giovanni campi

l’irragionevole prova del nove (gc) – continua

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cari sventurati lettori,

dispiacemi per quanti di voi erano in attesa del gran finale, la nona di nove puntate di questo dialogone, e non lo dico gran dialogo ché potrebbe apparire autotributarmene una grandeur che non ha, che non ho,  ma non ci sarà qui di seguito nessun’altra puntata, e la davvero irragionevole ragione di ciò ella è che la ‘provoletta’, – cosí amo definirla tra amici, – verrà incartata a breve in un poco voluminoso volume dalla Smasher Edizioni.

Sette anni sono passati dalla prima stesura, e, –  a parte i sentiti ringraziamenti ad Anna Maria Curci, che con infinite grazia e pazienza ha postate le precedenti puntate, qui su poetarum, e a Giulia Carmen Fasolo, che leggendole ha follemente deciso di editarle in un tutt’uno, e sperando che sia al meno questa volta una “ragionevole follia”,  –  ripeto oggi la dedica che mi si scrisse allora:

“a f.c. e a fiornando questo gran minuto foglio o feuilletton”,

loro, miei compagnisegreti per sempre, sanno perché.

teqnofobico chiocciola @lias gc @lias giovanni campi

l’irragionevole prova del nove (gc) – 8

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l’irragionevole prova del nove – 8

 

Complicatibus: – Qua e là è stato detto. Qua e là è stato già detto, già. Fuori e dentro. Fuori è dentro. Già tutto è stato detto, già.

Simpliciter: – O fuori o dentro. Non può essere insieme dentro e fuori. Non può essere. Proprio non può essere.

Complicatibus: – Non c’è proprio senza improprio. Non c’è proprietà senza improprietà. Non c’è possibilità, se non impossibile.

Simpliciter: – Lei proprio non c’è. Lei è impossibile.

Complicatibus: – Non c’è orizzonte, se non senza orizzonte; non c’è limite, se non senza limite; non c’è attesa, se non senza attesa, o solo e soltanto disattesa: non c’è speranza, se non senza speranza, o solo e soltanto disperante, e disperata.

Simpliciter: – Non Le mancano queste mancanze? Lei è privo di tutto. Lei si priva di tutto. A Lei manca tutto, proprio tutto. Non Le manca tutto? Cosí facendo, non Le resta nulla.

Complicatibus: – Non manca che quel di cui si è privo, o privato, per altro verso, per altro verso segreto; non manca che quel di cui si è privo, o privato, per altro passo, per altro passo segreto; o per altra nota, per altro segreta; o per altro appunto, segreto; o parte, segreta; o figura, o imagine, o storia, per altro segreto, segrete. E non resta del resto di quel che non manca solo quel che manca, solo e soltanto quel che manca, solo e soltanto quel che si manca, solo e soltanto quel che ci manca.

Simpliciter: – A Lei allora che Le manca? Forse non Le manca niente?

Complicatibus: – Forse non manca niente; forse non si manca se non quel che non si è; forse non ci manca che quel che non c’è.

Simpliciter: – Dunque non Le manca niente? Forse Lei ha tutto?

Complicatibus: – Forse, pur avendo tutto, non si ha quel che è tutto: questo è tutto. Si può non essere tutto per qualcuno, né solo e soltanto qualcosa, e dunque mancare, e mancarsi, e mancarci. Forse, però, pur nulla avendo, si può essere qualcosa per qualcuno: per non mancare, per non mancarsi, per non mancarci: per non privare, per non privarsi, per non privarci. O forse non si è, se non niente, e per nessuno.

Simpliciter: – Lei manca di criterio: non c’è criterio nelle Sue parole. Lei non ha criterio.

Complicatibus: – Non c’è criterio, se non senza criterio; non c’è mancanza, se non senza mancanza: non c’è privato, se non senza privato. E non c’è pubblico, se non senza pubblico. Non c’è autore, se  non senza autore. Non c’è esistenza, se non senza esistenza.

Simpliciter: – Ma, Lei, non esiste! proprio non esiste quel che dice: che esistenza è senza esistenza? L’autore: chi è l’autore se non c’è autore? e di che? E cos’è questo pubblico senza pubblico? che vuol dire, ora, questo? E cosa questo privato senza privato? Che vuol dire, ora, quest’altro? Questo pubblico e questo privato; cosa vuol dire, ora, tutto questo? E cosa manca senza mancanze? che  criterio è senza criterio? Lei è privo di senso. Forse Lei non ha altri interessi. Forse Lei non è interessato. Forse Lei non ha altro interesse che non interessarsi di nulla. Lei è disinteressato.

Complicatibus: – Non c’è interesse, se non senza interesse; non c’è senso, se non senza senso.

Simpliciter:  – Lei,  è insensato quel che dice:  Lei è critico, ma senza senso critico. Lei dice senza dire nulla. Lei parla senza parlare, tanto per parlare. Lei parla senza parole. Lei non cerca le parole giuste, Lei non cerca le giuste parole. Lei cosa cerca? Cosa cerca di dire? Lei ha forse un segreto? Lei ha un segreto, forse.

Complicatibus: – Non si cerca, se non quel che non si trova, e questo è forse il segreto. Non c’è segreto se non di quel che è privato, se non di quel che non è pubblico: un privato che non sia segreto sarebbe privato del segreto di esser privato, sarebbe privo del privato esser segreto.

Simpliciter: – Lei mi priva del Suo privato, del Suo segreto. Il pubblico è lí, alla portata di tutti. Il pubblico attende una svolta.

Complicatibus: – Non c’è svolta, se non senza svolte. O forse con tutte le svolte.

Simpliciter: – Lei non svolta. Lei è immobile. Lei non va oltre le solite parole. Lei non passa oltre. Lei non attraversa.

Complicatibus: – Attraverso un verso passare oltre, o ripassando un passo attraversare oltre.

Simpliciter: – Lei non cede, Lei non si decide. Lei dice e disdice. Lei è disdicevole.

Complicatibus: – Forse non si cede, se non concedendosi.

Simpliciter: – Lei non si concede. Lei è incomprensibile. Lei pensa ad altro. Lei, Lei forse pensa ad altro?

Complicatibus: – Forse non c’è cessione senza concessione, forse non c’è comprensione se non senza incomprensione: forse non c’è pensiero se non senza pensare ad altro.

Simpliciter: – Lei, è impensabile il Suo pensiero. Lei non ha conoscenza dell’altro. Lei pensa solamente a sé. Lei non sente quel che Le si dice.

Complicatibus: – Forse non c’è altro. O forse non c’è altro che sentire, e sentirsi: sentire di sentirsi, sentirsi di sentire.

Simpliciter: – Sentiamo allora che altro ha da dire.

Complicatibus: – Dire d’altro, dire d’altro sentire: cedere, e cedersi; concedere, e concedersi; comprendere, e comprendersi.

Simpliciter: – Lei, non si comprende quel che afferma. Lei si nega alla comprensione. Lei non è chiaro. Lei è oscuro.

Complicatibus: – Mente il chiaro un oscuro che non c’è. O viceversa: mente l’oscuro un chiaro che non c’è.

Simpliciter: – Lei non fa chiarezza. Lei s’oscura. Lei, il suo volto è scuro.

Complicatibus: – Di punto in bianco di nero dipinto il volto al sole rivolto, di punto in nero di bianco dipinto il volto alla luna rivolto, per dire tanto per dire una cosa o un’altra: non c’è chiarezza né oscurità, c’è solo e soltanto il mentire un volto rivolto, o capovolto, ecco, capovolto sossopra, per mentire un’altra storia che non si fece storia, che è solo e soltanto memoria. Una eco, che non era ancora sòno, ma solo e soltanto una voce, che diceva e non diceva, che si sentiva e già non si sentiva: già, non si sentiva piú, già.

Simpliciter: – Lei divaga. Lei se ne va, via.

Complicatibus: – Via, non c’è altra via che non avere via, e questa è la via: via, non avere via di scelta è esserci in fine la propria impropria via.

Simpliciter: – Lei non sceglie.

Complicatibus: – Non si può forse scegliere di non scegliere?

Simpliciter: – Che scelta è senza scelta? Non c’è scelta senza scelta.

Complicatibus: – Forse, forse potrebbe darsi una vocazione.

Simpliciter: – Lei, Lei pare non avere nessuna vocazione.

Complicatibus: – Forse. O forse la vocazione non è nient’altro che agire la voce.

Simpliciter: – Lei non agisce, Lei è inattivo. La sua voce non si sente, né alcuna voce Lei sente. Lei non sente nulla. Lei proprio non sente nessuno. Lei non sente.

Complicatibus: – Anzi ché non sentire, anzi ché non sentirsi dire d’altro, dire d’altro ancora, di nuovo: mentire di dire altro di nuovo, ancora; mentire di dirsi altro ancora, di nuovo; mentire di dirci altro di nuovo, ancora.

Simpliciter: – Lei, ora, mente? o finge di mentire? Ora, ora vorrei sentirla. Vorrei sentire la sua voce. Vorrei sentirle dire una parola – solamente una parola, –  vorrei sentirla di nuovo: Lei, la parola.

Complicatibus: – Di nuovo, ancora: ancora, di nuovo. Una parola,  solo e soltanto una parola. O forse nessuna parola: niente, niente di nuovo, niente ancora.

Simpliciter: – Ancora niente. Ancora nessuna parola. O le stesse parole di sempre, la stessa parola di sempre: niente. Niente di nuovo. Niente di nuovo sotto al sole.

Complicatibus: – Forse la luna, forse la luna sossopra, forse la luna sossopra di nuovo, o  forse la luna sossopra di nuovo tutto:  tutto capovolto sossopra. Il sole, capovolto, sossopra alla luna; la luna sossopra, capovolta, al sole. Tutto capovolto sossopra a niente; e niente sossopra capovolto a tutto.

Simpliciter: – Che cos’è questa natura, che appare, che scompare? E cosa questo sole, che appare, che scompare? e cosa questa luna, che appare, che scompare? Di che natura sono? Di quale natura sono? Lei non è naturale. Lei è innaturale. Che cosa sono queste parole? Cosa è questa parola?

Complicatibus: – Queste parole sono quelle parole, questa parola è quella parola: una parola è la parola, un’altra parola è la stessa parola, uguale e diversa, capovolta sossopra. È la parola che contiene tutte le parole, e nessuna; e tutte le definizioni, e nessuna.

Simpliciter: – La dica, a ché possa sentire di nuovo; a ché si possa sentire, di nuovo; a ché ci si possa sentire, di nuovo.

Complicatibus: – O mentire di sentire, mentire di sentirsi, mentire di sentirci; o mentire d’averne la possibilità: d’avere la possibilità di sentire il sentire, e di non mentire. E d’essercene, in vece, l’impossibilità.

Simpliciter: – Mi menta questa parola.

Complicatibus: – O quella?

Simpliciter: – Mi menta questa impossibilità.

Complicatibus: – Mentire di sentir cedere, o di sentirsi cedere; mentire di sentir concedere, o di sentirsi concedere; mentire di sentir prendere, o di sentirsi prendere: mentire di sentir comprendere, o di sentirsi comprendere.

Simpliciter: – Lei non comprende, Lei non comprende nulla. Lei non è comprensivo.  Lei proprio  non ha nessun modo per comprendere.  Lei non ha nessuna comprensione: di niente.

Complicatibus: – Niente si comprende, se non l’incomprensione. Proprio non c’è modo di comprendere, se non senza modo, proprio non c’è comprensione, se non impropria: incomprensibile, appunto. O forse è questo appunto ad essere incomprensibile: appunto questo appunto, questa nota. Una nota a margine, ora mai ignota, un verso ora mai perso, che non si trova, che non si ritrova, che è preso dal sapere di non poter essere piú saputo; una parte minima, o un minimo sono, un sòno minuto, a parte, per trovarsi, per ritrovarsi, per non piú perdersi,  per non piú perdere, per esser preso dal non saper l’impossibilità di  sapere, dal non sentire l’impossibilità di sentire, dal non comprendere l’impossibilità di comprendere. Tutto, tutto è incomprensibile.  Tutto, tutto è improprio; tutto, tutto è impossibile.

Simpliciter: – Non c’è proprio la possibilità di comprendere? Qualcosa, al meno. Qualcosa di piú.

Complicatibus: – Di piú qual cosa? Al meno qual cosa? Al meno di piú, al piú di meno, questa qual cosa, o quella; questo qualcosa, o quello, per qualcuno, o per nessuno: un po’ di piú, al meno; un po’ di meno, al piú. Comprendere solo e soltanto l’impossibilità di comprendere la possibilità del piú, o del meno; e di comprendersi, e di comprenderci: la possibilità della somma, o della differenza; della somma differenza di sotto, della differente somma di sopra; della somma somma questa volta, e quella, e della differente differenza, di sotto, di sopra; o forse sossopra, insieme uguali, insieme diverse, la somma differente differenza somma, tutto insieme, sossopra capovolte. Tutto, tutto insieme capovolto sossopra.

Simpliciter: – Lei ha messo a soqquadro il quadro, e i quadri tutti, e il quadrato. Lei non è quadrato, Lei non fa quadrato. Lei non è inquadrato, Lei è fuori campo. Lei è indefinito, Lei è indefinibile. Lei non ha regole, Lei è fuori dal quadro, e dai quadri. Lei è fuori.

Complicatibus: – Forse. O forse essere fuori è essere dentro.

Simpliciter: – Lei, è proprio fuori luogo quel che dice.

Complicatibus: – Essere fuori luogo, appunto, essere fuori luogo è essere dentro. O forse essere fuori luogo è essere altrove, fuori dal luogo comune, in un luogo altro. Essere altrove non è forse essere dove è l’altro? non è forse essere insieme?

Simpliciter: – Lei non si addentra. Lei è ai margini. Lei è marginale. Come si può essere fuori dal luogo comune se si è insieme, in un qualche dove, che Lei, solamente Lei, dice altrove? Lei si estrania, Lei è estraneo a tutto.

Complicatibus: – Non c’è luogo comune, che non sia anche estraneo; non c’è luogo proprio, che non sia anche improprio: in luogo di dire del luogo comune c’è solo e soltanto un luogo non comune di dire il luogo comune, un luogo estraneo, per chi è estraneo al luogo comune, un luogo altro, per dove è l’altro, appunto altrove.

Simpliciter: – Lei è altrove. Dove è questo altrove? Non esiste questo luogo. Dove è Lei?

Complicatibus: – Fuori da ogni dove, dentro ogni dove; dove dovunque, dove nonunque: dove tutte le storie sono un’unica storia, e tutte le parole un’unica parola; dove tutti i versi sono un unico verso, e tutti i passi un unico passo;  dove tutte le figure  sono un’unica figura,  e le imagi un’unica imago. E tutte le definizioni un’unica definizione, e nessuna. Forse l’ultima, forse la prima.

Simpliciter: – L’ultima. Ora l’ultima.

Complicatibus: – L’ultima ora?

Simpliciter: – Lei domanda quel che Le si è domandato. Lei non ha risposte. Lei non ha soluzioni.

Complicatibus: – Non aver soluzioni non è forse esserci la soluzione? Non aver risposte non è forse esserci la risposta?

Simpliciter: – Ma quale risposta, quale soluzione? Lei è irresoluto. Lei manca di soluzioni e di risoluzione:  Lei manca.

Complicatibus: – Lei manca? Lei Le manca?

Simpliciter: – Lei è mancante. D’altro canto Lei non ha piú i numeri per dire l’ultimo numero, né parole per avere l’ultima parola. Lei non ha piú argomenti.

Complicatibus: – Non avere argomenti né del piú né del meno, non è forse argomentare del piú e del meno?

Simpliciter: – L’unico Suo argomento è non avere argomenti.

Complicatibus: – Forse non si argomenta se non dell’argomento, non si parla se non del parlare, non si dice se non del dire, non si scrive se non dello scrivere, non si ha tema se non del tema.

Simpliciter: – Lei non ha tema, Lei è senza tema. Lei argomenta senza argomentare nulla, Lei definisce senza definire nulla. Lei figura senza figurare.

Complicatibus: – Lei figura,  senza figurare: Lei figura senza figurare?  Ma  senza parole, come parlare a qualcuno?

Simpliciter: – Come parlare a qualcuno, senza parole?

Complicatibus: – Forse parlando a nessuno, a nessun altro che non sia appunto l’altro, un altro da sé, o un altro se stesso. Forse dicendo senza dire, o dire tacendo: dire il silenzio, le parole non dette, o dette taciute, solo e soltanto per l’imago della figura, per la figura dell’image. Solo e soltanto tanto sole, antico, nuovo, che pare apparire, e dispare; che pare disparire, e compare. Solo e soltanto per dire quel che è stato già detto, già detto, già, ancora, di nuovo: per un verso ancora, per un verso di nuovo; o per un passo ancora, per un passo di nuovo, un passo che passa oltre, e va via, via. Via, non c’è passo che passi e non passi. Questo rumor di passi non è forse piuttosto un rumor sottile, esile, lieve? non è forse una voce, che si sente, e non si sente? che si sente sentire, e non si sente sentire?

Simpliciter: – Lei non sente alcuna voce, non si sente nessuna voce, tantomeno la sua, Lei non ha voce, Lei non ha voce in capitolo.

Complicatibus: – Ancora di nuovo un altro termine per la fine, per il fine, per la fine che non ha fine, né fine.

Simpliciter: – Lei proprio non la finisce. Mai. Lei ricomincia. Sempre.

Complicatibus: – O forse è da sempre finito: è un capitolo finito, da sempre finito.

Simpliciter: – Proprio finito: è proprio finita?

Complicatibus: – O forse non è mai cominciato: è un capitolo mai cominciato.

Simpliciter: – Chiudiamo questo capitolo.

Complicatibus: – Forse non c’è la possibilità di chiudere alcun capitolo.

Simpliciter: – No?

Complicatibus: – C’è solo e soltanto l’impossibilità di chiudere. O, aprendone un altro, che ci sia questa possibilità?

Simpliciter: – Apriamone un altro.

Complicatibus: – Passo passo, passare da un passo all’altro, da un capitolo all’altro, uno dietro l’altro avanti, o viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Avanti l’altro dietro l’uno, passare oltre, e via. E via cosí, e cosí via: un capitolo tira l’altro, e si ritira.

Simpliciter: – Lei sta capitolando.

Complicatibus: – Non c’è capitolo che non capitoli. O forse c’è sempre un nuovo capitolo: di nuovo un capitolo, ancora, o un capitolo di nuovo, ancora, per ricapitolare.

Simpliciter: – Ricapitolare?

Complicatibus: – O forse non c’è capitolo da ricapitolare, né passo da ripassare; né verso da riversare, né canto da ricantare; né parte da ripartire, né fine da rifinire: né epilogo da riepilogare.

Simpliciter: – Lei ricomincia senza finire, Lei rifinisce senza cominciare. Lei non la finisce. Lei proprio non ha fine.

Complicatibus: – Forse che non abbia mai avuto fine? né forse mai fine s’abbia? Forse che non abbia mai avuto principio? né s’abbia?

Simpliciter: – Lei, ora, si sta insabbiando: Lei non ha principî.

Complicatibus: – Forse non si hanno principî, né principi, di nessun grado, non si hanno  re,  né  regine:  né reggenti,  né principali,  ma solo e soltanto dipendenti, di grado vario.

Simpliciter: – Non c’è capo né coda: Lei liquida tutto senza farlo dipendere da niente. Se esistono dipendenti, non ci può non essere un capo. Se si liquida tutto, deve licenziare: il periodo è finito. La stagione è finita. Ci sono i conti da saldare. Lei è in saldo di fine stagione. Lei è in vendita. Lei si vende. Lei si svende. Lei è in svendita. Lei ha la licenza di licenziare.

Complicatibus: – Avendo licenza di licenziare, forse c’è anche quella di riassumere.

Simpliciter: – Riassumere?

Complicatibus: – O forse non c’è riassunto da riassumere, forse c’è  solo e soltanto un appunto, o una nota soltanto, solo una nota: solo un sono, minuto. Un appunto da riappuntare, una nota da riannotare.

Simpliciter: – A che titolo questa nota? Lei non ha piú titoli. Lei non è titolato. Lei non è titolare di niente. Una nota al merito? un titolo al merito? Lei non ha meriti. Lei non è meritevole, né di titoli né di note. Lei non ha azioni, Lei è inattivo. Lei non agisce. Lei non sa agire. Lei non ha piú proprietà, Lei non ha piú bene né beni. Lei è in passivo. Lei è in debito, Lei è debitore. A che titolo il suo titolo? Lei non formula una formula. Lei non prova una prova. Lei non viene a capo di niente.

Complicatibus: – Forse. O forse non venirne a capo potrebbe dire in fine andarvi? Di nuovo, ancora, a capo volgere in fine; a capo volgersi in fine, e volgerci.

Simpliciter: – Lei forse vuol finalmente volgere al termine?

Complicatibus: – Non c’è un solo volto, né una sola volta, per il termine dei  termini, né per il primo. Forse ci son tanti volti, e tante volte.

Simpliciter: – Lei non va da nessuna parte, proprio da nessuna parte, tanto meno a capo, tanto piú che non ha mai fine.

Complicatibus: – Potrebbe darsi una principale a capo delle dipendenti, per riassumere: per riassumere ancora, di nuovo, una parte, o di antico.

Simpliciter: – Per una volta, per una volta solamente dìa una svolta. Assuma una parte, e la interpreti.

Complicatibus: – Non si hanno parti che non siano parti di parti, né vi sono parti che non abbiano parti di parti.

Simpliciter: – La quarta parte, questa quarta parte del tutto, pare averne infinite: come interpretare questo infinito, questa cosa, questo dato, questo fatto, questo dato di fatto, questa parte?

Complicatibus: – Qua e là è stato già detto, già detto, già: non ci son fatti, non ci son dati i fatti né ci son dati di fatto, non ci son cose che non siano questa cosa qua o quella là, non ci son parti che non siano queste o questi parti, quelle o quei parti, né s’hanno parti che non siano questi e quelli, queste e quelle.

Simpliciter: – Lei varia senza varietà questa parte, pare essere un prodotto di scarto, da scartare.

Complicatibus: – D’altro canto, cosa ne resta?

Simpliciter: – D’altro canto?

Complicatibus: – D’altro verso, cosa ne resta?

Simpliciter: – D’altro verso?

Complicatibus: – D’altra parte, cosa ne resta?

Simpliciter: – D’altra parte? un’altra parte ancora? Non ci sono altre parti: questa è l’ultima. La quarta.

Complicatibus: – Del resto cosa ne resta?

Simpliciter: – Del resto?

Complicatibus: – Del resto cosa ne resta del resto?

Simpliciter: – Cosa ne resta del resto di cosa? Lei spende, Lei si spende, Lei ha già speso, Lei ha già speso tutto, Lei ha già speso tutte le parole: non Le rimane altro da spendere. Non Le rimane che questa minima parte da spendere: l’ultima parola, l’ultimo numero.

Complicatibus: – Forse ancora un passo, per ripassare la parte.

Simpliciter: – Ripassare la parte? Lei, ora, vuole finalmente interpretare la parte? Lei, ora, vuole finalmente interpretare una parte? Lei ora vuol essere un personaggio? Lei, ora, vuol finalmente figurare?

Complicatibus: – Mente il finale un finale che non c’è, né può esserci. Non c’è infinito senza finito, alla fin fine finito, non c’è figura finita alla fin fine senza figurarsi una figura di carta, una figura di re: dire una figura di re, di nuovo, una figura finita e a capo, di re, ancora, una figura finita di re che mente la fine, un finale di partita, una carta che si scarta, una lettera che non si fa lettera, un segno che non si fa disegno, un punto e una virgola, un sole e una luna, tra parentesi, senza parentesi iniziale, con una parentesi finale, per mentire la fine che non ha avuto inizio, per mentire che si vuole presente, per mentire il presente, l’ora, l’adesso: l’ora e adesso, ad esso, Lei. Appunto Lei. O il re. E il re. Il re di carta che si scarta per un finale di partita,  diverso,  uguale. In ogni capo, alla fin fine, c’è una presenza, e una assenza, un’assenza che si fa presente, una presenza che si fa assente. In ogni finito un infinito a capo, in ogni infinito alla fin fine c’è appunto una finita fine. O solo e soltanto un appunto, o una nota soltanto, e ignota. Un verso diverso, una parte che riparte, che si riparte.

Simpliciter: – Lei non parte, né riparte: non c’è niente da ripartire. Non c’è niente da dividere. Lei non giunge, né congiunge: non c’è niente da congiungere. Non c’è niente da aggiungere. Lei non ha niente da aggiungere? Lei sottrae. Lei riduce. Lei è riduttivo.

Complicatibus: – Appunto: non c’è altro da aggiungere. Tutto è stato già detto, già; tutto è stato già aggiunto, già. O, forse, se non altro, appunto un altro, un altro appunto, appunto un altro appunto, o una nota, una nota a margine, appunto a margine, un appunto a margine, ridotto al margine.

Simpliciter: – Lei, è marginale, ora, quel che dice.

Complicatibus: – Forse non può non esserci che marginalità, non può non esserci che riduzione.

Simpliciter: – Lei, come si sta riducendo!

Complicatibus: – Forse non c’è che ridurre, e ridursi.

Simpliciter: – Lei è ridotto a pezzi: come interpretare questa parte ridotta, questa marginalità cui si riduce, cui ha ridotto il tutto? come interpretare questo passo ridotto, questo passo ridotto a pezzi?

Complicatibus: – Forse non può non esserci altro che ridurre la parte, e il passo: ridurre tutto a pezzi; e mettere ai margini. E mettersi ai margini. Forse non può non esserci altro che ridurre il verso, e il canto: ridurre tutto a  pezzi;  e mettere  ai margini.  E mettersi ai margini.  Forse,  non può non esserci altro che ridurre le figure, e le imagini: ridurre tutto a pezzi, a pezzi; e mettere ai margini, ai margini. E mettersi ai margini.

Simpliciter: – Questa parte è a pezzi. Lei è a pezzi. Questa parte è spezzata. Lei è spezzato.

 

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove – 5

l’irragionevole prova del nove – 6

l’irragionevole prova del nove – 7

l’irragionevole prova del nove (gc) – 7

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l’irragionevole prova del nove – 7

Complicatibus: – Di punto in bianco la notte, di nero dipinto il giorno, capovolti sossopra:  ma, forse, questa  è un’altra storia, è la storia del sole e della luna, del sole di notte, della luna di giorno, sossopra capovolti. O forse è la stessa: forse tutte le storie non sono che un’unica storia. E dunque anche la storia della ferocia è un’altra storia d’un’unica storia.

Simpliciter: – Ma quale storia e quali storie? Qui c’è solamente un disordine delle storie senza storia, senza economia, senza unità. Altro che unica storia! Ma che storie racconta? Quale storia racconterà, ora?

Complicatibus: – Quale storia desidera che Le conti, ora? Ora, ora Lei desidera forse il racconto dell’ora?

Simpliciter: – Ora o mai piú.

Complicatibus: – Ora e mai piú: mai piú prima, e mai piú dopo. Forse non c’è tempo. Lei è tentato dal tempo: dalla possibilità del tempo possibile. Lei non vive l’impossibilità di avere tempo, di esserci tempo. Lei vive solo e soltanto di possibili possibilità. Non c’è possibilità, se non impossibile; non c’è tempo, se non impossibile.

Simpliciter: – Lei è impossibile; e impassibile. Ha abbandonato la storia del quadrato per una storia senza storie.

Complicatibus: – Forse ogni storia è senza storie. E dunque anche la storia del quadrato è senza storia; o è appunto una storia per; una storia che passa, che attraversa, una storia che passa attraverso altre storie, che attraversa i passi di altre storie; una storia che produce, senza produrre, un prodotto: questo frutto senza frutto, di una storia finita, da farsi infinita. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Di una storia infinita, da farsi finita. O ancora,  di  nuovo: di una storia finita o infinita, finita e infinita, da farsi disfatta.

Simpliciter: – Lei fa, e Lei disfa. Ma proprio non Le si confà nessuna storia? Si lasci andare. Si abbandoni.

Complicatibus: – Forse abbandonarsi è lasciarsi andare, è lasciarsi essere: è lasciarsi essere improprio, è lasciar essere tutte le storie insieme: fare con, non senza. Fare di piú, non di meno.

Simpliciter: – Non di meno Lei fa sempre di meno.

Complicatibus: – Non di meno, forse non si può fare a meno del meno. Forse: a meno che.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che tutto il meno non faccia la differenza.

Simpliciter: – Il meno fa la differenza, di fatto, come potrebbe non farla?

Complicatibus: – Non fare a meno del meno, fa dunque la differenza, e insieme fa l’indifferenza: alla somma, della somma, dalla somma.

Simpliciter: – Lei è indifferente. Ora Lei è indifferente alla somma, al prodotto, al quadrato: ora Lei è indifferente a tutto.

Complicatibus: – L’indifferenza è una non differenza, è una mancanza di differenza. L’indifferente è una mancanza di differente, è un non differente: è dunque uguale. Uguale e contrario. Non fare a meno del meno, dunque, a meno che non sia al piú uguale, e contrario. Dunque, dire del meno è dire del piú, e del meno.

Simpliciter: – Lei si muove senza muover passo. Lei è fermo. Lei è oltremodo fermo.

Complicatibus:  – Qua e là, è stato detto: questo modo oltre c’è chi dice che sia un nodo, c’è chi dice che abbia una sorta di moto, se pur immoto. Di passo in passo muove, d’un moto immoto, insieme,  tutti i passi, passando da parte a parte, da verso a verso, dalla differenza all’indifferenza, dalla somma di sopra alla somma di sotto, al prodotto, al quadrato, in un legame, il nodo appunto, tra l’uno e l’altro passo, tra l’una e l’altra parte, tra l’uno e l’altro verso, tra dire e non dire la differenza che è differente e indifferente, uguale e contraria alla somma, in un legame tra la somma di sopra e quella di sotto: un legame tra dire il sono minuto e non dire parola.

Simpliciter: – Lei non dice piú una parola in cui ci sia fondamento: Lei dice tutte le parole senza fondamento.

Complicatibus: – Un legame, un nodo: forse un dono.

Simpliciter: – Un dono? quale dono?

Complicatibus: – Un dono che non abbia necessità, che non sia necessario; un dono che non abbia utilità, che non sia utile; un dono che non abbia profitto, né interesse, che sia senza profitto, che sia senza interesse.

Simpliciter: – Lei è disinteressato. Lei non ha piú nessun interesse. Lei è proprio senza profitto. Non c’è credito da dare alle parole che dice.

Complicatibus: – Non c’è credito da dare alle parole date in dono, per dono. Alle parole dette o non dette, o dette taciute, dette in silenzio, senza parola: non c’è dono con un credito di parole. Né con un debito.

Simpliciter: – Lei è in debito di tante spiegazioni. Lei non si  spiega, né si piega alle spiegazioni.

Complicatibus: – La piega si fa piaga, la ferocia ferisce, non inferisce se non sofferenza,  e interferisce:  la piega si spiega in sé, si ripiega fuor di sé. Si svela velata, svelata si vela: rivela irrilevanza al piú, ai piú.

Simpliciter: – Non c’è senso a ciò che dice.

Complicatibus: – Non c’è senso comune, non c’è senso locale, non c’è senso proprio: proprio non c’è senso. Proprio non c’è senso, se non improprio: proprio non c’è dono, se non impossibile, un dono senza debito nei confronti d’alcuno, un dono senza credito.

Simpliciter: – Lei pare soffrire. Lei soffre.

Complicatibus: – Se si soffre, forse s’offre: s’offre un dono, per dono. S’offre in dono il dono. Il dono del nodo, del legame, del con, della passione e della compassione, del patire e del compatire.

Simpliciter: – Ma Lei sembra non aver alcun legame: le Sue parole sembrano slegate. Non sembrano voler dire niente.

Complicatibus: – Le parole non dicono niente, e dicono tutto.

Simpliciter: – Lei, ora, sembra voler dire qualcosa.

Complicatibus: – A cosa allude?

Simpliciter: – Pare che mostri, pare che un’apparenza voglia mostrarsi: pare che le Sue parole vogliano dire d’un particolare.

Complicatibus: – Mente il particolare un generale che non c’è. O viceversa: mente il generale un particolare che non c’è.

Simpliciter: – Ma se non c’è particolare né generale, che ne resta?

Complicatibus: – Che ne resta del resto? Del resto, non c’è resto.

Simpliciter: – Non c’è resto? Lei è elusivo, riduce l’allusione fino a eluderla del tutto, fino a che non ne rimanga piú niente.

Complicatibus:   –  Nella somma e nel prodotto  non c’è resto;  al contrario, nella differenza, c’è resto, a meno che.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che i numeri non siano uguali: la differenza di due numeri uguali non produce resto. La differenza di due numeri uguali è uguale a una indifferenza, all’indifferenza.

Simpliciter: – I numeri! L’ultimo numero! l’ultimo numero è forse questo zero cui allude, questo zero che elude, questo cerchio da cui fugge?

Complicatibus: – D’altra parte, due dei tre numeri finora detti, ricorda?,  sono proprio uguali: d’altra parte, sono proprio diversi.

Simpliciter: – Com’è possibile che siano uguali e diversi?

Complicatibus: – Forse per altro verso.

Simpliciter: – Quale altro verso?

Complicatibus: – Ordunque, di questi numeri, che sono il secondo e il terzo numero, il primo dei due, che è anche il secondo dei  detti di sopra, e che è dato dalla somma delle cifre del secondo  numero del prodotto, finito o infinito che sia, il primo di questi due numeri dunque, sempre che la somma or ora detta sia d’una  cifra sola ché, se di due o piú cifre, ha da essere scomposta fino a ridurla all’unità, la quale unità non è detto che sia uno, né che non lo sia, questo primo numero per un verso, e secondo per  altro, pare essere il numero tre, la qual cosa non è un caso qualunque, sebbene sia il nostro caso, che invece è un caso qualunque, questa cifra unica dunque, questo numero, è dunque il tre; il secondo dei due numeri, in vece, o di nuovo, che è anche il terzo dei detti di cui sopra, e che è dato dalla somma  delle cifre  del prodotto  dei primi  due numeri,  e sempre che questa somma sia di due o piú cifre, in quanto, se d’una cifra soltanto, non ci sarebbe bisogno affatto della somma, sebbene per altro verso ce ne sarebbe comunque bisogno il prodotto non sapendo ancora se bastante o meno, se da sé solo sufficiente o insufficiente, se a sé sufficiente e insufficiente ad altro, e viceversa, questo numero dunque, che potremmo dire e sufficiente e insufficiente, essendo il secondo dei due numeri detti uguali e diversi, il secondo numero di questo caso dell’uguaglianza e della differenza, questo secondo numero che è anche il terzo numero di quel caso che ora mai è il quadrato, in questo o quel caso dunque, il numero è il tre, in questo caso dunque sufficiente e insufficiente in quello, in quanto che avrebbe pur potuto non esser tale, ma tal altro, tra l’altro, per altro verso: dunque questi due numeri tre, il primo e il secondo tre, questi due tre insomma son sí uguali, sono tre tutti e due, ma insieme diversi, e unici.

Simpliciter: – Lei è irriducibilmente riduttivo. Lei dimostra questa supponenza, questa sufficienza, solo perché è mancante, privo di sufficienti supposizioni tali che possano dare un esito, sia esso positivo o negativo. Disponendo di pochi numeri, Lei non pone le basi di nulla, fuorché del nulla. Lei non costruisce nulla, fuorché il nulla. Lei non edifica: Lei è poco edificante. Quel poco che dice, sempre che voglia dire qualcosa, lo distrugge in men che non si dica. Lei è distruttivo.

Complicatibus: – Non disporre che di pochi numeri, forse la indispone? Il Suo disappunto muove da questo appunto che mi fa, appunto da questo appunto? Ponendo in vece punto contro punto si muove il moto, se pure immoto, del contrappunto: tutte le note sono appunto appunti, quelle note e questi ignoti, e viceversa.

Simpliciter: – Come prender nota d’una cosa ignota?

Complicatibus: – Quel che manca, d’altra parte, quel che è privo, o privato, per altro verso, non è del resto che il resto di quel che non manca, di quel che non ne è privo, o privato. Forse un segreto. O forse un segreto privato del privato. O forse che del resto non ne resta nulla, se non cenere, o resti di cenere?

Simpliciter: – Nel caso dell’uguaglianza dei due numeri non ha detto forse che non ne resta nulla, il loro resto in differenza essendo uguale a zero? Insomma, Lei dice di muoversi d’un moto immoto: non  dice in questo modo, in questo modo appunto che Lei solamente chiama moto, o nodo, di non muoversi del tutto? di non muoversi piú nel tutto? di non procedere? di non attraversare? Ha smarrito forse la porta, o la chiave per aprirla? Qui non c’è nessuna porta che porti da parte a parte, non c’è parete, né stanza, né dimora. Non c’è verso che Lei attraversi. Non c’è passo che Lei muova. Lei è immobile: non è oltre; né passa oltre.

Complicatibus: – Al di qua della possibilità che Lei nega, non c’è forse un al di là in cui la denega affermando il suo contrario?

Simpliciter: – Lei intende affermare questa impossibilità?

Complicatibus: – Violare dunque le leggi della proprietà, delle proprietà, del bene, dell’interesse, della somma, del prodotto, tutto ciò è andare oltre, è lasciarsi andare, è lasciarsi essere, è non avere averi, è essere esseri: essere qualcosa per qualcuno, o tutto; essere qualcuno per qualcosa, o per niente.  Per niente  chiedere in cambio.  Un’offerta  senza domanda.  Senza tante domande. E senza risposte, ché forse non ci sono risposte. Proprio non ci sono risposte se non improprie, dunque impossibili. Offrire la propria anima impropria, inanimata, smarrita: distante. Distante da tutto, distante da nulla.

Simpliciter: – La sua disanima Le nega questa virtú, Le è negata ogni virtú.

Complicatibus: – Forse è solo e soltanto un’ipotesi.

Simpliciter: – Quale ipotesi?

Complicatibus: – Essendo una ipotesi, è dunque una possibilità.

Simpliciter: – Quale possibilità mai dà Lei?

Complicatibus: – Essendo un’ipotesi di possibilità della negazione, è forse un frutto, quel frutto che fu detto per errore senza frutto, ricorda?, essendo in vece la sua polpa la colpa, il frutto appunto del frutto: la sua polpa non è che colpa. Forse ogni frutto non frutta che colpa: la riunione di due particelle, superficie su superficie, a sé stanti, in sé essenti, in un condominio di relatività indipendenti e sufficienti ognuno a sé, e pur tutta via in un dominio, dunque un con senza con. Un insieme senza insieme. Un insieme di colpe.

Simpliciter: – Particolare.

Complicatibus: – Uno la dice particolare, un altro in vece generale. Nel particolare è un’ipotesi che sarà, nel generale una che è: ma, essendo un’ipotesi, non è detto che quel che si pensa essere presente lo è, e quel che si pensa essere assente lo sarà, potrebbe essere che l’esser presente dell’è non lo sia, e l’essere assente del sarà in vece lo sia. Forse si dovrebbe procedere passo passo a ritroso.

Simpliciter: – Lei ora si tira indietro. Lei indietreggia. Lei è ritroso, ma senza pudore, a dire finalmente qualcosa. Forse non ha piú niente da dire, non ha piú numeri, né quelli del piú, né quelli del meno.

Complicatibus: – Volto all’indietro non si può dire che fine certo mente certa mente fine di qualcosa che forse né meno ha avuto inizio. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Volto il volto all’indietro non può dirsi fine, di qualcosa, né darsi fine, se non mentendo che questo qualcosa abbia avuto inizio, certo o incerto.

Simpliciter: – Mi menta una certezza, mi menta un’incertezza: mi dica per una volta l’inizio, mi dica c’era una volta.

Complicatibus: – Forse non c’era nessuna volta per dire c’era una volta, forse non c’è nessuna volta per dire c’era una volta, solo e soltanto una volta, o per dire una volta o l’altra; ma forse anche questa volta, queste volte, l’una volta o l’altra, sono altre storie di quella unica storia senza storie. Nel quadrato non c’è nessuna volta, c’è solo e soltanto una memoria che non si fa storia, una memoria che muove e rimuove moti immoti che non si piegano, che non si spiegano, che si dispiegano in pieghe infinite, in piaghe infinite. Ma insieme ci son forse tutte le storie, le storie d’una memoria altra che si è fatta storia, con tutte le parole dette, e con quelle non dette; e sopra tutto con quelle non dette, con le dette taciute, che non sono dicibili, che sono inesprimibili, o che sono dicibili solo se impossibili a dirsi, e esprimibili solo e soltanto se impossibili a esprimersi.

Simpliciter: – Lei, se cosí posso esprimermi, si esprime senza esprimere niente: Lei è inespressivo. Sembra estraneo a qualsiasi cosa. Non sembra toccare nulla, né qualcosa sembra che La tocchi; anzi non appena fa per toccarla, o non appena sta per esserne toccato, Lei fugge, ne fugge. Lei è intoccabile, né vuole esser toccato: Lei non tenta piú nemmeno di dire qualcosa. Lei non ne vuol sapere piú nulla.

Complicatibus: – Forse che non si possa dire senza saperne nulla? Forse che si possa dire qualcos’altro di quel di cui se ne sa tutto? Ma già è stato detto, già: già tutto è stato detto, già.

Simpliciter: – Non ricordo che Lei abbia già detto tutto; Le manca ancora qualcosa, anzi piú di una cosa, anzi, di qualsiasi cosa Lei manca di dirne il piú. Lei è mancante: Lei ha piú d’una mancanza.

Complicatibus: – Forse non se ne può dire che la mancanza: la mancanza d’una parte. O forse non se ne può dire che una parte, una parte di questa parte che manca, che è mancante, che è mancanza, solo e soltanto una parte, che non sostiene nulla, in quanto parte, in quanto parte di parti, o, in quanto il tutto essendo infinito e dunque insostenibile, figurarsi di dire che esiste una parte che lo possa sostenere, una parte inesistente, una figura senza figura.

Simpliciter: – Lei è insostenibile. Cosí Lei sfigura, cosí Lei si sfigura.

Complicatibus: – Forse ci si trasfigura per non figurare, per andare al di là della figura. C’è chi ha detto che ogni cosa che passa è una figura. Non tentare di dire né meno piú qualcosa non è forse tentare di non dire né di piú,  né di meno,  di quel che è stato detto,  o di quel  che è stato taciuto, di quel che è stato detto non detto? Al di là della figura c’è un’altra figura? o è una figura altra? o è una figura senza figura? o è una figura che non figura tra le figure? o è una figura che non si figura? o è una figura che non ci si figura? Una figura che passa è appunto passante: un passo dietro l’altro avanti, o avanti un passo dietro l’altro, uguale e contrario; un verso dietro l’altro avanti, o avanti un verso dietro l’altro, contrario e uguale, la figura è passeggera. Pur tutta via è andante, è via via andante; e conduce, ed è condotta.

Simpliciter: – Dove conduce Lei? Non c’è via dove sia: dov’è Lei? Forse che sia, questa via, che non ha via d’uscita, una via di fuga?

Complicatibus: – Avere dove andare non è essere dove andare; non aver dove andare è forse essere. O forse non si è da nessuna parte, e ci si lascia andare via, e si lascia andare via, e lascia andare via, via. Via, c’è solo e soltanto condotta d’andare: lasciare essere con, lasciarsi essere con; lasciare essere insieme, lasciarsi essere insieme. Abbandonare, abbandonarsi.

Simpliciter: – Che prospettiva è abbandonare per abbandonarsi? Forse Lei abbandona la via di fuga, che è senza uscita, perché ha trovato un punto di fuga? Pare che Lei voglia toccare finalmente un punto, il punto. Lei vuol forse liberarsi? Lei ora è toccante. Lei ora è toccato.

Complicatibus: – Lei ora vuol toccare con mano qualcosa che forse non si può toccare con mano. Lei vuol sentire, Lei vuol provare, Lei vuol provare a sentire, Lei vuol provare a sentire il senso, con mano, Lei vuol dare un senso al senso;  ma, forse,  non c’è senso da dare al senso, forse tutti i sensi sono senza senso.

Simpliciter: – Lei è insensibile. Lei è senza senso. Quel che dice è senza senso.

Complicatibus: – Forse, liberandosi dal senso comune, dal senso proprio, o perdendoli, perdendo i sensi, se ne prende la distanza, ma solo e soltanto per rinvenire, se pure in sogno; solo e soltanto per avvicinare un senso non comune, un senso proprio improprio, un senso altro; o solo e soltanto per riavvicinare, solo e soltanto per riavvicinarsi, e per riappropriarsi d’un senso insensato.

Simpliciter: – Lei prende la distanza: che cos’è quest’altro senso? Lei ha perso il senso, proprio; proprio non c’è senso in quel che dice. Lei disorienta: Lei è disorientato. Lei è distante.

Complicatibus: – C’è una distanza che allontana e un’altra che in vece avvicina.

Simpliciter: – Lei non ha il senso della misura, non ha metro di misura. Come ci si avvicina, se ci si allontana? Come si avvicina, se si allontana? Come avvicina, se allontana?

Complicatibus: – Forse abbandonandosi, ci si approssima; forse allontanandosi, ci si approssima.

Simpliciter: – Lei, è approssimativo quel che dice.

Complicatibus: – Forse, mettendosi da parte, ci si rende prossimi al prossimo: ci si offre, ci si dona.

Simpliciter: – Che donare se ci si mette da parte, che offrire?

Complicatibus:  –  Forse mettendo da parte quello che si è, non ne resta che quel che si sua, quel che  Si   quel che si ha?

Simpliciter: – Lei non ha niente, non ha piú niente: Lei non ha piú niente da dire.

Complicatibus: – O viceversa: forse mettendo da parte quello che si ha, non si resta che quel che si è?

Simpliciter: – Lei non è niente, non ne è piú niente di Lei: di Lei non c’è piú niente da dire.

Complicatibus: – Forse mettendo da parte tutto quello che si ha, e tutto quello che si è, non ne resta che nulla?

Simpliciter: – Lei, da tempo ormai, ha messo da parte tutto: ora Lei si vuol mettere da parte, ma cosí facendo Lei si apparta.

Complicatibus: – Forse, mettendo da parte tutto, non ne resta che nulla.

Simpliciter: – Non ne resta nulla.

Complicatibus: – Se tutto è infinito, mettendo da parte l’infinito, che ne resta? Che ne resta che non sia infinito? Ne resta forse il finito?

Simpliciter: – Prima l’infinito, ora il finito. Ha finito con l’infinito e comincia con il finito. Lei è finito. Lei è infinitamente finito.

Complicatibus: – Ma il finito è finito? o è infinito anch’esso?

Simpliciter: – Il finito è infinito?

Complicatibus: – Forse, mettendo da parte tutto, che si è detto infinito, non ne resta che il finito, che si è detto nulla, ma che nulla forse non è, e dunque non ne resta che una parte, finita: forse una parte di nulla? Ma se il finito, o il nulla, ha una parte,  per farne tutto, del finito, o del nulla, non c’è forse bisogno di altre parti?  e di altri parti?  Dunque, il finito, e il nulla, hanno parti infiniti, e infinite parti; e avendone infinite, e infiniti, di parti, non si può non dire che non siano infinito.

Simpliciter: – Il finito: infinito. Il nulla: infinito. La parte: infinita. Ma che parte è se infinita? che nulla, se infinito? E che finito, se infinito?

Complicatibus: – La parte, se è parte, finita, e non è tutto, infinito, è appunto una parte, o una parte d’appunto, ma per essere il tutto di questa parte, non ha forse bisogno di piú e piú parti, di infinite parti? di parti infiniti? Il nulla, se è nulla, finito, e non è tutto, infinito, è appunto un nulla, o un nulla d’appunto; ma per essere il tutto di questo nulla, non ha forse bisogno di piú e piú parti, di infinite parti? di parti infiniti? Il finito, se è finito, e non è infinito, è appunto finito, o l’appunto finito; ma per essere del tutto finito, non ha forse bisogno di piú e piú parti, infiniti, e infinite?

Simpliciter: – Lei è partito.

Complicatibus: – Ogni parte si parte. Ogni parte si parte in parti infiniti, in parti infinite. Ogni parte di parola in parti infiniti. Ogni parola in parole infinite. Ogni verso in versi infiniti. Ogni passo in passi infiniti. Ogni figura in figure infinite. Ogni imagine in imagini infinite.

Simpliciter: – Ma quali immagini. Lei non ha immagini. Lei non  immagina nulla. Lei non ha immaginario.

Complicatibus: – Tutto si parte, anche la parte, anche il finito, anche il nulla: forse per un tutto altro? forse per un altro tutto?

Simpliciter: – Tutt’altro: non ha null’altro da dire che non dire nulla. Lei non si orienta. Lei disorienta.

Complicatibus: – Orientarsi per avere dove andare? per avere un orizzonte? per avere un limite? per avere un’attesa?

Simpliciter: – Per non perdere il filo. Lei ha perso il filo. Lei non cuce nessuna storia. Questa storia del quadrato non ha trama che tenga, né intreccio, né snodo. Anzi, non appena se ne intravede un se pur esile ordito, un se pur esile órdine, un se pur esile filo conduttore che leghi questo a quello, che l’uno possa cucire all’altro, Lei appunto non fa altro che scucirlo, slegarlo. Lei non produce che strappi, Lei non fa altro che produrre laceri squarcî. Lei distrugge tutto. Lei è distruttivo.

Complicatibus: – Non si ha orizzonte, non si ha limite, non si ha attesa; non si ha trama, non si ha filo, non si ha storia. O, forse, si ha solo e soltanto questo, appunto questo, questo appunto: un filo strappato, lacero, che squarcia la possibilità di una storia. O, forse, è solo e soltanto questa impossibilità a farne in vece una storia o a darne, di questa storia del quadrato, una possibilità, e di quelle altre un’altrettale possibilità.

Simpliciter: – È l’impossibilità che ne fa una possibilità? Lei è inconcludente. Lei è sconclusionato.

Complicatibus: – Nato alla sconclusione? Un altro termine del termine che non ha termine: un’altra fine della fine che non ha fine, né fine. Le parole sono questo appunto: parti di parti. Le parole sono appunto questo: appunto di appunti. Le parole note sono ignote note, e note di ignote note. Le parole ignote sono note, e ignote note di note. Le parole sono ipotesi senza ipotesi: un se senza se, un sé senza se, un se senza sé, un sé senza sé.

Simpliciter: – Lei è fuori di sé.

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove – 5

l’irragionevole prova del nove – 6

l’irragionevole prova del nove (gc) – 6

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l’irragionevole prova del nove – 6

Complicatibus: – Dunque, anzi ché essere i numeri dell’insieme dei numeri, nell’insieme dei numeri, per l’insieme dei numeri, potrebbe darsi il caso dei numeri del senza, o dell’assenza dei numeri dell’insieme.

Simpliciter: – Lei si corregge sempre.

Complicatibus: – Al contrario Lei non si corregge mai.

Simpliciter: – Lei è proprio incorreggibile.

Complicatibus: – Essendo insomma da farsi questa somma di sotto, potrebbe darsi il caso d’un sottocaso, e, nel caso del sottocaso, d’un sottoquadrato, l’ultimo, e, nel caos del sottocaso, dell’ultimo sottoquadrato, d’un sottoinsieme.

Simpliciter: – Insieme nel sottoinsieme?

Complicatibus: – I numeri, quei primi due numeri: ricorda?

Simpliciter: – E come dimenticarli? E come non ricordarli?

Complicatibus: – Quelli non detti.

Simpliciter: – O detti non detti.

Complicatibus: – Quelli taciuti.

Simpliciter: – O detti taciuti.

Complicatibus: – Quei primi due numeri: dimentica?

Simpliciter: – E come ricordarli? E come non dimenticarli?

Complicatibus: – Detti senza numero, finiti e infiniti.

Simpliciter: – Finitamente infiniti, infinitamente finiti.

Complicatibus: – Prima presi uno alla volta, il primo alla volta del secondo e il secondo alla volta del primo, sebbene non fossero né l’uno né il due, ma un uno e un due, e poi presi insieme.

Simpliciter: – Un uno e un due, presi insieme, e persi.

Complicatibus: – Ora, ancora insieme, di nuovo insieme, in un sottoinsieme presi, a ché il prodotto dìa un esito, sono.

Simpliciter: – Sono preso, e perso. Non esiti ancora. Né oltre. Ora  mi dìa l’esito.

Complicatibus: – Ma l’esito potrebbe darsi proprio nell’improprietà dell’oltre: senza dove, senza quando, senza come, ma insieme.

Simpliciter: – Ma proprio non ha nulla da definire definitivamente?

Complicatibus:  – La totalità del nulla,  la nullità del tutto: l’amore, che non  ha per definizione nessuna definizione, e tutte: il sí del no, il no del sì: l’alternanza senz’alternativa.

Simpliciter: – L’amore? Lei cerca forse di dire… cosa cerca di dire?

Complicatibus: – Cosa dire del forse.

Simpliciter: – Del forse? Cosa dire del forse?

Complicatibus: – Forse, dicendo forse, si cerca di dire qualcosa, di non dire nulla, o di dire tutto, di parte in parte, a pezzo a pezzo: potrebbe dirsi il caso, per esempio.

Simpliciter: – Lei è proprio un caso. Esemplare.

Complicatibus: – Esemplare è copia? O è copia di copia? O è ciò da cui si copia?

Simpliciter: – Quante copie!

Complicatibus: – Forse copiose o forse una sola, soltanto una copia; e non a caso: non a caso potrebbe darsi il caso in cui un caso non sia altro che il caso stesso, e un insieme, l’insieme stesso.

Simpliciter: – Lei, è il caso? Lei, è l’insieme?

Complicatibus: – L’ultimo insieme. L’ultimo caso. O senza insieme, senza caso: senza il caso dell’insieme.

Simpliciter: – Ma, or ora, non è stato detto dell’ultimo caso essere un sottocaso, e dell’insieme un sottoinsieme? E subito dopo non essere piú: Lei dice senza meno.

Complicatibus: – Forse, senza meno, si dice solo il di piú. Non s’era forse detto di fare a meno del meno? Forse non si può fare a meno né meno del meno. Forse non se ne può fare a meno.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che non di meno essere non essere piú, non di piú non essere essere di meno. O da meno. E poi l’or ora non rimanda forse al doppio, al duplice, al duplicato, alla copia esemplare? L’ora di prima non è l’ora di adesso. L’ultimo di prima non è  l’ultimo di adesso. O forse il caso stesso, che non è altro che un caso, potrebbe darsi che sia un sottocaso; e l’insieme stesso un sottoinsieme.

Simpliciter: – Un sottocaso di cosa, allora? un sottoinsieme di cosa, allora? Lei non dà adito a nulla.

Complicatibus: – Non dare adito a nulla, è dare adito a tutto? Tutte le parti sono forse un’unica parte? I sottocasi un unico caso? i sottoinsiemi un unico insieme? i sottoquadrati un unico quadrato?

Simpliciter: – Lei non dà adito a nulla, né a tutto, se non a tutto il nulla quale Lei è. Ma quale unica parte, se non c’è parte, se non ci sono parti? Ma quale tutte le parti, se non è da nessuna parte, se non c’è nessuna parte? In quale caso, se non c’è caso che tenga? In quale insieme, se non c’è insieme che tenga? Quale quadrato, se non c’è forma che tenga? quale quadrato, se non c’è quadro, se non ci sono quadri? Non c’è niente che quadra. Qui, ora, non c’è proprio niente che quadra.

Complicatibus: – Non esserci niente che quadra, è esserci tutto che quadra? è dare forma al quadrato? Se non c’è insieme, è esserci una assenza? è dare presenza all’assenza? Se non c’è caso, è esserci una impossibilità, una improbabilità? è dare possibilità all’impossibile? è dare probabilità all’improbabile?  Se non c’è nessuna parte,   se non ci son parti,  è esserci il tutto? è esserci il nulla?

Simpliciter: – Ma quale tutto? Ma quale nulla? Una parte, si scelga una parte!

Complicatibus: – Una parte da scegliere: una scelta di parte? o una scelta senza scelta? o una scelta senza scelta di parte?

Simpliciter: – Una parte, solo una parte: una parte minima.

Complicatibus: – Una minima parte: una particella?

Simpliciter: – Sia pure una particella, purché ne sia partecipe, purché le sia propria.

Complicatibus: – E perché non impropria?

Simpliciter: – Non impropria è come dire propria?

Complicatibus: – Forse, o forse propria d’improprietà. E perché non due?

Simpliciter: – Non due è come dire… che numero dire dicendo non due?

Complicatibus: – Piú o meno di due, forse non uno né tre.

Simpliciter: – Non uno né tre?

Complicatibus: – Poco piú di uno, poco meno di due; poco meno di tre, poco piú  di due.

Simpliciter: – Poco piú, o poco meno?

Complicatibus: – Tra l’uno e il due, tra il due e il tre, e cosí via.

Simpliciter: – Dire tra l’uno e il due, tra il due e il tre, e cosí via, è dire in mezzo?

Complicatibus: – In mezzo un punto, anzi non uno, né due punti, forse tre punti… tanto per dire poco piú o poco meno, tra dire poco di piú e poco di meno, tra dire uno e due.

Simpliciter: – Tra dire è come dire tra? Che cosa dire?

Complicatibus: – Dire una cosa.

Simpliciter: – Una cosa?

Complicatibus: – O due cose.

Simpliciter: – Due cose?

Complicatibus: – Due cose da dire. Due, per dire tanto per dire una cosa soltanto. Due cose da dire, tanto poco per dire due particelle: due particelle per un’unica parte. Due cose da dire, tanto poco per dire due mezze parole per un’unica parola.

Simpliciter: – Due cose da dire per dire una cosa soltanto: ma che cosa? e due particelle per un’unica parte: ma che parte? e due mezze parole per un’unica parola: ma che parola?

Complicatibus: – Tante due mezze parole per un’unica parola; tante due particelle per un’unica parte; tante due cose da dire per una cosa soltanto.

Simpliciter: – Tante sí, ma quali?

Complicatibus: – E tali e quali, e quante e quanti: forse la gran copia?

Simpliciter: – La gran copia?

Complicatibus: – Per una volta, per una volta o l’altra, per tutte le volte, per l’ultima volta, insieme, o per la prima, per la prima volta insieme, per la prima e ultima volta insieme, ancora, di nuovo: insieme, di sotto, per l’ultimo numero, tutte le parole insieme,  tutte le parti insieme, tutte le cose insieme.

Simpliciter: – Come interpretare tutto insieme?

Complicatibus:  – Cosa interpretare: tutto l’insieme? o l’insieme del tutto? o il tutto dell’insieme? Forse non c’è da interpretare nessuna parte: se pure ci fosse questa gran copia, non c’è copione da seguire. Quella del copione è un’altra storia, con dei personaggî, con delle parti, una storia forse con una storia, o con tante storie, non una storia senza storie; una storia con dei luoghi, dei tempi, non una storia senza dove né quando. Una gran copia, dunque, ma senza copione. Una storia a braccio che non abbraccia nessuna storia.

Simpliciter: – Lei, e le Sue parole!

Complicatibus: – Forse Lei è una parola senza parole, una parte senza parte, né parti; una cosa senza cose, una idea senza idee, un pensiero senza pensieri; una definizione senza definizioni, o con tutte e nessuna; una forma senza forma, un quadrato senza quadrato: un quadrato senza quadrato: un frutto senza frutto, un verso senza verso. Un numero senza numero.

Simpliciter: – L’ultimo numero è ancora senza numero, ed è di nuovo senza numero: un nuovo numero senza numero, ancora. Come leggerlo? come leggere quest’ultimo numero se senza numero?

Complicatibus: – Si potrebbe dare il caso d’una lettura indifferente.

Simpliciter: – Una lettura indifferente? Lei pare essere fondamentalmente indifferente.

Complicatibus: – Mente il fondamentale un fondamento che non c’è, ma potrebbe darsi pur anche il caso in cui vi sia una lettura non indifferente. Non si diceva esser forse legati da un prodotto indifferente, che è somma, o differenza, uguale e contraria?

Simpliciter: – Che modi di leggere sono questi?

Complicatibus: – È un modo senza modi.

Simpliciter: – Lei è smodato!

Complicatibus: – Pur tutta via, c’è chi dice che abbia, questo modo di leggere senza aver modo di leggere, questo tempo di leggere senza aver tempo di leggere, in luogo del luogo comune, o locale, o proprio, di leggere, che ne abbia, dunque, uno improprio, non locale, non comune. Altri dicon che abbia, questo modo senza modi, una sorta di moto, se pur immoto. Altri ancora che il modo senza modi non sia altro che un nodo, non si sa  però se da annodare o da sciogliere.

Simpliciter: – Lei pare contraddirsi sempre.

Complicatibus: – Al contrario Lei non si contraddice mai! O, che è lo stesso, Lei non si contraddice mai?

Simpliciter: – Lei è proprio una contraddizione in termini.

Complicatibus: – Tradotto in altri termini, per altro verso, un altro verso, un altro termine.

Simpliciter: – La termini con questi termini.

Complicatibus: – Tradotto in altri versi, per altro termine, un altro termine, un altro verso.

Simpliciter: – Che termini!

Complicatibus: – Che termini? Un termine può essere tradotto in  tanti termini, un verso in tanti versi. Un verso può essere tradotto in tanti termini, un termine in tanti versi.

Simpliciter: – Che fine fa il termine, in questo modo?

Complicatibus: – Il primo termine o il secondo?

Simpliciter: – Ma non s’era detto non esserci termine di paragone?

Complicatibus: – Dunque, non ha fine il termine.

Simpliciter: – Non ha fine?

Complicatibus: – Né fine.

Simpliciter: – Non ha fine né fine?

Complicatibus: – Né la fine ha forse un termine.

Simpliciter: – Che fine è senza termine?

Complicatibus: – Forse non c’è fine, né fine; non c’è inizio, né principio: forse non c’è termine.

Simpliciter: – Tanti termini per dire che non c’è termine?

Complicatibus: – Dunque non c’è termine ai termini. Né al primo, né al secondo; né all’ultimo. C’è sempre un termine ulteriore. Da tradurre. Da tradire. Il primo per il secondo, il secondo per il terzo, e cosí via: l’ultimo per l’ulteriore. Da tradire.

Simpliciter: – Lei, forse, ora, vuol tradire un termine?

Complicatibus: – Potrebbe pur tutta via darsi a capo, questo termine.

Simpliciter: – Il termine a capo?

Complicatibus: – Dunque il termine, anzi ché non al termine, potrebbe darsi a capo, anzi ché non ultimo primo.

Simpliciter: – Un ritorno al primo termine, senza termini ultimi?

Complicatibus: – Un ritorno e un non ritorno.

Simpliciter: – C’è o non c’è ritorno?

Complicatibus:  –  C’è ritorno perché già detto,  qua e là già detto, già.   C’è non ritorno perché forse non ancora detto, né qua né là  forse non ancora detto, forse. O detto senza dire bene, detto male.

Simpliciter: – Detto senza dire bene, detto male?

Complicatibus: – Forse male detto eterno ritorno senza ritorno.

Simpliciter: – Ma dove già detto, dove mal detto?

Complicatibus: – Da qualche parte già detto, già; le due particelle: ricorda?

Simpliciter: – Le due particelle.

Complicatibus: – Ogni particella ha una sua propria linea, un suo proprio verso, un suo proprio universo, un suo proprio vago vagare, siano essi proprî o improprî; posto che le linee, i versi, gli universi, il vagare loro s’incontrino in un punto e formino una parte, questo incontro sarà solo e soltanto di superficie, questa forma  non sarà altro che un frutto senza frutto, una polpa fatta di colpa.

Simpliciter: – Un frutto? una polpa? che frutto è la cui polpa è fatta di colpa? Me… la mostri.

Complicatibus: – Da capo?

Simpliciter: – Da capo fino in fondo.

Complicatibus: – Non c’è fondo in questo termine, non c’è profondo in questo termine.

Simpliciter: – Lei, non è profondo quello che dice.

Complicatibus: – Non c’è profondità né spessore.

Simpliciter: – Lei spesso non ha spessore né profondità.

Complicatibus: – Due particelle che collimano ma solo in limine, che combaciano ma solo ai margini,  e il loro urto:  uno scontro,  un incontro di  orli, un risvolto a niente rivolto, un termine a capo senza volto.

Simpliciter: – Un capo senza volto?

Complicatibus: – O con tanti volti.

Simpliciter: – Lei mostra tanti volti. Lei è un mostro.

Complicatibus: – Non è nient’altro che quel termine a capo in fine mostra.

Simpliciter: – A capo o in fine?

Complicatibus: – Quel termine, quella parte fatta di parti, non fatta di parti, quell’aborto di parola fatta di particelle, quel frutto senza frutto, quella polpa fatta di colpa, quel primo termine, ma non il primo, un primo termine che segue da altri, che è seguito da altri, che spesso è inseguito da tanti; quel termine posto a capo, sí, ma a  capo di che?

Simpliciter: – A capo di che?

Complicatibus: – Forse di che non sia altro che soltanto se stesso, di tutto se stesso senz’altro, di tutto se stesso senz’altra cosa. Posto a capo senza fine né principio, forse soltanto un andare a capo senza andare a capo: un capoverso per gli ultimi versi, per gli ultimi due versi, per il primo e ultimo verso prima dell’ultimo verso, prima dell’ultima parola dell’ultimo verso.

Simpliciter: – L’ultima parola! Oh, finalmente l’ultima parola!

Complicatibus. – Dunque, verso per verso, gli ultimi due versi: detto dell’a capo senza principio né fine, detto del termine senza fine né  principio, di questo termine a capo, forse detto per errore frutto senza frutto essendo la sua polpa una colpa, anzi, non una qual si sia colpa, ma appunto la colpa, la prima colpa, da cui discendono tutte le colpe a venire, il tradire, il tradirsi, il tradire se stessi, il tradire il tradimento:  il frutto è  e non è senza frutto.

Simpliciter: – Lei muta, muta sempre idea; insomma, si decida: questo frutto c’è o non c’è?

Complicatibus: – In somma c’è interesse, in differenza c’è disinteresse.

Simpliciter: – Lei, quel che dice  pare interessante.

Complicatibus: – Ma potrebbe anche darsi disinteresse per la somma, per quel che resta, se ne resta; e interesse in vece per la differenza, se ne resta: se del resto c’è resto, se di tutto il resto, e del resto di tutto, c’è ancora resto.

Simpliciter: – Pare non restare piú niente che Le desti interesse. Lei dimostra disinteresse, un totale disinteresse.

Complicatibus: – Potrebbe darsi pur anche totale disinteresse per questo, che è interessante, e viceversa interesse totale per quello, che è irrilevante; forse, al di là del frutto, c’è un albero,  che è possibile che produca o non produca frutto, e questo frutto,  se prodotto, o non prodotto, è possibile che, a sua volta, produca interesse, o disinteresse.

Simpliciter: – Che strano ciclo di produzione ha quest’albero, e quante ramificazioni. Mi disegni la sua mappatura: me… la disegni.

Complicatibus: – Non c’è ciclo che tenga in questa storia, non c’è disegno, tanto meno a tutto tondo, né ancora quadrato, al piú potrebbe darsi il disegno dei rami, ma non simmetrici, né lineari, potrebbe darsi un disarticolato squarcio, lacero, una ferita, una mancanza, una lacuna, una sospensione. Anche la storia dell’albero è forse  un’altra storia, quella detta della distanza, in cui l’albero sia capovolto, e il frutto suo,  colto o raccolto, colto e raccolto, esso albero inalberandosi al di sotto, si perda in un punto morto, o in tre punti morti…

Simpliciter: – Siamo giunti a un punto morto.

Complicatibus: – O potrebbe darsi che sia ancora un’altra storia, quella dell’albero, detta della scelta o della vocazione, forse né meno pensata, forse, al piú, depensata.

Simpliciter: – Ma quale scelta può esserci senza pensiero? Quale vocazione se non si voca, né si dice se non i si dice che?

Complicatibus: – Si dice potrebbe darsene di nuovo ancora un’altra, della storia dell’albero, detta della creazione increata, una storia fatta di parole morte, di segni e disegni, e numeri, sí, di numeri, forse gli stessi, forse diversi, forse uguali e contrarî, forse gli stessi diversi: un quattro, un tre, un altro tre. Ma ora questo che significa? che significa quello? che significa questo o quello? che significano questo e quello? essere prossimi alla distanza? essere distanti dal prossimo? che significa tutto ciò?

Simpliciter: – Lei non s’approssima?

Complicatibus: – No?

Simpliciter: – Lei è approssimativo.

Complicatibus: – Sí?

Simpliciter: – Lei è inconcludente.

Complicatibus: – Forse.

Simpliciter: – Lei è sconclusionato.

Complicatibus: – Può darsi conclusione?

Simpliciter: – Lei non porta a termine niente.

Complicatibus: – Un altro termine.

Simpliciter: – Quale altro termine?

Complicatibus: – Per il tutto.

Simpliciter: – Quale tutto?

Complicatibus: – O per una parte del tutto.

Simpliciter: – Quale parte?

Complicatibus: – Da parte a parte: la porta.

Simpliciter: – Quale porta?

Complicatibus: – La porta che si apre.

Simpliciter: – Lei chiude ogni porta. Lei s’apparta.

Complicatibus: – La porta chiusa è aperta dall’altra parte.

Simpliciter: – Lei si rinchiude in sé.

Complicatibus: – Rinchiudersi è aprirsi.

Simpliciter: – Come ci si apre se ci si rinchiude?

Complicatibus: – La porta chiusa all’esterno, è aperta all’interno.

Simpliciter: – Chiusa al fuori, aperta al dentro?

Complicatibus: – O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – La porta aperta all’esterno, è chiusa all’interno.

Simpliciter: – Aperta al fuori, chiusa al dentro?

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso che non ci sia la chiave, che non esista chiave: che la porta, chiusa o aperta che sia, essendo porta, porti da parte a parte. La porta, avendo un limite, non è un limite. La porta non è solo e soltanto  porta,  chiusa o aperta,  e dunque possibile,  ma è pur anche impossibile: è oltre, è l’oltre. La porta, avendo orizzonti, non è orizzonte.

Simpliciter: – Non c’è limite: Lei non ha limiti. Non c’è orizzonte: Lei non ha orizzonti.

Complicatibus: – Non c’è attesa se non disattesa.

Simpliciter: – Lei è inattendibile.

Complicatibus: – Non c’è solo e soltanto la possibilità dell’attesa, o l’attesa della possibilità che ci sia attesa.

Simpliciter: – Lei non attende piú nulla?

Complicatibus: – Forse. Forse non si attende. Forse si è attesi.

Simpliciter: – Sono atteso? Lei forse mi attende.

Complicatibus: – Si è attesi dall’impossibilità di attendere. Forse non v’è altra attesa che dell’impossibile, del miracolo, della meraviglia.

Simpliciter: – Lei mi meraviglia.

Complicatibus: – Qua e là è stato già detto.

Simpliciter: – Non ricordo dove. Dove?

Complicatibus: – Forse al di qua del dove, forse al di là del dove.

Simpliciter: – Né ricordo quando. Quando?

Complicatibus: – Forse al di là del quando, forse al di qua del quando.

Simpliciter: – Ma come! Ma come senza dove né quando? Come?

Complicatibus: – Forse al di qua del come, forse al di là del come.

Simpliciter: – Come dire come fare?

Complicatibus: – Forse tacere, forse dire tacendo, forse tacere dicendo: forse ricercare il legame tra il sono minuto e il sono muto.

Simpliciter:  –  Lei non offre nessun esito,  se non esitante.  Lei non s’offre. Lei non si dona.

Complicatibus: – Forse la porta offre un esito: la porta senza chiave offre un esito. Forse l’albero offre un esito: l’albero senza frutto offre un esito.

Simpliciter: – Ma senza chiave e senza frutto non c’è possibilità di scelta.

Complicatibus: – Forse che ci sia solo e soltanto possibilità? Forse che ci sia solo e soltanto il possibile?

Simpliciter: – Lei non offre soluzioni, se non insolubili. Lei non offre risposte. Lei ha solamente domande.

Complicatibus: – Non c’è offerta, né dono, né soluzione, né risposta. Lei si limita alla possibilità, al frutto, alla chiave. Lei si limita all’offerta, al dono, alla soluzione, alla risposta del possibile.

Simpliciter: – Essendoci la possibilità, o le possibilità.

Complicatibus: – Non essendoci in vece la possibilità, le possibilità, c’è l’impossibilità, l’impossibile.

Simpliciter: – Non è possibile! Lei è impossibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione della possibilità è l’affermazione dell’impossibile.

Simpliciter: – Lei è imprevedibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione della previsione, del previsto, è l’affermazione dell’imprevedibile, dell’imprevisto.

Simpliciter: – Lei è, l’ho appena detto, inattendibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione dell’attesa è l’affermazione dell’inattendibile, dell’inatteso.

Simpliciter: – Lei mi sorprende. Lei è indefinibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione del definito è l’affermazione dell’indefinito, dell’indefinibile.

Simpliciter: – Ma che definizioni sono? che affermazioni sono queste che negano il certo per l’incerto?

Complicatibus: – Forse proprie d’improprietà? Ed essendo tali, violerebbero le leggi della proprietà, cosí da riappropriarsi dell’improprio.

Simpliciter: – Violare le leggi non è andare contro di esse?

Complicatibus: – Andare contro è forse andare incontro.

Simpliciter: – Lei sta violando tutte le leggi di simmetria del quadrato, dell’essere quadrato, del fare quadrato. Non c’è legge che Lei non violi. Lei va oltre lo stabilito. Lei va oltre l’ordine prestabilito. Lei è disordinato. Lei è instabile.

Complicatibus: – Al di là o al di qua dell’ordine, c’è il disordine. Oltre l’ordine del giorno, cui si potrebbe dare il titolo di variationi sull’evento,  c’è il disordine della notte. Ma si potrebbe anche dire viceversa: il disordine del giorno e l’ordine della notte; e il titolo lo stesso. Al di là o al di qua della stabilità, c’è forse instabilità. Pur tutta via, essendo instabile, potrebbe stare dentro con ferocia, essere dunque fuori di sé.

Simpliciter: – Lei non mette ordine. Anzi, Lei confonde: Lei mi confonde. Lei confonde il giorno con la notte, cosí, di punto in bianco; e poi stare dentro, ma essere fuori; e ancora, la ferocia:  cos’è questa ferocia di punto in bianco?

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove – 5

l’irragionevole prova del nove (gc) – 5

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l’irragionevole prova del nove – 5

Complicatibus: – Senza soluzione, senza soluzione di continuità: senza soluzione di continuità non c’è soluzione.

Simpliciter: – Non c’è soluzione? Proprio non c’è soluzione?

Complicatibus: – Proprio non c’è soluzione di sorta, se non impropria: non c’è proprio senza improprio.

Simpliciter: – Non c’è soluzione di sorta?

Complicatibus: Non proprio, non proprio di sorta: l’impropria sorte?

Simpliciter: – I numeri della sorte?

Complicatibus: – Estratti dalla sorte. A caso. E tratti a sé. O fuor di sé. A tratti a tratti.

Simpliciter: – Un ritratto dei tratti? un quadro a tutto tondo?

Complicatibus: – No, no! Un quadro solo e soltanto quadrato, e non ancora quadrato, piú tosto a soqquadro, e protratto, un tratto protratto.

Simpliciter: – A che pro? per cosa?

Complicatibus: – Per cosa: per comporre, scomporre, ricomporre un periodo senza periodo, un tempo senza tempo, un costrutto senza costrutto, un luogo senza luogo.

Simpliciter: – Ma come? Lei sta forse per dire qual cosa dei numeri dell’ultimo numero?

Complicatibus: – Per dire cosa, o cosa dire per?

Simpliciter: – Ricomponiamo i numeri del prodotto, dunque.

Complicatibus: – Per il prodotto dei numeri, per la somma dei numeri del prodotto dei numeri, dunque.

Simpliciter: – Dunque?

Complicatibus: – Dunque il prodotto dei numeri: l’ultimo prodotto.

Simpliciter: – L’ultimo ritrovato?

Complicatibus: – L’ultimo ritrovato, ma perso nell’insieme.

Simpliciter: – Ritrovato perso?

Complicatibus: – Nell’insieme perso e insieme ritrovato.

Simpliciter: – Il recupero d’un oggetto smarrito?

Complicatibus: – D’un oggetto? Potrebbe darsi il caso che questo oggetto sia un soggetto,  ecco,  un soggetto smarrito;  ma,  forse,  questa  è  un’altra storia, una storia che potrebbe darsi il caso di scrivere, sa, il soggetto è soggettivo di tante storie. Chi sa, prima o poi, forse, ma non ora.

Simpliciter: – Di cosa allora?

Complicatibus: – Di cosa.

Simpliciter: – Ma ritrovata per cosa? Per cosa persa?

Complicatibus: – Persa per cosa. Per cosa ritrovata. Di cosa persa per caso. Di cosa per caso ritrovata.

Simpliciter: – Non è che per caso ha ritrovato l’ultimo numero?

Complicatibus: – Quest’ultimo numero è prodotto dalla somma delle somme dei numeri del prodotto dei primi due numeri.

Simpliciter: – Quali primi due numeri? Se ne sono incontrati tanti!

Complicatibus: – Quanti e quanti primi due numeri. E quali e quali primi due numeri. E quanti e quali: ma anche questa dei quanti e dei quali è un’altra storia, una storia da finire, prima o poi, ma non ora, non ora che  non c’è ora, non ora che non c’è dove, non ora che non c’è come, non c’è come finirla, ancora.

Simpliciter. – Ora è ora di finirla con le altre storie: finiamo prima questa. Finiamola.

Complicatibus: – Il prodotto dei numeri, dunque, dei primi due numeri, dunque, che non sono né l’uno né il due: ricorda? I primi numeri, quelli non detti, quelli taciuti: ricorda?

Simpliciter: – Ricordo i non detti? ricordo i taciuti? Come ricordare se non detti, come ricordare se taciuti?

Complicatibus:  –  Lei non ricorda i non detti?  Lei ricorda solo e soltanto  i detti inesatti? i primi due numeri detti inesatti?

Simpliciter: – Il quattro e il tre?

Complicatibus: – Il quattro e il tre, parti della somma delle due cifre dei numeri dei prodotti delle due cifre dei primi due numeri, di questi primi due numeri, detti non detti, detti taciuti.

Simpliciter: – I primi due numeri detti non detti, detti taciuti?

Complicatibus: – Per ricordare. Detti non detti, detti taciuti per ricordare: prodotti dal ricordo.

Simpliciter: – Per ricordare cosa?

Complicatibus: – Per cosa ricordare, per cosa è il ricordo, per non dimenticare il ricordo, per non dimenticare il non detto: i primi due numeri, da cui tutto deriva, e il nulla deriva.

Simpliciter: – Perché? Perché? Sono di nuovo alla deriva.

Complicatibus: – Di nuovo, e ancora: perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono finito e infinito: sono congiunto finito nell’infinito, sono minuto finito congiunto nell’infinito.

Simpliciter: – Nell’infinito dove?

Complicatibus: – Perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono parti partecipi del tutto e del nulla.

Simpliciter: – Quali parti? se ne sono incontrati tanti, e tante incontrate.

Complicatibus: – E tanti e tante, e quanti e quante: perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono capaci di tutto e di nulla.

Simpliciter: – Quale capacità?

Complicatibus: – Se capaci di tutto incapaci di nulla? e se capaci di nulla incapaci di tutto?

Simpliciter: – Sí, sí.

Complicatibus: – No in vece, in vece no: perché questi primi due numeri, detti non detti, detti taciuti, per ricordare il ricordo, sono proprio capaci di tutto e di nulla, e parti partecipi, e parti e partecipi.

Simpliciter: – Proprio?

Complicatibus: – E sono proprio incapaci di tutto e di nulla senza parti né parti partecipi.

Simpliciter: – Proprio?

Complicatibus: – Non c’è proprietà senza improprietà, né improprietà senza proprietà.

Simpliciter: – Quali proprietà e quali improprietà? quante improprietà!

Complicatibus: – Lei esclama? Intende forse chiamarsi? chiamare un se stesso diverso da sé?

Simpliciter: – Un me stesso diverso da me?

Complicatibus: – Un io stesso diverso dall’io: un sono diverso dal sono? Un essere diverso dall’essere?

Simpliciter: – Sono diverso sono?

Complicatibus: – Sono proprio improprio sono. Essere proprio improprio essere. O avere proprio improprio avere.

Simpliciter: – Non ne abbia a male, ma Lei ha solo improprietà.

Complicatibus: – È proprio l’improprietà del bene che fa sí che ci sia propria la proprietà del male.

Simpliciter: – Il bene improprio?

Complicatibus: – È proprio la proprietà del male che non fa sí che ci sia proprio il bene. O che fa sí che non ci sia bene proprio, ma forse…

Simpliciter: – Forse?

Complicatibus: – Forse Lei, esclamando, si prefissa di chiamare non proprio sé stesso?

Simpliciter: – Mi prefisso?

Complicatibus: – Non proprio, prefissa se stesso, sí, ma diverso da sé, forse capovolto, ma intento a chiamare, Lei: il nome proprio, il Suo nome proprio.

Simpliciter: – Quale nome? quale nome proprio?

Complicatibus: – Non proprio il nome proprio, forse il comune, sebbene…

Simpliciter: – Sebbene? Prefissarsi il bene? Lei, Lei è fuori di sé?

Complicatibus: – Ma, se Lei fosse in sé, viceversa: l’ipotesi è capovolta. Il se è capovolto: ecco, proprio, proprio e improprio. Posto prima del proprio, questo se capovolto, ma che non accresce, e non afferma, bensí sottrae, bensí si sottrae, bensí si sottrae al bene.

Simpliciter: – Il bene che non cresce, e si nega,  si sottrae? E la somma? e il prodotto?

Complicatibus: – La somma al contrario essendo sottrazione, la sottrazione al contrario è somma.

Simpliciter: – La somma sottrazione, la sottrazione della somma? Sottrarre per sommare?

Complicatibus: –  Ecco, appunto,  proprio e improprio insieme:  si sottrae il  numero al numero, si sottrae il numero ai numeri, si sottrae il numero ai primi due numeri, a ché il prodotto di essi, il prodotto dei primi due numeri senza numero, ecco, dei primi due numeri detti senza numero, dei primi due numeri non detti, taciuti, o detti non detti, detti taciuti, detti sottratti, e cosí detti solo e soltanto per ricordare quel che è il ricordo e di sé e del sé diverso da sé, e dell’essere se stessi e dell’essere altro da sé, o sia cosí detti solo e soltanto per ricordare il ricordo o del non essere altro che sé o del non essere che altro da sé, o ancora cosí detti solo e soltanto per ricordare quel che è il ricordo del se e del se capovolto, per ricordare quel che è il ricordo del non detto: il sono minuto: a ché questo prodotto, dunque, finito nell’infinito dove, finito nell’infinito quando, finito nell’infinito come: a ché questo prodotto, dunque, finito nell’infinito periodo: a ché esso prodotto dei primi due numeri, presi uno per volta: a ché esso prodotto dei primi due numeri persi insieme: a ché esso sia probabile, e insieme improbabile.

Simpliciter: – Uno alla volta, insieme, probabile, improbabile?

Complicatibus: – Uno alla volta, probabile; insieme, improbabile.

Simpliciter: – Uno alla volta: partiamo dall’uno alla volta. Essendoci l’uno, non può che partirsi dall’uno.

Complicatibus: – L’uno, che si parte alla volta di cosa? L’uno, che è il primo numero dei numeri del piú, della somma dunque, che si parte, che parte se stesso dunque, che parte ha?

Simpliciter: – Che parte ha?

Complicatibus:  –  Forse  non ha parte,  forse è una parte,  forse è una parte senza parte né parti.

Simpliciter: – Che parte è, se non ha parte?

Complicatibus: – Ma, se si parte, che parti hanno, e sono, queste parti dell’uno?

Simpliciter: – Le parti dell’uno?

Complicatibus: – Ma, se si parte, che parti sono, e hanno, questi parti dell’uno?

Simpliciter: – I parti dell’uno?

Complicatibus: – È uno, tanto per dirne uno? o è uno, poco per dirlo uno?

Simpliciter: – Tanto poco? Tanto o poco?

Complicatibus: – L’uno, determinato nella sua indeterminatezza, che si parte, parte alla volta di cosa.

Simpliciter: – Lei è determinato solo nell’indeterminatezza.

Complicatibus: – L’uno, una volta partito alla volta di cosa, non è piú uno, ma piú di uno.

Simpliciter: – L’uno è piú di uno? Lei è partito!

Complicatibus: – L’uno è piú di uno, ma meno dell’uno.

Simpliciter: – Piú di uno non è piú dell’uno? Se piú di uno,  meno dell’uno non è possibile.

Complicatibus: – Piú o meno, piú e meno.

Simpliciter: – Se uno è piú di uno, può dirsi che sia due?

Complicatibus: – L’uno piú di uno non è due, non ancora; né due meno di due è uno, non ancora.

Simpliciter: – Non ancora?

Complicatibus: – Potrebbe darsi, potrebbe darsi alla volta del due; ma per far sí che l’uno piú di uno sia il due, può darsi, ecco, può darsi il dodici. Il dodici: ricorda?

Simpliciter: – Lo si è incontrato, mi pare, una sola volta.

Complicatibus: – Una volta sola. Forse, forse s’incontra solo una volta.

Simpliciter: – Solo una volta? E poi mai piú?

Complicatibus: – O una volta per sempre.

Simpliciter: – Per sempre?

Complicatibus: – Sempre per una volta.

Simpliciter: – Uno piú di uno, alla volta del due, per sempre, per una volta soltanto?

Complicatibus: – Per quella volta.

Simpliciter: – Quale quella? Quella volta del c’era una volta?

Complicatibus: – C’era una volta.

Simpliciter. – E poi per sempre?

Complicatibus: – Per questa volta.

Simpliciter: – Quale questa? Lei fa per dire!

Complicatibus: – Per dire.

Simpliciter: – Tanto per dire?

Complicatibus: – Per non dire tanto per dire.

Simpliciter: – Per non dire? Cosa vuol dimostrare? che altro?

Complicatibus: – Altro. Ecco, potrebbe darsi che l’uno piú di uno sia partito alla volta del due, o l’uno non piú uno alla volta dell’altro.

Simpliciter: – Un altro? un altro ancora?

Complicatibus: – Ancora? Ancora, e non ancora: partito alla volta dell’altro, di nuovo.

Simpliciter: – Un nuovo altro? Ancora, di nuovo, un nuovo altro?

Complicatibus: – Dunque, l’uno non piú di uno partito alla volta dell’altro, l’uno piú di uno partito alla volta del due.

Simpliciter: – Il due, Lei non parla mai del due, Lei parla sempre d’altro.

Complicatibus: – Potrebbe darsi che il due non sia altro che l’altro; parlando d’altro, non parlerei d’altro che del due.

Simpliciter: – Parliamone.

Complicatibus: – La volta del due. Dunque, il due: alle volte il due; o il due alla volta di; o due alla volta.

Simpliciter: – Quante volte per un due.

Complicatibus: – Un due? Forse che sia un numero composto? intende forse dire dodici dicendo un due? O forse che il due non sia altro che uno? Il due non è altro che uno?

Simpliciter: – Non dica altro. Il due non è altro che due. Non aggiunga altro.

Complicatibus: – Non dirò piú altro. Né altro piú?

Simpliciter: – Non dica cosí. Mi dica, prima del piú, del due, mi dica, ora, solamente del due, senz’altro, e poi del piú.

Complicatibus: – Prima del piú, e poi del piú, ora, in vece, solo e soltanto del due, senz’altro; e dunque: il due è il secondo numero.

Simpliciter: – Quale secondo numero?

Complicatibus:  –  Il secondo  numero dei numeri  del piú,  il due,  che, non essendo mai primo, non di meno è un numero primo.

Simpliciter: – Il secondo numero primo.

Complicatibus: – Improprio, secondo taluni; proprio, secondo talaltri.

Simpliciter: – Secondo taluni? Secondo talaltri?

Complicatibus: – Secondo talaltro, il numero uno è un numero primo, è il primo numero dei numeri primi; e il due è dunque, dei numeri primi, il secondo.

Simpliciter: – Secondo talaltro. E secondo taluno?

Complicatibus: – Secondo taluno, in vece, c’è chi dice che sia, il due, il secondo numero, il primo numero primo.

Simpliciter: – Il due, il secondo numero, è il primo numero primo secondo taluno? E l’uno?

Complicatibus: – Secondo taluno, c’è chi dice che, l’uno non essendo un numero primo, pur tutta via sia il primo numero, e dunque il primo numero dei numeri non primi. Ma i numeri non primi sono secondi? E a che secondi? Secondi a che?

Simpliciter: – Un secondo! E il tre allora, che è un numero primo, che fu detto non il primo né il secondo dei numeri primi, che ne sarà del tre secondo taluno?

Complicatibus: – Il tre, che è la somma dei primi due numeri del piú, l’uno e il due, uno non primo, secondo taluno, e il secondo in vece  primo, secondo taluno, il tre, dunque, non è che il secondo dei numeri primi, secondo taluno.

Simpliciter: – Ma allora, questa storia è tutta da riscrivere, secondo taluno.

Complicatibus: – Secondo talaltro, non tutta, ma in parte, in qualche parte del tutto.

Simpliciter: – Ma questa è una rivelazione.

Complicatibus: – Potrebbe darsi che sia sí una rivelazione, o forse no, forse è solo e soltanto una rilevazione, ma nell’uno e nell’altro caso qualcuno e qualcun altro la direbbe irrilevante.

Simpliciter: – Me la riveli comunque.

Complicatibus: – Me… la riveli?

Simpliciter: – Me la mostri.

Complicatibus: – Me… la mostri? In due parole?

Simpliciter: – In due parole?

Complicatibus: – La prima parola a capo, ricomposta, la seconda in fine disposta?

Simpliciter: – In fine? ma se non finiamo proprio piú!

Complicatibus: – Non finisce la somma proprio perché ancora da farsi, proprio perché ancora impropria: la somma di sopra potrebbe anche dirsi propria, ma la somma di sotto non può che dirsi ancora impropria.

Simpliciter: – Non può dirsi somma di sotto?

Complicatibus: – Né darsi. Se non impropria. Ancora.

Simpliciter: – Non può darsi somma di sotto?

Complicatibus: – Né farsi. Se non impropria. Di nuovo.

Simpliciter: – Non può farsi somma di sotto?

Complicatibus: – Forse che possa dirsi e darsi e farsi somma di sotto, se non impropria?

Simpliciter: – Ancora? Di nuovo?

Complicatibus: – Forse ancora, forse di nuovo: forse sotto le righe o sotto le righe di sotto, o tra un rigo e l’altro, può darsi.

Simpliciter: – Lei va oltre le righe.

Complicatibus: – Forse andare oltre, violare le leggi, è stare tra  le righe, per un certo verso.

Simpliciter: – Si regoli. Si dìa una regolata. Se si va oltre, come restarne dentro?

Complicatibus: – Forse essendo dentro l’oltre? Ma mente il regolo una regola che non c’è.

Simpliciter: – Lei è proprio sregolato. Segua quel certo verso.

Complicatibus: – Ad un verso certo ne segue un altro, di verso, o un secondo, forse incerto.

Simpliciter: – Un secondo verso diverso dal primo?

Complicatibus: – O uguale, se converso.

Simpliciter: – Lei non conversa.

Complicatibus: – O sia uguale sia contrario.

Simpliciter: – Uguale e contrario? Inverso?

Complicatibus: – Inverso, se speculare; controverso, se contrario.

Simpliciter: – Controverso?

Complicatibus: – Potrebbe anche darsi il caso che sia controverso per speculare del contrario, e dei contrarî.

Simpliciter: – Quante contrarietà, quanti versi.

Complicatibus:  –  Lei,  forse, ora  specula  sulla quantità delle qualità della controversia?

Simpliciter: – Vorrei si speculasse della somma, del prodotto, dei numeri, ma non senza mai arrivare all’ultimo, quello definitivo. Dìa un numero per ogni verso finché finiranno. Perché, prima o poi, dovranno pur finire, questi versi e questi numeri.

Complicatibus: – Prima o poi finiti, ma ora finiti e insieme infiniti: insieme, ora insieme, ora insieme sono minuti, finiti e infiniti, ora insieme sono sòno minuto, finito e infinito.

Simpliciter: – Essendo stato detto che il prodotto dei numeri, dei primi due numeri, presi insieme, era improbabile, son per questo detti finiti, e insieme infiniti, i numeri?

Complicatibus: – Probabile.

Simpliciter: – Come fa a esser probabile l’improbabile?

Complicatibus: – Viceversa, potrebbe essere improbabile che sia probabile. E cosí via.

Simpliciter: – Suvvia, non dica cosí: Lei, ora, sia meno probabilista e piú probatorio.

Complicatibus: – Nell’insieme dei numeri e dei versi, o dei numeri dei versi e dei versi dei numeri, è probabile, o improbabile, che il prodotto sia questo o quello, l’uno o l’altro, e che la somma delle due cifre della somma delle quattro cifre del prodotto dei primi due numeri dìa esito positivo o negativo. Lei è forse in attesa di quest’esito.

Simpliciter: – Sono sempre in attesa.

Complicatibus:  –  Ma già l’insieme dei numeri può  darsi che sia o non sia,  che sia principio o fine, che sia vita o morte, che sia amore o disamore, che sia sí o no; dunque resterebbe solo da dirsi l’insieme dei numeri del principio, o l’insieme dei numeri della fine, o del fine, e cosí via: l’insieme dei numeri della vita o della morte dei numeri l’insieme; l’insieme dei numeri dell’amore o del disamore dei numeri l’insieme; l’insieme dei numeri del sí o del no dei numeri l’insieme. E viceversa.

Simpliciter: – Quante probabilità. Quante probabilità vi sono? E viceversa?

Complicatibus: – Viceversa appena dette, e con pena: la morte, il disamore, il no. Ma ve ne sono ancora: certe particelle incerte.

Simpliciter: – Certe particelle incerte?

Complicatibus: – Sul da farsi incerte.

Simpliciter: – Lei non sa piú che fare. Insomma, si dìa piú  da fare.

Complicatibus: – In somma? ma se è ancora da farsi il prodotto.

Simpliciter: – Lei non produce mai nulla. Lei è un essere improduttivo. Produca qualcosa. Venga al dunque.

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

POETARUM SILVA – IL READING – REGGIO EMILIA

 

è tempo di libri

Enzo Campi

IPOTESI CORPO

 

Edizioni Smasher – Messina

 

Per acquistare il libro

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http://www.edizionismasher.it/campi/enzocampi.html

 

 

Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità).

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

 

 

 

AAVV

 

POETARUM SILVA

 

Edizioni Samiszdat – Parma

 

Antologia di prosa e poesia a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri,Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

Per acquistare il libro

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http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Silvia Rosa

 

DI SOLE VOCI

 

Edizioni LietoColle – Como

 

Per acquistare il libro

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http://www.lietocolle.info/it/rosa_silvia_di_sole_voci.html 

 

Così i versi di Silvia Rosa sono una cronaca del giorno a venire, della conta dei passi che servono per uscire dal fondo di sé per farsi Sola Voce. Il verso chiama una profonda cura del dettaglio e dello stile così come una parola piena, contundente e circolare che si fa carne nuda: il mio Corpo cede peso all’Anima/ e cambia di significato e di sostanza/ nello spazio del discorso/ si appunta come un segno nero/ a margine. Ecco che la nudità diventa la possibilità di decifrare con la pelle la scrittura e il segno del mondo: resta come un coagulo che si distingue dall’anima e accede al Senso. 

(dalla prefazione di Alessandra Pigliaru) 

POETARUM SILVA – L’ANTOLOGIA

AAVV – Poetarum silva – Ed. Samiszdat – Parma

 

Per acquistare il libro senza carta di credito

http://www.pchelp.it/Lara/Negozio/index.html

Poetarum Silva

Antologia di prosa e poesia

a cura di Enzo Campi

Testi di

Alessandro Assiri,  Cristina Bove, Enzo Campi, Giovanni Campi, Natàlia Castaldi, Giovanni Catalano, Stefania Crozzoletti, Glo’ D’alessandro, Luigi Di Costanzo, Gabriella Garofalo, Federica Gramiccia,  Vincenzo Mancuso, Luciano Mazziotta, Silvia Molesini, Arturo Moll, Gianni Montieri, Andrea Pomella, Anna Maria Salvini, Antonella Taravella, Antonella Troisi.

 

Cristina Bove

 

Allora ti avvicini con la bocca

alle cose sentite dire altrove

che non sono le tue

raccogli cenci

spolveri le travi 

– i ragni li farai infelici –

e se pronunci ancora altre parole

otterrai sei monete e due lustrini

di fandonie sgargianti
 

tu non conosci decerebrazione

l’essere solo corpo

– il pesce anfiosso –

il suono delle cellule che cade

transitorio

giù per accenti tonici

emerge da cunicoli

deflagrando crisalidi

– l’atropa sfinge –

separata ristagna e si nasconde

sotto lemmi e cifrari

l’anima mia

per un destino d’ali.

Giovanni Catalano

 

Quando dei volti amati

si perderanno i tratti e resteranno

le stanze senza musica

o nella cenere delle mansarde

le borse di pelle

piene di carte di giornale

accartocciate,

i due cappelli di lana,

un vecchio abete artificiale.

Nemmeno noi

che di questa vita

abbiamo amato gli angoli

e nella notte gli altri

poco prima di svegliarsi.

Persino noi,

la stessa distanza.

Piegati in due

a far combaciare i lembi

tra l’indice e il pollice

e un passo contro l’altro,

in due, in quattro, in otto.

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L’INCANTO DELLE PAROLE

DOMENICA   9  MAGGIO  ore 18.00

Galleria d’arte La Metamorfosi

Piazza Fontanesi – Reggio Emilia

 

“L’INCANTO DELLE PAROLE”

 

READING COLLETTIVO  CON

 

VELVET AFRI

ENZO CAMPI

GIANCARLO CAMPIOLI

CLAUDIO BEDOCCHI

NADIA BONEVA

ELENA LUSVARDI

ROSSELLA PENSERINI

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