Giovanni Chiappisi

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitoli VI e VII (post di Natàlia Castaldi)

CAPITOLO 6

la sposa e le damigelle – foto reperita in rete

Nelle tre settimane che precedettero il matrimonio, Mimì era intrattabile. Quando usciva da casa, a chi gli diceva buongiorno non rispondeva nemmeno col solito mugugno sussurrato tra sé e sé. Stava dalla mattina alla sera nella zona dei ricchi, sempre a caccia di culi rigonfi di soldi. Femmine, in quel periodo, poche e niente. Non che mancasse la merce, solo che questa attesa del matrimonio gli andava per traverso e non gli veniva piu’ alcuna voglia di fottere dietro i portoni con le sconosciute. Saruzza gli aveva fatto la fattura. Quando vedeva qualche femmina che portava in giro il petto manco fosse la bara di Santa Rosalia in processione, non diceva nulla. E soprattutto non sentiva niente: niente odore sulla pelle, niente torcimenti di viscere. E così badava solo ai culi a forma di portafoglio.

Il lavoro procedeva spedito e senza intoppi. A parte qualche lieve incidente di percorso. Come quella volta, per esempio, che trovò dentro un portafogli i soldi giusti giusti che servivano alla preda per pagare una cambiale. Si può mai rubare ad un povero cristo? Mimì si fece questa domanda per la prima volta e subito si disse che no, non si poteva fare. Così cominciò a seguire il derubato. Doveva trovare l’attimo giusto per restituire il maltolto, ma senza perdere la faccia. L’occasione gliela diede un ubriaco in bicicletta che guidava a sghimbescio, proprio come lui faceva a piedi lungo il Vicolo Platone. Fu un attimo. Mimì aspettò che il ciclista gli venisse a tiro, quindi -con precisa scelta dei tempi- spinse il malcapitato che si ritrovò lungo lungo per terra, con la testa sotto il manubrio e col resto del corpo sotto quel bestione che spandeva un insopportabile tanfo di vino. Mimì si mise la faccia del benefattore, spostò il ciclista che non aveva capito nulla e aiutò il malcapitato a rialzarsi. E mentre, premuroso come non era mai stato con nessuno, gli spolverava la giacchetta, fece per una volta l’operazione inversa.

La perdita del bottino non gli procurò nessun rimorso. Anzi, quel giorno Mimì ritrovò il suo buonumore. “Minchia -pensò- e dire che con quella giacchetta e con quel passo nobile che aveva, sembrava proprio un signore. E invece era uno sfardato come a mìa. Anzi -si corresse- peggio di mìa”. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitoli IV e V (post di Natàlia Castaldi)

CAPITOLO 4

U stagnataru

Mimì si svegliò, come sempre, col casino che faceva il Vicolo Platone quando si aprivano le putìe: le cassette di frutta prese allo scaro che dovevano essere messe a piramide sui marciapiedi e Ninetta la strudusa, mai contenta di niente, che cazziava quel povero disgraziato di Fifì, suo marito. “Megghiu travagliare che stare a casa con quell’arpia di mia moglie”, urlava con quotidiana soddisfazione don Nenè De Caro, muratore piu’ per necessità familiare (allontanarsi dalla moglie) che per pititto. E poi il passaggio dei marocchini che uscivano dal quartiere per raggiungere gli incroci dove avrebbero provato a pulire i vetri delle macchine: quelli sporchi e quelli puliti.

 Una lavata di faccia come quella dei gatti, una pettinata fatta con le dita, indosso la prima camicia che trovava, il solito pantalone sfardato ma con le sacchiette capienti, una controllata a lamette e coltellini e via. Dal quel momento, in strada, c’era anche Mimì.

Sguardo basso, gambe strascicate, Mimì saliva per tutto il Vicolo Platone rispondendo a chi gli dava il buon giorno con un mugugno. Alla fine della salita, girava a destra e s’infilava nello stradone che l’avrebbe portato lì dove c’erano i culi a forma di portafoglio. Non era zona sua, quella, e così alzava le corna e rilassava i muscoli della faccia. Doveva sembrare uno qualunque. Se avesse potuto, si sarebbe mimetizzato coi muri, coi marciapiedi, coi semafori. Un occhio ai culi, uno alle donne. Meglio se giovani. Ogni tanto sentiva su di sè lo sguardo di qualche femmina. Lui rispondeva ai segnali solo se l’odore della signora (o della signorina) gli piaceva. Se con la pelle non sentiva nulla, andava avanti in cerca di culi preziosi e quando ne individuava uno, Mimì si trasformava. Si avvicinava alla preda senza farsene accorgere, manco fosse invisibile; lui, non la preda che, invece, piu’ era voluminosa e piu’ era appetibile. Poi la seguiva e, quando quella rallentava, magari per l’eccessivo traffico pedonale, entrava in azione: un taglietto nella parte inferiore della tasca posteriore dei pantaloni e dopo qualche secondo che poteva diventare anche qualche minuto (dipendeva da come la preda muoveva il culo) il portafogli cascava a terra. A quel punto Mimì non faceva altro che calarsi e prenderlo così come fanno gli scoiattoli quando aspettano che le noci cadano dagli alberi. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitolo III (post di Natàlia Castaldi)

CAPITOLO 3

Festival del fiore – Palermo 11/06/1950 – carro di salvatore Equizzi

L’odore di quel maschio fece ritrovare a Saruzza la capacità di ragionare. Togliere la testa dalle mani e mostrarla, manco a parlarne. Dire qualcosa, meno che mai. Di Mimì sapeva solo che era un animale a sangue freddo: rideva solo se era lui a decidere di farlo e se gliene veniva qualcosa in conto. Idem quando si incazzava. Sembrava indifferente a tutto e invece non gli sfuggiva nulla di ciò che lo circondava. Come tutti gli animali da preda, era curioso come quelle galline spinnate che infilano il becco ovunque muovendo il collo a scatti. Solo che lui, Mimì, non muoveva un muscolo.

Ad un certo punto Saruzza smise di piangere e il suo petto di sobbalzare. Per un po’ non fece niente. Poi, all’improvviso, scoppiò a ridere e il suo petto ripigliò a fare su e giu’. Poi di nuovo niente. Quindi di nuovo a singhiozzare. Pausa. Risata. E così per tutto un tempo che a Saruzza parve tanto e a Mimì niente. Anche perchè a Mimì, in quel momento, del tempo non gliene fregava nulla: aveva alzato le corna per cercare di capire cosa stesse succedendo accanto a lui. “Picchì tutte queste risate?”. “E picchì stu’ chiantu?”. La curiosità gli stava mangiando il cervello e le viscere. Ad un certo punto anche Mimì fece i suoi conti e decise di affrontare la situazione andandoci di lato. “Quannu finisce sta camurrìa?”, chiese facendo in modo che il tono della sua voce fosse sgradevole.

Saruzza fu pigliata alla sprovvista. Per accanzare tempo, allungò la durata della pausa tra la chianciuta e la risata. “E cu’ ti dissi di assittariti accanto a mìa?”, fu la sua soluzione. Già, chi glielo disse a Mimì di mettersi lungo lungo a tavolone accanto a Saruzza? “Amunì, andiamoci a fare un bicchiere di vino”, fece lui alzandosi come se quella fimminedda gli avesse già detto sì. Saruzza non ebbe nulla in contrario. Spostò la testa dalle mani, lo guardò, gli regalò uno di quei sorrisi che da soli valevano una rendita e lo seguì. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitolo II (post di natàlia castaldi)

CAPITOLO 2

Palermo anni 50 – carro di Salvatore Equizzi

In un anno di sabati passati al mercato mano manuzza a zu’ Turiddu, di matite colorate, Saruzza ne aveva messo da parte assai. E di notte, quando non la vedeva nessuno, imparò a distinguere i colori, a fare le linee dritte, a disegnare tutto quel che le passava per la testa e senza nemmeno consumare troppa carta. Scoprì che c’è il bianco e c’è il nero, ma scoprì anche che tra questi due colori c’è un’infinita tonalità di grigi. Bastava disegnare coi grigi per poter dire che quella linea era più vicina al nero piuttosto che al bianco. E viceversa. A seconda dell’umore o della convenienza.

Mamma Concettina le diede le altre basi: «’un caminare sempre c’a testa tisa, ma mettila di lato, accussì a uno ci pare che dici sì e a ’nnautru ci pare che dici no». Saruzza ascoltava e imparava a diventare grigia, nel senso che pensava una cosa e ne diceva un’altra e quello che diceva si prestava a mille interpretazioni. Il sì e il no, nella sua bocca, diventavano «eh» e «nonsi»: opinabili anche loro.

Saruzza, che cresceva e tra «eh», «nonsi» e testa abbuccata di lato, osservava, assorbiva e metabolizzava tutto. Cominciò a prendere coscienza che a volte conveniva camminare con la testa dritta e guardare gli altri negli occhi. E imparò che il sabato mattina conveniva conzarsi meglio, perché più bella appariva, più caramelle, gomme da masticare e matite riceveva in regalo. Anzi, ogni tanto capitava che dopo qualche complimento accompagnato da una carezza, in regalo riceveva pure un pugno di monetine. Zu Turiddu guardava e assentiva, orgoglioso di quella nipote che a soli dieci anni faceva alzare gli occhi anche a coloro che erano abituati a tenere basse altre cose. E che, sebbene universalmente riconosciuti come spilorci, diventavano moderatamente generosi quando avevano fatto l’onore di essere guardati negli occhi da quella picciridda; scucivano di più, invece, quando era loro permesso di allungare una mano. (altro…)

[Blogromanzo] – Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese – di Giovanni Chiappisi – Capitolo I (post di Natàlia Castaldi)

Poetarum Silva è lieta di presentavi “Mimì, l’uomo che voleva diventare borghese“, romanzo di Giovanni Chiappisi, che verrà pubblicato in capitoli con 2 uscite per settimana. Al termine dei capitoli, sarà nostra cura editare l’intero romanzo in forma di e-book scaricabile dal nostro sito.

[Un ringraziamento da parte della redazione va a M.G. Galatà per averci introdotto questo valido autore siciliano]

buona lettura

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CAPITOLO 1 

Palermo, foto anni ’50 – carro caratteristico di Salvatore Equizzi

«Vogghiu moriri appresso a tìa». L’urlo di Saruzza rintronò selvaggio e inaspettato nella chiesa di San Giacomo. Non era previsto quel sonoro diversivo nel bel mezzo del funerale di don Mimì, un uomo che il destino fece morire di subito a dispetto di una vita fatta di rinvii.

Saruzza Bellavia, da un giorno vedova Lo Bianco, era una donna minuta e nello stesso tempo piacente. A qualcuno sembrava magari un po’ tozza, ma non a Mimì che su di lei mise un’opzione in tempi insospettabili: lui aveva vent’anni e nel campare alla giornata era già un professionista; lei appena dodici, ma per acume, esperienza e fattezze ne dimostrava molti di più. Quattro anni dopo, complice la fuitina resa obbligatoria dalle scarse sostanze disponibili per corredo e ricevimento, disse sì davanti a don Pino Scannaserpe, lo stesso prete che poi fu chiamato a benedire la bara della buonanima, a consolare la vedova e ad accarezzare la testa dei figli della suddetta. Il giorno delle esequie, don Pino faceva su e giù con la testa, come a dire sì-sì, no-no, a chi l’interrogava con gli occhi sulla vera essenza di don Mimì: era questi un buonuomo che il destino tolse anzitempo ai piaceri della terra e ai doveri dello spirito, oppure un malacarne il quale, dietro la sua aria paciosa, era l’incubo di chi aveva qualcosa in tasca e magari anche delle ragazzine che da lui si sentivano (o erano) insidiate? Il parrino continuava a dire con la testa sì-sì, no-no, chi lo sa? (altro…)

Il ritorno nell’utero – racconto di Giovanni Chiappisi

 

@Giusy Calia

Quando capì che la sua ora stava per arrivare, per prima cosa esorcizzò la paura dell’ignoto facendo un po’ di conti. I medici gli avevano dato due mesi di vita, al massimo tre.

Giorgio, 60 anni ancora da compiere, aprì un cassetto e tirò fuori un’agenda, una di quelle in finta pelle che regalano per Natale. La aprì e la sfogliò fino ad arrivare alla data di quel giorno, domenica 30 maggio, che sottolineò col pennarello rosso. “Se i medici hanno ragione – pensò – al massimo arrivo a Ferragosto. Togliendo gli ultimi dieci giorni in cui le mie condizioni non mi permetteranno altro che di respirare e pensare, con un po’ di ottimismo organizziamoci fino al 31 di luglio”.

Lasciò l’agenda aperta sul tavolo, si alzò e prese dal frigo una bottiglia di vino bianco, un Chiarandà del 2008 che aveva messo da parte per le grandi occasioni. Lo aprì, annusò il tappo e lascio che il vino decantasse per qualche minuto. Poi prese un bicchiere di quelli buoni e lo riempì. Guardò il vino controluce e ne apprezzò il colore, poi cominciò a sorseggiarlo piano piano.

Il sole stava tramontando e lui accese la lampada da tavolo. Davanti, aperta, la sua agenda. E cominciò a scrivere:

1) Non far sapere niente a nessuno e, se qualcuno intuisce, smentire, smentire, smentire
2) Andare a trovare i figli con una scusa qualunque: nemmeno loro devono sapere, altrimenti cominciano a preoccuparsi (forse) e ad essere asfissianti (sicuramente)
3) Uscire ogni sera, con o senza amici, e girare per tutti i pub della città. Vedere i giovani vivere fa bene alla salute e allunga la vita
4) Evitare di incontrare persone con le quali avresti voluto vivere assieme per i prossimi vent’anni: farlo vorrebbe dire provare rabbia e delusione. E poi non sarebbe nemmeno un bel regalo per quelle persone. Quindi EVITARE
5) Rifiutare ogni ulteriore terapia. Che i medici imparassero con altre cavie
6) Studiare un viaggio per la Norvegia del nord e bearsi nel sole di mezzanotte
7) Sottoscrivere una nuova polizza di assicurazione per la barca
8) Guardarsi spesso allo specchio e sorridersi

L’indomani, di buon mattino, andò in azienda. Salutò il portiere che, come sempre, era intento a tentare di risolvere un solitario e salì al terzo piano, in amministrazione. Al capo del personale, attempato playboy in piena attività, disse che aveva incontrato una donna e che gli serviva urgentemente un mese di aspettativa e un mese di ferie. Quello fece un po’ di resistenza, ma alla fine cedette. “A partire da quando?”. “Da subito”. (altro…)