Giovanni Giudici

I poeti della domenica #288: Giovanni Giudici, Una sera come tante

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Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni (altro…)

I poeti della domenica #264: Giovanni Giudici, Eutanasia

Eutanasia

Ma non sarà così.
Un conto è scriverlo, un conto che sia vero.
Il trabiccolo che sul breve e basso orizzonte
Guardano alcuni meravigliati che arranca
S’infosserà lui pure in un punto qualsiasi.
Morto in Libia – dicevano.

Poco probabile che ci sarà dolore.
Non hai idea di cosa vuol dire
E se l’avessi – non è
Roba che si racconta.
Loro faranno tutt’al più una smorfia
Come a un ciclone molto lontano da qui.

Sì, c’è un personaggio femminile nella storia
Che dovrà pronunciare battute
Press’a poco di questo tenore – quante
Lacrime inutili, quando spaccarsi i nervi
Per cose già successe, nulla
Di nuovo.

Il maschio è meno drammatico.
Finalmente padrone di sé
Scoprendosi pancia e pace comunica
All’amico che ha fatto lo stesso sentiero:
È proprio vero, avevi ragione tu,
Fanfaluche.

da Il male dei creditori (Mondadori, 1977)

 

I poeti della domenica #263: Giovanni Giudici, Corpo

Corpo

Corpo – io non ignoro
la tua pietà.
Io – che senza posa esploro
il tuo pensarti e pensare.
E al fondo dell’immenso mare
paragono il tuo fondo:

quel che in te e di te
viaggia oltre questo apparente
esser fermo in un luogo o su un letto
e si modifica – sostanza del tuo aspetto
oltre questa apparente
tua identità.

Corpo – di odore e calore,
di fuoco, di luce e di vapore.
Corpo – votato alla cenere
e all’inconscienza solitaria di sé.
Tu che per darti non puoi non bruciarti.
Tu che non puoi aggrapparti all’attimo che ti ama.

Corpo – curiosità
animalmente inerme che si fruga
in un gioco di bambini fra le siepi.
Corpo – che in altro corpo si verifica
e in esso è bramoso di specchiarsi,
di stamparsi con un’impronta di tremore.

Corpo – chiusa monade
se spranghi le porte e finestre dei tuoi sensi.
Corpo – spogliato e illuminato.
Corpo – di luna e di sole.
Corpo – silenzioso e paziente.
Corpo – che nessuno sguardo ha ricordato.

Corpo – quando deborda
oltre gli stretti confini della mente
e naviga verso la sua propria distruzione.
E per un’ombra, una ruga minima sul ventre
o un tratto sgraziato del piede dichiara
la sua melanconia irrimediabile.

Corpo – offeso e adorabile.
O puro spirito.

da O beatrice (Mondadori, 1972)

 

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Il posto riservato alla poesia di Emilio Rentocchini è in prima linea o fila, nell’ideale parterre o Pantheon della produzione italiana contemporanea. Se in alcuni casi di autori neodialettali è dato di cogliere una differente qualità o tenuta tra versione in lingua e testo in neo-dialetto, nel caso dell’autore di Sassuolo le due versioni si eguagliano per congruità di lingua, di ritmo e accenti. Il fatto è riscontrabile anche a livello di sonorità; le due versioni hanno dunque pari dignità come accade per i migliori neodialettali del Novecento: Pasolini, Scataglini, Baldini. Possiamo dunque affermare che Rentocchini opera nell’ambito di una sostanziale, costitutiva diglossia. Non casualmente l’autore assembla le proprie raccolte ponendo su di uno stesso livello di pagina le due versioni (in alcuni casi sono speculari, o specularmente concatenati o intercambiabili, e, in un gioco di specchi e rispecchiamenti, dialogano anche alternandosi con alcune prose o semiprose, come accade ad esempio in Giorni in prova), non lasciando in basso, come da prassi, la versione in lingua ai margini della versione princeps in dialetto. Questo va sottolineato per il lettore, poiché in questa sede, per esigenze di impaginazione e tipografiche si è stati costretti a ridurre la parte in lingua in corsivo ai piedi del testo. A memoria, si annoverano rari, rarissimi esempi di autori che nell’ultimo secolo hanno praticato l’ottava: uno, sicuramente, su tutti, è stato Sanguineti, abilissimo nel riuso e rivelatosi ottimo rimatore. La parte più considerevole del lavoro di Rentocchini, fatta eccezione per alcuni testi delle plaquette iniziali, e per Del perfetto amore interamente scritto in sonetti, è infatti costituita da un coerente corpus di ottave, i cui riferimenti e le cui ascendenze, va da sé, vanno più indietro nel tempo. Richiamano infatti a memoria l’ottava di tradizione ariostesca, autore accomunato da una medesima radice emiliana: ovvero un’ottava epica e poematica; e possiamo in tal senso leggere Ottave come un tentativo di poema, concettualmente almeno, o come poema concettuale (che attraversa le epoche tutte e gli ismi del Novecento, che apre pagine su attualità e realia, che sfida la forma-pensiero, e il pensiero poetante, che si fonda sull’immanenza dei nomi e delle cose, e tuttavia riguarda l’impermanenza delle esistenze e dei destini, individuali e collettivi, privati e pubblici) dal momento che le ottave del nostro non sono narrative, ma rievocano una più arcaica morfologia di ottava lirica (o assoluta). La scommessa di Rentocchini va in direzione del riuso della forma chiusa, e nella pratica di una infinita potenzialità, e variazioni, possibili all’interno di una gabbia metrica e strofica. Autore tra i più raffinati, Rentocchini lavora incessantemente sulla lingua. Un laboratorio fruttuoso e sorprendente di procedimenti e soluzioni; si pensi al ricorso all’iterazione e alle catene allitteranti, che si risolve spesso in un cantabilissimo, eufonico bisticcio a forte unità tonale: si leggano, qui di seguito, le ottave 1, 9, 12 e 38. Ma non si tratta tanto di abilità esibita, quanto piuttosto di ricerca continua, in direzione di un affinamento di suoni e di sguardo, nell’ottica di una naturalezza classica e adamantina della voce, da conquistare attraverso la più feriale delle parlate: quella locale, dialettale, innestata a una cultura letteraria alta e altra. (altro…)

I poeti della domenica #118: Giovanni Giudici, Dal cuore del miracolo

 

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I poeti della domenica #118: Giovanni Giudici, Dal cuore del miracolo

 

Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.
Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.

*

© da La vita in versi (1965), ora in Giovanni Giudici, Tutte le poesie, Mondadori, 2014

Poesie per l’estate #30: Giovanni Giudici, Adesso

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

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Adesso

Adesso silenzio come nel dentro di una perla.
Adesso facciamo bianco.
Adesso né lume né buio come nel dentro di una perla.
Adesso facciamo che la testa ci sparisce.
Ma adesso.
Su.

Adesso silenzio perché se no
Come nel dentro di una perla dormiamo.
Adesso facciamo giallo facciamo viola.
Guardiamo rosso, tappata finestra degli occhi.
Adesso facciamo senza.
Adesso facciamo.

© Giovanni Giudici (da L’ordine in Il ristorante dei morti – Meridiano, Mondadori)

Le cronache della Leda #38 – “Avevi una gonna rossa”

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Le cronache della Leda #38 – “Avevi una gonna rossa”

Siamo andate poi a cena, noi quattro. Io, la Wanda, l’Adriana e, di nuovo, la Luisa. Abbiamo prenotato per le sette, all’Osteria Sottocasa, il ristorante preferito della Luisa. Ci siamo trovate lì, quattro vecchie, arzille e raggianti. La Luisa è arrivata in blu, pullover e gonna lunga, ma la meraviglia è stata la Wanda. È arrivata con una gonna rossa da film, una di quelle che portava quando eravamo ragazze. Ha sorriso quando si è accorta che avevamo capito. «Dove mi hanno portato le mie gonne rosse?» Ha detto, guardandoci con l’aria a metà tra il mesto e il divertito. «Per arrivare a essere vostra inseparabile amica sarebbe bastato molto meno, e così è stato, ma io mi ricordo quando sceglievo le gonne, quando il primo occhio cadeva sul rosso. Il giallo è sempre stato troppo per me. Il blu eri tu, Leda. E voi due eravate altri colori, Luisa la più vivace, io volevo il rosso, come in quella poesia di Giudici, te la ricordi Leda?»

Avevi una gonna rossa
dove ti porterà?

Non spero che tu possa
restare come sei nella diversa
vita a cui torni senza le tue care
menzogne:

mi ripeto che non è
amore incontro alla fortuna avversa
immaginare te.

«Me la ricordo» ho detto «e mi ricordo di te, Wanda. Eri tu il fuoco, eri tu la verità, non le tue gonne rosse. Eri il miraggio di molti, la fantasia di pochi, l’amore di qualcuno. Eri menzogna per chi non sapeva avvicinarti. Eri la luna, la gonna rossa la tua ombra.»

Siamo rimaste in silenzio un po’ e ci siamo strette le mani, tra i piatti e le posate. La Luisa ha detto: «Leda, ma tu quante poesie sai?» e poi, senza aspettare la risposta: «Ordiniamo? Adriana non prenderai i ravioli come al solito, vero?» Siamo scoppiate tutte a ridere mentre l’Adriana mandava la Luisa a quel paese. Mentre il cameriere si avvicinava, la Luisa ha aggiunto: «È bello essere vive.» «È bellissimo.» ha risposto la Wanda.

Leda

Nota: La poesia di Giovanni Giudici è tratta da Svolta (Prove del teatro), in Giovanni Giudici  – I versi della vita (Meridiano, Mondadori)

Frammento di un discorso su Giovanni Raboni

Giovanni Raboni

Giovanni Raboni affrontava la realtà in modo indiretto, eppure non mancava di centrare il segno malgrado filtrasse ogni cosa con uno schermo. Del resto è il poeta italiano che più di tutti ha fatta sua la lezione straniante di Ezra Pound; e ha forzato a tal punto la lezione poundiana da fare dell’ellissi la propria figura di riferimento da A tanto caro sangue in poi, dove tra tagli e rimaneggiamenti l’intera sua poesia ha finito per acquistare nuova linfa.
Se guardiamo alla sola produzione in versi, da Gesta Romanorum a Ultimi versi, noteremo subito tutta quella serie di costanti sia tematiche sia stilistiche che rendono davvero ragione di una coerenza del poeta Raboni portata avanti fino alla fine. Non stupisce quindi ora, come non stupì allora, la comparsa di forme chiuse (soprattutto del sonetto) perché è in realtà la naturale conseguenza di una ricerca iniziata subito; una ricerca del respiro poetico che si fondava sull’alternanza di versi canonici della lirica italiana (endecasillabi e settenari in prevalenza, ma anche quinari e trisillabi), variamente (s)composti, ma facilmente riconoscibili, con versi sia ipermetri capaci di superare le trenta sillabe, sia ipometri (rari), il tutto attuato per avvicinare la lingua della poesia a quella della prosa e più ancora a quella reale.
(altro…)

11 febbraio

cope

1963, Londra: riversa a terra, la testa nel forno a gas, al 23 di Fitzroy Road, casa un tempo di Yeats, c’è Sylvia Plath. «La casa di un poeta che amo» – aveva dichiarato – «è con me, al mio fianco. Questa è la mia torre all’ombra del faggio rosso e le sue rose sono i miei fiori. La targa azzurra alla sua memoria in alto a destra del portoncino mi ha invitata. Ho sentito che questa doveva essere la mia casa, l’unica che fosse giusta per me. Un poeta irlandese morto ventiquattro anni fa è la sola compagnia che io ho».

1996, Roma: appartamento al quinto piano, in via del Corallo, una sedia appoggiata al davanzale della finestra. Poi, il corpo di Amelia Rosselli in fondo alla chiostrina interna.
Una dose estrema di solitudine, quindi la sequenza finale: l’ultimo giorno, l’ultima ora, l’ultima fotografia dedicata al mondo.

Certo, quanti, troppi elementi contribuiscono «a fabbricare dalle sue ceneri un personaggio, quasi un mito di consumo, con scarsa giustizia per un’opera poetica destinata a reggersi splendidamente da sé, senza bisogno di puntelli aneddotici»; vero specialmente nel caso di Plath, cui queste parole di Giovanni Giudici si indirizzarono. La cronaca, quella nudità dei fatti così sorpassabile, eppure tanto capace, frequentemente, di tornare a ferire. Con la decisione di sottrarsi alla vita, i modi e i momenti scolpiti in un gesto finale, la nudità del fatto diventa emblema fossile di dolore.
Tuttavia, è davvero decisivo andare oltre la data e il luogo del corpo spezzato:

(…)

ma solo spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono (…)

Questi versi di Zanzotto legano fortemente il pensiero alle due morti, di Sylvia e di Amelia.
Come non credere al cuore di quel “non”, negazione del nulla?
Alla parola scolpita cioè, al marmo in eterno. «Lo scopo dell’artista, sia egli poeta o altro, sta tutto nel produrre qualcosa di compiuto, duraturo e immutabile», afferma Auden ne La mano del tintore.
Ritagliamo perciò ora, come fossero in indelebile memoria, questi versi di Sylvia Plath: «La donna è perfetta. / Il suo morto / corpo veste il sorriso del compimento (…)»; e di Amelia Rosselli: «(…) Era necessario alla / sua altezza morale che fosse registrato su dell’inchiostro / nero il suo fallimento. Non era necessario alla sua / bassezza morale morire».
Morire, dormire. E, lasciandosi, lasciarsi incidere nel marmo. Perché mai, veramente, di mera espressione si parla, ma, appunto, di incisione.
«Greve marmo»: lì si scolpisce, come avviene sulla pagina, quanto passa da buio a buio per ruotare poi nella mente di chi resta.
Leggiamo, in tal senso, questa poesia di Amelia Rosselli, da Sleep, anno 1955:

Well, so, patience to our souls
the seas run cold, ‘pon our bare necks
shivered. We shall eat out of our bare hand
smiling vainly. The silver’ pot is snapped;
we be snapped out of boredom, in a jiffyrun.
Tentacles of passion run rose-wise
like flaming strands of opaque red lava. Our soul
tears with passion, its chimney. The wind cries oof!
and goes off. We were left alone with our sister
navel. Good, so we’ll learn to
ravish it. Alone. Words in their forge.

Dunque, va bene, pazienza per le nostre anime
i mari sono freddi, sopr’i nostri colli nudi
tremati. Mangeremo dalla nostra mano vuota
sorridendo vanitosamente. La teiera d’argento è
sbattuta;
ci siamo liberati subito dalla noia, in un attimocorsa.
Tentacoli di passione corrono come fanno le rose
come fiammanti colate di opaca lava rossa. La
nostra anima
si lacera con passione, suo camino. Il vento grida uffa!
e se ne va. Fummo lasciati soli con nostra sorella
ombelico. Bene, dunque impareremo
a stuprarla. Sola. Parole nella loro fucina.

[trad. Antonio Porta]

Questi due anni del Novecento che continuano a girare intorno all’11 febbraio, abbracciamoli allora, con l’affetto che altre due voci femminili hanno saputo regalare.

La voce di Vivian Lamarque:

Amelia da vive
non eravamo amiche, tantomeno
nemiche, tu eri sempre
come lontana e anch’io un po’ altrove
un po’ strana, mi parlava di te Emmanuela
Tandello ricordi? ti ricordi i ricordi? Sara
se chiamavi correva come una mamma
con Mimma, Daniela, Maria Clelia,
te lo ricordi Amelia? Ti portavano in montagna,
ridevi, perché non chiamarle anche
quel giorno? perché trasformare quell’11
in giorno di marmo, in giorno di morte
di Amelia?

(e dimmelo lo sapevi quella vigilia che l’11
febbraio era anche il giorno in marmo di Sylvia?)

E quella di Antonella Anedda, nei versi conclusivi dedicati nella morte di A. R.:

Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell’alba
dal buio al buio
per chi resta, per chi ruota.

© Cristiano Poletti

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

***

Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
.
Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
.
Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
.
La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
.

***

Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

***

Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

***

Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

***

Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

***

Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
.
Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
.
Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
.
Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
.
Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
.
***

Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

 ***

Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

Ritagliando “La raccolta del sale” di Alessandro Brusa

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“Nel Silenzio del suo Sangue”: così Shelley campeggia in esergo a salutare La raccolta del sale di Alessandro Brusa, edito da Perrone lo scorso ottobre. Con questa forza, con accenti posti su silenzio e sangue, si dichiara l’amore di Brusa per i romantici inglesi e subito il primo verso è un invito: «Sei qui, cerchi qualcosa» che suona difatti, un poco parafrasato: “Se sei qui è perché cerchi qualcosa”; oppure, sembra dirci l’autore: “Cerca, avanti, seguimi, seguitemi qui tra le righe, prendetemi con voi, secondo quanto ora vi dirò”. Troviamo infatti confessione, intimità e resa tra queste pagine e ripetute forme di assottigliamento: di parola, di figure, in movimento tra sentimenti e apprendimenti snocciolati in rapida successione. A fior di labbra talvolta, nei casi migliori, e si potrebbe anche azzardare con la mente un ponte con il Giudici di “O minima intenzione a fior di labbro: / di ciò nel fare cose di parole / alunno e fabbro”. Brusa, ecco, lo fa in alcuni momenti con l’accento giusto, con «viso onesto / … sporco magari, e con la parola meno adatta / stesa proprio lì, / sul confine azzurro del labbro». La confessione di cui è portatore si compone progressivamente sulla traccia di una ferita in attesa di cicatrice. Così è che «con fatica mi lasciavo / prestare a quel mondo» portandoci – grazie a un forte, incisivo enjambement – dentro il suo «mondo da riordinare». A questo servirebbe dunque il sale, sparso sulle ferite che l’esistenza sa riservare: a tentare l’ordine, la cucitura, la cicatrice. Raccogliere il sale, raccogliere parole: «: che il sale mi è figlio / e lecca la mia pelle». Da notare il “due punti” utilizzato a inizio verso, qui come in diversi altri passaggi di testo. Lo segnala rapidamente anche Gianfranco Fabbri nella postfazione; si tratta di un indizio che merita una particolare evidenziazione, perché sembra indicare dell’autore una particolare voglia di dire, di spiegare, mettendo sull’attenti il lettore.
Tanto che con l’andare della lettura s’infittisce la misura dell’ascolto, mentre si produce di continuo una volontà di ritagliare versi, isolarne anche soltanto dei frammenti, togliendoli così da un eccesso di “io in azione”, manifestato spesso in incipit («Cammino»; «Ho imparato»; «Mi guardo»; «Mi coloro») proprio per ricondurne senso e portata a occhio e orecchio maggiormente universali. Se «La raccolta del sale è / una stagione… » è l’affermazione con cui l’autore si assegna un margine di tempo per mettere ordine alle proprie ferite mediante la cristallizzazione della scrittura, uno dei versi centrali appare: «e cancello i corpi, di cui sono / lastricate le acque…», reso potente dall’uso, ancora una volta, di un forte enjambement.
Peraltro, a fronte di questa “voglia di ritagliare” prodottasi nel lettore, la tendenza pronunciata in tutto il lavoro è verso la prosa, declinata a un continuo, sotterraneo raccontare/raccontarsi di “un io senza dio” e il “tu” utilizzato di volta in volta altro non è che compagno di strada, sponda necessaria, volano di chiarificazione di quell’io-testimonianza. Un tu e io, tuttavia, posti in dualismo, spesso con nettezza, senza veli, nel cuore di una «malevolenza privata».
Nella seconda sezione, ispirata da “La stella dei perduti” di Dylan Thomas, due versi spiccano e sembrano contenere tutti gli altri: «quel suo spigolo fatto frontiera» in una poesia e in un’altra il verso: «dove il tuo nome è famiglia». L’autore vuole evidentemente fotografare il limite della perdita per condividerlo nel sangue di chi resta, fissandone respiri e battiti. Elemento, la condivisione, ribadito a chiare lettere («Il lutto va condiviso» scrive Brusa) anche nella terza sezione.
Con le ultime due sezioni del libro, dietro l’omaggio manifestato nei confronti di Caproni prima e poi con la significativa citazione del padre dell’autore, Maurizio, si nota una decisa dilatazione dello sguardo, il campo visivo dell’autore davvero allargato, cosicché un po’ di io si perde. Gli occhi allora si puntano sui «giorni in polvere», fino a «scomodare la morte». Uno scatto in avanti, potremmo dunque dire, che porta a sposare in parte quanto si rintraccia al termine, sempre tra le righe di commento regalateci da Fabbri: «Tutto il libro potrebbe quindi apparire come la metafora totale dell’umanità. Un consorzio di membri intesi, più che altro, a rubare al fratello perfino l’anima e il nocciolo della natura umana. E tutto per una sola ragione: quella di non dover nascere di nuovo all’Unicità».

Cristiano Poletti

Interviste credibili #7 – Mary Barbara Tolusso

Quale dovrebbe essere, a tuo avviso, la velocità in chilometri orari della Bora, per poterla definire accettabile?

Qui si dice che Rilke, passeggiando tra Duino e Sistiana in una giornata di gelida bora, abbia avuto l’ispirazione per i primi versi delle Elegie duinesi. Corrisponda o meno a verità, resta il fatto che il poeta la definì: “un vento di cosmico spazio che smangia la faccia”, o roba del genere. È un’aria che ti rende folle, da cui si arguisce la folle ipotesi d’ispirazione dei triestini.

Trieste, di tanto in tanto, viene definita: città vecchia. E se fosse il suo bello?

A me piace tantissimo, per carità, soprattutto d’inverno, intorno alle 22. Quando esci le uniche persone under 70 (non munite di cane al guinzaglio) sono le prostitute di Borgo Teresiano, sempre che la polizia non le abbia fatte sloggiare per riguadagnare il bello della città.

Basso impero una volta basso impero per sempre?

A praticarlo una volta sono capaci tutti. Io cerco di distinguermi.

Ho letto (più volte devo dire) il tuo ultimo libro “Il freddo e il crudele” e mi pare che la miscela (perfettamente riuscita) tra testi più recenti e testi di qualche anno fa (L’inverso ritrovato) conduca a una cosa che credo ti stia molto a cuore cioè il ripristino della giusta distanza. Mi pare sia una cosa che conti moltissimo per te, è così?

Non saprei dirti qual è la giusta distanza, sono due diversi esperimenti di scrittura. Da un certo punto di vista “L’inverso” è migliore, per freschezza d’ispirazione e coraggio. “Il freddo” è tecnicamente superiore. Quello che per me conta è avere una voce autonoma. Quando apro un libro delle ultime generazioni spesso mi pare di leggere Cucchi o De Angelis e sono intimorita di cadere in qualche trappola, di diventare un epigono. I maestri vanno rielaborati, non imitati. Oppure copiati spudoratamente, ma la tendenza all’imitazione dissimulata è davvero terrificante.

Secondo me i grandi poeti del passato si divertivano molto di più. Non trovi che esista una certa pesantezza di fondo, un prendersi troppo sul serio, soprattutto nei poeti giovani?

Ipotizzo che anche i grandi poeti del presente siano in grado di divertirsi. Ci perseguita una mitologia popolare inadeguata, come se il pessimismo cosmico non si conciliasse con un’idea sorprendente della vita. E del piacere. I giovani, si sa, sono “dominati” dal sacro fuoco, fastidioso quando si lega a un’idea di arroganza. Io sono stata abbastanza fortunata, ho conosciuto più approfonditamente quei giovani poeti che si sono distinti a premi come il Cetonaverde, ragazzi che si prendono sul serio con una certa salute, per intenderci: non parlano di poesia a cena.

Siamo usciti vivi dagli anni ottanta?

Ringrazio ogni giorno gli anni Ottanta. C’è stata una tabula rasa ideologica che ha permesso un incremento di creatività più schietta, senza seguire una moda politica o ideologica. Sono stati gli anni della leggerezza e del benessere, gli anni della vacuità, gli anni in cui c’era la possibilità di coltivare la propria sensibilità con autonomia, senza subire ricatti morali, non potevi attaccarti a nessun tram di denuncia sociale o politica per dimostrare il tuo “valore”. Naturalmente era anche più difficile non rimanerne mortificati, travolti, ma se lo scopo di qualcuno – tramite la vita o la letteratura – è stata la provocazione, ritengo sia più energica e onesta quella di chi è stato giovane negli anni Ottanta e Novanta. Negli anni Settanta “provocare” era la regola.

Se il Meridiano Mondadori di Alberto Bevilacqua costa (come gli altri) sessanta euro perché una scarpa di Jacobs non dovrebbe costarne trecento?

Oltre al fatto che Jacobs lascerà molte più tracce.

Antonio Moresco è davvero il più bravo degli scrittori italiani? L’unico destinato a restare? Cosa c’è nella sua scrittura che lo rende diverso dagli altri?

Oltre il talento e la disciplina? Il coraggio. Ma sinceramente mi auguro che altri siano destinati a restare. Me lo auguro per Arbasino per esempio.

So che anche tu (come me) ami molto Giovanni Raboni e Giovanni Giudici, in che maniera la loro scrittura in versi li rende simili? E in cosa, invece, li differenzia?

Il passo verso la prosa li rende simili, ma a mio avviso c’è una statura ideologica diversa, in qualche misura il secondo ha osato di più, la sua morale si serve anche di una dimensione cinica che Raboni non ha, nonostante l’ironia appartenga a entrambi. Giudici ci conduce a osservare le mortificazioni della vita quotidiana con crudeltà, senza perderne in lirismo, per dirla con le sue parole: “quel che verrà, verrà da questa pena”.

Ultimamente si fa un gran parlare di una poesia che dovrebbe “vendere di più” “arrivare alle masse”. Stabilito che meriterebbe maggior spazio (quotidiani, librerie) tu pensi che una poesia che raggiunga tutti sia possibile?

Non lo è per principio. La poesia trae la sua forza dalla sua “inutilità”. Una volta che arrivasse alle masse farebbe la stessa fine della narrativa, fermo restando che per me la letteratura è una, che sia in versi o in prosa, ma la massificazione, appunto, ha inquinato e costretto alle distinzioni. Il giorno che sotto qualche ombrellone oltre a “Cinquanta sfumature di grigio” dovessi vedere anche una raccolta di Eliot inizierei a preoccuparmi. O penserei di essere precipitata in uno di quei racconti di Amis da realtà capovolta, come in “Passaggi di carriera” dove i poeti vengono vezzeggiati con consistenti assegni mentre gli sceneggiatori sono costretti a piazzare i loro testi in rivistine sconosciute.

So che dopo “L’imbalsamatrice” stai scrivendo un nuovo romanzo puoi anticiparmi qualcosa?

La cosa terrificante della prosa è la velocità. Indubbiamente è anche una questione di talento e io non ne ho abbastanza per essere rapida. D’altra parte è un vizio che ho anche in versi, solo che in poesia non c’è alcun problema se tra un libro e l’altro passano nove anni. Ti posso anticipare che è un romanzo dell’assurdo, sulla scia dell’“Imbalsamatrice”, ma va riscritto e devo raccogliere il coraggio.

Che ne pensi de “l’etica della comprensibilità” in poesia di cui parla spesso Anna Maria Carpi?

Sono d’accordo, ma bisogna essere all’altezza dell’obiettivo. Lo sforzo tecnico necessario per rendere una poesia “comprensibile” è maggiore rispetto a un testo ermetico o orfico, nonostante spesso si pensi il contrario. Comunque sia io procedo su binari paralleli: più sperimentale in prosa e più lineare in poesia, come se l’una avesse bisogno di complicarsi e l’altra di semplificarsi, un criterio autolesionista, contrario alle esigenze del mercato da una parte, e alla nicchia poetica dall’altra (i poeti amano le cose complicate). In due parole: un suicidio letterario.

Si può pensare a una vita senza Marcel Proust e senza Mojito?

Sì, si può anche pensarla, ma se poi la si vive davvero così, va a finire che non si pensa più.

(c) Gianni Montieri

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Mary Barbara Tolusso vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Ha pubblicato le raccolte l’Inverso ritrovato (Lietocolle, 2003. Premio Pasolini 2004), Il freddo e il crudele (Stampa, Premio Fogazzaro 2012) e il romanzo l’Imbalsamatrice (Gaffi, 2010). Ha curato il volume di Trieste per Le antologie degli scrittori del Nordest (Biblioteca dell’Immagine editore, 2012). Dal 2005 si occupa di una rubrica di poesia per l’Almanacco dello Specchio (Mondadori).