Giorgio Bàrberi Squarotti

All’altare della femminilità; un tributo a ‘Gli affanni, gli agi e la speranza’ di Bàrberi Squarotti (di L. Cenacchi)

2009-14-bàrberi-squarotti-gli-affanni

Gli affanni, gli agi e la speranza, edito dall’Arcolaio nel 2008, è un libro particolarmente interessante, che ho avuto modo di godere a fondo nell’ultimo periodo.
Alcuni hanno detto che è l’ultima favilla di un modo di scrivere, di vivere e di sentire morto, per quanto splendido aggiungerei; altri, come il prefatore, asseriscono che di retorico in realtà c’è poco e molto di genuino, riferendosi a un’evidente inclinazione crepuscolare, «di modesta quotidianità».
Pur pensando che ci sia forte presenza della topica, la quale non può che essere uno dei punti di forza del libro, non mi sento di negare nessuna delle due visioni. Il mio unico obbiettivo sarà quello di sutura­re queste due prospettive lungo l’arco di questo articolo, al fine di dimostrare come quest’ultimo, in realtà, si occupi di documentare, in squisiti quadretti, il crepuscolo di una certa femminilità, cui si lega­vano alcuni immaginari ricorrenti. Il libro che esploreremo gioca le sue maggiori influenze in un territorio in bilico tra d’Annunzio e un’ironia modernista adottando qualche eco stilistica e qualche immagine topica del neoclassicismo e del Foscolo, sempre passata al vaglio dei tempi.
Tipicamente classica infatti, dal punto di vista stilistico, è l’uso ricorrente del polisindeto il quale ha la principale funzione, assieme alle prolessi e le inarcature, di prolungare il respiro sintattico della frase, dando vita a un periodare ipoparatattico, che talvolta può occupare anche una decina di versi.
Se l’intonazione dell’endecasillabo è dunque molto alta, alte rimangono anche altre soluzioni aggettivali che lo avvicinano più a d’Annunzio, seppur, va detto, il contesto e i personaggi spesso siano indubbia­mente crepuscolari.
Così in Via Susa, alla posta la donna lentamente subisce una trasfigurazione già im­plicita nell’aggettivazione iniziale (vaga, dubbiosa) per poi culminare nel passaggio che chiude la lirica e che svelano abitudini sintattiche[1] adeguate alla compagine fin’ora individuata:

[…] infine restò sconfortata
nella sua nudità, ormai non altro
che un affresco o che una fotografia
artificiale immagini, le copie
delle innumerevoli altre copie
lei che sperava invece d’esser l’unica
di carne ancora e d’anima, e risplendere
nell’infinita luce del mattino,
a somiglianza esatta della prima
bellezza di Dio, pura e impudica.

Se questo passaggio, tuttavia, non rappresenta adeguatamente il saluto malinconico ed elegante, che Squarotti fa a certa femminilità, dovendo trasfigurare il materiale umano trovato, caricandolo costante­mente di letteratura. In un’altra poesia, Davanti a Prunetto e al castello, questo contrasto non si fa solo evi­dente, quasi programmatico, ma ambisce a diventare mito, inscenando un sacrificio dai tratti dionisiaci di tre dee alla mensa dei bruti. (altro…)

Omaggio a Giorgio Bàrberi Squarotti

2009 14 bàrberi squarotti gli affanni

Giorgio Bàrberi Squarotti, 14 settembre 1929 – 9 aprile 2017

 

Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d’altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po’ piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull’indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003

 

Sul Tanaro, Afrodite

Sul Tanaro? Afrodite? e chi può credere
che davvero nell’ampia conca, al margine
delle rocche di tufo (ed è profonda
l’acqua e cupa, ma la fa viva il verde
delle foglie dei pioppi cge, leggere,
si agitano nel lentissimo vento)
ci sia la grande conchiglia rosata
che la corrente minima trasporta
dall’una all’altra riva, e sopra, nuda,
la ragazza bionda con i capelli
inanellati che allontana a tratti
dal volto con la mano, imbarazzata
e sorridente? E una lunga ed esigua
nuvola nera all’orlo del vigneto
nel primo culmine di una collina
sia un giovane rosso in viso, grasso,
e, sboccato, guardi attento ed avido
nell’attesa che la ragazza sbarchi
nella golena, dove sono salici
e pietre tonde e una sabbia banchissima,
fine, e più in là le more violacee
come i dritti capezzoli, e un serpente
che sollevi la testa e, incuriosito,
la contempli? C’è sempre una vicenda
che si rinnova altrove, dove meno
è inevitabile: la dea che ora un vento
animato sospinge nelle acque
infine infinitamente ampliate,
come un mare, canuto, un poco ondoso.

Torino, 9 gennaio 2004

.

da Gli affanni, gli agi e la speranza, L’arcolaio, 2008

Silvia Rosa – SoloMinuscolaScrittura (recensione)

silvia rosa

Le nude parole della poesia

La poesia è occasione di attesa, è descrivere un qualcosa che precede l’attimo, il “prima”di un accadimento; descrivendo quel prima il poeta sposta il punto di osservazione sul tempo della speranza. Il poeta, così facendo, narra istanti colmati da riflessioni e densi stati d’animo. Queste attese in tal senso luccicano più dell’evento stesso e producono un silenzio che si cala fino a raggiungere la parte più profonda di sé. La parola diventa quindi contenitore svuotato e poi riempito delle proprie verità, imperfette ma proprio per questo autentiche. Ce lo dice Silvia Rosa nella sua recentissima raccolta poetica SoloMinuscolaScrittura, edito da La Vita Felice, con una bella presentazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, poeta e critico letterario molto sensibile alla poesia giovane.

Parto dal titolo, già indizio rivelatore. Perché SoloMinuscolaScritturache potrebbe rievocare nell’immaginario noto i messaggini? In realtà mi sentirei di definirlo, a mio parere, un calembour volutoche sottintende una modalità di scrittura sintetica e libera dalla versificazione dell’accapo,la cui punteggiatura esprime un movimento cangiante. I testi poetici, raccolti in piccoli blocchi di prosa, vogliono proporsi come poesie da microracconto, microcosmi di sentimenti, da qui il motivo della minuscolascrittura. Squarotti definisce la sua poetica inquieta; a questa inquietudine Silvia aggiunge una brama di aderire alla vita, immedesimandosi nei ritmi e nella scansione dei giorni. C’è un motivo troppo forte, una specie di sentiero, una presa di direzione che l’autrice ciracconta man mano che percorriamo e sostiamo fra le virgole e le parentesi,tentando di sondarne la parte più sotterranea. Si diceva l’attesa. Nell’attesa c’è tutto: non solo il silenzio («io non sfuggo il silenzio» in sms#11), il desiderio di immedesimazione («il mio respiro […] un alito di nuvole» in sms #6), i motivi di una gioia improvvisa o le ombre di un dolore («[quando l’amore si ama amando e smette di essere un esercizio d’infinite attese e disciplina] in sms #9); c’è una richiesta di sapere per comprendere e comprendersi («scavare nei pensieri una radice robusta» in sms # 15), il fremere per una risposta («ma tua concedimi un’eccezione, fra le pieghe delle parole» in sms #17). È un dialogo con sé stessa che non risparmia istanti di passionale sincerità («avrei bisogno […] di coprirmi con le tue carezze di lana, stare minuscola nel cielo del tuo sguardo» in sms #29).

La raccolta divide quindi le fasi di un sentire: una solitudine rappresentata dalla ripetizione della negazione lungo la prima parte («conto un milione di no per arrivare a sera») che spera diventi plurale nella seconda parte («all’origine di (un) noi – possibile»)e si conclude come rendiconto di un’esperienza di perdita («fiutando stelle, che mi pesano in grembo, e cadono ad una ad una nel vuoto della tua assenza»).

Se dovessi identificare una parte di un blocco poetico o anche un verso che rappresenti la raccolta, mi sentirei di ritrovarlo nel blocco sms #2 dove la poetessa scende«nell’ansa nuda di parole». Insomma Silvia Rosa tenta la via dello svelamento, fornire una pennellata che non aggiunga parole su parole, ma lasci parlare l’immagine nella sua nettezza. Di fatti l’aggettivo ‘nudo’ ricorre a più riprese nella raccolta, quasi a sottolineare la purezza e la lucidità della sua visione.

Nella poetica di Silvia Rosa è possibile trovare l’espressione di una scrittura delicata e sofferta, un’innocenza emotiva che evita gli azzardi di certi sperimentalismi pindarici e anela a restituire alla poesia un suo dettato di trasparenza.

(c) Davide Zizza

********************

sms #2

che silenzi mi si incollano addosso, a volte. non di
quelli che ripassi con le dita e si scaldano dove il
sangue preme più forte. ai miei silenzi mancano
gesti, è un esercizio a denti stretti questo
precipitare nell’ansa nuda di parole – ma tanto
dico sempre le stesse cose –, senza mani e oggetti e
uno sguardo uno da raccogliere per esserci di colpo
corpo a corpo mi assottiglio per passare la fessura
delle labbra e invece resto [muta immobile]
mi confondo col bianco sporco delle pareti dei miei
occhi e al centro, al centro nero lupo braccato
che dilata il passo tra battiti d’eco fuggendo – sto(p) –

sms #29

fa così freddo, qui. avrei bisogno di starti addosso,
rannicchiarmi nel tuo respiro, coprirmi con le tue
carezze di lana, stare minuscola nel cielo del tuo
sguardo – azzurrissimo [la mia voce è cenere
sottile, parole spente tra i denti nessun sorriso
impasto amaro di lettere stanche da mandar giù,
tiritera interrotta interferente di pensieri triti
trullallà]

sms #35

in certe notti insonni le mani sono occhi chiusi che
si offrono al buio, che si spalancano dentro e di
vuoto. e le dita, le dita sono quelle parole che pensi
smarrite, e invece sono così tue che ti scrivono il
corpo di incubi. liberale. ferisci il candore delle
pagine. non lasciare al nero d’inchiostro – che si
incolla ai tuoi polsi legandoti – lo spazio che
reclama tiepida di vita la tua pelle

sms #45

tramonto. lampi che irrompono tra cielo e madre,
la compostezza griogiovattata delle nuvole,
scariche viola prugna, elettriche, un tuono rapido.
pensieri blu a gocce, inceppati in un piccolo vortice di vento.
sembra dica il tuo nome, e poi un’acquadolce sulla pelle. è tutto