Giovanni Ibello

Giovanni Ibello, Turbative siderali (rec. di I. Grasso)

Giovanni Ibello, Turbative siderali

 

La raccolta d’esordio di Giovanni Ibello, finalista al premio “Ponte di Legno” e al “Premio Fiumicino”, nonché vincitore del premio “Como Opera Prima”, si intitola Turbative siderali. Il poeta nei suoi versi di­chiara già dalla terza poesia il tema dal quale fa partire la sua riflessione poetica. Dice infatti «non scrivo di silenzio, ma di vuoto». La dichiarazione d’intenti, messa in priorità nell’ordine della silloge, sembra far pre­valere l’autenticità al mistero ben consapevole che in questo modo i suoi versi sono più efficaci e resi­stenti nel tempo, immagino.
Nella prima sezione, L’ultimo rantolo del sole, il poeta comincia da quella che potremmo definire “ontolo­gia del vuoto”. Il silenzio qui rappresenta una pura e semplice dimostrazione del vuoto:

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case

Ho letto per la prima volta questa silloge quest’estate in un pomeriggio di metà agosto, nella mia casa al mare, sul finire di un temporale estivo; Gianni, il gatto rosso di casa mia, sbuca da sotto il letto, dove si è riparato per i tuoni e riprende a farmi le fusa, e mentre la vita dopo l’acquazzone ri­prende leggo que­sto verso: «gatti che si amano di notte/ mentre l’acqua scanala nelle fogne».
Che bella sincronicità! mi dico pensando alla funzione della poesia, che serva anche a questo cioè a scopri­re ciò che di bello (e dolce) la vita possa offrirci se solo ci fermassimo a osser­varla. Il silenzio è dunque una condizione necessaria perché è solo grazie a esso che si manifestano più chiari i fatti della vita e ci si può congedare agli addii. Assume, dunque, un carattere sacro perché «Si viene al mondo/ in un tramestio di voci […] ma il commiato/ è un rito quieto:/ si celebra per sottra­zione».
L’io lirico di Ibello vive la vita come una colpa perché, dice nei versi, ce la ritroviamo tra le mani senza che nessuno ci abbia mai chiesto di “essere vivi” e questa colpa pesa ma il velo va squarciato perché «gli occhi sono l’ultimo confine dell’esistere», «resistono alla pietà del respiro che stenta». D’altronde na­sciamo con gli oc­chi chiusi, evidenzia il poeta, e solo dopo molte prove (o meglio sfide) accade che si impari a vivere senza più alcuna paura, come troviamo in questi bellissimi versi:

Siamo il non voluto.
Siamo l’involuto.
Il dolore che si addomestica,
il sogno eretico di un’ordalia

I versi di Turbative siderali trovano ispirazione dalle credenze popolari, dai misteri e accompagnano le vi­sioni che percepi­sco nutrite da un’iconografia medioevale e appartengono di certo a una precisa osser­vazione della real­tà. Nelle sezioni della raccolta trovo alcuni dei temi cari anche al pittore Hieronymus Bosch. Mi riferisco ai mo­tivi astrologici, popolari e alchemici. La prima sezione soprattutto, come ci svela già il titolo Turbative siderali. Nella voce di Ibello e nelle rappresentazioni di Bosch si moltiplicano le immagini simboliche in una continua incarnazione e raffigurazione di visioni sempre più inconsuete. Le poesie raccon­tano di figure tra l’animalesco e l’umano che vengono raffigurati in maniera grottesca, talvolta indecente («il fiato che disarma la parola/ la bocca ad asciugare la tua fica»). (altro…)

Giovanni Ibello – Turbative siderali

La prima raccolta di Giovanni Ibello – Turbative siderali, Terra d’ulivi 2017, con postfazione di Francesco Tomada – è un testo di grande impatto e di potente dettato, non usuale in un libro d’esordio. I versi di Ibello, che procedono spesso per illuminazione e accensioni visionarie, sembrano un giovanile testamento e, come tutti i testamenti precoci, ha momenti di abbandono ma anche punte acute di dramma e disastro, con gli occhi sbarrati nel tuorlo magmatico dell’alba e le spalle al muro in una tensione tragica e irredenta che attraversa la scena disegnata dai versi, mentre si sente il rombo assordante del silenzio che copre ogni cosa, l’agitarsi della vita colta nella sua dimensione di gettatezza, perché mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi, e disperazione. In molte poesie è presente, però, anche la tensione spasmodica dell’amore che si manifesta attraverso la spietatezza della mente e dello sguardo che scorgono il reale e la pietà della parola che lo dice, ma soprattutto attraverso il dimenarsi dei corpi, il loro essere corruttibili, la parabola inesorabile che li attraversa, che li fa ritornare all’inorganico, allo stato previtale da cui ogni cosa proviene. I corpi ritornano cellule, ossa, polvere, l’esistenza ritorna da dove è venuta, i cadaveri ritornano feti in un gesto di ancestrale inermità e nudità. Tutto sembra essere sotto lo sguardo di divinità pagane che osservano implacabili l’eterno ripetersi del divenire nel suo ciclo di creazione e distruzione – simboleggiato dalle acque, presenti nei versi non nella loro dimensione sorgiva ma nel loro scorrere, nel loro scolare verso gli abissi – con uno sguardo che illumina tagliente la vita e la eleva a un attimo di attonita bellezza, ma che non la redime. La colpa di esser nati è irredimibile. Un sole mediterraneo accende ogni cosa e acceca i viventi e, dallo sfondo della scena, nell’ultima sezione del libro, emerge Napoli, città natale dell’autore, emblema ancestrale e perenne della condizione irredenta dei mortali.

Francesco Filia

***

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

(…)

È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno
ci ha chiesto di essere vivi.

 

 

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Nei quartieri residenziali
i colombi sbucano dalle fogne
dalle cavità del tufo
dai tramezzi in cemento.
E mi piace pensare
al respiro dei cardini,
ai palpiti dei basamenti
ai rituali d’amore inascoltati
nell’endometrio delle case.

 

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

 

 

Perché dopo la morte
resta solo il nome
e un silenzio irrisolto
uno sfrigolio di corpo
che si decompone.
Ma le unghie sono spade lucenti
ancora troppo legate alla vita
brandite dalla mano che cede
all’ombra adunca dei tulipani.
Il prete si guadagna da vivere,
ma la bocca che pregava
non era pronta a baciare le tempie
e le mani strette sul petto
sono quelle del feto
che per istinto
si difende.

 

 

Giovanni Ibello è nato a Napoli l’8 febbraio 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Da gennaio 2012 è iscritto all’ordine dei giornalisti della Campania (categoria pubblicisti). In tale veste, scrive regolarmente di calcio. Segue come inviato e “match analyst” le vicende sportive della SSC Napoli. Ha pubblicato sul web poesie e approfondimenti critici sulla poesia contemporanea, facilmente reperibili sui principali lit-blog italiani. Turbative siderali è la sua opera prima.

Sei inediti di Giovanni Ibello

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Quando saremo morti
il solleone inciderà
il nostro nome nuovo
nei rigagnoli ai lati delle strade
uno sfolgorio di sinapsi
nei pomeriggi arrochiti
dall’estate.
E sarà bellissimo
come un’idea
il graffito di Dio
e il fango e i piedi nudi dei fanciulli
e il mondo fuori, la terra dei fuochi
l’aria cinerina
non sarà che un parlare ozioso.

 

*
Dopo la morte resta solo il nome
e un silenzio inquieto
lo sfrigolio del corpo che si decompone.
Ma le unghie sono spade lucenti
ancora troppo legate alla vita
brandite dalla mano che cede
all’ombra adunca dei tulipani.
Il prete si guadagna da vivere
i fedeli delirano sui loro tormenti,
ma la bocca che pregava
non era pronta a baciare le tempie
e le mani strette sul petto
sono quelle del feto
che per istinto, si difende.

 

*
Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire
gli occhi le braccia, il torso
che spasima
perché capita
che sia dura riconsegnarsi alla materia
o relegarsi alla quiete
quando la schiena
è incollata alla parete
e una scia celeste e luminosa
ricongiunge il pensiero
al giorno precedente, l’anno prima:
si sta fermi mentre tutto
procede e non procede.

 

*
A separarci fu l’incoscienza
la resistenza delle unghie nere
la tensione di una smorfia, le vene
dilatate nella mano, a reggere
il peso del corpo che cede.
Ci ha separato l’incoscienza
perché  il distacco non ha memoria:
il pensiero è troppo vile per restare
mentre il corpo, ancora vivo, si abbandona.

 

*
Quando con la mano
cercherò le gore del tuo pianto
la fiamma sarà il silenzio
di una cattedrale
e la cenere ci occluderà il petto
con la boria delle false promesse:
“Le nostre voci sono l’aria che manca
ma so che non avrai paura”.

 

*
La poesia che non riesco a dire
è un fiotto di sangue che si dirama
quando luce e silenzio si fanno materia
e la parola resta solo
un’impronta del percorso
non porta nome, né volto, né voce
solo una parete divisoria
e due occhi sgranati che si scrutano
dal mezzo di una feritoia.

 

 

Giovanni Ibello, napoletano di 25 anni, giornalista pubblicista e tesista in Diritto Ecclesiastico alla Federico II di Napoli. Lavora come cronista in veste di inviato, redattore ed editorialista in materia di sport, ambiente, arte e letteratura. Ha pubblicato poesie e approfondimenti critici sulle principali riviste letterarie on line.