’Arzo, Essi pensano ad altro. A cura di Roberto Cornero, edizioni tascabili Bompiani 2002, pp. 5-6.

La Punta della Lingua – Poesia Festival (programma)

 

 

Qui sotto il bellissimo programma della VI edizione del festival “La punta della lingua”

 

 

 

 

LA PUNTA DELLA LINGUA 2011

Poesia Festival VI edizione

Ancona e Parco del Conero 14-21 giugno

 

Direttore artistico Luigi Socci

Organizzazione Nie Wiem

Responsabile Valeri o Cuccaroni

 

Programma

 

martedì 14 giugno | ore 18.30

Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Le Marche della Poesia

Luigi Socci e Valerio Cuccaroni presentano:

Francesco Accattoli La neve nel bicchiere (Fara, 2011)

Davide Nota La rimozione (Sigismundus, 2011)

Gianni D’Elia Trentennio (Einaudi, 2010)

 

La Punta della Lingua continua la sua ricognizione della poesia marchigiana dando ospitalità alle sue voci più affermate e affiancandole a quelle più promettenti delle ultime generazioni.

 

mercoledì 15 giugno | ore 18.45

Parco Hotel La Fonte (Portonovo)

Le Marche della Poesia

Elisabetta Pigliapoco presenta:

Renata Morresi Cuore comune (Pequod, 2010)

Manuel Cohen Cartoline di Marca (Marte, 2010)

Umberto Piersanti L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008)

Interventi musicali Fabrizio Alessandrini: hang

 

Tre poeti dal nostro territorio, un territorio fatto di campi, fabbriche e cantieri, monti, colline e spiagge, costellato di riserve naturali e parchi nazionali.

 

ore 20.30 Fortino Napoleonico (Portonovo)

Cena a buffet

 

ore 21.45 Fortino Napoleonico (Portonovo)

L’Italia a pezzi

Manuel Cohen presenta in anteprima tre poeti dell’antologia “L’Italia a pezzi” (Cattedrale, 2011).

Concerto per voci dialettali:

Dina Basso (catanese)

Fabio Maria Serpilli (anconetano)

Edoardo Zuccato (alto-milanese)

 

venerdì 17 giugno | ore 18.30

Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Googlism, copia-incolla e poesie cercate

Montaggi e smontaggi testuali ai tempi di internet

Incontro con gli autori Marco Giovenale e Gherardo Bortolotti

 

Due tra i più “spericolati” sperimentatori della poesia italiana contemporanea discuteranno del rapporto tra prosa e poesia e delle ultime poetiche di montaggio internazionali, partendo dalle loro opere più recenti.

 

ore 21.30

Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Thanx 4 nothing

Reading di John Giorno

 

John Giorno (New York, 1936) è uno dei più importanti poeti performer della seconda metà del XX secolo. Figura chiave nel rapporto tra la Beat Generation e la Pop Art, instancabile sperimentatore di nuovi linguaggi e ibridazioni tra letteratura, arti figurative e musica, ha pubblicato versi su scatole di fiammiferi, magliette, tendine da finestra e tavolette di cioccolata. Nel 1965 ha fondato l’etichetta discografico-letteraria Giorno poetry systems, mentre del 1984 è la fondazione dell’AIDS treatment project, che si occupa del sostegno ai sieropositivi e ai malati di AIDS.

Impressionante la lista delle sue amicizie e collaborazioni: William S. Burroughs, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Patti Smith, Laurie Anderson, Philip Glass, Sonic Youth, Diamanda Galas, Keith Haring, Lydia Lunch, Allen Ginsberg…

Reading in inglese con sottotitoli in italiano. Testi espliciti.

 

sabato 18 giugno | ore 23.00

Monte Conero (Badìa di S.Pietro – Pian di Raggetti)

Escursione poetica con Franco Arminio

Interventi musicali Federico Occhiodoro: hang, tamburi a cornice

Loris Baccalà: hang

 

Una passeggiata notturna sui sentieri del Monte Conero, tra osservazione della natura e incisioni rupestri, in compagnia delle parole del poeta, narratore, regista e “paesologo” irpino Franco Arminio.

 In collaborazione con Forestalp

L’escursione è gratuita ma i posti limitati.

prenotazioni: Forestalp | tel. 071 9330066

 

domenica 19 giugno | ore 21.45

Chiesa di S. Maria (Portonovo)

Giovanni Lindo Ferretti Bella Gente d’Appennino

Giovanni Lindo Ferretti voce Ezio Bonicelli violino

 

La controversa voce delle storiche band Cccp, Csi e Pgr in una lettura ritmica, dallo spirito pasoliniano e anti-moderno, in consonanza con lo scenario di una delle più antiche chiese romaniche d’Europa.

 

lunedì 20 giugno | ore 18.30

Atelier Arco Amoroso (Ancona)

La poesia che si vede

Conversazione tra Luigi Socci e Sergio Garau con proiezioni a portata di mouse.

 

Tra poesie visive animate e scrittura collettiva 2.0, tra città virtuali di parole da percorrere in bicicletta e poesie-videogioco, una conversazione con Sergio Garau, performer digitale del collettivo Sparajurij Lab, con proiezioni di alcune delle più innovative opere di poesia digitale internazionale, dalla fine degli anni Cinquanta a oggi. E con un breve assaggio finale dal vivo della performance “I O game over”, già in tour per i festival di mezza Europa.

In collaborazione con Videodromo

 

ore 20.30 Parco Hotel La Fonte (Portonovo)

Cena a buffet

 

ore 22

Sala Chiesetta Hotel La Fonte (Portonovo)

Facebook Poetry 3a edizione

 

Decine di poeti in collegamento da tutta Italia (e non solo) daranno vita, ancora una volta, alla singolarissima disfida in rete della Facebook Poetry. Poche semplici regole: dati il primo, l’ultimo verso e una lunghezza massima di dieci, dato un limite temporale di 40 minuti, produrre un testo per l’occasione e postarlo sulla bacheca della Punta della Lingua. Al pubblico in sala (e a casa) verrà chiesto, oltre che di partecipare, anche di votare, il testo più riuscito. La Punta della Lingua è già su Facebook e cerca amici.

 

martedì 21 giugno | ore 18.45

Auditorium Polveriera, Parco del Cardeto “Franco Scataglini” (Ancona)

Non possiamo abituarci a morire

Per Luigi di Ruscio (Fermo 1930 – Oslo 2011) poeta, narratore e operaio

Letture di Ascanio Celestini

Intervengono Massimo Canalini, Angelo Ferracuti,

Mariano Guzzini e Giorgio Mangani

Coordina Valentina Conti

 

La Punta della Lingua rende omaggio al grande irregolare Luigi Di Ruscio, scomparso a Oslo il 23 febbraio di quest’anno, città nella quale era emigrato nel ’57 e dove aveva lavorato per 37 anni come operaio in una fabbrica di chiodi.

Un ricordo di uno dei più originali intellettuali marchigiani della seconda metà del Novecento nella memoria di amici, editori e compagni di strada.

Con ascolti di registrazioni inedite della viva voce del poeta.

In collaborazione con Edizioni Affinità Elettive

 

ore 21.30 Mole Vanvitelliana (Ancona)

Fabbrica

di e con Ascanio Celestini

 

Fabbrica è un racconto teatrale in forma di lettera, la storia di un capoforno alla fine della seconda guerra mondiale, raccontata da un operaio che viene assunto per sbaglio.

Questa replica di uno dei più bei lavori di Celestini è dedicata a Luigi Di Ruscio.

In collaborazione con Arci

 

Info:

http://www.lapuntadellalingua.it

lapuntadellalingua@niewiem.org

telefono 335 1099665