Giovanna Iorio

Poetry Sound Library, progetto di Giovanna Iorio

https://www.zeemaps.com/map?group=3218677&fbclid=IwAR0OK5k7-XToAgTBRpu-SIRrB7GJk5PEXmKB4xFbUWGiI1bFHliBswBda84#

Poetry Sound Library è un progetto sonoro di Giovanna Iorio, poetessa e artista del suono con sede a Londra.

Per partecipare, inviare un’e-mail a poetrysoundlibrary@gmail.com

 

Poetry Sound Library is a sound project by Giovanna Iorio, poet and sound artist based in London.

To participate, e-mail poetrysoundlibrary@gmail.com

PoEstate Silva #42: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, IV

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

4. La cistite

Il giorno prima Susan era stata una mamma perfetta: aveva fatto un enorme castello di sabbia insieme al figlio, inginocchiata per ore in riva al mare a scavare buche e a costruire torri, ponti e fortezze. Era venuto fuori un castello meraviglioso e quelli che passavano lo avevano ammirato. Per un po’ erano rimasti a guardarlo orgogliosi. Il marito si era complimentato con madre e figlio e aveva fatto una foto. Erano tornati a casa dopo il tramonto cantando “Sail away” e “I’m just a jealous guy”. Dopo la doccia, Susan si era sentita male. Aveva sentito un dolore crescente alla schiena e poi i dolori erano diventati una brutta cistite.
Si mise a letto e cominciò a bere acqua. Passò la notte a urinare con bruciori terribili. Prese subito un antibiotico e non chiuse occhio. Il giorno dopo stava un po’ meglio ma disse al marito e al figlio che sarebbe rimasta a casa a riposare.
E così restò a letto fino alle undici quando si alzò e decise di esplorare il paese. Non era un vero e proprio paese; il centro abitato si trovava a qualche chilometro dalla casa e dalla spiaggia. Avevano trovato l’alloggio su un sito e le recensioni erano buone: la proprietaria, una ragazza gentile, li aveva accolti con un grande sorriso e aveva spiegato tutte le cose importanti: le due bombole del gas (ce n’era sempre una di riserva), come aprire e chiudere le zanzariere, eccetera eccetera. La casa era minuscola ma aveva un terrazzo e una bella vista sulle colline. La spiaggia era a un chilometro di distanza e vi si arrivava percorrendo una strada sterrata, passando accanto a un maneggio con cavalli pacifici e sonnolenti che ogni tanto risalivano la collina insieme a gruppi di turisti.
Prima di uscire Susan andò in bagno, stava decisamente meglio ma non era ancora completamente guarita. Per strada si mise a fotografare le piante lussereggianti, gli eucalipti, gli olivi carichi di frutti, i fichi, gli oleandri. Tutto era profumato e straordinario. Raggiunse il piccolo supermercato e pensò di entrare a comprare qualcosa per la cena. Fece un giro tra gli scaffali e prese della salsa di pomodoro, poi nel banco dei prodotti locali vide una pasta simile ai ravioli, ripiena di patate e menta. Sì, avrebbe cucinato quelli. Mentre era intenta a guardare i prodotti tipici di quella bella terra, sentì il bisogno urgente di urinare. Non poteva trattenersi e allora si fece coraggio e, arrossendo, chiese ad un ragazzo che stava mettendo le merci sugli scaffali se poteva usare il bagno. (altro…)

PoEstate Silva #40: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, III

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

3. Il gelato

Per un po’ ci fu solo il gelato. Una coppa di vetro: cioccolato, crema, nocciola e poi panna montata e ancora cioccolato fuso. Senza sollevare lo sguardo, affondava il lungo cucchiaio di metallo nella coppa e con gli occhi socchiusi mangiava il suo gelato. Aveva i capelli corti, castani e un po’ scialbi, un vestito da brava ragazza bianco e blu che copriva appena il ginocchio. Intorno, sul terrazzo dell’albergo, una folla abbronzata assisteva allo spettacolo di musica latino americana con giovanissime ballerine sensuali e scalmanati ballerini acrobati.
A metà gelato la donna guardò davanti a sé. Di fronte, su un altro divano, stavano seduti un uomo e una bambina di circa due anni. L’uomo la teneva sulle ginocchia e la faceva ballare al ritmo della musica. Anche la donna cominciò a muovere pigramente la testa a destra e a sinistra, il cucchiaio sospeso a mezz’aria, cercava di attrarre l’attenzione della bimba che invece non si voltò. Allora riprese a mangiare il gelato, affondò nuovamente il cucchiaio nella coppa e con gli occhi socchiusi lo portò alla bocca.
Il cameriere apparve alle sue spalle, un giovanotto abbronzato, dai capelli corti e scuri. Le chiese qualcosa, reggeva un vassoio. La donna cominciò a parlargli con entusiasmo, una risatina acuta e troppa allegria fecero voltare l’uomo.
– Che fai, adesso ti metti a flirtare con il cameriere?
La frase fu accompagnata da un sorriso sprezzante e subito dopo l’uomo tornò a guardare lo spettacolo, abbracciando un po’ di più la bambina.
La donna tentò di ribattere qualcosa ma il cameriere era tornato con due piatti colmi di tramezzini. L’uomo chiese come mai fossero così tanti e il cameriere disse che avevano ordinato due tramezzini. In realtà avevano detto uno, ma preferì lasciar correre. La donna fece per chiedere il conto ma il cameriere disse che il signore aveva già pagato. La bambina si liberò dall’abbraccio e cominciò a frugare con le manine nel piatto. Prese un tramezzino e poi un altro fino a quando il padre la tirò di nuovo dolcemente a sé, facendola sedere di nuovo accanto a lui.
La donna raccolse dal fondo dalla coppa di vetro l’ultimo cucchiaio di gelato. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e ricominciò a muovere la testa a ritmo della musica, come un jolly con la molla che esce all’improvviso da una scatola.
La bambina era stata adottata: bruna e minuta, era forse sudamericana. Si teneva aggrappata al nuovo padre con tutto il corpo mentre non sembrava mostrare alcun interesse per la nuova madre. L’uomo era completamente rapito dalla bambina, le dava da mangiare, le parlava e quando la bambina prese a ballare davanti a lui cominciò a battere le mani al ritmo della musica. Poi guardò la donna come a dire: “guarda come è carina!”. Allora la donna si alzò e prese a ballare, tendendo le mani verso la bambina che invece di andarle incontro si rifugiò nelle braccia del padre. (altro…)

PoEstate Silva #38: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, II

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

2. Nessie

Fino a quel momento era andato tutto benissimo: Marco aveva parcheggiato a poche centinaia di metri dalla spiaggia più bella dove da tempo voleva portare Giulia e il figlio Matteo. Erano arrivati a un passo dalle dune e dalla laguna. Quella domenica non faceva troppo caldo, c’era solo un po’ di vento ma Marco aveva fissato l’ombrellone con la corda e ora sembrava ancorato alla sabbia. Era tutto perfetto. Nel frigo portatile c’era perfino una birra. Giulia gli aveva detto che non c’era più spazio, ma lui era riuscito ad infilarne una ben fredda. La coppia di amici con cui erano venuti al mare erano i genitori di un amico di Matteo. Si erano visti qualche volte durante l’anno scolastico ed erano abbastanza simpatici. Alberto aveva un ombrellone rosso e lo aveva piantato senza nessuna tecnica particolare. Marco pensò che sarebbe volato via al primo colpo di vento ma non disse nulla, per non sembrare arrogante. Quello che importava era aver creato quella grande ombra per i due bambini che adesso impazienti chiedevano di entrare in acqua.
Non sapeva nuotare Matteo e gli avevano comprato un drago salvagente. Mentre lo gonfiava, verde smeraldo e con gli occhi rossi, Marco propose di chiamarlo Nessie. “Come il famoso mostro di Lochness!”.
A Matteo piacque quel nome ed entrato in acqua, si aggrappò a Nessie con un grande sorriso fiducioso. L’altro bambino si mise a nuotare con la madre verso il largo.
Era proprio la giornata perfetta: il cielo azzurro e il mare cristallino. Giulia, un po’ timida con il suo due pezzi turchese, per via delle forme generose si era spogliata lentamente mentre l’amica aveva svelato un corpo snello e abbronzato. Marco mise un braccio intorno alla vita di Giulia mentre stavano a riva, come per rassicurarla che la trovava bella e attraente ma lei si sciolse dall’abbraccio per tuffarsi:
– Ma è gelata!
– No, se nuoti ti scaldi! – la incoraggiò Alberto.
Anche lui come la moglie con i muscoli ben scolpiti, si era tuffato subito dopo Giulia e ora le nuotava accanto. Ridevano allontanandosi dalla riva, Giulia nuotando a rana, bianca e morbida. Marco rimase da solo con il figlio e Nessie.  Sentì una gelosia improvvisa e tentò di ascoltare la conversazione tra Giulia e Alberto, ma era impossibile con il rumore delle onde e la gente intorno. Il vento stava diventando più forte ma il suo ombrellone sembrava non temere le folate, saldo come una quercia. Quello rosso di Alberto tremava ma ancora resisteva.
Nel frattempo l’amico di Matteo e la madre erano tornati a riva. Marco si voltò a cercare con gli occhi Giulia ma era a largo in compagnia di Alberto. I bambini volevano guardare i pesci sotto acqua e Matteo si staccò da Nessie. I pesci passavano tra le dita dei piedi argentati e velocissimi. Mentre Matteo tentava di afferrarne uno, una folata di vento fece volare via la grande e placida Nessie. Mentre rotolava veloce verso il largo, la testa spariva e riappariva con gli occhi rossi e fiammeggianti. Matteo scoppiò a piangere: – Nessie, Nessie! Papà Nessie vola via!
Marco cominciò a nuotare verso il salvagente ma il vento lo faceva allontanare sempre di più. In quel momento Giulia e Alberto avevano raggiunto la riva. Marco rinunciò all’impresa e tornò indietro.
– Niente da fare, si è allontanato troppo. – annunciò alla moglie e al figlio. (altro…)

PoEstate Silva #36: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, I

Foto di ©Giovanna Iorio

 

Quattro racconti senza amore

1. Una conquista

La ragazza ha un culo straordinario. Di sicuro ne è consapevole. Non è alta ed ha i capelli ricci e gli occhi… di che colore avrà gli occhi? Nessuno di certo ci fa caso, con un culo così. Parla male l’italiano e se ne sta in bikini seduta ad un tavolo con un ragazzo del posto, un uomo sardo di una decina di anni più vecchio di lei che sorride come una volpe davanti a una preda succulenta. Le ha comprato una piccola bottiglia di vino bianco, così minuscola che il contenuto ha a malapena riempito il bicchiere di plastica. Continuano a ridere, ad un certo punto lui le chiede se le piace l’anguria.
– Anguria? No so
– Dolce. Secondo me ti piace.
Il sardo ha messo le mani a cerchio, mima la forma di un’anguria. E lei, che non è ingenua, socchiude gli occhi e dice:
– Ho fame.
– Che vuoi mangiare?
– Spaghetti vongole.
– Ti porto in un posto dove ci sono gli spaghetti alle vongole più buoni del mondo.
– Dove sta? Lontano?
– Macché, è vicinissimo. A casa mia.
La spiaggia si sta svuotando e al bar del lido oramai non c’è più nessuno. Il cielo è diventato rosa in certi punti e azzurro magenta in altri più vicini all’orizzonte. Solo qualche istante prima c’erano intere famiglie in riva al mare, ora camminano in carovane lente verso le auto parcheggiate a un chilometro o più dalle dune. Se ne vanno trascinando carrelli stracolmi di cose: sdraio, thermos, ombrelloni, salvagenti dalla forma di fenicotteri. Quest’anno hanno comprato tutti il salvagente gigante con la testa da fenicottero.
La ragazza si volta a guardare il cielo e dice:
– Bello! Voglio foto. Ora facciamo foto con torre.
Allora lui dice va bene, e lei si alza. Ha un bikini nero davvero minimo, che le copre appena il pube mentre le due natiche abbondanti, abbronzate e sode, sono leggermente segnate dal ricamo della sedia di plastica. Mentre lei si avvia verso la spiaggia, lui lascia tutto sul tavolo: portafogli, telefono.  Lo conoscono tutti questo dongiovanni da spiaggia e lui non teme che qualcuno gli rubi  documenti o soldi. Si mette in bocca un’altra patatina Crocchias e la segue. Le guarda il culo e sorride. Sorride come uno che sa che fra poco potrà giocare con il suo giocattolo preferito; è euforico mentre, in riva al mare, le cinge la vita con il braccio abbronzato (ha un grosso fiore tatuato sulla spalla destra che prima non si notava) e con il telefono di lei si fanno un selfie. Lei ha bevuto il vino bianco e ora ha un po’ caldo. Dice di essere sudata, che vuole farsi un bagno. Ma lui ha fretta, le dice che ci vuole un po’ di tempo per preparare gli spaghetti alle vongole, meglio andare. (altro…)

Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore. (altro…)

Inediti: Giovanna Iorio, Il filo

14875210_10154024785358297_494751915_n

Da IL FILO

 

***

E se domani non ci fosse più il mondo
ma solo il cielo e le rondini
io sarei il filo – dondolo
da un nulla all’altro
unisco distanze

 

 

***

Ora posso unire l’invisibile
sotto di me c’è il respiro di un pesce
che sfiora una roccia
un osso antico e un granchio
cammina all’indietro
mi mostra il meccanismo fragile del ricordo
chiudere gli occhi e pregare a ritroso

 

***

E se mi fermassi tra questi fiori gialli
e se respirassi al ritmo dei cespugli?
Ho ingannato una farfalla
Era la più ingenua di tutte
E mi ha sfiorato la spalla.

 

***

C’è una festa di grilli sul sentiero
e il mondo tace
sono calde le pietre
non disturbarne il canto
in punta di piedi Sul filo lo attraversiamo.

 

***

età di pietra
l’inverno senza fuoco
gela la voce

 

Giovanna Iorio vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie; la più recente è  Frammenti di un profilo (Pellicano 2015, con Post poesia di Renzo Paris). È presente in diverse antologie tra cui Cuore di preda (CFR) e SignorNo (SEAM). Collabora con Roma&Roma, DiarioRomano e Erodoto108.
Ha pubblicato una raccolta di racconti ambientati a Roma, Dormiveglia (ReginaZabo).
In uscita per Fusibilia, Gli haiku dell’inquietudine.

Questo Natale #14: Giovanna Iorio, Il muschio

P1120516

IL MUSCHIO

 

Quell’anno non eravamo riusciti a trovare abbastanza muschio. Era la Vigilia di Natale  e tutto era pronto: le montagne di carta pesta, le cascate di stagnola, i rami, le casette di cartone, l’ovatta bianca. Mancava solo il muschio per il pascolo degli animali e i rifugi dei pastori. Volevamo uscire a cercarne ancora ma mia madre ci fermò ordinandoci di pulire tutto perché presto sarebbe stata pronta la cena.
Mio fratello non rispose, finimmo di sistemare e poi mi disse sottovoce:
– Andiamo.
Lo seguii su per le scale e, senza far rumore, lo vidi aprire la porta della soffitta. Mi faceva paura quella stanza e non ci ero mai entrata.  Ci ritrovammo in un luogo freddo e buio, senza pavimento né intonaco, pieno di cianfrusaglie e una finestrella priva di infissi dalla quale entravano il vento e l’ultima luce del giorno.
–  Ci scommetto che sul tetto c’è il muschio, – disse mio fratello. Mi indicò il passaggio angusto e poi aggiunse:  – Tocca a te andare a prenderlo,  io non ci passo.
Cominciò a battermi forte il cuore ma non dissi che avevo paura e che non volevo andarci.

Salii su una vecchia valigia e poi sulle sue spalle. Ero leggera, una bambina di sei anni con le ossa cave come gli uccelli che rischiava di volare via con una folata di vento. (altro…)

Ifigenia siamo noi, AAVV – Una nota di lettura

Ifigenia-cover1

L’antologia poetica Ifigenia siamo noi – Scuderi Editrice, 2014 a cura di Giuseppe Vetromile , con in copertina la riproduzione dell’opera “Vite parallele” di Eliana Petruzzi – che vede la presenza di molte poetesse italiane e non, di diverse generazioni (Lucianna Argentino, Gaetana Aufiero, Victoria Artamonova, Floriana Coppola, Ulrike Draesner, Federica Giordano, Anila Hanxhari, Giovanna Iorio, Amalia Leo, Ketti Martino, Vera Mocella, Rita Pacilio, Vanina Zaccaria, Regina Cèlia Pereira da Silva, Anna Tumanova, Monika Rinck), ripropone, con originalità, un libro interamente scritto al femminile, ma lo fa con l’idea di tematizzare la questione senza eluderla, ma neanche ponendola in maniera polemica, come invece è capitato per alcune operazioni editoriali simili. Il titolo da questo punto di vista è significativo, Ifigenia, l’eroina tragica greca, che è diventata nel corso della storia della cultura occidentale una cifra inaggirabile della dimensione complessa del femminile. Il titolo dell’antologia è al tempo stesso una rivendicazione di appartenenza a una identità primigenia rispetto alle maschere-forme che poi sono state attribuite al femminile, ma è anche un ripercorrere in maniera quasi mai scontata i luoghi dell’immaginario della poesia secondo determinate declinazioni, come fa notare Giuseppe Vetromile nella sua prefazione: «Ed è appunto il canto delle nostre autrici che rinfocola il mitico gesto della figlia di Agamennone. Riattualizza il sacrificio inserendolo nella nostra quotidianità, indipendentemente dalla radice storico-geografica.» Resta comunque in questo libro protagonista la parola poetica che, attraverso sensibilità e angolazioni diverse, viene indagata nelle sue varie possibilità espressive e disvelative. Se il titolo dell’opera assume un senso forte, la prospettiva che emerge prepotentemente è quella che associa il femminile alla dimensione del sacrificio, senza però alcun vittimismo di genere, ma con la visione lucida, in molte delle autrici selezionate, che la complessità dell’animo femminile è a contatto con le radici profonde della vita, con le sue contraddizioni irrisolte, ma con uno sguardo che è capace di abbracciare il Sé ma anche l’altro da Sé, il diverso, l’apertura originaria che è la possibilità stessa della vita. (altro…)

Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte

Lucini_Istruzioni_per_la_notte_klein

 

Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte, Marco Saya edizioni 2015

Hanno il sapore di una veglia prolungata, dilatata dal rapido scorrere di chilometri dal sud al nord della penisola; hanno l’impronta (che, sì, fa pensare Mario Rigoni Stern di Amore di confine) della familiarità con la montagna, suggellata dalla consuetudine che si dipana giorno dopo giorno, ascesa dopo ascesa; hanno la novalisiana conoscenza rivoluzionaria dell’oscurità − rivoluzionaria perché rovescia i consueti rapporti di valore, novalisiana perché una delle tappe fondamentali di tale conoscenza è costituita dagli Inni alla notte di Novalis − le Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini. Hanno, più di ogni altra cosa, la voce inconfondibile dell’autore, queste sue Istruzioni che vengono pubblicate a distanza di alcuni mesi dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, editore, “costruttore di pace“. Si tratta di un’opera di altissimo valore, all’effetto profondo e incisivo della quale concorrono tutte le qualità e le caratteristiche della scrittura di Lucini: l’intreccio-fusione di ruvidezza e spiritualità delle Sapienziali, la critica argomentata − e sempre diretta, ché il poeta guarda in faccia gli avversari, di volta in volta nominati e identificati −  del tempo, che ha ispirato le sue numerose iniziative ‘corali’ − L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cronache da Rapa Nui, Keffiyeh. Intelligenze per la pace, per menzionarne solo alcune −, il gesto poetico nato dall’indignazione di Vilipendio. Conoscere le tenebre, praticare l’ascesa, rendere più acuta la vista, tendere l’orecchio, essere sempre pronti per il viaggio, trovare argomenti che vincano «con pazienza/ogni resistenza»: questo è l’impegno, questo è il percorso, questa la proposta per la quale ogni verso rende testimonianza, si popola di vissute “istruzioni”. «Ci vuole un aiuto anche alla metafora / dell’ascesa»: questo aiuto ci giunge, meditato e colmo di risorse, da Gianmario Lucini con le sue Istruzioni per la notte. (Anna Maria Curci)

Domenica 29 marzo, alle ore 17:00, Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini sarà presentato all’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic. Relatori: Luca Benassi, Manuel Cohen, Marco Saya. Annamaria Giannini leggerà la prefazione che Giovanna Iorio ha scritto al volume. Per informazioni qui.

.

*

Dalla sezione Istruzioni per la notte 

 

VII – Routine

Quando rientro da lunghi viaggi
è sempre fonda la notte. L’Italia
stuprata dalle luci elettriche mi scorre
veloce a lato,  mi trova e mi lascia
col volto duro del barista all’Autogrill
a pisciatoi orrendi e straniti che declamano
due millenni di cultura col puzzo di latrina
numeri di cellulare scritti col lapis
da disperati sulle ceramiche dei cessi – gli specchi
più fedele del nostro progresso –

e quando dopo il lago appare la mia valle
–  chiara di luna la mia valle e cime innevate –
io non mi sento rincasare ma soltanto
precario sostare alla periferia d’una notte
provvisoria
in un luogo improbabile dove un fiume scorre
a metà strada fra l’inferno e il paradiso;

e mi pare di tornare dagli inferi
per dire tutto ma non so qual cosa dire
con la terra che mi balla sotto i piedi e il corpo
che in balìa di se stesso barcolla
nella notte
anch’esso provvisorio.

(p. 17) (altro…)

Cinque inediti di Giovanna Iorio

io2

 

IL CANTO

Io ti lascerei
dormire sul mio cuore –

questa non è una poesia d’amore
non ti spaventare
tremi quando comincio a cantare
ma non ci sono versi
se non vado a capo
ascoltami mentre dormi
posso continuare?

Volevo dirti
che la notte ti somiglia
è vera è nera
ha le tue ciglia.

 

MALINTESI

Oggi, con mia sorpresa,
qualcuno ha scambiato per una poesia
la mia lista della spesa.
Per sbaglio l’ho pubblicata
iniziava così: insalata, pasta, passata.
Non è colpa né merito mio
se tra le cose da comprare qualcuno ha letto
la parola Dio.
Era solo un po’ d’olio anagrammato
una cancellatura sul foglio macchiato.

 

TITANIC

Questa è una poesia
di terza classe.
Viaggia sul Titanic
e non si salverà.

Annegherà col suo lieve fagotto
ma per ora se ne sta
abbracciata all’iceberg
galleggiano insieme
senza affondare.

Sulle scialuppe le grasse
poesie di prima classe
in silenzio stanno a guardare.

 

CONGEDO

Lasceremo tutto
sul molo

come la moglie
del marinaio

getteremo il cuore dagli scogli
un mollusco molle

al volo lo afferra
un gabbiano – nel becco
un grido.

 

POESIA DEL MIO QUOTIDIANO

Che strano, sono apparse
le prime rughe. La luna
avvizzisce come una prugna
frutta raggrinzita nell’orto
del sistema solare.

Mentre stasera il cielo profuma d’autunno
è primavera alla Future Gallery.
Che bello il mandarino e il prato di gelatina
e il cielo di marmellata e i fiori
di zucchero: c’è Lily Vanilli
e la Cake Britain. Mad artists
che danno un Tea Party.

Sto nel mio letto di pancarrè
mi tolgo le scarpe di liquirizia
mi metto a pensare all’asta

su e-bay – vediamo chi vende
il W.C. di Salinger
un milione di dollari ma non è quello
della sua ultima casa – lo garantisce
Littlefield che ha sposato una donna
di nome Joan –
è proprio ‘autentico WC
del Giovane Holden.

Cosa ne pensano Abdullah, Angelica e Andrea?
Sono giovani anche loro ma a Cagliari
nel quartiere di Sant’Elia c’è una teoria
di case popolari sotto il castello
e il regista Salvatore Mereu lì ha tenuto un corso
di regia alchimia e stregoneria.

Diari di vita difficile. Mi hanno conquistato. Ho deciso
di farne un lungo
metraggio con la mia Viacolvento e a Tajabone
sono scesi gli angeli sulla terra. Cinque
le storie intrecciate
tutte vere. Andiamo ragazzi
vi porto a Venezia. Beppe Fiorello

sogna uno show con suo fratello mentre la vuvuzela
entra nell’ultima edizione dell’Oxford dizionario.
La trombetta africana ce l’ha fatta. Evviva! A Casoria
hanno assassinato mio padre
per un grappolo d’uva.

Mi dispiace ma il granaio d’Europa è vuoto
deve cadere una testa per i diamanti di Naomi
e in Belgio nasce
la festa dei non genitori. Liberateci
dall’abuso della memoria. La Repubblica
20 agosto 2010. Italia.

Giovanna Iorio vive e lavora a Roma. Ha tradotto poesia e narrativa, tra cui La vergine nel giardino di Antonia Byatt (Einaudi 2001) e Dopo lungo silenzio (Mobydick, 1997). I racconti sono pubblicati in diverse raccolte, tra cui 100 storie per quando è troppo tardi (AA.VV. Feltrinelli), Roma per Roma (Edizioni Progetto Cultura), Rosso da camera (AA.VV. Perrone Editore, 2012), 100 storie per quando è veramente troppo tardi (AA.VV. Feltrinelli). Le sue raccolte di poesia sono: La memoria dell’acqua (Ghaleb Editore); Mare Nostrum (CFR); In-chiostro (Delta 3 Edizioni); Al cappero piace soffrire (Progetto Cultura); Una Venere nel Tevere (CFR); La/crime/ndays (CFR) appena pubblicata. Tra le antologie che contengono sue raccolte ricordiamo La forza delle parole (Fara Editore); Pazziando (Fara Editore); Percezioni dell’invisibile (AA.VV. L’Arca Felice); Ifigenia siamo noi (AA.VV. Scuderi Ed.). È redattore di Finzioni e ha una rubrica di racconti sul sito Roma&Roma.