giovanni bietti

Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito. (altro…)

#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre. (altro…)

Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

Quando dici Mantova # 2 – (rivelazioni)

 

Giovanni Bietti - lavagna "Ascoltare Beethoven", piazza Mantegna

Giovanni Bietti – lavagna “Ascoltare Beethoven”, piazza Mantegna

Ieri, nel semibuio accogliente del Teatro Ariston, sono andata ad ascoltare un incontro su Simone Weil. Giancarlo Gaeta, storico del cristianesimo, e Maria Concetta Sala, filosofa, sono i curatori di La rivelazione greca, raccolta di scritti pubblicata da Adelphi nel 2014: posato nella trattazione il primo, infiammata la seconda, i due curatori hanno regalato al loro pubblico una lezione “magistrale” in ogni senso, tratteggiando in poco meno di due ore non solo il contenuto del libro ma, attraverso gli stimoli di questo, la figura di Simone Weil. Il volume raccoglie infatti scritti organizzati con un criterio cronologico e che hanno come ambito di studio il mondo greco, in special modo quello antico, e non testimoniano, ma sono la capacità di Simone Weil di mantenere fisso lo sguardo sul proprio tempo. Sono la tensione di rendere accessibile la tragedia greca ad ogni classe sociale; sono la riflessione sull’epopea come «geometria del castigo e della forza», in una fase in cui l’Occidente perde il concetto di Nemesi per sfumarlo nella sovrana brutalità; sono l’ammirazione per l’Iliade come prima traccia scritta di uguale compassione verso le miserie dei vincitori e dei vinti.
Di sera, mi si perdoni se sembro saltare di palo in frasca, durante un altro evento sotto le stelle (le “lavagne” di piazza Mantegna), il musicologo Giovanni Bietti (vero drago della divulgazione) ci ha fatto ascoltare Beethoven. Letteralmente. Al piano o da cd, previa piccola dissezione, brani che credevamo di conoscere si sono spalancati come ostriche, rivelando i loro debiti con il classicismo mozartiano ma soprattutto la loro grandissima novità: il gioco di simmetrie e riprese con cui Mozart costruiva volute diventa, con Beethoven, galoppata di proposte e risposte, tempo stretto, accelerata, e soprattutto non dialogo ma dramma. Per definire le scelte di Beethoven al nostro orecchio, Bietti usa la parola «ineluttabile»: come il suo tempo, ed è questa la tesi di fondo, richiede. Di fronte a predecessori inarrivabili per linguaggio melodico (Mozart muore un anno prima del suo arrivo a Vienna), Beethoven intuisce di voler cambiare terreno, registro, misura: semplifica allora la melodia perché si sollevino il ritmo, la dinamica, la drammaticità. Comincia a parlare, insomma, «nella direzione in cui sta andando il mondo». Per poi concedersi, alla fine della sua vita, con i Quartetti, di guardare infinitamente in là.
Sto facendo piccole e grandi scoperte, durante questo festival; alcune minime riguardano la zucca con il gorgonzola, ma vi prego di non sottovalutare neanche queste. La giornata di ieri mi ha rivelato, però, qual è una delle capacità misteriose che rendono grandi, grandissimi: declinare la propria potenza d’immaginazione, le infinite possibilità creative e di pensiero, nella lettura del proprio tempo, e accoglierlo, e offrirsi.

© Giovanna Amato