Giorgio Manganelli

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

Sonia Caporossi, Da che verso stai?

Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi. Postfazione di Enzo Campi, Marco Saya Edizioni 2017

Di che cosa si occupa la critica? Quale è la sua funzione, quali sono gli ambiti di ‘esercizio’? I saggi di Sonia Caporossi qui raccolti entrano subito in medias res e sgombrano il campo – prendendoli di petto con le armi, da altri buttate al macero o lasciate ad arrugginire, del «principio di ragione» – da qualsiasi tentazione a indugiare sia in lamentazioni di prefiche (al grido di “La critica letteraria è morta!”), sia da procedimenti che poco o nulla hanno a che fare con la critica. L’intento comune a tutti i contributi è chiarito fin dall’introduzione: l’approccio al testo letterario, il metodo ermeneutico che possa dirsi veramente tale, la critica vera e propria, ancorché – come vedremo più avanti – programmaticamente impura, si avvalgono di strumenti che vanno costantemente posti al vaglio del procedere delle opere e dei giorni, vale a dire dei testi e dei contesti: «abbisognano ugualmente di un approfondimento e di un aggiornamento continuo, di una verifica fortiniana dei poteri, dei saperi e dei doveri ad essi sottesi.»
Alla disamina e alla messa al vaglio degli strumenti si accompagna l’analisi, oltremodo interessante, di fenomeni e fenotipi, che fornisce a chi legge una ulteriore bussola per orientarsi in selve, fumi, radure e chiarità dei campi dell’indagine annunciata e affrontata con polso fermo, conoscenza ampia e brio felice nel coniare immagini e comparazioni. Se ci imbattiamo in formule effervescenti come dissipatio Auctoris, sindrome di Rimbaud, insieme di Cantor, principio di Heisenberg, avremo tuttavia l’accortezza di non considerarle meramente come accattivanti ganci dell’attenzione. Il loro pregio sta nella loro natura (viene da pensare a una riuscita fusione tra genesi e finalità dell’enunciato), giacché si tratta di pregnanti sintesi di un discorso ben articolato e ben argomentato. Insomma, signore e signori, dietro il titolo sul cartellone non si corre il pericolo di imbattersi in un fondale vuoto, ma, per ogni contributo, c’è una pièce densa di pensiero e azione, con tanto di plot e sub-plot, galleria di personaggi, smascheramenti (di miti in voga, di dicerie e, soprattutto, di false polemiche), agnizioni, riconoscimenti, ripartenze e una robusta colonna sonora. D’altro canto, ciascuna di queste pièce aspira a pieno diritto a essere considerata come parte di un opus metachronicum (i livelli meta-, metalinguistico, metastorico, meta culturale sono parte fondamentale del pensiero critico di Caporossi), per prendere in prestito il nome di una ricca e originale opera narrativa dell’autrice, in continuo progresso e con personaggi-punti di vista in vicendevole richiamo. (altro…)

Poesie per l’estate #9 – Amelia Censi: La Notte e il Poeta

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

lampada

La notte e il Poeta

Il poeta scrive
alla luce d’una piccola lampada
davanti alla finestra aperta
della sua dolce aerea mansarda.

Leggera la Notte
è alla falda del tetto.

Il poeta scrive a lei.
Scrive d’amarla.
D’amarla perché la sente
creatura viva
lo spirito come il suo
attraversato
da magiche strade franate
di stupende cosmogonie,
lo spirito come il suo
da sempre sconosciuto.

La Notte
gli passa dolce
le dita tra i capelli.
Il poeta affonda
nel più inaccessibile pensiero
d’assoluto amore
e assurdo scrive
che vuole da lei un bacio.

Chi non vorrebbe sapere
se per un bacio
la Notte
ha fatto al Mistero un ponte?

Se l’hanno varcato assieme?

Se il poeta avrà ritrovata
la strada del ritorno
o non avrà più
voluto ritrovarla?

Solo Poesia lo sa,
ma non lo dice.

(Amelia Censi)

da “Antique novelle”

di gc (alias Teqnofobico)

tq
errorerrante & rarerranze


Il Signore era stato posto fosse posto, smarritisi ora mai e esso stesso e ogni cosa di quaggiú, in una radura, la quale radura, forse, e piú propriamente, era da ritenersi come un deserto: nessun resto, nessun resto di resti, né d’umano né d’animale, né tampoco di vegetale, dunque nessun regno piú da abitare, nessuno, nessun regno piú ove dimorare, nessuno; e piú nessuno, nessuno piú in questa sorta di teatro di nulla, né attori né spettatori, né agenti né agiti, e piú niente, niente piú per la messinscena ora mai senza piú scene, non palchi né quinte, da dove entrare, da dove uscire, un teatro senza personaggj né storie, per una storia senza piú storie da presentare, da rappresentare.
Eppure una voce, o meno, molto meno di una voce; un suono, o meno, molto meno di un suono; un menomo, menomato soffio soffiò, quasi d’ali di nulla battenti battute alle sue spalle, dinanzi a sé: era come un vento quel soffio, quel quasi-suono, ma non ancora suono, quella quasi-voce, ma non ancora voce; era come una tempesta al cui centro una fabulosa favella, una lingua, di fuoco & fiamme, risorta forse dalle ceneri di sé: una risonanza, ma ancora senza suono, che a sé traeva ogni azione distraendo; una invocazione, ma ancora senza voce, ma ancora senza vocazione, che lo stesso evocava, ma non lo stesso; una preghiera, che non chiedeva alcun ché, che non richiedeva, senza piú desiderj di sorta, come esercizj di distacco, d’abbandono, di sé, degli altri, d’ogni altro, delle cose tutte.
E tutto questo nulla, e quello con questo, a formulare un ænigma: – chi sei? chi è?
E la cosa era senza un perché.



cryptocryptae


Sprofondato oramai il mondo, e le cose tutte d’esso: le scale, per esempio, e la porta alla fine d’esse, quella che apriva al futuro, rimasto sí come in sé rinchiuso, e la porta al principio d’esse altresí, questa, – ma quale?, – da aprirsi al passato, rimasto per ciò come inconcluso, e da svolgersi solo involvendosi. Tutto inabissato, dunque, e anche essendoci, anche avendone la chiave – a ché? – chiedeva una voce al Signore.
E se, anzi ché non interrarsi, le cose tutte, come in un vortice, una vertigine all’incontrario, si fossero incielate? – si chiedeva, tra sé e non sé, rispondendo senza risposte il signore.
E quale la chiave, allora? e di quale & quali porte? quali le porte alla fine, al principio, delle scale, allora? era forse la porta alla fine la stessa di quella del principio? era forse la porta del passato la stessa di quella del futuro? e cosa, cosa prima del passato? e cosa, cosa dopo il futuro? avrebbe aperta la porta, del futuro, quella chiave, ad averla, ad esserci, per ritrovarsi forse prima del passato? o forse per perdersi, del tutto?
Ma forse non c’era né terra né cielo ove indovarsi: né piú passato né piú futuro, né piú principio né piú fine. Nessuna fine, nessun fine. Nessun fine, nessuna causa. Solo & soltanto un presente di nulla: un teatro di nulla come sempre presente.



prodighi prodigj & artificj improvvidi


Il Signore forse sognava.
Ogni visione come cessata, se non da visionarj, da nottiluchi; ogni voce come di fantasmi, fatta di polve, fatti di nulla; ogni suono come di strumenti votati solo & soltanto al silenzio, ma assordante: una gran cassa vuota di risonanza, un rimbombo di tuoni obliti, una favella che piú non fabuli.
Quale impronta, segno, traccia, dare a non averne? e quale a non esserci suolo, alcuno, né alcun cielo, né aria? e quale respiro, soffio, fiato, a non esserci, a non averne? quale trama – dietro, o innanzi? e quale – ora, qui? e per chi? forse per sé? forse per altri? e chi questo sé? e chi questi altri? non c’è, né ha luogo, forse, questo luogo? non c’è, né ha tempo, forse, questo tempo? non c’è, né ha azione, forse, quest’azione?
Cos’era allora quella porta? quella porta: e questa, allora? e quell’altra? e quest’altra? e ancora, ancora una nuova porta: cosa? e per chi? erano porte tra un nulla & l’altro? che aprivano & chiudevano al nulla? o la porta stessa, e le porte tutte, erano questo nulla e quello con questo?
E tutte quelle & queste porte, e tutto questo & quel nulla, a formulare come un sigillo: – chi vede? chi conosce? non c’è forse sapiente che sappia piú sapere?



silenzj


“Ascolta!” – disse, senza dire altro, una voce al Signore.
E cosa ascoltare, allora? forse il silenzio? e chi, chi dietro quella voce? di chi quella voce che diceva senza dire, che diceva, senza dire altro, di ascoltare? C’era forse qualcuno? e questo qualcuno aveva forse labia, denti, bocca? aveva forse un corpo? E se in vece sua non l’avesse punto? era dunque d’uno spirto, d’un corpo senza corpo, quella voce? Come dire ch’era forse di qualcuno, ma senza nessuno; come dire ch’era forse di qualcuno, ma senza nemmanco sé stesso. C’era però qualcuno, ch’era forse nessuno, a formulare non piú d’un menomo suono, e pure un suono; non piú d’una menoma voce, e pure una voce; non piú d’un menomo verbo, certo, ma certo un verbo: un imperativo, ma ipotetico.
Ridotta a nulla la voce, e le cose con essa; ridotta a nulla la voce, e le cose che dice con essa; ridotta a nulla la voce che dice, che dice senza dire, che dice senza dire altro le cose che dice; ridotta a nulla la voce, e le cose con essa, la voce che dice, e le cose che dice con essa, la voce che dice, senza dire altra cosa, questa cosa, di ascoltare – ma cosa? C’era forse qualcosa? Ecco: ridotta a nulla, la voce, e con essa le cose, che dice? e con la voce, ridotta a nulla, che dice le cose che dice, le cose, ridotte a nulla, che sono? che dicono?
Ridotte a nulla le cose che sono, e la voce con essa; ridotte a nulla le cose che dice che sono, le cose che sono che dice; ridotte a nulla, le cose, e con esse la voce, che dicono che sono? Le cose, ridotte a nulla, sono forse qualcosa? Le cose che sono, ridotte a nulla, sono forse ancora qualcosa? e con le cose, ridotte a nulla, con le cose che dice che sono, la voce, ridotta a nulla, la voce che dice le cose che sono, che dice? che dice che sono? che sono qualcosa? Come dire forse che le cose che sono, ridotte a nulla, piú non sono, e se sono, sono come d’un labirinto, immobile: un labirinto tutto pareti, o senza del tutto pareti.



contexte, o senza


“Si decida, una volta per tutte! Allora, sí o no?” – fu chiesto al Signore.
Come se fosse possibile decidere. Come se fosse possibile decidere tra il sí & il no, tra l’uno & l’altro.
Come dire che l’uno, talvolta, sia anche altro, sia anche l’altro? Forse che il sí sia anche no, sia anche il no al no? e viceversa, o quasi: che il no sia anche sí, sia il sí al no? Come dire che dire sí al sí & no al no sia dir di sí, un sí? e come dire che dire sí al no & no al sí sia dir di no, un no? Dire, forse, forse sí forse no?
“La verità, sputala fuori!”
Come se fosse possibile dire la verità, o una verità soltanto. Come se fosse possibile dire la verità, o una soltanto, e non la menzogna – una qualsiasi, una qualunque.
È vero, forse, che il vero sia sempre vero? ed è falso, forse, che il falso sia sempre falso? Non è forse vero che il vero, talvolta, sia anche falso? o è forse falso? Non è forse vero che il falso, talvolta, sia anche vero? o è forse falso?
È cosí – n’est-pas?
E le tavole, allora? son solo & soltanto assi d’un palcoscenico da niente? E gli uomini, allora? son solo & soltanto maschere d’un teatro da nulla? son solo & soltanto personaggj, burattini, pel teatro del nulla?
“Ô la justice injuste!”
“Ô la justice sans cause!”
Senza cause, né effetti: senza fine.

“Commiato da Andromeda” di Andrea Inglese: tra tradizione e divagazione

di Luciano Mazziotta


La poesia liminare de La distrazione, silloge di Andrea Inglese pubblicata nel 2008, si apriva con un distico molto rilevante. “Non posso non raccontare la mia storia./ Chiamo questo: calamità autobiografica.” Il sintagma che più ci interessa è proprio l’ultimo, “calamità autobiografica”, in cui sembra appunto intravedersi la poetica anche futura dell’autore. Se la “calamità” definisce un male comune, un’epidemia, una rovina che colpisce una “moltitudine”, la autobiografia riguarda invece il singolo, un soggetto. Questo sintagma esprime dunque la dialettica tra l’uno e i molti, il male comune che riguarda l’io-lirico, dialettica che viene tematizzata in Commiato da Andromeda, ultimo libro scritto da Andrea Inglese, in cui l’autore cerca di definire, descrivere, su dati “autobiografici” la fine di una lunga storia d’amore.
Per provvedere a questa “descrizione”, o, come vedremo più avanti, a questa “razionalizzazione” impossibile, l’autore cerca un corrispettivo analogico in una stampa in formato A3 del dipinto La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo, dipinto “irresponsabilmente ignorato” fino al momento della stesura del libro. L’ekphrasis di questo quadro è dunque lo strumento attraverso il quale l’innamorato può bilanciarsi e provare a guardare dall’esterno un’esperienza che lo riguarda in prima persona. Se nello “scricchiolare” e nello “sgretolarsi” della storia non è possibile identificare l’incipit, dato che “tutto accade assieme, come sempre”, il quadro rappresenta l’unica “immagine che si possa bloccare”, e da qui partire per autoanalizzarsi.
La tradizione della lirica italiana, si potrebbe dire, comincia con i “Frammenti di cose volgari” petrarcheschi, in cui il soggetto poetante, attraverso la scrittura, cerca la propria ricomposizione: il termine Fragmentum, del resto, secondo una glossa del tardoantico Isidoro, nient’altro rappresenterebbe se non i “frantumi”, i “pezzi” di un qualcosa in un primo momento del tutto unitario. Proprio attraverso la metafora dello sgretolamento e dell’ “andare in pezzi della storia” e con essa dello stesso innamorato si apre Commiato da Andromeda, anche se il soggetto innamorato in questo caso non solo non riesce a ricostruire l’unità di quei “frammenti”, ma espone nel corso di tutta l’opera la frustrazione derivata da tale impossibilità.
L’io si fa “scienziato, razionalizzatore, solerte, esperto, familiare col fondale”, ma è solo un autoinganno e il fenomenologo d’amore si rappresenta nel corso del racconto come colui che è consapevole di non sapere amare. L’innamorato che più volte cerca di apparire come l’unico esperto, il teorico per eccellenza è ontologicamente inesperto di ciò su cui scrive un libro. L’innamorato, in quanto incapace di razionalizzare, è mutevole, ondivago e divagante proprio come il suo racconto.
Tale impossibilità e di narrare e di ricomporre se stesso si riflette pienamente nello stile del libro che procede per divagazioni e fuga nei dettagli.
In un articolo di Andrea Inglese apparso sul numero 16 della rivista “Incroci”, l’autore sosteneva che la lirica moderna nasce dalla dialettica tra singolarità del soggetto ed estraneità dal mondo. La singolarità del soggetto non è rappresentata però come eccezionalità o fuga nel solipsismo, ma permette al contrario all’io-poetante di osservare il mondo e prestare attenzione ai dettagli trascurati. L’attenzione, in quel saggio, sulla scia di un discorso di Celan, è considerata il momento fondamentale della creazione lirica che però non si manifesta come attenzione per un qualcosa di determinato, ma come fuga nel dettaglio, nel nascosto e nel sottovalutato.
Fatte queste dovute ed ulteriori premesse, non sembra un caso che l’ekphrasis attraverso la quale l’autore dovrebbe capire se stesso e la sua relazione comincia interrogandosi sul numero delle figure marginali che compongono il quadro.
Solo una volta cercato in modo ossessivo il numero dei personaggi secondari si passa alla presentazione dei personaggi principali, ma anche in questo frangente si fugge ancora nei dettagli e ciò che può sembrare marginale assume un significato preponderante: prima Andromeda, colei che “non vuole essere guardata”, poi il mostro, e solo in ultima battuta viene definito Perseo, assimilato del tutto al soggetto scrivente.
Se anche da questo punto di vista si nota la struttura antigerarchizzante della “narrazione”, è soprattutto a partire dal carattere “multiforme” del mostro che la procedura della divagazione viene attuata.
Ad una Andromeda che ha il ruolo fisso dell’abbandonata e di quella che chiede spiegazioni e che assume retoricamente tutti i caratteri classici del lamento d’amore, tanto da richiamare a volte le parole di Didone nel IV libro dell’Eneide – in particolare quando chiede un figlio: “Andromeda vuole il mio seme” che sembra una ripresa netta e precisa di Eneide IV 235-245 (“Se almeno mi fosse nato da te un figlio/ prima della fuga, se un piccolo Enea mi giocasse/ nella reggia, che ti ricordasse col volto/ non sembrerei del tutto delusa e abbandonata”) -, cui fa da contrappeso la figura del Perseo autore e personaggio che cerca di dare spiegazioni il più possibile razionali, è il mostro che assume il carattere multiforme, polytrhopos, e che prende campo su tutta la narrazione. Il mostro è tutto quello che Andromeda e Perseo sono e possono non essere. Il mostro del quadro è tutto ciò che compone una storia d’amore, lasciando in secondo piano i ruoli fissi della Andromeda-abbandonata e del Perseo-io. Il mostro è il “vuoto pneumatico” che separa i due ex amanti, è lo schifo, il terrore della vita di cui Andromeda è schiava, è infine lo stesso soggetto. Il mostro in sostanza si fa portavoce di tutte le istanze più problematiche della relazione.
L’ekphrasis stessa, che così importante appare nel corso di tutta la “narrazione”, tanto che il quadro descritto viene utilizzato come titolo del libro, è però sminuita nel punto più problematico del testo: “cos’è questa, una sorta di riunione sindacale sull’ekphrasis?”, chiede l’autore nella prima poesia del “prosimetro”.
Questa domanda apre molti spunti di lettura sul testo di Inglese, riassumibili in due punti principali.
La domanda non è di certo innocente, come non innocente è il luogo in cui è stata collocata. Il prosimetro, nella tradizione della lirica italiana, è stato sempre associato alla Vita Nuova dantesca, per cui non è stato possibile fuggire e non cercare un confronto con quel grande modello.
Nel prosimetro dantesco erano le prose che creavano un collante tra i diversi testi che lo componevano e che in più di un’occasione ne fornivano una spiegazione ed una sorta di parafrasi. Nel “prosimetro” di Andrea Inglese questo atteggiamento viene invece del tutto rovesciato. Se la prosa non riesce a spiegare o tenta invano di spiegare la condizione del soggetto innamorato, è alla poesia che è affidato un momento di sintesi su quanto è stato detto. La scrittura in versi crea una sospensione nella divagazione della prosa e prova a fare il punto della situazione, cerca insomma di spiegare le ragioni stesse della prosa e tenta di arrivare dove si ferma la teoria. Per questo non è un caso che la prima poesia si apra con una domanda che cerca di definire quanto è stato detto.
In questa domanda si annida inoltre il criterio della divagazione che contraddistingue la scrittura di Inglese. Sembra che la riunione sindacale sia costituita dai vari frantumi del soggetto ormai in crisi che provano a fornire spiegazioni sulla fine dell’amore, e dunque sull’avvio della “scomposizione”. Tutti i frammenti del soggetto si interrogano e parlano non potendo che portare ad una riunione sindacale con la quale si esplicita la debolezza della spiegazione. I frammenti, i “deboletti spiriti” narrano e descrivono come in una riunione sindacale, per cui nel massimo di confusione e caos pensabile.
Nel caos e nella divagazione della riunione sindacale sull’ekphrasis Andromeda e Perseo hanno due ruoli fissi e oppositivi: l’una chiede spiegazioni, l’altro, divagando, cerca di dare spiegazioni; l’una cerca di ricordare, l’altro prova a dimenticare ed infine dimentica, facendo dell’oblio lo strumento costitutivo per la ricostruzione, o meglio di quella che Perseo stesso chiama la “rivoluzione”.
Se Andromeda, poco prima della liberazione, chiedeva a Perseo come avesse fatto a dimenticare, elogiando la memoria e l’impossibilità di “rimuovere” l’esperienza, il soggetto al contrario elogia l’oblio. Ancora il razionalizzatore suggerisce: “non posso stabilire niente se non l’oblio”. Il recupero della memoria è inutile e non farebbe che reiterare la divagazione. Grazie alla cancellazione dell’esperienza, egli può iniziare una nuova rivoluzione. È solo annullando i dati precedenti che si può avviare la smaterializzazione della donna coinvolta e la sua sostituzione.
Come in ogni società che vuole ricostruire ex novo, l’elogio della “dimenticanza” si fa tanto significante (si pensi ad es. al poeta “rivoluzionario” del ‘900, Majakovksij: “Chi non dimentica il primo amore/ non incontrerà mai l’ultimo”). Cancellare vuol dire ricostruire qualcosa di diverso e appunto la “vita nova” di Inglese si basa su questi dati. Il tutto chiaramente è in netta contrapposizione con i canzonieri d’amore tradizionali, nei quali la memoria, il ricordo dell’amata era proprio il “nutricamento” del soggetto e della creazione poetica. Ricordare significava tenere in vita l’amata e continuare a ricercare una sua epifania. L’amata “ricordata” non era più un mite e passivo oggetto di contemplazione, ma era attivo soggetto che conferiva valore al poeta. Nel racconto amoroso di Andrea Inglese, al contrario, è in prima istanza l’io stesso che finge di autoattribuirsi un valore (“basto io” dice in un verso di un’altra poesia, oltre al montaliano “tuoi sembianti e barbagli” non attribuito alla visiting-angel ma al soggetto stesso) ed è grazie alla dimenticanza che il “divagatore” passa da uno stato di passività e ripiegamento su sé stesso ad uno stato attivo.
A questo punto dunque ci si aspetterebbe la descrizione di una nuova storia, la “vita nuova” attesa nei testi in versi, o quantomeno di una donna-schermo. L’autore invece proprio in questo momento inizia a ricordare il “cominciamento” della storia basato su dati/dettagli appena riscontrabili e trattato nei termini di una “metafisica erotica”, ma che in realtà, di metafisico ha ben poco.
L’innamoramento viene descritto su basi tradizionali come “itinerario iniziatico”, “discesa nel labirinto”, “ipotesi di conversione”, e tradizionalmente compaiono anche le varie fasi che lo compongono: la donna prima “si vede”, poi “appare” ed infine dà vita ad un’ “accensione aureolare”. Per marcare questa “amorosa visione” contemporanea Inglese si serve di tutto il repertorio classico ormai strutturato nei secoli: dopo il lessico inerente alle “visioni” e alle “apparenze”, sono la “capigliatura”, le “labbra”, un “movimento degli occhi” a provocare lo scuotimento dell’autore. Eppure, nonostante questo sforzo di collegarsi alla tradizione lirico-metafisica, l’innamoramento in cui il soggetto è al centro colpisce tutti i sensi, in un processo che dalla rarefazione metafisica giunge fino alla fisica dei sensi: partendo dagli occhi, insomma, si giunge alle percezioni “genitali, gustative, tattili, olfattiva”.
Nel cammino all’indietro che permea le pagine di chiusura del libro, si giunge ad un’esperienza strana, quella dell’infanzia, quella che riguarda i primi contatti fisici di Perseo-io con l’altro sesso. L’incontro avviene quando il soggetto aveva nove anni il che non può che fare pensare alla numerologia vitanovistica (che del resto è distribuita in tutto il libro, se la storia è durata nove anni, se l’io riceve telefonate dal nono piano, e se anche questo incontro ricorda il primo contatto di Dante con la sua Beatrice). Questa esperienza in realtà sconvolge ogni tentativo di metafisica dell’infanzia per marcare i segni della corporalità, e nei termini di una sessualità tutta corporale viene descritto questo protorapporto.
Ci troviamo, per concludere, di fronte alla distorsione del sogno infantile, altra patologia di chi ha la consapevolezza “dell’impossibilità di governare i fenomeni”, dove “fenomeno” è chiaramente termine marcato e traducibile con il titolo di una sezione de La Distrazione: è l’impossibilità di governare “Quello che si vede” perché, aggiunge ancora Inglese quasi in chiusura del “prosimetro” “le buone cose previste/ giungono da strade insolite, non più/ riconoscibili, come frastuoni, fendenti”.
L’esperienza non è reale, se non nei succhi d’arancia, nella lettura dei giornali. Lo sforzo del razionalizzatore resta strozzato, come ogni innamorato che alla fine del rapporto si chiede quando è stato l’inizio del tutto, e per questo “nulla è stato abbastanza credibile”, se non “i pacchi della spesa”, lo “yogurt nel frigorifero”, gli scarti insomma. Non è credibile la razionalizzazione e l’eziologia. In Commiato da Andromeda Andrea Inglese mette in campo tutti i meccanismi dell’inganno e dell’autoinganno per trovare in quella “calamità autobiografica” un’immagine, fittizia e menzognera, di ricomposizione dei fragmenta del soggetto ed al contempo ne smaschera la fallacia.

[Una versione ridotta di questo articolo è uscita su Semicerchio. Rivista di poesia comparata XLVI (2012/1), pp. 96-97]

Per ricordare Giorgio

Giorgio e Lietta Manganelli

 

Su La poesia e lo spirito l’invito di Lietta, figlia del grande Manganelli, per ricordare a  vent’anni dalla scomparsa del padre, l’opera e la grandezza di Giorgio. Vi invitiamo a leggere l’articolo seguendo questo link:

Per un Centro Studi “Giorgio Manganelli”