Giornata della Memoria

I poeti della domenica #326: Primo Levi, Shemà

Primo Levi,ì, immagine dal blog del Circolo Lettori

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

10 gennaio 1946
.
In Ad ora incerta, Milano, Garzanti, 1984 ed epigrafe di Se questo è un uomo, Torino: F. De Silva, coll. “Biblioteca Leone Ginzburg” n. 3, I ed. 1947.

Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino

Meerbaum-Eisinger_Florilegio

Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino, Edizioni Forme Libere 2015

Ci sono libri che hanno il dono di coinvolgere e illuminare esistenza, storie, vicende di più persone, di imprimere accelerazione e nutrire l’attenzione a due ambiti, quello affettivo e quello cognitivo, che in casi del genere non collidono affatto, ma, al contrario, concorrono ad alimentare la fiducia nel connubio di empatia e critica, di passione e ricerca. Florilegio di Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942), a cura di Francesca Paolino, appartiene a pieno diritto alla schiera di questi libri. Uno dei tanti pregi dell’edizione italiana di Blütenlese sta infatti nell’affiancare alla convincente traduzione italiana delle poesie che Selma Meerbaum-Eisinger compose e poi trascrisse nell’album dedicato a Leiser Fichmann, il giovane di cui era innamorata senza esserne seriamente ricambiata, una ricostruzione dettagliata, sia delle vicende rocambolesche che hanno fatto sì che il manoscritto giungesse fino a noi, attraversando vari paesi e realtà politiche disparate, sia della storia delle edizioni e della ricezione dell’opera poetica di colei che, con Rose Ausländer e Paul Celan (le madri di Selma e Paul erano cugine), completa la triplice costellazione letteraria (Dreigestirn è il termine che troviamo nella prefazione di Jürgen Serke all’antologia di Meerbaum-Eisinger Ich bin in Sehnsucht eingehüllt, pubblicata da Hoffmann & Campe nel 1980) di Czernowitz; è una costellazione letteraria che scrive nel tedesco della Bucovina, “Mutterland-Wort”, “parola terra materna” di Rose Ausländer. Non stupisce, dunque, nel leggere l’accurato saggio introduttivo di Francesca Paolino, apprendere che fu Hilde Domin, la quale aveva definito la poesia di Selma Meerbaum-Eisinger “così pura, così bella e così minacciata”, a donare la propria copia di Blütenlese (pubblicata prima come edizione privata nel 1976, poi a Tel Aviv nel 1979) al giornalista Jürgen Serke.
La storia del cammino percorso dal manoscritto è testimonianza di amicizia, di devozione, di impegno del ricordo. Nell’inverno del 1941/1942, prima di essere deportata in Transnistria, Selma affidò l’album a un uomo rimasto sconosciuto, perché questi lo consegnasse all’amica Else Schächter-Keren, la quale aveva il compito di inoltrarlo a Leiser Fichmann. Selma non lo aveva più visto dall’autunno del 1941, quando Leiser era stato destinato al lavoro coatto fuori città. Leiser tornò a casa ed Else riuscì a fargli avere l’album. Consapevole del pericolo cui andava incontro nella sua fuga, nel marzo 1994, dall’Arbeitslager nel quale si trovava, e nella sua ricerca di una nave che lo portasse in Palestina, Leiser, “Leisiu”, restituì l’album a Else. Leiser morì nell’agosto 1944 nel naufragio del Mefkuré. Sempre nell’agosto 1944, Else incontrò a Czernowitz Renée Abramovici-Micaeli, la migliore amica di Selma e le cedette l’album con le poesie. Con l’album di Selma nello zaino, Renée attraversò, a piedi e con mezzi di fortuna, la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e parte della Germania, arrivando poi a Parigi. Nel 1948 Renée giunse in nave in Istraele, dove il manoscritto non aveva speranze di essere pubblicato, perché in lingua tedesca. Fu solo verso la fine degli anni Sessanta, nella Repubblica Democratica Tedesca, che la pubblicazione di un’antologia di opere di ebrei vittime della persecuzione nazista attirò l’attenzione di Hersch Segal, il professore di matematica e “Klassenlehrer” di Selma. Fu il professor Segal a rintracciare Renée e l’album, fu lui a curare una prima edizione delle poesie quale omaggio al talento dell’allieva morta in Transnistria. La sua iniziativa, l’edizione privata del 1976, fu preludio all’edizione pubblica delle poesie, edizione curata dall’università di Tel Aviv e apparsa nel 1979.
Frutto di anni di studio, di una costanza caparbia e amorevole nei confronti del rigore filologico e della correttezza, l’edizione italiana di Florilegio segue la biografia (sulla quale ho avuto modo di scrivere qui su Poetarum Silva) di Selma Meerbaum-Eisinger, Una vita, anch’essa a cura di Francesca Paolino. Permette a chi legge di addentrarsi in un universo costituito da un bagaglio essenziale, ma non ingenuo, di immagini e di termini, che, di testo in testo e di contesto in contesto, assumono sfumature e significati molteplici. (altro…)

Daniele Santoro, Sulla strada per Leobschütz

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Daniele Santoro, Sulla strada per Leobschütz  (La Vita Felice 2012)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Ha in epigrafe quattro versi di Paul Celan, riportati nell’originale in tedesco, la raccolta di Daniele Santoro Sulla strada per Leobschütz. Titolo e versi palesano un programma preciso e coraggioso: il confronto della scrittura in versi con l’indicibile, l’inaudito, sterminio, Sonderkommando, marce della morte,  Shoah. Quei quattro versi di Celan, da Cenotaffio, suonano così nella traduzione di Giuseppe Bevilacqua che riporto qui: «Colui che qui dovrebbe giacere, non giace/ in alcun luogo. Ma giace il mondo accanto a lui./ Il mondo, il cui sguardo s’aprì / a tanti e tanti fiori.» Dire di chi non giace in alcun luogo – eppure il mondo giace accanto a lui – è l’obiettivo tracciato e perseguito con la tenacia della memoria, il rigore della ricerca, la profondità del sentire da Daniele Santoro. Nella bella prefazione, Giuseppe Conte precisa che non ci troviamo dinanzi a un libro lirico, né a un libro narrativo, ma a un libro epico ed etico. Concordo con questa chiara affermazione e aggiungo che l’opera si compone di un insieme di quadri  che portano con sé e trasportano, Sulla strada per Leobschütz, appunto, e fino a noi che leggiamo e ascoltiamo, esattezza della ricostruzione storica insieme a respiro e andamento drammatico. L’uso alternato di tempi verbali, imperfetto, passato remoto, passato prossimo e presente, ne è una prova. Nei due movimenti del testo che ferma l’attenzione su Joseph Mengele è l’imperfetto a prevalere:

joseph mengele

I

quegli accurato, solenne nella sua uniforme verde
dirigeva l’orchestra con abnegazione
grande

tre battute a sinistra, una battuta a destra
e mai che lo sfinisse il Melodramma

(p. 11)

nuda non ha reagito porta invece il passato prossimo già nel titolo:

nuda non ha reagito

lei si è lasciata fare, nuda non ha reagito
ma sonagliere d’ossa, senza un grammo
d’occhi, sfinita per la fame, indifferente.

quelli dopo aver fatto hanno tirato su
le brache se ne sono andati in ghingheri
ridendo sghignazzando dopotutto
lo sfizio era costato a ognuno una patata.

(p. 23)

In altri componimenti il passaggio dal presente al passato unisce la desolazione della disumana quotidianità alla irreversibilità della tragedia:

l’autocarro

arriva l’autocarro col cassone aperto e
sta a motore acceso, intanto che di fretta
salgono quelli senza fare storie, guardano
nel vuoto, come inebetiti
tra loro un Uomo e il suo affettuoso gesto della mano
– era mio padre e fu l’ultima volta che lo vidi

(p. 37)

C’è una ricerca molto accurata dietro ogni episodio, ogni testo. Il valore di documento storico di ciascun componimento nulla toglie, tuttavia, alla forza evocativa della scrittura. A chi legge può capitare, così, di operare collegamenti con altre testimonianze da Auschwitz. Questo è stato per me il caso della poesia

la sua preghiera

Calma
la sua preghiera a sera, viva fiamma
illuminava il cuore
e lo stringeva forte.

Peccato che durasse poco lo stupore
se dalla branda il tonfo della morte…

(p. 30)

Ho immediatamente associato i versi al la vicenda di Massimiliano Kolbe. Proprio su questo punto ho rivolto a Daniele Santoro il quesito circa la fonte di ispirazione del componimento e la sua risposta è stata un ulteriore passo lungo la strada per Leobschütz: «Sì, ho pensato anche a Kolbe e Neururer, anche se in effetti la poesia mi fu inizialmente ispirata dalla rilettura de “La notte” di Elie Wiesel: nel libro l’autore evocava, in un breve passaggio, il ricordo di Akiba Drumer, che a sera di rientro nel blocco cantava melodia chassidiche; era una voce così grave e profonda la sua che – scrive Wiesel – spezzava il cuore di tutti gli internati. Ho immaginato allora che quel canto rappresentasse per quei prigionieri un momento di straordinario stupore, una pausa di pace in tutto quell’universo di umana Malvagia e quivi ho immaginato – quello che poi dico all’ultimo verso – la fine di quell’incanto…ancora una volta il trionfo della Morte.»

Voci si alzano, sommesse o più forti, contro il latrato della morte e il sotterraneo incessante tentativo di negazione. A queste voci ha dato corpo e forma e storia Daniele Santoro.

la libertà dell’uomo

Straniero amico compagno di questa sciagura senza senso
è qui che si separano le nostre strade; addio.
Tu nella luce scegli, in luminoso viaggio e io qui nel buio
ancora qui nel buio che brancolo per martoriare
insanguinate terre appiccicato a cosa poi nemmeno io lo so
se è istinto di sopravvivenza o solo per paura della morte
o per vigliaccheria di non sapere opporre estrema libertà
al carnefice, la libertà dell’uomo ch’è sì cara, amico,
la libertà dell’uomo ch’è sì cara.

di Te che non conosco nome, nazionalità so quanto basta
so la parola dello sguardo millenaria antica nella sofferenza
e so la breve intensa gioia, l’incanto che si prova se a rapirci,
se a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore,
una bellezza che dia senso, amico, come quella sera
che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese
il pieno delle stelle immenso il firmamento

(p. 54)

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Daniele Santoro è nato nel 1972 a Salerno, dove si è laureato in Lettere classiche, e vive a Roma dove insegna. Suoi testi poetici e di critica sono stati pubblicati in varie riviste, tra cui «Studi Danteschi», «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», «Caffè Michelangiolo», «Erba d’Arno», «Sincronie», «La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo», «Italian Poetry Review». Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Diario del disertore alle Termopili (Nuova Frontiera, 2006); Sulla strada per Leobschütz (La Vita Felice, 2012).