Giovanna Providenti

Goliarda Sapienza ‘voce intertestuale’, nel ventennale della sua morte. A cura di A. Trevisan

Nel ventennale dell’anniversario della morte dell’autrice proponiamo un secondo post a lei dedicato in cui si riporta parte dell’introduzione al volume di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) edito da La Vita Felice.

la redazione

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Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio del 1924 ma visse per la maggior parte della sua vita a Roma e, negli ultimi anni, tra la capitale e Gaeta, dov’è morta il 30 agosto 1996. È stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari, la maggior parte dei quali, a oggi, risulta pubblicato. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto anche i ruoli di “cinematografara” e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una ‘vita di vite’ piena, costante e “appassionata”, declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. […]
Sapienza si rivelò al mondo editoriale con quattro romanzi pubblicati in vita nell’arco di un ventennio, tra il 1967 e il 1987: Lettera aperta (Garzanti, 1967; Sellerio, 19972; UTET, 20073), Il filo del mezzogiorno (Garzanti, 1969; La Tartaruga, 20032; Baldini e Castoldi, 20153), L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983 e 20062; Einaudi, 20123) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987; Rizzoli, 20072; Einaudi, 20133). Dello stesso periodo sono reperibili anticipazioni di bozze di romanzi e racconti apparsi su riviste e antologie, infine interventi radiofonici e articoli riguardanti tematiche al femminile o, più propriamente, reportage usciti negli anni Ottanta sulla rivista Minerva dell’Associazione Il Club delle Donne di Roma.
Dopo un momento di oblio durato a lungo – dall’‘87 all’anno della sua morte almeno – Goliarda è tornata all’attenzione del pubblico e della critica nel 2005, grazie al successo riscosso in Francia e alla ristampa italiana del romanzo postumo e oramai famoso L’arte della gioia,[1] scritto tra il 1967 e il 1976. Attualmente, documentari, presentazioni, appuntamenti, spettacoli, reading e omaggi dedicati al suo lavoro continuano a nascere e circolare in ambiti diversi. Eppure, leggerla o rileggerla nel ventennale della sua scomparsa richiede una premessa che tenga conto dei percorsi di ricerca già tracciati, affinché un ulteriore lavoro biografico e critico su di lei abbia senso. […] percorrendo l’intero corpus, si può evidenziare il dialogo che esiste tra le diverse opere nel segno dell’autobiografia ma anche di un ‘nutrimento’ letterario in divenire; ogni opera partecipa infatti alla precedente, e carica di attesa e significato le successive, creando un’originalità di stile che ha pochi eguali nella storia della letteratura del Novecento.
Focalizzarsi in particolar modo sui volumi postumi, non ancora sufficientemente letti e indagati, si prospetta di fondamentale importanza al fine di saggiare la ‘tenuta’ letteraria dell’autrice. Essi […] sono i racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; Einaudi, 20112) e la raccolta poetica Ancestrale (La Vita Felice, 2013) in cui è confluita anche la precedente, Siciliane (Il Girasole Edizioni, 2012), primi rilevanti approcci alla scrittura. Un intero paragrafo sarà qui dedicato al romanzo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2009): scritto nel 1979, il libro appare decisivo per i legami che intesse con la storia della cultura francese ed europea del primo Novecento. Meritano ampia considerazione i diari editi da Einaudi nel 2011 e 2013 – entrambi curati da Gaia Rispoli – con i titoli Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 e La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992; si tratta di una selezione dalle scritture private. Una parte inedita degli stessi dal titolo Elogio del bar è stata pubblicata anche nel 2014 per i tipi di Eliot. È degno di nota, infine, il volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, 2014), che raccoglie l’opera teatrale e parte di un lavoro dedicato all’adattamento – cinematografico o teatrale – di alcuni testi scritti negli anni Sessanta e Ottanta, come le pièce. Il romanzo-diario Appuntamento a Positano, pubblicato da Einaudi a giugno 2015 risale, invece, al 1984. […]

Questo libro muove dunque da un’esigenza: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi, talora veri e propri sconfinamenti […]
Sapienza non conobbe un vero vaglio critico in vita; nonostante ciò, le recensioni e gli articoli usciti tra gli anni Sessanta e il 1996 non sono privi di un certo interesse. Grande spinta, invece, si è riscontrata negli anni Duemila, in particolare dal 2005 in poi, a seguito del successo della traduzione de L’arte della gioia in Germania e Francia. Un interessamento critico più intenso si è avuto tra il 2013 e il 2015, dopo la pubblicazione del romanzo sopraccitato per la casa editrice britannica Penguin e per la statunitense Picador, mentre la francese Le Tripode sta pubblicando l’opera per intero, con traduzione di Nathalie Castagné. Nel 2015, proprio per la stessa casa editrice, è uscito un valido volume biografico, Goliarda Sapienza, telle quelle je l’ai connue, scritto dal vedovo dell’autrice, Angelo Maria Pellegrino. Egli è co-autore di Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia, uscito per Edizioni Croce a giugno 2016, libro nel quale si presenta una rinnovata bio-bibliografia sull’autrice. […]

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Maria Giudice: nella storia e nella ‘memoria’ di Goliarda Sapienza

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(© Archivio Sapienza-Pellegrino)

Maria Giudice è stata una figura cruciale per la storia del Novecento: socialista, tra le prime sindacaliste e proto-femministe italiane (ed europee), giornalista, attivista dall’eccezionale vitalità e dinamicità, Giudice era una ‘donna atipica’ per la sua contemporaneità, in grado di dedicare il proprio sé agli altri con innata generosità. La sua forza – politica e culturale insieme – emersa nelle battaglie per i diritti dei lavoratori socialisti e in difesa delle lavoratrici, nei dibattiti e negli scioperi che l’hanno più volte condotta in carcere, è stata oggetto di studio negli ultimi vent’anni non soltanto da parte della storia contemporanea: la narrazione della sua vicenda, che attraversa due secoli e gli anni che vanno dal Ventennio al 1953 (in cui è morta) è anche al centro dell’opera della figlia Goliarda Sapienza, come vedremo.
Vi sono almeno tre punti di partenza che aiutano a mettere in luce l’importanza di Maria Giudice nel panorama della prima metà del secolo scorso: il racconto storico ‘su di lei’, i suoi ‘testi politici’ e la memoria che Sapienza ha tenuto in vita non solo nei romanzi ma anche nei Taccuini degli ultimi anni, che sviscerano peculiarità importanti e, fino ad oggi, poco considerate altrove, aprendo così a un’indagine diversa.
La biografia di Giudice è stata puntualmente tracciata da Giovanna Providenti, biografa di Sapienza, sia in La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza (Catania, Villaggio Maori, 2010) sia in un articolo apparso nel 2007 su «Noi Donne», i cui contenuti sono frutto di un’elaborazione di fonti provenienti dalle monografie a cura di Vittorio Poma, Una maestra fra i socialisti. L’itinerario politico di Maria Giudice (Bari, Laterza, 1991), e Jole Calapso, Una donna intransigente. Vita di Maria Giudice (Palermo, Sellerio, 1996). Vale la pena di riprendere i tratti salienti della biografia anche qui citando, ai fini di questo discorso, almeno un paio di scritti di Giudice che testimoniano l’incorruttibilità del suo pensiero e la tenuta dello stesso nel tempo.
Figlia del reduce garibaldino Ernesto e di Ernesta Bernini, Maria era nata a Codevilla, in provincia di Pavia, il 27 aprile 1880; maestra elementare e compagna dell’anarchico Carlo Civardi morto in guerra nel ’17, ha attraversato i primi vent’anni del Novecento con un doppio ruolo: quello di ‘donna d’azione’ e ‘donna di parola’. Nel 1902 si avvicinerà al socialismo grazie a Ernesto Majocchi, collaborando con lui al periodico «L’Uomo che ride»; nel 1903 diventerà segretaria della Camera del Lavoro di Voghera e, subito dopo, per volere del partito, responsabile dell’organizzazione camerale a Borgo S. Donnino presso Parma. In quel periodo verrà segnalata dalla questura per l’attività di propaganda e per le manifestazioni pubbliche; finirà ben presto in carcere a causa di un articolo pubblicato su «La parola ai lavoratori», in cui affronta un episodio tragico per l’epoca con estrema criticità: l’eccidio di Torre Annunziata. Incinta del primo figlio di Civardi – con cui non fu mai sposata –, sceglierà di partorire da esule in Svizzera, restandovi per quindici mesi. Conoscerà lì Lenin e Angelica Balabanoff, con cui fonderà «La difesa delle lavoratrici»; tra le due nascerà anche una forte amicizia che continuerà fino alla morte di Giudice (Balabanoff ne scrive in La mia vita di rivoluzionaria del ’79). «Eva» e il quindicinale «Su Compagne!» sono tra gli esempi di riviste femminili in cui Maria esprimerà il suo personale punto di vista su temi che riguardano la vita intima delle donne. Ciò sarà testimoniato poi nei romanzi del “ciclo autobiografico” di Goliarda Sapienza, in cui Maria sarà la madre capace di trasmettere alla figlia alcuni rudimenti che riguardano la sessualità femminile e il rapporto con l’altro sesso. La precocità delle sue idee è notevole per l’epoca; in tutt’altra chiave e forse in termini comparatistici – anche per vicinanza anagrafica –, l’approccio diretto di Giudice può dirsi simile a quello di Sibilla Aleramo, che nei primi anni del Novecento sarà impegnata come giornalista e attivista in molti giornali femminili.
Di quel periodo è tuttavia importante La nostra idea, in cui Giudice spiegherà quel “socialismo umanitario” di cui sarà ‘portatrice’ per tutta la vita:

distruggiamo il disagio economico, creando l’uguaglianza economica […] Noi sappiamo che l’ingegno umano va sempre inventando nuove macchine destinate a sostituire l’uomo nei mestieri meno nobili e più faticosi, ora esse e non sempre dappertutto vengono adottate, perché, dato il sistema attuale della proprietà privata dove le macchine sono solo a disposizione ed a tutto beneficio di pochi privilegiati, ciò non riesce sempre né facile né utile al capitalista, ma riuscirebbe facilissimo e sommamente utile l’applicarle in un ambiente collettivo, ove le macchine diventerebbero proprietà di tutti quanti i lavoratori e la scienza, che riceverebbe allora maggiore impulso della nuova società, ne inventerebbe sempre delle nuove, talché esse verrebbero a sostituire l’uomo nei mestieri più bassi e faticosi, ne sarebbe tanto lontano il tempo nel quale l’uomo sì nell’agricoltura che nell’industria, diventerebbe un semplice direttore di macchine.
E così noi avremo messo la natura in perfetto accordo con la scienza […]
Rimarrebbe l’altra questione, quella della vanità, per cui ciascuno cercherebbe per ambizione personale di darsi ad una professione piuttosto che ad un mestiere, ma se questo fatto può avvenire oggi, in una società che bada più all’apparenza che alla sostanza, scomparirebbe all’orquando gli uomini sarebbero giudicati a seconda di quello che sanno fare e non alla stregua dei titoli che portano.
È vero, oggi noi, per una falsa educazione avuta siamo usi a trattare con molto più riguardo un avvocato, un ingegnere, che non un falegname od un contadino, spesse volte si dia il caso di persone esperte nel proprio lavoro e di un titolato che non vale un’acca; da qui il disprezzo generale per tutti i mestieri. Ma se per mezzo di un’educazione più seria e più giusta ci si abituerà a considerare del pari (come d’altronde si è già cominciato a fare) il lavoratore delle braccia come quello della penna ed a dare valore tanto al falegname che sa fare un bel tavolo, quanto al pittore che ci dipinge un bel quadro o al letterato che scrive un bel libro, a giudicare insomma le persone, non dai titoli che portano, ma da quello che sanno fare, vedranno ciascuno scegliersi quel mestiere o quell’arte, o quella professione alla quale potrebbe dedicarsi, con maggiore profitto, ben sapendo che altrimenti non glie ne deriverebbe che del danno.

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A proposito di “Appuntamento a Positano” di Goliarda Sapienza

Appuntamento a Positano-copertina

Appuntamento a Positano è un’opera di Goliarda Sapienza rimasta inedita fino allo scorso giugno, quando è uscita per i tipi di Einaudi. Narra di una vicenda d’amicizia fra Goliarda stessa ed Erica, ricca mecenate – così potremmo definirla –; due vite che s’incontrano in uno stesso luogo, in cui Sapienza trascorre il proprio tempo libero, fuori dal set e lontano dalla caoticità romana.
Appare necessario da subito chiarire quale sia l’intento di questo excursus nel libro, affinché una prosecuzione nella lettura abbia senso. Per chi abbia indagato a fondo il corpus di Sapienza, questo testo potrà risultare interessante non tanto per ciò che riguarda la storia e la trama in sé, comunque godibili a più livelli: il suo valore sarebbe infatti un altro e concernerebbe il legame con la costellazione di scritti dell’autrice sinora editi. Questo volume si profila come un ulteriore tassello nella vicenda lavorativa e personale di Goliarda, che può essere indagata ancora una volta da più punti di vista. (altro…)

Ancestrale di Goliarda Sapienza. Appunti di lettura, con una nota impropriamente filologica

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.[1]

Goliarda SapienzaScrivere di Goliarda Sapienza poeta è avventuroso quanto scrivere di lei narratrice: è a tal punto una figura eternamente nuova nel panorama letterario italiano, che spiazza ogni volta la si affronti.
Certo, per l’autrice di L’arte della gioia di pagine importanti sulla produzione in prosa ne sono state scritte negli ultimi anni; ma è per le poesie raccolte in Ancestrale che si naviga praticamente a vista, assistiti soltanto dai contributi critici di Anna Toscano.[2]
Di Ancestrale si sa che è un libro compiuto (ma fino a che punto?) e non una raccolta di poesie ri­trovate: così come lo possiamo fi­nalmente leggere fu probabilmente pensato e organizzato da Goliarda a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento. Si sa pure che, messa la parola ‘fine’ ad Ancestrale, poche altre poesie furono composte, e che in vista di un’eventuale pubblicazione Go­liarda avrebbe comunque voluto rivedere la rac­colta, forse, ipotizzo, per ridurre ridondanze e ripeti­zioni tematiche. Inoltre, da quanto è noto di una lettera di Cesare Garboli a Goliarda, mi è possibile immaginare la fisionomia di quella che potrei definire l’Ur-Ancestrale: una raccolta che presumi­bilmente si apriva con A mia madre e si chiudeva con “È compiuto. È concluso. È terminato”, e all’interno conosceva poesie poi espunte, come una che inizi(av)a “Non so come ma andando” che sarebbe piaciuta in modo particolare a Niccolò Gallo.[3]
Fatto sta che a un certo punto su Ancestrale fu Goliarda Sapienza stessa a far discendere il silenzio; forse per una forma di pudore, tipico di chi è consapevole di non avere ascolto in una ‘società lette­raria’ che at­tende altro dalla poesia; forse per stanchezza mista a orgoglio.
A raccontarci ora alcuni retroscena della raccolta è Angelo Pellegrino; nella prefazione,[4] Pellegrino ricorda il passaggio di mani di queste poesie: dal già ricordato Cesare Garboli a Niccolò Gallo, da Anna Banti a Roberto Longhi (che pure apprezzò i versi). Insomma tutti nomi che sul finire degli anni Cin­quanta avevano il potere di dare il placet alla raccolta. Eppure, anche se Ancestrale incon­trò il gra­dimento (vocabolo intriso di ipocrita pudore) della Banti e di Garboli (in questo caso, si è visto, un gradimento limitato a pochi testi), insieme a quello molto più importante, a ben vedere, di Attilio Bertolucci, non otten­ne quella spinta necessaria per uscire dalle mura private, anzi dalla cas­sapanca nella quale venne riposto. È innegabile comunque che agì più di tutto la netta stroncatura di Mario Alicata (cieco tra i ciechi?).[5]
Ma già questa di Pellegrino è un’interpretazione a seriori, un giudizio che condanna la cri­tica e contemporanea­mente assolve in un certo senso la poesia prima ancora del poeta. Garboli in fin dei conti disse qualcosa di condivisi­bile allora come ora, cinquant’anni dopo (e Goliarda lo sa­peva).[6]
ancestraleEppure Ancestrale è l’inizio di tutto perché Goliarda Sapienza nacque, sconosciuta ai più, come po­eta; a partire dal 1952, in un breve periodo di pausa da impegni di lavoro con Citto Maselli, si fa strada in lei la poesia: «scrivere diventa il suo privilegiato rifugio […], dapprima, solo per giocare con le parole o per liberarsi dai propri pensieri angosciosi, ma col passare degli anni, la scrittura di­venta per lei l’unico modo per non restare “mutilata nel corpo e nella mente”.»[7] Goliarda si scopre poeta di un’intonazione così intimamente lirica che non poteva trovare ascolto né tra gli amici, che nelle poesie vedevano una via per curare la malinconia (come nel caso di Franca Angelini), né tra i critici che Goliarda incontrava nei salotti romani degli anni Cinquanta, così fintamente engagé (si pensi ai versi di Sereni che fotografarono tutto ciò e che fecero risentire Fortini) da costituire la prova provata di una società letteraria ormai imborghesita.
Ogni parola presente in queste poesie è una scelta precisa: esprime un’esigenza di chiarezza inte­riore prima ancora di una manifestazione all’esterno del proprio mondo. Aggettivi, colori, forme verbali, tutto concorre alla creazione di un’espressione che forse ha il suo pendant non tanto nei romanzi, quanto piuttosto nei taccuini: è qui infatti che affiorano simili costrutti che associano più colori, per esempio, nella descrizione di un volto, un paesaggio, un luogo. E come accade nei tac­cuini, anche qui nelle poesie di Ancestrale il mondo di Goliarda si apre attraverso la descrizione di volti, corpi e luoghi. In Ancestrale non c’è Modesta: c’è Goliarda. E questo spiega perché simboli­camente per lei la nascita della poesia a un certo punto è fatta coincidere con l’evento tragico della morte della madre, Maria Giudice.
Sarebbe (e forse è) perciò un errore esegetico leggere Ancestrale sulla scia di L’arte della gioia, quando in realtà sarebbe corretto d’ora in poi guardare al romanzo tenendo in mano le poesie: il ro­manzo di una vita apre squarci sulla lingua e i sentimenti di Sapienza, ma non comprende tutto l’u­niverso poetico di Goliarda. E così varrà anche per Ancestrale il ‘sottotitolo’ suggerito per il ciclo Le certezze del dubbio, ossia Autobiografia delle contraddizioni che a ben vedere non è poi tanto lon­tano da uno dei possibili titoli che Sapienza aveva ipotizzato per la sua raccolta di poesie: quel I luoghi ancestrali della memoria dove, proprio in virtù delle non poche contraddizioni riscontrabili nelle ricostruzioni a seriori del proprio passato, si può ravvisare il leitmo­tiv delle poesie. Sic­ché vale anche qui ciò che afferma Stefania Mazzone: «La memoria è giustizia nella narrazione della vita, il linguaggio vive al femminile, e il segreto vive nel tragico, ma se sve­lato […] diventa dramma eroico, sopravvivenza, saggezza.»[8] E che questa valutazione invero appli­cata alla prosa valga an­che per la poesia lo conferma un altro passo della lettera di Garboli a Goliarda Sapienza nel quale, deli­neando i tratti portanti di Ancestrale, il critico osserva che «una mu­sica inconfondibile», che anima le due poesie fondamentali per lui, ossia A mia madre e “È com­piuto. È concluso. È ter­mi­nato”,[9] emerge da «una musica più ge­nerica», che agita le altre poesie in­tese come variazioni; ma quella nota ‘inconfondibile’ è pure «troppo originale, troppo potente, troppo in centro della terra e nel cuore delle cose, troppo […] da tragedia greca.»[10]
Del resto, mi chiedo, la poesia di Goliarda Sapienza non nasce da un evento tragico che per forza di cose le si stampa eterno nella memoria? Non comincia tutto quella notte del 5 febbraio 1953 quando muore sua madre, Maria Giudice? Capovolto così il “benedetto” tricolon petrarchesco, il ‘canzo­niere’ di Goliarda si apre in mortem per rimanere sempre e soltanto in mortem, perché morto è già da qualche anno anche il padre, Giuseppe Sapienza. Ed è nel segno di questo ricongiungimento nell’ora più estrema che Goliarda scrive per scavare fino alle radici, per trovare quella primordialità del suo essere donna, per ritrovare l’elemento ancestrale dal quale sgorgano le parole che l’hanno convinta della propria vocazione alla scrittura.
Ed è una ricerca che guarda solo a sé stessa: la storia immortalata è quindi riesumata attraverso ri­cordi d’infanzia o dell’adolescenza; il presente è il quotidiano crudo e reale; il futuro, se c’è, è la proiezione dell’attesa di una società che non sia dogmatica e allo stesso tempo figlia di un’utopia come lo è stata lei. Goliarda in poesia vuole liberare le forze della vita e perciò tentare una strada per la felicità (quella stessa felicità che per essere raggiunta in L’arte della gioia porterà l’autrice a mettere in scena tutta una serie di omicidi simbolici, rituali, necessari) attraverso l’uccisione dei propri demoni. Scrittura carnale, è stata definita, ed è vero perché i versi di Ancestrale trasudano passione e sentimenti, amore e sesso senza compromessi, senza pudori.[11]
Una poesia spoglia, essenziale, a tratti aspra, riarsa; una poesia che ha scelto una sua lingua che non ama gli aggettivi (spesso sono i participi passati ad avere una funzione attributiva) e che preferisce a essi i colori per descrivere stati d’animo, per esempio; una lingua tutta contesta di elementi che ap­par­tengono al vissuto quotidiano, capaci di scandire il tempo in ogni suo momento sia nell’ambito della giornata, sia nelle più dilatate stagioni, elementi assimilabili a un certo immaginario crepu­scolare che non pare seguire alcuna moda (se non l’esordio coevo dell’appena scomparso, nel 1953, Rocco Scotellaro), quanto semmai anticipare movenze più tarde come quelle di Patrizia Cavalli. Una lin­gua che predilige un verbo all’infinito a una possibile partitura di coniugazioni; sicché il ri­corso più o meno costante ai verbi all’infinito, anche nella forma riflessiva, si nota sin dalle prime battute: Se­parare congiungere… (p. 19); Non sottrarsi ma accoglierla… (p. 26); Ancora un’ora o due… (p. 30; qui compare un solo verbo per l’appunto all’infinito, “pulsare”, preceduto da un parti­cipio con va­lore attributivo, “dischiuse” [in ri­ferimento alle “mani”]); Non posso chiudere gli occhi. Abbaci­nata… (p. 31); Voglio ricordare. Ma ho pa­ura… (p. 54); Non andare rimani… (p. 77); Non scher­zare… (p. 78); e così di seguito per tutta la raccolta, dove spesso un singolo infinito, o in cop­pia con un altro, accentra in sé tutta l’azione drammatica del testo («A te che hai gli occhi/ azzurri/ e i gesti lenti/ e ti guardi le mani e non mi vedi/ non restarmi vicina/ non cercare/ dalla sabbia calore/ con quel gesto/ che i miei sensi ral­lenta/ e il mio sangue/ trascina/ in tramortite no­stal­gie»; p. 43). Accanto all’uso dell’infinito as­soluto (o presunto tale) risalta pure la rilevante occorrenza di co­strutti negativi, quasi sempre introdotti da “non”: Non sottrarsi ma accoglierla… (p. 26); Non posso chiudere gli occhi… (p. 31); Non questo era previsto… (p. 34); Non potrai più uscire… (p. 35); Non sapevo che il buio… (p. 45); Non ho potuto e in piedi… (p. 47); Non ricordo l’inizio del discorso… (p. 76); Non andare rimani… (p. 77); Non scherzare di notte fuori dall’uscio… (p. 78); Non ab­biamo parole in sentieri… (p. 136); Non c’è niente che possa rallen­tare… (p. 137); per citare alcuni esempi capaci di disegnare la parabola dell’impossibilità pur sem­pre tentata, senza mai traccia di rassegnazione. E non passa inosservata, forse perché riconduce direttamente all’amato Leopardi, e seppure minoritaria nel numero di occorrenze, quasi tutta concentrata nella prima della raccolta, la presenza dell’avverbio “an­cora”, spesso in aper­tura: An­cora un’ora o due… (p. 30); Ancora la me­moria m’ha destata… (p. 42); Ancora una volta… (p. 44); «e il fermarsi è cor­rere/ ancora/ di più» in Non sapevo che il buio… (p. 45); Abbiamo un termine… («Abbiamo un termine/ per restare/ davanti a questa/ finestra/ senza guardare/ Ancora un’ora due/ poi il bisturi del giorno/ sezionatore», p. 85).
Anche l’anafora, o la più semplice ripetizione di termini all’interno di una stessa poesia, marcano in un certo senso lo stile di Goliarda Sapienza poeta, con una palese tendenza d’avvicinamento a un registro volutamente sliricato: tutta A mia madre (pp. 20-22) si regge sull’insistenza della ripeti­zione (Quando/Quando; Nessuno/Nessuno; Potessi/Potessi/potessi; per citare qualche esempio); come pure la poesia È predisposto… (p. 24), nella quale il costrutto si ri­pete per ben tre volte nell’arco dei dodici versi che compongono il testo; o ancora la ripetizione di «S’è chiuso il cerchio» in È compiuto. È concluso. È terminato… (p. 57); tutta A Nica morta nel bombardamento di Cata­nia… (pp. 65-67); la quasi penniana Come potrò resistere alla notte… (p. 80); in Serrare i pugni… (p. 88); tutta A T.M. (pp. 104-6); in L’orma più grande… (p. 131); in Piangendo ci incontrammo fra le barche… (p. 142); in Sapere che tu esisti… (p. 146); fino alla con­clusiva Vorrei all’ombra del tuo… (p. 160), preceduta, però, strategicamente dalla poesia A mio pa­dre (pp. 157-59), vero e pro­prio polo antitetico alla poesia A mia madre, capace di connotare anche nello stile lo scarto verso il quale gravitano le ultime poesie di Ancestrale, quelle che decretano il superamento della morte come elemento di staticità: «Vorrei al ritmo/ del verso/ abbandonarmi ma/ il tempo stringe/ e devo correre/ ancora» recita Goliarda, congedandosi.
Mentre fenomeni come l’elissi dell’articolo, la sintassi nominale che instaura un certo rapporto tra nominalismo e analogismo, l’uso di astrattismi e la resa transitiva di verbi intransitivi, denotano, se non una ascendenza diretta, quanto meno una familiarità con la grammatica ermetica nei suoi aspetti più espressionisti legati, non tanto ai maggiori esponenti (da intendere sub speciem Ungaretti), bensì alle declinazioni “minori” e perciò più vitali proposte da Gatto e De Libero, passando inevitabilmente attraverso la codificazione quasimodiana (dal quale però non discendono assolutamente quegli elementi che potrebbero costituire la “sicilianità” di Ancestrale); fenomeni, questi, caratteristici delle opere pubblicate tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento e perciò facilmente assimilabili dalla giovane e avida lettrice Goliarda Sapienza.
Tutti questi aspetti, per ognuno dei quali bisognerebbe spendere più di un fugace accenno, parteci­pano alla costruzione della caratteristica peculiare di questa poesia “ancestrale”.

Sul versante che chiamo impropriamente filologico le domande che Ancestrale pone sono molte e destinate per ora a rimanere senza risposta. È evidente, a una più attenta lettura, che le poesie rac­colte ora in Ancestrale avrebbero subito una sorta di potatura se fossero state pubblicate a ridosso della loro sistemazione d’autore: le ripetizioni ravvicinate, non solo di sintagmi ma pure di identiche im­magini con leggere variazioni, suggeriscono questa mia considerazione, che attende tanto una con­ferma quanto una sonora smentita.
Alcuni esempi: la mancata uniformità nell’uso della punteggiatura[12] e delle maiuscole a inizio verso avallerebbero la scelta di un’edizione fedele alle carte. Spesso la maiuscola è pre­sente all’ini­zio di un verso, dopo un verso privo di punto fermo (come nel caso della già citata A mia madre); mentre in una diversa sequenza di versi, pur nella stessa poesia, può essere rispettato l’uso corretto («Non an­dare rimani/ l’aria si gela intorno/ alle mia mani/ S’incrinano gli specchi/ Nei tuoi occhi/ l’azzurro ha vuoti/ d’acciaio. Alle tue spalle/ un’altra attesa spalanca i corridoi./ E non ho forza/ di percorrerli ancora/ non ho forza/ di strisciare carponi/ lungo i muri.»; p. 77).
Altre poesie prive di punteggiatura e con maiuscola incipitaria a ogni verso suggeriscono, di contro, una datazione antica assimilabile a quel retrogusto crepuscolare, già indicato sopra in altro contesto, in grado però di strizzare l’occhio alle esperienze del primo Bertolucci e di Caproni.
Un ultimo esempio, forse il più eclatante: le due poesie “Oggetti d’ombra le tue occhiaie…” e Mes­saggio sembrerebbero introdurre il lettore nel laboratorio di Goliarda,[13] senza però in­formare quale delle due stesure sia la prima. Di fatti, se accettassimo come suo naturale modus operandi il proce­dere a levare e non ad aggiungere dettagli ai versi, per non appesantirli e quindi sforare nella prosa, come ci viene suggerito da Anna Toscano,[14] queste due poesie quasi identiche rappresenterebbero un’eccezione ingiustificata, poiché Messaggio si differenzia per la sola quartina iniziale, dopodiché, dalla terzina successiva, il testo prosegue in modo pressoché uguale al componimento della pagina prece­dente (a v. 7 di Messaggio il participio “agitate” viene dislocato a fine verso rispetto alla pre­cedente stesura, forse per ottenere una sorta di chiasmo con “brinate” del v. 6).[15]
Ma le cose, a mio avviso, vanno ben oltre lo stato del dattiloscritto e denunciano invece un problema legato alla cura­tela della raccolta. Passi la volontà di contestualizzare la poesia di Goliarda Sapienza nella storia della poesia italiana; passi la decisione di riportare alla luce la sua voce primigenia; passi ogni altra cosa, ciò non toglie che una “Nota al testo” si rende immediatamente necessaria non appena si inciampa nella doppia ste­sura di una poesia. Mancando però del tutto informazioni sulla natura del dattiloscritto, sulla datazione dei singoli testi, informazioni che dopo cinquanta e più anni si rendono auto­matica­mente necessa­rie, ogni ipotesi per ora rimarrà tale fino a quando qualcuno non metterà le mani su quelle carte per parlarci della nascita, della crescita e, perché no, dell’abbandono di Ance­strale.
Si potrebbe replicare: filologia spiccia o ancor meglio futili dettagli; conoscere, però, lo stato reale dei testi può aiutare a comprendere la storia di questo nuovo capitolo di poesia ritrovata.

© Fabio Michieli

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[alcune poesie tratte da Ancestrale possono essere lettere qui]


[1] Goliarda Sapienza, Ancestrale (prefazione e cura di Angelo Pellegrino; postfazione di Anna Toscano), Milano, La Vita Felice, 2013, p. 19; d’ora in poi Ancestrale.
[2] Anna Toscano, La poesia ancestrale di Goliarda Sapienza, in «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza, a cura di Gio­vanna Providenti, Roma, Aracne editrice, 2012, pp. 191-203; ead., ‘Ancestrale’, finalmente, in Ancestrale, cit., pp. 181-93.
[3] Giovanna Providenti, biografa di Goliarda, riportando parte della lettera trascrive anche questo passo: «Due poesie della raccolta lo hanno colpito in modo particolare: “quella a tua madre (comincia quando tornerò) e l’ultima, quella che comincia È compiuto» (cfr. Giovanna Providenti, La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza, Catania, Villaggio Maori Edizioni, 2012, p. 139). La lettera di Garboli è riproposta nel capitolo Scrittrice (1958-1961) e quindi riconduci­bile a quel periodo, anche se la Providenti non indica la data. Il passo è comunque testimone, se non ne forzo il senso, dei limiti precisi della raccolta che in quegli anni forse ancora non si intitolava Ancestrale, titolo che arriva dopo la can­cellazione di altri, tra i quali Informazione biologica e I luoghi ancestrali della memoria (ivi, p. 138). Per quanto ri­guarda la poesia “Non so come ma andando”, a ricordarne il titolo è la stessa Goliarda in una lettera a Citto Maselli ri­portata sempre nella biografia: «Cittino caro, sono da Franca. Come stai? Ho telefonato a Cesare, il quale mi ha detto che Gallo ha portato a Firenze le poesie e le ha date alla Banti che le avrebbe lette. […] A Gallo è piaciuta molto anche Non so come ma andando – ti ricordi? / Una cosa importante, non per la pubblicazione ma per me, è che la sera che Gallo è stato con la Banti mentre loro parlavano le ha lette Longhi (il marito della Banti) il quale era entusiasta. Pensa un po’!! Mi sembra così strano in fondo ero convinta prima della prova Gallo-Longhi, che a noi piacessero perché le ho scritte io ma adesso sono un po’ rassicurata» (ivi, p. 139).
[4] Angelo Pellegrino, ‘Ancestrale’ ritrovato, in Ancestrale, cit., pp. 5-16.
[5] A distanza di anni, nell’ottobre del 1980, dopo l’esperienza del carcere, Goliarda consegnerà questa nota al proprio taccuino: «Fra le altre accuse nascoste e palesi viene fuori chiaro e preciso da parte di Citto e del suo clan che sono in colpa non solo con la società borghese, ma cosa più grave con la classe dei lavoratori: colpa senza appello, esatta­mente come quando cominciai a scrivere poesie d’amore e le diedi ad Alicata, venendo bollata come borghese indivi­dualista che invece di scrivere per la causa del proletariato scrive del privato, d’amore» (cfr. Goliarda Sapienza, Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989, Torino, Einaudi, p. 117).
[6] Sempre nella già ricordata lettera, Garboli si esprimeva in questi termini: «non sono cose [le poesie], così mi pare, che vogliono essere lette e giudicate belle o brutte, o, per lo meno, vogliono questo soltanto un momento dopo: prima di tutto, vogliono essere capite.” Un giudizio questo che non mi pare così tranchant come invece risulta dalla prefazione di Ancestrale dove Pellegrino cita un’altra lettera di Garboli ma non questa. Ricostruzione parziale? Volontà di riscrivere una storia prima ancora che una storia sia stata scritta? Non saprei; ma è evidente che le pagine di Gio­vanna Providenti messe al confronto con quelle di Angelo Pellegrino in alcuni punti stridono, e stridono là dove incon­trano i nomi dei critici influenti proprio negli anni in cui prendeva forma e vita Ancestrale (si veda qui sopra la nota n. 3).
[7] Giovanna Providenti, La porta aperta, cit., p. 107.
[8] Stefania Mazzone, Goliarda Sapienza: del femminile eversivo della scrittura, in Giovanna Providenti, La porta è aperta, cit., pp. 177-82, in part. p. 178.
[9] Ora in Ancestrale, cit., pp. 20 e 57.
[10] Giovanna Providenti, La porta è aperta, cit., p. 139.
[11] «Con la gioia/ dell’occhio voglio/ amarti straniero/ nemico/ uomo amante/ nemico/ Tu non sei padre/ di donne come vuoi/ sembrare/ e se lo sguardo/ addolcisci la/ bugia del tuo/ sesso s’affila/ in una lama/ Io non temo il/ col­tello/ contenere posso/ il suo assalto senza/ sforzo e rubarti/ lo sperma donna/ e ladra la/ natura m’ha/ fatta per godere/ e rubare/ e sottrarti la/ vita che tu temi/ di dare uomo avaro/ che sperperi/ nei dubbi dell’essere/ o del non essere/ il tuo pene» (Ancestrale, cit., pp. 155-56).
[12] Anche se una nota a p. 17 informa che tale «uso della punteggiatura rispetta il manoscritto originale», adottando perciò un criterio prettamente conservativo.
[13] Ancestrale, cit., pp. 108-10.
[14] Anna Toscano, ‘Ancestrale’, finalmente, cit., pp. 181-93.
[15] «Oggetti d’ombra le tue occhiaie/ brinate dalla sera in agguato/ le tue mani agitate dal lutto della notte// Dalla cima del tuo grido/ ora dovrai discendere in quest’albore/ di vetri vagare// Chi segui? Chi ti chiama? Non ascoltare/ il grido del tramonto sfracellato/ nell’ombra del cortile/ il cerchio del tuo gesto/ nella sabbia devi tracciare// Nell’ombra del tuo petto accartocciato/ il verme scava fra i tendini le vene/ si nutre del tuo sangue/ della saliva si abbevera// Innestato allo scheletro quel pianto/ scordato/ ramifica fra i tendini, le vene/ raggelando il tuo gesto il tuo calore» (p. 108); Messaggio, «All’alba sono entrati/ in due dalle imposte socchiuse/ hanno posato sul tavolo una pietra/ una scatola chiusa un pezzo di pane// Oggetti d’ombra le tue occhiaie/ brinate …» (Ance­strale, cit., pp. 109-10).