Giovanni Catalano

La funzione narrativa nell’era della serialità

“If we wish to know about a man, we ask what is his story, his real, inmost story? – for each of us is a biography, a story. Each of us is a singular narrative, which is constructed, continually, unconsciously, by, through, and in us – through our perceptions, our feelings, our thoughts, our actions; and, not least, our discourse, our spoken narrations. Biologically, physiologically, we are not so different from each other; historically, as narratives we are each of us unique” (Oliver Sachs).

The Wire. Mad men. Breaking Bad. Bastano pochi nomi a ricordare i livelli raggiunti in questi ultimi anni da alcune tra le migliori serie TV americane, tanto da poter affermare che oggi questo genere ha quasi del tutto sostituito il cinema tradizionale nella sua funzione narrativa. Non è soltanto il cinema ma sono anche le altre forme di intrattenimento letterario più vicine al dramma o al romanzo ottocentesco che, al di là della peculiarità del mezzo, si prestano ad un confronto più profondo con queste nuove forme di intrattenimento che in quanto a scelta dei contenuti e risorse espressive non possono passare inosservati. Non solo la forma narrativa dei drama series, quando supportata da un’eccellenza tecnica e stilistica, può porsi in rapporto di discendenza diretta con i più riusciti romanzi di appendice, dal feuilleton di Balzac ai capolavori di Dostoevskij, ma raggiunge vette talmente alte da far riflettere sulla assoluta inattualità di altre opere che ancora seguono la forma classica della “novella” tradizionale. Così se il cinema non è in grado di dare respiro ad intrecci di storie che non possono essere riassunti nelle poche ore in cui deve chiudersi un film, le serie TV possono sfruttare a loro vantaggio il fattore tempo sia per caratterizzare in modo più accurato i personaggi e seguirli nei loro sviluppi che per creare fidelizzazione nello spettatore. Il fattore tempo è fondamentale. Non solo la cadenza regolare fa si che il trascorrere del tempo televisivo venga percepito dallo spettatore come parallelo al tempo reale, ma l’intera serie segue dinamiche iterative in cui la narrazione tra episodio e episodio si costruisce progressivamente in un intreccio coerente tra sotto-trama verticale e trama orizzontale. L’infinitezza narrativa a cui tende il racconto si distende su di una sequenzialità di testi ordinati in un modo più complesso e strutturato di quello con cui procedono i capitoli di un romanzo tradizionale e ricorda gli episodi più felici della letteratura postmoderna. Qui in Italia basti pensare a come in alcune opere di Calvino la struttura narrativa ricalchi il gioco ad incastri de “Le mille e una notte” e segua dinamiche proprie del teatro nel teatro (da Boccaccio a Pirandello passando per Shakespeare). Già nel saggio “L’innovazione nel seriale” del 1985, Umberto Eco analizzava i meccanismi che regolano il piacere della serialità e scriveva che “la presenza massiccia della serialità nei mass media oggi (e si pensi per esempio a generi come la soap opera, la situation comedy o la saga in tv) ci obbliga a ripensare con una certa attenzione all’intero problema”. Come per le favole della buonanotte, la serialità soddisfa il bisogno di riconnettersi ad una idea collettiva di realtà in uno schema comunicativo che rimanda ad un bisogno antropologico, se così possiamo dire, un bisogno di ritualità che anche l’industria editoriale ha a volte cercato di cavalcare anche se con esiti contraddittori. Non c’è da stupirsi quindi se il successo delle serie televisive, dopo gli sceneggiati degli anni 30, si riaffermi in un contesto socioeconomico di particolare incertezza in cui il prodotto culturale può essere percepito dal pubblico come segretamente rassicurante, evoluzione di un’idea di arte che altrove era invece intesa più tragicamente come interruzione continua, sospensione dalla realtà, frustrazione di un’attesa che mai si compie (da Beckett a Ionesco, da Kafka a Buzzati). Una poetica che si fa estetica e che nella propria forma trova il principio dinamico dell’azione. Basti pensare al successo di altre forme di intrattenimento seriali come le rubriche sui blog o i podcast. Ma anche per quello che Eco definisce un “lettore critico di secondo livello”, diventa estremamente più interessante una fruizione seriale, per brevi episodi autoconclusivi che man mano compongono un quadro più ampio nel momento in cui la metanarrazione sfida il lettore ad una continua gara di attenzioni e attese, lo coinvolge attivamente in una caccia al tesoro, una quête che pone al centro del movimento narrativo  le relazioni che nella mente dell’autore (o sempre più spesso degli autori) conducono ad un’opera compiuta e, allo stesso tempo, in fieri. Da questo punto di vista, le serie televisive sembrano rispondere all’esigenza di spezzare qualsiasi racconto lungo e adattarlo ai nuovi tempi di ascolto, un’esigenza culturale che sottende all’esigenza sociale di ordinare l’esperienza caotica del reale in un quadro di continuità e coesione.  E quando il ritmo della scrittura risuona con il ritmo della lettura, l’illusione narrativa, costruita su potenti allusioni ideologiche, si sovrappone per ridondanza all’illusione temporale che segna la nostra vita quotidiana, che scandisce la nostra storia personale.  Come in poesia, le serie televisive inseguono l’invenzione formale ma rispettano sempre le regole del gioco che hanno scelto di giocare. Anzi, il concetto di “genere”, con i suoi vincoli e le sue specificità, diventa proprio l’ostacolo indispensabile alla scrittura, senza il quale la creatività non avrebbe ragione di trovare nuove soluzioni. Perché, come anche avviene per altre espressioni artistiche, le serie codificano e ricodificano continuamente una loro metrica: gli episodi durano un numero stabilito di minuti, si ripetono dopo un numero stabilito di giorni e le stagioni si compongono di un numero stabilito di episodi. E proprio come in poesia è la forma (intesa come sinergia di immagine e musica) che ne rafforza il contenuto (ciò che l’autore ha da dire, e che pertanto può dire o non-dire), è questo tempo specifico della serialità che diventa un elemento narrativo inscindibile dallo spazio del racconto. E questa strategia, questo “metodo del montaggio”, per dirla con le parole di Adorno, qui assume un ruolo fondamentale nella strutturazione della storia e si declina in un modo talmente peculiare da conferire alle serie una vera e propria autonomia di linguaggio. “Abbiamo una situazione fissa e un certo numero di personaggi principali altrettanto fissi, intorno ai quali ruotano dei personaggi secondari che mutano, proprio per dare l’impressione che la storia seguente sia diversa dalla storia precedente”. La serialità diventa così la forma narrativa che più di tutte soddisfa la nuova sensibilità estetica di pubblico e critica. E in questo contesto, le serie televisive diventano un dispositivo semantico estremamente sofisticato perché giocando su più livelli di lettura appagano lo spettatore sia attraverso il puro amusement che è generato dalla ricorrenza dei personaggi, dai più o meno scoperti meccanismi di previsioni e attese, che attraverso le variazioni sul tema e i riferimenti metatestuali più sottili e ricercati. E d’altro canto l’apparente riaffermazione del realismo (basti pensare al sottogenere del period drama) sottolineerebbe “un ritorno del continuum, di ciò che è ciclico, periodico, regolare”. Gli scrittori, gli americani soprattutto, sono sempre più consapevoli di questa tendenza culturale e si stanno progressivamente avvicinando al mondo televisivo senza pregiudizi e falsi idealismi, sia per trovare nuova ispirazione e nuove opportunità di contaminazione dei generi che per collaborare attivamente con gli sceneggiatori. Si è parlato in questi ultimi mesi di un adattamento televisivo del romanzo culto “Le Correzioni” di Jonathan Franzen, bloccato per il momento perché pare che il pilota non sia piaciuto alla HBO. Non sappiamo se alla fine, quando andrà in onda, sarà più o meno efficace del libro, sempre nei termini di una funzione narrativa che è soltanto una delle molteplici funzioni della scrittura. “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie” diceva von Hofmannsthal. E certo, gli autori di una serie televisiva possono oggi contare su di una pluralità di innovazioni stilistiche, una ricchezza di allusioni e rimandi intertestuali che raggiungono una complessità sorprendente, una complessità che tiene alto il livello di attenzione del pubblico senza che la sperimentazione infici la leggibilità, la godibilità del racconto. E questo sfidando il sospetto che da sempre accompagna il puro piacere di ascoltare una storia, un sentimento erede di una cultura orale per cui la lettura si identifica con l’ascolto. Per dirla con Eco, “il problema è che non c’è da un lato una estetica dell’arte “alta” (originale e non seriale) e dall’altro una pura sociologia del seriale. V’è piuttosto una estetica delle forme seriali, che non deve andare disgiunta da una sensibilità storica e antropologica per le forme diverse che in tempi e in paesi diversi assume la dialettica tra ripetitività e innovazione”.

June Jordan – Poem in Memory of Alan Schindler, 22 Years Old

Poesia in memoria di Alan Schindler, 22 anni

Se non dal tatuaggio
come potrei riconoscere
mio figlio
per come quel mostro
gli ha fracassato
il cranio
per come quel mostro
gli ha prima rotto
e poi ridotto in polvere la mascella
per come quel mostro
ha spaccato a calci
le costole del mio unico figlio/
se non fosse per quel tatuaggio
come potrei riconoscere
il mio ragazzo
Il mio bambinone partito militare
in Marina

L’ho sepolto
mio figlio
lui che è vissuto ed è morto amando
altri uomini
l’ho appena sepolto
sotto la terra che non ammette
distinzioni
a parte il tatuaggio
la personale bandiera
di un corpo onesto
e così coraggioso
eppure niente di particolare
che continua a respirare
quando il mondo ti vuole morto
così coraggioso
eppure niente di particolare
come una parata che ogni giorno sfila
su un campo minato
così coraggioso
eppure niente di particolare
come tutto questo
a parte
grazie a Dio
a parte quel tatuaggio

Poem in Memory of Alan Schindler, 22 Years Old

Except for the tattoo
how could I recognize
my son
what with the way that monster
crushed
his skull
what with the way that monster
broke
then pulverized his jaw
what with the way that monster
kicked apart
the rib cage of my only son/
except for the tattoo
how could I recognize
my boy
my manchild grown into a sailor
for the Navy

I have buried him
my son
who lived and died loving
other men
I have buried him now
beneath the earth that allows for no
distinctions among men
except for the tattoo
that personal flag
of an honest body
as courageous
as ordinary
as continuing to breathe
when the world demands your death
as courageous
as ordinary
as an everyday parade
across mined territory
as courageous
as ordinary
as all of that
except
Thank God!
except for the tattoo

June Jordan è nata a New York nel 1936. Di poesia ha pubblicato Kissing God Goodbye: Poems, 1991-1997 (Anchor Books, 1997), Haruko/Love Poems (1994), Naming Our Destiny: New and Selected Poems (1989), Living Room (1985), Passion (1980), e Things That I Do in the Dark (1977).

Mark Doty – At the Gym

In palestra

Questa macchia di sale
segna il punto in cui gli uomini
poggiano la testa,
il dorso sulla panca,

e non sollevano qualcosa
di necessario
ma un peso che stavolta
hanno scelto: più ripetizioni,

più peso, la spinta verso l’alto
che lascia, complessivamente,
la traccia di dove siamo stati:
come impressa sul sudario, in negativo,

stampata sul vinile
su cui spingiamo qualcosa
di irremovibile verso il cielo,
guadagnando un certo potere

almeno sulla carne,
che pungola di desiderio
e terrorizza con la sua fragilità.
E chi può dire chi

sia stato ad aggiungere questo calore al bagliore
del nostro intento, qui dove
ci facciamo artefici di noi stessi:
qualcosa di difficile

da sollevare, distendendo o piegando le braccia,
potere sulla bellezza,
potere su potere.
Anche se c’è qualcosa di più

sensibile, sotto la nostra vanità,
la volontà di diventare oggetti
del desiderio: sudiamo sul telo
il segno della nostra presenza.

Come un alone
lasciato dai vivi.

At the Gym

This salt-stain spot
marks the place where men
lay down their heads,
back to the bench,

and hoist nothing
that need be lifted
but some burden they’ve chosen
this time: more reps,

more weight, the upward shove
of it leaving, collectively,
this sign of where we’ve been:
shroud-stain, negative

flashed onto the vinyl
where we push something
unyielding skyward,
gaining some power

at least over flesh,
which goads with desire,
and terrifies with frailty.
Who could say who’s

added his heat to the nimbus
of our intent, here where
we make ourselves:
something difficult

lifted, pressed or curled,
Power over beauty,
power over power!
Though there’s something more

tender, beneath our vanity,
our will to become objects
of desire: we sweat the mark
of our presence onto the cloth.

Here is some halo
the living made together.

Mark Doty è nato nel 1953 e vive a New York. Di recente ha pubblicato Fire to Fire: New and Selected Poems (HarperCollins, 2008) che ha vinto il National Book Award, School of the Arts (2005), Source (2002) e Sweet Machine (1998). Tra le altre raccolte ricordiamo Atlantis (1995), che ha vinto l’Ambassador Book Award, il Bingham Poetry Prize e il Lambda Literary Award, My Alexandria (1993) che ha vinto il National Book Critics Circle Award e il Britain’s T. S. Eliot Prize, Bethlehem in Broad Daylight (1991) e Turtle, Swan (1987).

Giovanni Catalano – Non vedo l’ora di farla finita

Non vedo l’ora di farla finita
e con tutte le forze arrendermi
invece di dire sempre le stesse cose
senza mai ripetermi
e smettere e ricominciare
a leggere le antologie
dei nati negli anni
in cui finivano d’essere stampati i libri
sui quali abbiamo studiato
quando tutto poteva succedere – ma tutto
avrebbe potuto e quasi tutto
credimi potrà succedere
di nuovo – in tutti i sensi,
perché anche il nuovo stanca e poi cosa vuoi
che cambi da un giorno all’altro,
la vita continua come può
sempre più a lungo, dicono
visto che durano di più le malattie
che siano complicazioni
respiratorie o rischi cardiovascolari
o le altre distrazioni dai veri problemi
che non si risolvono certo
con le targhe alterne
o con la raccolta differenziata
che ti dirò io non ci ho mai creduto
e anche l’altra sera prima di salutarci
dimentico sempre i nomi
ma ne parlavamo con ispirazione,
amiamo una certa scrittura che è diversa
se praticata con disciplina ed emozione
e non per una presunta polisemia
o per una discutibile economia grafica
che la vorrebbe più sintetica
della sua invenzione
insieme alla qualità e all’originalità
delle immagini e delle storie
e della psicologia che sta dietro
all’uso di altre tecniche
che tengono alto il livello di attenzione
così che ad ogni tiro di guinzaglio
il lettore che è a sua volta un potenziale scrittore
s’illuda di poter decidere se andare
a capo o temporeggiare accanto a una ruota
o una catena legata a un palo della luce, questo
è un discorso di fiducia reciproca, di rispetto
per un certo territorio, questo è un altro
aspetto da tenere in considerazione
e, si, poi anche questa riscoperta dei dialetti,
come se già l’italiano non fosse una lingua
sufficientemente periferica e senza seguito,
senza ironia c’è già abbastanza
carne al fuoco e tanto fumo negli occhi
e comunque, come se non bastasse
la presunzione con cui – mi ci metto
anch’io – cerchiamo le differenze
tra buona prosa e cattiva poesia
e pensiamo di trovarla nelle figure
di suono, in un certo pattern
ritmico a servizio di uno sviluppo
logico-estetico, è ancora troppo facile,
con tutti questi spazi e tutte queste voci
che si accavallano e solo smettono
quando vogliono
senza mai mettere un punto
come se non ci fosse nient’altro
da fare al mondo
che fissare un punto,
perché di questo si tratta,
di un punto lontano a piacere,
in cui tutto finalmente si ferma
e riparte più veloce di prima,
come se fosse il punto esatto
in cui le parallele non si toccano e non quello
in cui subito prima pensiamo
che non si toccheranno mai e poi
mai, lo so
ti ci metti anche tu
ma cosa vuoi
che ti dica
se ho ripreso a fumare
ma di meno
che tanto non c’è niente
in questo mondo, in questo
momento non c’è più
niente di meglio
che smettere e ricominciare
con tutte le forze
e con tutte le forze
smettere e ricominciare.

Giovanni Catalano – La fine della Grecia

Faremo la fine della Grecia
mi chiedi – come se finora
fossimo stati tutti uguali
e chi più chi meno avessimo vissuto
al di sopra delle nostre possibilità.

Non lo sappiamo, speriamo di no.
Ma è tardi e non ho voglia
di perdere tempo
e allora saluto il parcheggiatore
abusivo che da mesi, anni forse
vive con tutta la famiglia,
la moglie, quattro o cinque bambini,
in una vecchia Punto
senza ruote,
piena di stracci e coi giornali
ai finestrini, davanti
l’Esselunga di via Lorenteggio.

Somiglia a un ciclope
o a un pirata del Mar dei Caraibi
e come padre e marito
fa ugualmente paura.
Aspetta la risacca
di chi esce da un ufficio
o ha appena fatto la spesa.
Veloci come granchi
sotto la sabbia, come vermi
sulla carcassa.

Alla fine sono sicuro
che ricomincerà a piovere.
E anche per questo
non vedo l’ora di andarmene
come se un naufrago stanco delle isole
invece di cercare i sandali
si rimettesse per mare.
Se non è questo, cos’è
un tradimento?

Come se – finito tutto
il lavoro – la sera
tornassimo a casa e bussassimo
alla nostra stessa porta
per fare a gara
a chi è più straniero
dell’altro.
Come se questo
desiderio di cuscini
e di lenzuola
assicurasse la pace
o restituisse qualcosa.

Ma anche il frigorifero
è uno specchio.
La fine è scritta dappertutto:
sul tappo delle bottiglie o sul fondo
delle lattine. C’è
anche chi – quando ancora ricorda
gli ultimi sogni del mattino – alla fine ci crede
più fortunati degli altri.
Io quando penso all’inferno
ho in mente un telefono
che incessante, estenuante
non squilla.

E c’è chi si inventa nuovi lavori
per far passare il tempo.
Pezzi di ricambio, soprattutto
piccole riparazioni.
Un classico.

Ma i tempi sono cambiati,
i tempi cambiano – adesso
chi guarda più le vecchie
sveglie o gli orologi da polso?
Basta un telefono
che niente può più avere
una sola funzione.

Tanto più che alla fine
si fermeranno gli orologi,
non punteremo più le sveglie
ma ci alzeremo solo quando
da più lontano ci chiameranno
e per la seconda, la terza volta
con una voce così lunga
che non la potremo dimenticare
né tanto meno ricordare.

E forse alla fine anch’io
che – lo sai – non so aspettare
non potrò fare altro che ascoltare
da più lontano, più forte
finché – lo so – mi chiamerai
almeno un’altra volta
perché è il tuo telefono
lo strumento
con cui si misura
il tempo.

Stephen Dobyns – Missed Chances

Missed Chances

In the city of missed chances, the streetlights
always flicker, the second hand clothing shops
stay open all night and used furniture stores
employ famous greeters. This is where you
are sent after that moment of hesitation.
You were too slow to act, too afraid to jump,
too shy or uncertain to speak up. Do you recall
the moment? Your finger was raised, your mouth
open, and then, strangely, silence. Now you walk
past men and women wrapped in the memory
of the speeches they should have uttered-
Over my dead body. Sure, I’d be happy with
ten thousand. If you walk out, don’t come back-
past dogs practicing faster bites, cowboys
with faster draws, where even the cockroach
knows that next time he’ll jump to the left.
You were simply going to say, Don’t go, or words
to that effect-Don’t go, don’t leave, don’t walk
out of my life. Nothing fancy, nothing to stutter
about. Now you’re shouting it every ten seconds.
In the city of missed chances, it is always just past
sunset and the freeways are jammed with people
driving to homes they regret ever choosing,
where wives or helpmates have burned the dinner,
where the TV’s blown a fuse and even the dog,
tied to a post in the backyard, feels confused,
uncertain, and makes tentative barks at the moon.
How easy to say it-Don’t go, don’t leave, don’t
disappear. Now you’ve said it a million times.
You even stroll over to the Never-Too-Late
Tattoo Parlor and have it burned into the back
of your hand, right after the guy who had
Don’t shoot, Madge, printed big on his forehead.
Then you go town to the park, where you discover
a crowd of losers, your partners in hesitation,
standing nose to nose with the bronze statues
repeating the phrases engraved on their hearts-
Let me kiss you. Don’t hit me. I love you-
while the moon pretends to take it all in.
Let’s get this straight once and for all:
is that a face up there or is it a rabbit, and if
it’s a face, then why does it hold itself back,
why doesn’t it take control and say, Who made
this mess, who’s responsible? But this is no time
for rebellion, you must line up with the others,
then really start to holler, Don’t go, don’t go-
like a hammer sinking chains into concrete,
like doors slamming and locking one after another,
like a heart beats when it’s scared half to death.

 

Le occasioni perdute

Nella città delle occasioni perdute, le luci dei lampioni
hanno un tremolio incessante, le bancarelle di vestiti di seconda mano
rimangono aperte tutta la notte e i negozi di mobili usati
assumono celebrità per accogliere i clienti alla porta. È qui
che ti ritrovi dopo quell’attimo d’esitazione.
Sei stato troppo lento per agire, troppo pauroso per saltare,
troppo timido o insicuro per dire la tua. Ti ricordi
di quell’istante? Hai alzato il dito, aperto
la bocca e poi, che strano, solo silenzio. Adesso cammini
accanto a uomini e donne avvolte dal ricordo
di ciò che avrebbero dovuto dire –
Dovrete passare sul mio cadavere. Certo, mi vanno bene
diecimila. Se te ne vai, non pensare di poter tornare –
accanto a cani che si esercitano a mordere più in fretta, cowboy
che si allenano ad estrarre più in fretta la pistola, persino gli scarafaggi
sanno che la prossima volta metterà il piede a sinistra.
Stavi per dire semplicemente, Non andare, o altre parole
con lo stesso effetto – Non andare, non partire, non uscire
dalla mia vita. Niente di sofisticato, niente per cui
balbettare. E adesso urli quelle stesse parole ogni dieci secondi.
Nella città delle occasioni perdute, il tramonto è sempre
appena passato e le autostrade sono imbottigliate dal traffico
di chi torna verso una casa che rimpiange di non aver mai scelto,
dove le mogli o i compagni hanno bruciato la cena,
dove il fusibile della TV è andato e anche il cane,
legato a un palo nel giardino dietro casa, si sente confuso,
insicuro, ed esitante abbaia alla luna.
Era così facile da dire – Non andare, non partire, non
sparire. Adesso l’avrai già detto un milione di volte.
Passeggi anche davanti allo studio per tatuaggi
“Non è mai troppo tardi” e te lo fai marchiare a fuoco sul dorso
della mano, subito dopo quel tipo che si è fatto scrivere
“non sparare, Madge”, a caratteri cubitali, sulla fronte.
E poi vai verso il parco in centro, dove scopri
una folla di perdenti, tuoi compagni d’esitazione,
testa a testa con le statue di bronzo
a ripetere le frasi incise sui loro cuori –
Lasciati baciare. Non picchiarmi. Ti amo –
mentre la luna fa finta di stare ad ascoltare.
Mettiamolo in chiaro una volta e per tutte:
quello lì è un uomo o è un coniglio, e se
di un uomo si tratta, che cosa allora lo trattiene,
perché non prende il controllo e dice, Chi ha fatto
questo casino, chi è il responsabile? Ma questi non sono tempi
di rivolta, devi metterti in fila come tutti gli altri,
e cominciare a urlare per davvero, Non andare, Non andare –
come un martello che affonda le catene nel cemento,
come tante porte che sbattono e si chiudono una dopo l’altra,
come batte forte il cuore quando è spaventato a morte.

Traduzione di Giovanni Catalano.

Billy Collins – The Next Poem

LA PROSSIMA POESIA

Ogniqualvolta viene sollevata la questione,
i poeti dicono tutti la stessa cosa:
l’unica poesia che ci interessa è la prossima,
la poesia non scritta, la poesia di domani.

È una risposta perfetta
che come per magia ci ridà un briciolo di speranza
e riesce a posare un grammo di modestia
sul piatto più alto della bilancia dell’orgoglio.

Ma il problema è questo:
non appena cominci a scriverla,
la prossima poesia non è più la prossima poesia,
ma solo un’altra poesia che stai scrivendo
e la prossima poesia è diventata
un fungo immaginario che attende
il suo futuro in una foresta oscura d’aghi di pino.

Ed è forse per questo che ho perso interesse
in questa poesia, su dove vuole andare a parare
o come farà a trovare un modo per finire.

Potrebbe perdersi in una fantasticheria,
poi forse passare alla sala d’attesa del medico
in cui la sto annotando su questo taccuino
o, per quel che mi riguarda, tornare alla storia del fungo.

A me importa la prossima poesia,
non questa qui,
che potrebbe anche essere l’ultima per me –

l’ultima arancia del mio bonsai,
un lenzuolo funebre calato sul mio pianoforte a mezza coda,
l’estremo cinguettio del mio canarino,
o, che ne dite di questo?
l’ultimo ombrellone a strisce sulla spiaggia vuota della mia anima.

Traduzione di Giovanni Catalano da The Next Poem di Billy Collins.

Lost in quotation (6) – Last in quotation

Sono sempre felice di poter iniziare una nuova pagina. Il punto, professore, è che se nella tua vita non ci fosse la sofferenza, come faresti a capire quando invece sei felice? Felice rispetto a cosa? Dopo aver guardato un temporale, alla domanda “quante gocce di pioggia hai visto?” la risposta più adatta è “molte”: non che il numero preciso non esista, ma non lo si può conoscere. Furono gli studi universitari e le pratiche religiose a riportarmi lentamente alla vita. Ancora oggi conservo quelle che alcuni considerano le mie strane inclinazioni in fatto di culto. Il tempo e il luogo sono le sole cose di cui ho certezza. Ci chiesero di ricostruire il fatto. Vollero da noi molti dettagli su come avevamo passato le ore tra le dodici, quando ci avevano visti tornare dalla chiesa, e le quattro e trenta del pomeriggio, in cui forzarono la finestra ed entrarono in casa. Se posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo? Certo che posso spiegare perché volevo buttarmi dal tetto di un palazzo.

Ricordo stranamente bene quel pomeriggio. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Anche la mia presenza, in un certo senso, era una menzogna. Esistono molti modi di avere un’infanzia poco felice. Uno di essi consiste nell’essere troppo fortunati. Provò a distinguere un odore dall’altro. Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d’autunno, la nebbia. Avevo la bocca impastata da una specie di polvere grigiastra, quella stessa che copriva il pavimento, spessa un centimetro. I quadri erano stati tolti dalle pareti, i libri dagli scaffali, e i tappeti arrotolati negli angoli. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Non arrabbiarti con la pioggia. È solo che non sa cadere verso l’alto.

Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione. Sono due i pericoli che minacciano l’universo: l’ordine e il disordine. Ora tu hai una scelta. Eppure era uno di quei giorni in cui non succede nulla. Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro. Sapeva già tutto a memoria: eppure, continuava a cercare di fare nuove scoperte. Era, ci dice, un uomo consunto e terroso, grigio d’occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Tutti pensavano che fosse morto. E anche se il vecchio sapesse che lo stanno guardando, non cambierebbe nulla. Nel corso della nostra amicizia, aveva fatto le prove della sua morte. Aveva la sua bottega di ciabattino vicino a un negozio di ferramenta dalla facciata verde e bianca. Si tratta, naturalmente di un mestiere ormai scomparso, così come molti altri mestieri di cui un tempo viveva questo paradiso. Tutti nascono con qualche talento speciale. E lui fa solo copie, bellissime copie, autentiche copie, sembrano talmente vere da sembrare gli originali. Ci rifletto un attimo. Se si vuole fare qualcosa di assolutamente onesto, qualcosa di vero, alla fine si scopre sempre che è una cosa che va fatta da soli. Prima c’è stata quella frase che mi ha attraversato la mente: “La morte è un processo rettilineo.” A quei tempi era sempre festa. In nessun posto si fermava tanta gente come davanti alla bottega. Un cane corre per strada, inseguito da un ragazzo. Una lunga corda li unisce, si impiglia nelle gambe dei passanti. A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito.

Essere completamenti sinceri con se stessi è un esercizio che vale la pena di fare. Il paradiso dev’essere bello ma non sarà troppo noioso? Forse potrei prendere un appartamento lì e poi passare i weekend all’inferno. L’unico modo per far sì che i tuoi sogni si avverino è svegliarti. Quando entrò nell’appartamento, fu investito da un fracasso assordante e da colori abbaglianti. Che cosa faceva in quei momenti? Guardava la parete immaginando la finestra che non c’era. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto, uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto. Non aveva idea di quanto avesse dormito. Chiude gli occhi per proteggersi, un mal di testa fuori del comune. La morte, pure, trovo sia una delusione. Niente archi di nuvole o gallerie di fuoco. Piuttosto, c’è consapevolezza. Il contenuto della tua tazzina si svuota nell’oceano.

Poteva essere una forma di follia. O forse era realmente, come suol dirsi, “ossessionato”. Oppure ancora, benché non pretenda di capire in qual modo, può essersi trattato dello sviluppo di una sorta di sesto senso in un soggetto assai nervoso ed eccitabile, in seguito ad un’intensa sofferenza. Gli abitanti di uno stesso edificio vivono a pochi centimetri di distanza, separati da un semplice tramezzo, e condividono gli stessi spazi ripetuti di piano in piano, fanno gli stessi gesti nello stesso tempo, aprire il rubinetto, tirare la catena dello sciacquone, accendere la luce, preparare la tavola, qualche decina di esistenze simultanee che si ripetono da un piano all’altro, da un edificio all’altro, da una via all’altra. Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato. Sei già stato qui. Sì che ci sei stato. Sicuro. Io non dimentico mai una faccia.

Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Non avrai dimenticato i granchi pescati giù nella caletta, spero. E certo ricordi il grande telescopio che volevi portare ogni sera. Il suo viso gonfio si muove a fatica sul cuscino. Non c’era speranza per lui questa volta: era il terzo attacco. Avrò pur sempre tratto questo vantaggio dalle mie parole, di aver guarito meglio me stesso, e, come la volpe presa in trappola, avrò tagliato il mio piede prigioniero. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini. Un giorno ho intrappolato una vespa dentro a un bicchiere. Per due giorni ha fatto avanti e indietro nel bicchiere, fino al momento in cui si è resa conto che non aveva via di scampo e si è rannicchiata in un cantuccio, immobile, aveva capito che non c’era niente da fare, niente da fare se non aspettare, senza sapere cosa si aspetta. Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto. Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora. Ma ecco, finalmente, le prima case. Ora non ha più fretta, sa di essere vicino al paese e si mette a sedere, lontano dalla strada. Il suo sguardo vaga lungo le pendici dei monti. Scruta quella natura così poco generosa con i suoi abitanti. Qui non c’è di che vivere, – pensa. – I figli, li devono dare via.

F. Almerighi – Qui è Lontano

Qui è Lontano
Flavio Almerighi

Tempo al Libro, 2010
ISBN 978-88-952-9721-7

Spesso la poesia sceglie la forma del diario di bordo. E anche questo nuovo libro di Almerighi sembra inserirsi nel solco di una tradizione che ha da sempre inteso la poesia come espressione di un mondo interiore che è praticabile soltanto attraverso un’esplorazione del mondo esteriore. Così lo scrittore testimonia l’altro da sé per scoprire qualcosa di sé e lo fa anche attraversando altri scrittori e altre scritture, forzando le parole perché aderiscano meglio ad un pensiero provvisorio e parziale, ad un’idea impossibile da spiegare. L’autore si guarda allo specchio del mondo e affida l’espressione di sentimenti contrastanti a quella che potremmo chiamare la “voce degli occhi”. Se, per dirla alla Eliot, “la fine di tutto il nostro esplorare sarà arrivare dove siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta”.

Jamaica Kincaid

collocazione immaginaria altrove
– barbe germogliano continuamente
dentro milioni di maglioni a collo alto,
arie da giocatore incallito in panchina
solitudine da portiere di notte,

estremo in squadre d’attacco,
e il fumo che saltella di bocca
in bocca
senza distinguere l’alto dal basso,
sale e si ammadonna per terra
complice il sole,
digrignante la mia voglia di smettere.

La più precisa definizione di andare

è distruzione, noi non vediamo nulla,
nemmeno gli occhi spalancati ai gatti
sulle strade di un dopo guerra infinito,
allora è continuo schiacciare sassi
e sotto intesi, un dormire improvviso,
quando capita, se capita.

Poiché non sappiamo navigare
le nostre stesse lacrime, ecco arrivare
un sorriso – di convenienza,
circostanze in cui abbandono diventa
fertile terreno d’atterraggio per piani
di volo tuttavia mai partiti.
Accompagnamento è lo spartito
nato dalla cattura di lucciole vere,
brillante un momento solo il vetro
ermeticamente chiuso all’esterno.

Non vanno più via, inutili deviati
relitti di una notte insonne, finita
improvvisa in un bagno di sole,
la chiesa stipata fino alla strada.

(a Roberto Roversi,
1956 – 2008)

Questione immobiliare

Non c’è Palazzo
nelle condizioni in cui ti trovi,
come quando dicevi – scopami
e non potevo fare
tutti quei chilometri
in una notte sola,

lo spazio era tutto
insieme di ragionamenti
andati persi,
perché è d’estetica che riempi il cuore
è tutto sia caldo sia freddo
a seconda del mese.

Non avere cura di me,
nel prenderti l’ingresso
fai sparire i sottoscala
che non sono stati miei.

Non si spiega Max

Maggio è passato appena

giugno è bellissimo,

le balaustre profumano

come accappatoi freschi di ragazze.

Voglio essere un meccanico,

c’è bisogno di gente come me

pronta a costruire navi e treni

e riparare torti, purché

niente si butti – non prima

che sia veramente a posto.

Ora andrò al fiume

senz’altra leggerezza

delle mie poche ossa,

vado a ridere, piangere,

indolenzito a bermi l’esistenza

d’apprendista per sempre,

e nel chiudere gli occhi – riaprirli

vedrò un altro fiume

un altro ancora,

e non si spiega.

Treno in galleria

Quando un treno entra in galleria
i poeti perdono la luna,
i telefoni campo,
cambia la canzone
come tutto suonato prima
mutasse di colpo arrangiamento.

Fu un ceramista
– nella sua lingua
a chiarirmi la bellezza
di leggere versi
e quanto inutile scriverne altri.

Lo stesso treno
sbuca improvviso dal monte,
e il sole uno schiaffo.

Billy Collins – Osso Buco

Osso Buco

I love the sound of the bone against the plate
and the fortress-like look of it
lying before me in a moat of risotto,
the meat soft as the leg of an angel
who has lived a purely airborne existence.
And best of all, the secret marrow,
the invaded privacy of the animal
prized out with a knife and swallowed down
with cold, exhilarating wine.

I am swaying now in the hour after dinner,
a citizen tilted back on his chair,
a creature with a full stomach –
something you don’t hear much about in poetry,
that sanctuary of hunger and deprivation.
You know: the driving rain, the boots by the door,
small birds searching for berries in winter.

But tonight, the lion of contentment
has placed a warm heavy paw on my chest,
and I can only close my eyes and listen
to the drums of woe throbbing in the distance
and the sound of my wife’s laughter
on the telephone in the next room,
the woman who cooked the savory osso buco,
who pointed to show the butcher the ones she wanted.
She who talks to her faraway friend
while I linger here at the table
with a hot, companionable cup of tea,
feeling like one of the friendly natives,
a reliable guide, maybe even the chief’s favorite son.

Somewhere, a man is crawling up a rocky hillside
on bleeding knees and palms, an Irish penitent
carrying the stone of the world in his stomach;
and elsewhere people of all nations stare
at one another across a long, empty table.

But here, the candles give off their warm glow,
the same light that Shakespeare and Izaac Walton wrote by,
the light that lit and shadowed the faces of history.
Only now it plays on the blue plates,
the crumpled napkins, the crossed knife and fork.

In a while, one of us will go up to bed
and the other will follow.
Then we will slip below the surface of the night
into miles of water, drifting down and down
to the dark, soundless bottom
until the weight of dreams pulls us lower still,
below the shale and layered rock,
beneath the strata of hunger and pleasure,
into the broken bones of the earth itself,
into the marrow of the only place we know.

Ossobuco

Adoro il suono che fa l’osso contro il piatto
che come una fortezza
giace sotto di me in un fossato di risotto,
la carne tenera quanto la coscia di un angelo
che ha vissuto un’intera esistenza in volo.
E, soprattutto, il midollo segreto,
l’intimità invasa dell’animale
estratta con un coltello e buttata giù
con un vino fresco e inebriante.

E adesso, dopo cena, dondolo,
un cittadino inclinato all’indietro sulla sedia,
una creatura con uno stomaco pieno –
qualcosa di cui non si sente molto in poesia,
quel santuario di fame e privazioni.
Sai: pioggia battente, stivali alla porta,
piccoli uccelli che in pieno inverno vanno in cerca di bacche.

Ma stasera, il leone dell’appagamento
ha poggiato una zampa calda e pesante sul mio petto
e posso solo chiudere gli occhi e ascoltare
i tamburi del dolore che battono in lontananza
e il suono della risata di mia moglie
al telefono nella stanza accanto,
la donna che ha cucinato quell’appetitoso ossobuco,
che lo ha indicato per dire al macellaio quale voleva.
La donna che parla con la sua amica lontana
mentre io mi attardo a tavola
con un’amichevole tazza di tè caldo,
sentendomi uno di quegli indigeni cordiali,
una guida affidabile, forse persino il figlio preferito del capo.

Da qualche parte, un uomo sta scalando a fatica il fianco di una collina rocciosa,
i palmi e le ginocchia sanguinanti, un penitente irlandese
che trascina la pietra del mondo nel suo stomaco;
e da qualche altra parte i popoli di tutte le nazioni stanno a guardarsi
uno di fronte all’altro, seduti a un lungo tavolo vuoto.

Ma qui, le candele emettono una luce così calda,
la stessa luce alla quale scrivevano Shakespeare e Izaac Walton.
la luce che ha illuminato e fatto ombra sui volti della storia.
Solo che adesso si posa sui piatti azzurri,
i tovaglioli sgualciti, coltello e forchetta incrociati.

Tra poco, uno di noi andrà a letto di sopra
e l’altro lo seguirà.
Allora scivoleremo sotto la superficie della notte
per miglia d’acqua, alla deriva, giù
verso il fondo buio, silenzioso
sino a quando il peso dei sogni ci tirerà ancora più giù,
sotto l’argilla e la roccia stratificata,
sotto gli strati della fame e del piacere,
nelle ossa rotte della terra stessa,
dentro il midollo del solo luogo che conosciamo.

 

 

Traduzione di Giovanni Catalano.

Charles Simić – Paradise Motel

Paradise Motel

Millions were dead; everybody was innocent.
I stayed in my room. The President
Spoke of war as of a magic love potion.
My eyes were opened in astonishment.
In a mirror my face appeared to me
Like a twice-canceled postage stamp.

I lived well, but life was awful.
There were so many soldiers that day,
So many refugees crowding the roads.
Naturally, they all vanished
With a touch of the hand.
History licked the corners of its bloody mouth.

On the pay channel, a man and a woman
Were trading hungry kisses and tearing off
Each other’s clothes while I looked on
With the sound off and the room dark
Except for the screen where the color
Had too much red in it, too much pink.

Motel Paradise

Milioni di morti; tutti innocenti.
Io sono rimasto nella mia camera. Il Presidente
parlava della guerra come di un siero d’amore.
I miei occhi erano aperti per lo stupore.
Il mio volto allo specchio sembrava
un francobollo timbrato due volte.

Ho vissuto bene ma la vita era orribile.
C’erano così tanti soldati quel giorno,
così tanti i profughi che affollavano le strade.
E, naturalmente, sparirono tutti
al tocco di una mano.
La storia si leccava il sangue dagli angoli della bocca.

Sul canale a pagamento, un uomo e una donna
si scambiavano baci voraci e si strappavano
l’uno i vestiti dell’altro mentre io stavo a guardare
senza volume e la camera al buio
a parte lo schermo che aveva un colore
troppo carico di rosso, troppo rosa.

Traduzione di Giovanni Catalano.

Stephen Dobyns – Spider Web/The Invitation


Spider Web

There are stories that unwind themselves as simply
as a ball of string. A man is on a plane between
New York and Denver. He sees his life
as moving along a straight line. Today here,
tomorrow there. The destination is not so
important as the progression itself. During lunch
he talks to the woman seated beside him.
She is from Baltimore, perhaps twenty years older.
It turns out she has had two children killed
by drunk drivers, two incidents fifteen
years apart. At first I wanted to die every day,
she says, now I only want to die now and then.
Again and again, she tries to make her life
move forward in a straight line but it keeps
curving back to those two deaths, curves back
like a fishhook stuck through her gut. I guess
I’m lucky, she says, I have other children left.
The man and woman discuss books, horses; they
talk about different cities; but each conversation
keeps returning to the fact of those deaths,
as if each conversation were a fall from a roof
and those two deaths were the ground itself–
a son and daughter, one five, one fourteen.
The plane lands, they separate. The man goes off
to his various meetings, but for several days
whenever he’s at dinner or sitting around
in the evening, he says to whomever he is with,
You know, I met the saddest woman on the plane.
But he can’t get it right, can’t decide whether
she is sad or brave or what, can’t describe
how the woman herself fought to keep the subject
straight, keep it from bending back to the fact
of the dead children, and then how she would
collapse and weep, then curse herself and
go at it again. After a week or so, the man
completes his work and returns home. Once more
he gathers up the threads of his life.
It’s spring. The man works in his garden,
repairs all that is broken around his house.
He thinks of how a spider makes its web;
how the web is torn by people with brooms,
insects, rapacious birds; how the spider
rebuilds and rebuilds, until the wind
takes the web and breaks it and flicks it
into heaven’s blue and innocent immensity.

La Tela

Ci sono storie che si dipanano facilmente
come un gomitolo. Un uomo è su un volo tra
New York e Denver. Vede la vita
come se si muovesse in linea retta. Oggi qui,
domani là. La destinazione non è tanto
importante quanto la progressione in sé. A pranzo
parla con la donna seduta accanto a lui.
È di Baltimora, forse vent’anni più grande.
Viene fuori che i suoi figli sono stati uccisi
da due autisti ubriachi, due incidenti distinti a quindici
anni di distanza. All’inizio volevo morire ogni giorno,
dice, adesso invece solo ogni tanto.
E ancora una volta, più cerca di far andare avanti
in linea retta la propria vita, più la vita continua
a curvare verso quelle due morti, si curva
come un amo da pesca conficcato nello stomaco. Penso
d’essere fortunata, dice, mi sono rimasti altri figli.
L’uomo e la donna discutono di libri, di cavalli;
parlano di diverse città; ma ogni conversazione
non può far a meno di tornare sull’argomento di quelle due morti,
come se ogni conversazione fosse una caduta da un tetto
e quelle due morti fossero la terra stessa –
un figlio e una figlia, uno cinque, l’altra quattordici anni.
L’aereo atterra, si separano. L’uomo se ne va
alle sue riunioni di lavoro ma per giorni
quando è a cena o sta in giro
la sera, dice sempre a chiunque sia con lui,
sai, ho incontrato la donna più triste dell’aereo.
Ma non ne viene a capo, non sa decidersi se
è triste o coraggiosa o che altro, non riesce a descrivere
come la donna stessa lottasse per restare in tema,
per evitare che si tornasse sull’argomento
dei figli morti, e poi come fosse
scoppiata in lacrime e avesse imprecato contro stessa
e ancora, di nuovo. Dopo una settimana o giù di lì, l’uomo
porta a termine il suo lavoro e torna a casa. Ancora una volta
riprende le fila della sua vita.
È primavera. L’uomo fa dei lavori in giardino,
ripara quel che di rotto trova in giro, davanti casa.
Pensa a come un ragno tesse la sua tela;
come la tela può essere strappata da qualcuno con una scopa,
dagli insetti, dagli uccelli rapaci; a come il ragno
la ricostruisce e ricostruisce, fino a che il vento
non prende la tela e la squarcia e con un colpo la fa volare
nell’immensità azzurra ed innocente del cielo.

The Invitation

There are lives in which nothing goes right.
The would-be suicide takes a bottle of pills
and immediately throws up. He tries
to hang himself but gets his arm caught
in the noose. He tries to throw himself
under a subway but misses the last train.
He walks home. It is raining. He catches a cold
and dies. Once in heaven it is no better.
He mops the marble staircase and accidentally
jams his foot in the pail. All his harp strings
break. His halo slips down over his neck
and nearly chokes him. Why is he here?
demands one of the noble dead, an archbishop
or general, a leader of men: If a loser
like that can enter heaven, then how is it
an honor for us to be here as well –
those of us who are totally deserving?
But the would-be suicide knows none of this.
In the evening, he returns to his little cloud house
and watches the sun set over the planet Earth.
He stares down at the cities filled with people
and thinks how sad it is that they should
rush backwards and forwards as if they had
some great destination when their only
destination is death itself – a place
to be reached by sitting as well as running.
He thinks about his own life with its
betrayals and disappointments. Regret, regret –
how he never made a softball team, how his
favorite shirts always shrank in the wash.
His eyes moisten and he sheds a few tears, but
secretly, because in heaven crying is forbidden.
Still, the tears tumble down through all those layers
of blue sky and strike a salesman rushing
between Point A and Point B. The salesman slips,
staggers, and stops as if slapped in the face.
People on the street think he’s crazy or drunk.
Why am I selling ten thousand ballpoint pens?
he asks himself. Suddenly his only wish is to
dance the tango. He sees how the setting sun
caresses the cold faces of the buildings.
He sees a beautiful woman and desperately wants
to ask her to stroll in the park. Maybe he will
kiss her cheek; maybe she will love him back.
You maniac, she tells him, didn’t you know
I was only waiting for you to ask me?

L’invito

Ci sono vite in cui niente va per il verso giusto.
Il suicida mancato prende un’intera bottiglietta di pillole
e vomita immediatamente. Prova
ad impiccarsi ma rimane appeso alla corda
per un braccio. Prova a lanciarsi
sotto la metro ma perde l’ultimo treno.
Torna a casa a piedi. Piove. Prende un raffreddore
e muore. Una volta in paradiso non va certo meglio.
Lava le scale di marmo e accidentalmente
rimane incastrato con un piede nel secchio. Si spezzano tutte
le corde della sua arpa. L’aureola gli scivola giù per il collo
e per poco non lo soffoca. Perché è qui?
Domanda uno dei morti nobili, un arcivescovo
o un generale, un leader: se un perdente
come questo può andare in paradiso, come può essere
un onore per noi stare qui –
noi che più di lui lo meritiamo?
Ma il suicida mancato non ne sa niente.
La sera, torna nella sua piccola casa sulla nuvola
e guarda il sole che tramonta sul pianeta Terra.
Guarda giù, quelle città piene di persone
e pensa a quanto è triste il loro
andare avanti e indietro di corsa come se avessero
chissà quale meta quando la loro unica meta
è la morte stessa – un posto
che si può raggiungere anche stando comodamente seduti.
Pensa alla sua vita,
i tradimenti e le delusioni. Rimpianto, rimpianto –
a come non ha mai formato una squadra di softball, a come le sue
magliette preferite si restringevano sempre in lavatrice.
Ha gli occhi lucidi e versa qualche lacrima, ma
di nascosto, perché è proibito piangere in paradiso.
E tuttavia le lacrime cadono giù attraverso tutti quegli strati
di cielo azzurro e colpiscono un rappresentante che va di corsa
dal Punto A al Punto B. Il rappresentante scivola,
barcolla e si ferma di colpo come se lo avessero schiaffeggiato.
La gente per strada pensa che sia pazzo o ubriaco.
Perché sto vendendo dieci mila penne a sfera?
Si chiede. Improvvisamente il suo unico desiderio è
ballare il tango. Vede il tramonto
che carezza i freddi volti dei palazzi.
Vede una donna bellissima e vuole disperatamente
chiederle di andare a fare una passeggiata nel parco. Forse
la darà un bacio sulla guancia; forse lei ricambierà il suo amore.
Maniaco, gli dice, non sapevi
che aspettavo solo che me lo chiedessi?

Traduzione di Giovanni Catalano.