Giona

Felicitas Hoppe, Pigafetta

Oggi è il compleanno di Felicitas Hoppe. Con i nostri auguri, pubblichiamo la presentazione del suo primo romanzo, Pigafetta, e la traduzione inedita dell’incipit.

 

Felicitas Hoppe, Pigafetta (1999), Fischer Verlag 

Nel primo romanzo pubblicato, Felicitas Hoppe dispiega generosamente tutte le caratteristiche della sua prosa: intreccio di più piani narrativi e cronologici, una tela tutta d’un pezzo che, tuttavia, ha una pluralità di fili costituita da letture prima interiorizzate, fatte proprie e inglobate in un’autobiografia vera e fittizia allo stesso tempo (ma che cosa è vero, che cosa è fittizio, ci suggerisce la stessa autrice, anche a posteriori, nella sua opera Hoppe 2012,  che non a caso menziona Pigafetta fin dalle primissime pagine?), poi esternate, con una restituzione tutta particolare e, soprattutto, noncurante della tradizionale compilazione di eventi. Un procedimento, questo, che trova nel Tristram Shandy di Lawrence Sterne un padre putativo laboriosamente all’opera. La questione del tempo, del calcolo cronologico e degli strumenti sui quali gli umani si sono accordati, gli orologi, riveste un ruolo giocosamente importante, come avveniva nell’opera di Sterne, attraversa il romanzo Pigafetta e compare sin da uno dei paragrafi iniziali, intitolato, appunto, Orologi. Altri tributi letterari costellano il romanzo: a Moby Dick di Melville, alla balena biblica del profeta Giona, ma, principalmente, alla balena di Pinocchio dell’amato Collodi, ad Adelbert von Chamisso di Viaggio intorno al mondo, a Poe di Gordon Pym, a Conrad di Cuore di tenebra. (altro…)

Non sapevo che passavi #6: Giona

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GIONA

(di profeti e di veleni)

di Stefano Domenichini

*

 

Giona, che fu indigesto alla balena, che riuscì a redimere la teppaglia di Ninive, che litigò con Dio, era morto da bambino. A sei anni, orfano di padre, si ammalò e non ci fu niente da fare. A Elia, il padre di tutti i profeti, l’uomo che pregando riusciva ad accendere una pira di legna verde e bagnata, la cosa non dispiacque più di tanto. Quel bambino gli saltellava sempre intorno, deconcentrando la sua missione divina. Era successo che Elia, dopo aver scannato i 450 sacerdoti di Baal, si era rifugiato sul Monte Oreb. Lì non c’era una gran vita. Mosè ci aveva soggiornato per quaranta giorni e quaranta notti, qualche secolo prima, ed era tornato indietro un po’ nervosetto. Come arrivò a valle con il souvenir dei dieci comandamenti, trovò tremila ebrei che facevano bagordi intorno a un vitello d’oro, e li fece massacrare.

L’unica compagnia di Elia erano un angelo che gli portava pasti regolari e Dio, che ogni tanto veniva a fare due chiacchiere. Non che Elia fosse un tipo inquieto, ma dopo un mesetto di passeggiate, e nonostante l’ottimo servizio del cherubino, si accorse di cominciare a pensare che i riti orgiastici di Baal non dovessero essere poi così male. Capì che era giunto il momento di ridiscendere.Arrivò nel villaggio di Sarepta e la prima cosa che vide fu una giovane donna che, con la veste sollevata, pestava uva in un tino. Poiché a Elia le profezie scappavano facili, lì per lì gliene uscì una decisamente morbosa. E, si sa, Elia non sbagliava mai. Così si insediò a casa della donna, che era vedova e aveva un figlio di nome Giona. Quando il piccolo Giona morì, Elia era piuttosto impegnato: stava trattando con l’Associazione Aviatori per divenirne il Santo Protettore (essendo profeta, il concetto di aviatore gli era chiarissimo), lui che già lo era dei Fulmini e dei Temporali. La vedova, sconvolta dal dolore, lo assillò perché tentasse di fare qualcosa. Elia, che sarebbe asceso al cielo senza trapassare, non si curava molto dell’evento morte, ma quando la vedova minacciò di applicare nei suoi confronti il metodo Lisistrata, distolse l’attenzione dai suoi affari e con un gesto altero e distratto resuscitò Giona.

Con sua grande sorpresa la cosa gli riuscì alla perfezione. Da quel momento Elia cominciò a provare verso quel bambino sentimenti contrastanti. Da un lato gli stava sempre e comunque pesantemente sulle scatole, dall’altro provava per Giona un’ammirata soggezione come se, guardandolo, si trovasse di fronte ai talenti che il popolo gli attribuiva e che lui non pensava di possedere. Decise così di insegnargli il mestiere. Nel settecento avanti Cristo quello del Profeta era un mestiere adatto a giovani ambiziosi: si viaggiava, si faceva carriera in fretta e si acquisiva un certo potere. I rischi non mancavano, ma Giona era in piena onnipotenza giovanile e non ci faceva molto caso. Poco più che ventenne si mise in luce intervenendo in maniera determinante nella risoluzione di una questione geopolitica che stava mettendo a ferro e fuoco il medioriente. Che lì, tra Tigri ed Eufrate e zone limitrofe, la geopolitica è come il testosterone per i giamaicani: hanno gonadi operative sette giorni su sette che sparano fuori livelli di geopolitica non coagulabili, da tanti secoli, e per sempre, ormai. Tra Assiri che percuotevano il cuneo fiscale e Aramei che bloccavano gli affari con Damasco, il re Geroboamo II decise che per il popolo di Israele era arrivato il momento di mettere un po’ d’ordine, il che significava recapitare ad Assiri e Aramei una guerra santa senza prigionieri. Ora, si sa, per fare una cosa così occorre l’appoggio ampio dell’opinione pubblica. Fu allora che Giona ebbe la sua occasione, e la sfruttò alla grande: convinse tutti che l’iniziativa bellica era voluta da Dio e che Geroboamo II era, disse proprio così, l’Unto del Signore.

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