Giovanni Comisso

proSabato: Giovanni Comisso, da ‘Un sogno a Bassano’

LA TERRA era rinverdita mirabilmente nelle foglie e nell’erba che dopo la pioggia notturna risultava soffice come la lana. La strada era tracciata sul limite della pianura, dove da un lato principiava lentamente a salire, come il declivio di una spiaggia marina resa scoperta dalla bassa marea, per innalzarsi gradatamente in colli acuti uno dietro l’altro in fila e da ultimo, lontano, si elevano le montagne.
..Andavo verso Bassano per rivedere quella città dopo tanto tempo, ma prima di arrivarvi avrei voluto visitare quel colle dove Ezzelino da Romano aveva il suo castello. Mi era venuto questo desiderio, perché era appunto in giornate primaverili come quella, che reso impaziente dal lungo ozio invernale si scuoteva in una follia aggressiva con le sue masnade per irrompere nella pianura veneta a saccheggiare, a distruggere e a uccidere prendendo d’assalto borgate e città. Tutta la sua follia, che per lunghi anni aveva disseminato il terrore, egli l’aveva poi scontata u quel colle dove con tutti i consanguinei era stato trucidato, squartato, disperso ai venti e il suo pastello era stato spiantato dalle fondamenta.
..La carta topografica distribuita da un ente automobilistico ufficiale non indica questo colle, un’altra datami da un ente turistico mi servì meno ancora, sicché ho dovuto ripiegare sulle indicazioni topografiche fissate da Dante con massima precisione.
In quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e Piava,
si leva un colle, e non surge molt’altro

..Neanche con questa guida mi fu possibile raggiungere la meta, finii col disperdermi in stradine sconnesse e disagevoli che mi obbligarono a rinunziare. I colli, non molto alti, sono innumerevoli e tutti stupendi come isolette coralline affioranti sulla pianura in lieve discesa. Credo non vi siano al mondo luoghi più belli di questi, tra il Piave e il Brenta, ma sembra si faccia apposta per non concedere di visitarli facendoci disperdere come in un labirinto. Si usa persino la strategia, nota alle quinte colonne, di mettere agli incroci le tabelle stradali, non prima della svolta, ma dopo in modo da non servire per nulla. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Orfeo in cucina

SONO ANDATO alla fiera annuale, poco fuori dalla città, curioso di osservare le contrattazioni di bestiame e anche di rivedere da vicino questi animali dopo tanto che non ho più familiarità con loro. Mi ritrovavo come quando si andava di primo mattino ai mercati, intontito dal sonno e dal sole che batteva dovunque sugli occhi. Da principio vidi solo una grande confusione, poi ritrovai i vecchi mediatori che riconoscendomi credevano avessi ancora intenzione di comperare, ma toglievo a loro ogni illusione, non sapevano che non avevo più campi da arare. Erano un poco invecchiati, ma ancora validi e mi accorsi dopo che da tempo non parlavo con loro che avevano un timbro di voce curioso, stretto e martellante, congegnato di proposito per essere convincenti e accerchianti. Quando essi sono a un mercato risultano come attori sulla scena, devono avere la loro cadenza di recitazione. Sono bravi e tenaci attori che sanno impersonare le più difficili variazioni di tanti sentimenti. Devono lusingare, convincere, fingere di sentirsi offesi, disgustati, indispettiti e così: soddisfatti, contenti, felici ad affare concluso. Ma in quel momento a loro non importa nulla, recitano sempre quelle parti, è solo alla sera che sentiranno di essere veramente soddisfatti o no in base al resoconto degli affari della giornata.
Ero così intontito che pensavo non vi fosse alcuna differenza tra l’intonazione canora del richiamo di un venditore di castagne e il muggito di un bue affamato. Lentamente potei discernere qualcosa nella folla, tra quella gente informe coperta di stracci sbucarono quattro teste di buoi bianchi e rocciosi, lanose tra le corna ricurve, biondi negli occhi tra le lunghe ciglia bianche, uno sguardo quasi cieco come nelle sculture, e quell quattro teste mi ricordarono un bassorilievo antico forse del Partenone o di qualche ara. La folla li riassorbì come un sipario e ritornai a vedere solo uomini, uomini di campagna vecchi e deformi, zoppi, con baffi spioventi, rinsecchiti e obesi, bruttissima gente che non mi ero mai accorto frequentasse i mercati di bestiame. Come non potevo dare a loro un’anima, non potevo immaginare avessero un corpo sotto a quegli stracci dei loro vestiti. Non avendo più da spartire con loro né come contadini, né come mediatori, li sentivo non solo di un’altra razza, ma di un altro mondo, forse usciti di sotto terra come le talpe. Ma per avere ancora di più disgusto di loro mi accadde di vederli mangiare voracemente dei polipi bolliti che una don na offriva a loro come fosse la sua carne. Li lusingava proprio come aveva fatto per se stessa, in altri tempi, e ne conservava ancora tutta l’arte. Era tanta l’avidità che non accorgevano d’insozzarsi le guance con le interiora verdastre del polipo. Un vecchio stecchito ne aveva già mangiato due come per rimpolparsi di quella carne rosea e lucente che stiracchiava cone le mani tremanti dai pochi denti che la trattenevano. Dietro alla donna un uomo irsuto che la luce del mattino definiva in tutte le rughe della fronte e del volto, un specie di stregone, ravvivava il fuoco su cui bolliva una grande pentola nera e vi buttava dentro quei polipi come fossero rospi o vipere da fare intrugli diabolici. Un’altra donna alta e formosa con coscie [sic.] sovrabbondanti passava tra tutti quegli uomini sforzando alterezza nello sguardo sebbene, sicura di non essere ancora disfatta, fosse intimidita nel sentirsi da tutti riguardare, distogliendo la loro attenzione dai fianchi degli animali ai suoi ondeggiamenti. Neanche i ragazzi che tenevano gli animali per la cavezza avevano un minimo d’armonia, intristiti come convalescenti, allungati nella magrezza, torbido e inesistente lo sguardo. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Rimpianto del tempo

 

Sono decisamente un conservatore. È stata per me una gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassì di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati ingrassati al volante, che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Provai anche gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterato le mostre di molti anni a dietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma viene come per il mare che muta di continuo, ma risulta sempre quello.
Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio, una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina nel suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, nel quale avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste, più certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo.
Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.
Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per ragionarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto è trasformato in un grande negozio di occhiali.
I caffè le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa Rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che un’alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso.
Non è da paragonare questo mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella Piazza Rossa vi erano ancora le troiche che con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.
La precarietà nelle abitudini degli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. Io sono conservatore amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine è conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. È così bello, al sorgere di ogni giorno, vedere e si ripetono gli stessi fatti: alle otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra, mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre un nuovo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.
Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tranvai non porta più in città, ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà, nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo, che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale. (altro…)

Giovanni Comisso, Frammenti – terza parte (1953)

 

Tristezza d’un veliero immobile, nudo e deserto, nella penombra della sera sulla laguna.

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Primavera, l’aria innalza la terra. Le case sembrano più vicine. Gli uomini si guardano più attentamente. Muretto rosa nella mattina sobria dopo una notte di pioggia tiepida che ha fatto nascere l’erbetta. È tutto rosa in tutta la sua lunghezza, un rosa vivente e sopra sul fastigio vi sono fasci di spine che pungono questa rosa dolce e carnale.

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Mattina d’aprile, ore sette. Il cielo è gonfio di fumo che ogni tanto lascia gocciare leggermente come se un’arancia venga sbucciata accanto. Sembra che sulla terra, nella notte, abbia nevicato, tanto improvvisamente si è ricoperta di verde. Il silenzio che l’aria è già calda condensa, e questi bianchi petali sugli alberi lontani e altri alberelli Verdi contro il nero dei giardini delle ville, convincono ancora che tutto sia ricoperto ad una leggera neve che tra mezz’ora sparirà.

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Lo spirito in me è come una linfa, le stagioni calde lo sospingono verso l’alto e quelle fredde lo sotterrano dolorosamente. Ecco che la primavera s’avvicina. Sento nel risveglio un’immensa promessa di mie opere. Io tenterò qualcosa di nuovo, di mai espresso, sento attimi della mia vita impressi nella mia memoria indissolubilmente e sento che se avrò pazienza di iscriverli essi saranno cose prime.

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In «La Fiera Letteraria», anno VIII, n. 16, 19 aprile 1953

proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – seconda parte (1953)

 

Viaggio nella sera attraverso l’antica terra del Norico. Dense foreste di pini isolate sui declivi dei monti, disseminate. Vi sono bianchi filoni di neve nell’ombra delle valli. Penso profondamente a questi alberi immobili che vivono chiusi nel freddo sopra questa terra senza luce. Come sono lontani da essi gli uomini che ho visto cibarsi di carne, guardarsi con occhi smorti e poi sedersi tranquilli attorno al fuoco. Nulla di più delle piante domanderebbero i popoli della terra.

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Dentro la chiesa vi era un’area tiepida, odorosa di gigli. I giovinetti cristiani vi erano convenuti dietro alle loro bandiere di seta bianca, crociate in rosso.
Avevano test dolci e occhi miti come se si fossero destati allora. Tra essi bene Era uno che aveva un vero volto d’angelo tanto era inespressivo. Aveva poi il corpo fatto d’un esile busto su forti cosce, le sue gambe scendevano ignude illuminate da raggi di sole riflessi dal pavimento. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – prima parte (1953)

 

L’aria chiara, con tutta una luce di perla che indifferenza acqua e cielo, tiene in incanto. Da sotto al ponte escono le barche a colpi di remi, poi, appena un po’ fuori, gli uomini lasciano i remi e si precipitano con l’estro di acrobati a sollevare gli alberi fissandoli con le sartie. Allora issano le vele. Vele oscure all’ombra delle case. Gialle, bianche, pigliano lentamente l’aria. Un’altra vela si stende. Un’altra si distacca da dietro alla prima. L’ultimo sole ne illumina un pezzo, poi tutte. A poco a poco si moltiplicano. Poi si raccolgono ancora in gruppo, e pare si fondino tutte per comporsi in un solo grande veliero. Altre diventano piccole, lontane nell’aria che di luce come l’acqua e scompaiono dietro al Forte verso il mare. Giuocano davanti al nostro occhio come frammenti di vetri colorati nel caleidoscopio.

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Sono queste feste stagionali una sintesi della vita, entusiaste, avide di attesa di conquista al dischiudersi delle foglie, piene, solenni e generose al divampare del sole estivo, dolci e malinconiche al declinare dei raccolti e al cadere delle foglie. E vi sono sempre ad accompagnare queste moltitudini anelanti, uomini e Donne esperti della cucina, come vivandieri di un esercito che accanto a quadrati focolari convivo fuoco e brace saggiamente distribuita, vigilano grandi spiedate di capretto, di polli e di uccelli, dosando il sale, regolando le durature, ribattezzando le carni con loro sugo raccolto.

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La festa già tumultuava di musiche, di spari e di richiami. Tre giovanette attraversavano la folla vociante, rosee, accuratamente pettinate, vestito di verde, di giallo e di rosso, prese a braccio: la più timida era in mezzo, la più audace stava a destra come gli attacchi dei cavalli da tiro. Al loro passaggio gruppi di giovani prendevano una formazione d’assalto e si spingevano contro di esse, provocando le reazioni della più audace, mentre la timida sorrideva estatica. Era per queste ragazze, la festa, come il collaudo di una nave sui fluidi sconvolti da un fortunale. E scomparvero in una nuova nube di polvere sollevata dal vento che scendeva dalle colline. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Città di sogno

Nel 2019 si ricorda l’anniversario di Giovanni Comisso (1895-1969) a cinquant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 gennaio. Come redazione pubblicheremo ogni mese alcuni suoi racconti, che ci accompagneranno nei sabati fino a fine anno, in attesa della ripubblicazione annunciata dell’opera omnia per La Nave di Teseo.
Partiamo oggi con un racconto pubblicato sul «Gazzettino», con cui iniziò a collaborare dal secondo dopoguerra, proseguendo fino alla sua morte.

Ero andato in una città di mare, distesa su un pendio montano. Mi sembrava una Genova più condensata, tra il porto e le sue mura, come nelle vecchie stampe. Avevo già vissuto divinamente felice in quella città, e mi trovavo a pensione presso una famiglia, con la mia vecchia cameriera. Era d’inverno e pareva che vi dovessi stare solo pochi giorni, quando arrivò mia madre, giovane ancora: indossava un vestito grigio chiaro, che le modellava i fianchi, e portava un cappello di paglia intrecciata dello stesso colore, a forma di triregno, con un velo che le copriva il volto le scendeva sulle spalle.
Subito andammo a colazione in una trattoria, sotto un ampio portico. Sì mangio assai bene e si decise di passare l’inverno in quella città, anche perché avevamo con noi la cameriera e nessun obbligo ci richiamava altrove. Finita la colazione, le dissi di aspettarmi, ché sarei ritornato subito. Il lavoro è fare alcune compere e mi chiede se volevo mangiare per la sera certe rape bianche che erano la sua passione. Pure avendo vissuto in quella città, non sapevo nei nomi delle strade, né quello della pensione dove alloggiavo.
Appena lasciata mia madre, subito mi spersi in una zona più alta della città, vicino a pendii coltivati a olivi, con strade di campagna che andavano verso la cima del monte. Quindi conobbi una casa che era di nostra proprietà, in parte rovinata dalla guerra con certi inquilini che non ci avevano mai pagato l’affitto. Aprii una porta e dissi che adesso ci avrebbero pagato, altrimenti li avremmo mandati via e si sarebbe andati noi ad abitare la nostra casa.
Vidi il vecchio portalettere, che mi riconobbe. Una vaga speranza di una vita migliore pareva mi venisse promessa. Poi presi a scendere e mi trovai in una specie di palestra: mi ritrovai un amico dal volto scavato e impallidito dalla vecchiezza ma mi assicurò che in quella città ci si divertiva.
Scesi ancora, per andare da mia madre che mi aspettava, e per vicoli quasi sotterranei una cattedrale sontuosa, tutta con mosaici d’oro splendenti e con opere di Cimabue a fondo nero. Vi si faceva una grande funzione, che vedevo come dall’alto di una loggia. La cattedrale era come scavata sotto la terra, anzi erano due chiese aggregate e inoltre vi era anche un edificio pubblico dove, in quel momento, si ricevevano alte personalità vestite di nero, con maglie aderenti al corpo come per gli acrobati. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, ‘Riposo su una collina’

proSabato: Giovanni Comisso, Riposo su una collina

Mi piaceva una breve spianata tra piccole colline. Asciutta e raramente erbosa, pavimentata da detriti di roccia, aveva per sfondo l’alta parete di un monte vicino, tutta costruita di stratificazioni sovrapposte le une alle altre, contorte e chiazzate di rossastro. Solitaria e tiepida come un sacrato di campagna, non era stata invasa da alcuna costruzione di guerra, né mai v’era caduto alcun colpo di artiglieria. Come fosse stata un mia camera segreta, vi andavo quasi a nascondermi ogni volta la stravaganza dei miei superiori mi faceva subire rimproveri immeritati. Allora veniva che in quel luogo abbandonato mi dimenticavo della mia divisa e della guerra. Quel monte scarnificato dai ghiacciai della preistoria e quell’altra parete costruita forse dal fuoco o forse dal mare, distraevano a osservarli. In seguito m’accorsi che era più bello stare sulla cima d’una delle piccole colline attorno. Colline senz’alberi, tumoli di detriti del monte.
…..Una mattina (l’aria era tutta un giuoco di venti dolci) mi chiamarono d’urgenza al Comando di Divisione. Era il maggiore addetto ai servizi tecnici che voleva parlarmi. Il giorno prima avevo presentato una richiesta di materiale che secondo gli insegnamenti del corso allievi ufficiali, ritenevo necessario agli impianti telefonici della zona, per impedire l’intercettazione. Il maggiore voleva delle spiegazioni. Abituato ai sistemi dozzinali del comandante della mia compagnia, che si trovava in licenza, non volle intendere le mie insistenze e mi stracciò la richiesta. ebbi ancora l’ingenuità di pregarlo che mi facesse avere almeno un po’ di nastro isolante (animandomi con passione, come per una cosa necessaria personalmente a me), allora egli s’alzò e presomi per un braccio, m’accompagnò nella stanza degli scritturali, dicendomi in loro presenza, in diletto lombardo, di andarmene e di non seccarlo più. Ne uscii umiliato nel mio entusiasmo di giovane ufficiale. Nel rifare l strada tra i filari dei meli dove le frutta luccicavano acerbe contro l’ombra degli alti monti, sentii il passo d’uno che mi correva dietro. Era un mio soldato, che saputa ogni cosa dagli scritturali, mi veniva a spiegare, come poco prima stando al centralino, avesse inteso il colonnello del genio del Corpo d’Armata, sfuriare col maggiore per gli eccessivi prelevamenti di materiale. − Mancanza assoluta di comprensione, − gli aveva gridato; e chiuse il telefono senza voler intendere ragione. Capivo, perché ero stato trattato così male, ma già mi consolava l’idea di trovarmi nella mia solitudine tra le piccole colline. Il vento intermittente, tepido e piacevole agli occhi mi accompagnò al solito posto e come mi distesi per terra mi passò con tale tenerezza sul volto da farmi reclinare il capo come su d’un cuscino tra l’erba fresca e piena d’ombre. Allora mi piacque guardare tra i fili d’erba simili ad alberi d’una foresta, intessuti tra loro per resistere al vento; e meglio osservando, scorsi una carovana di formiche, lucide, negre, agili e pulite passare interminabile. Sospettose e vigilanti alcune deviavano ai lati del percorso per fiancheggiare la marcia del grosso della colonna e nell’incontrarsi con altre che provenivano in senso opposto, si fermavano per un breve abboccamento come per comunicarsi le informazioni topografiche necessarie. Pareva difettassero di provvigioni e partissero in esplorazione e conquista verso lontane terre promesse. Il vento mi portò d’improvviso un attacco risoluto di musica suonata al di là dell’Isonzo, ai piedi del Polunik tutto formoso di nuda roccia. Era una banda reggimentale che s’esercitava, chiusa in una baracca. Il monte copriva con al sua ombra tutta la curva del torrente. La musica veniva a sbalzi, sorvolando le acque tremule e il piccolo paese dove le case si alternavano di alti alberi. Suonavano la marcia dell’Aida, ripetendola così comicamente da farmi ridere da solo. Preso da una leggera allegria tolsi dal taschino della giubba una sigaretta e allora m’accorsi che una mosca grossa e grigia stava fissa sulla mia mano intenta a succhiarmi il sangue. Un dispetto immediato mi animò l’altra mano e gliela sbattei addosso rapida come un fulmine. La mosca tramortita cadde sull’erba e chinai il capo per cercarla. Non era morta, era caduta sul percorso delle formiche, subito fattesi sopra per stringerla avide e feroci alle ali e alle zampe. Dopo alcuni morsi già la portavano via, prima in tre o quattro, poi come misurato il peso, in du soltanto. «Come ogni avvenimento si coordina!» mi venne da dire, e accesi la sigaretta.  (altro…)