gino di costanzo

Gino Di Costanzo, L’inaugurazione

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

L’INAUGURAZIONE

 

– Come dicevamo, dunque, oggi è un gran giorno per il nostro paese, – proseguì il Sottosegretario.

– La magnifica struttura che è alle nostre spalle, la cui realizzazione è stata fortemente voluta dal Ministero della Tribolazione, rappresenta il primo, tangibile segno di una ventata d’aria nuova, un maestrale che spazzerà via definitivamente tutti i residui pregiudizi e le ipocrite barriere che, da sempre, rappresentano la vera palla al piede del nostro paese! – E si bloccò per la seconda tornata di applausi stabiliti.

Pasqua era alle porte, il clima era mite. La claque, distribuita sapientemente, sembrava ben addestrata. Del resto una claque mite ed un clima ben addestrato non sarebbero stati di alcuna utilità.

– Oggi noi diciamo con fermezza BASTA ai cruenti suicidi che i cittadini in gravi difficoltà economiche sono costretti ad inscenare! BASTA a queste esibizioni di pubblica  disperazione, che ledono il morale di chi non ce la fa più eppure resiste! BASTA a spettacolari voli dal quinto piano! All’inutile agonia di impiccagioni approssimative! Alla esecrabile pratica del darsi fuoco nelle piazze! A tremanti rivoltellate in bocca! BASTA alle pagine di cronaca nera sature di questi casi umani, indegni di una società civile! BASTA! Non si consentirà oltre un simile scempio! Queste orrende, grossolane modalità di risolvere i propri problemi una volta per tutte, d’ora in poi saranno impedite! – Terza tornata di applausi professionali.

– Sono i valori cattolici, condivisi da tutti noi, che hanno ispirato la strategia messa in atto dal Governo per porre fine a questa strage… Dopo le recenti dichiarazioni del nostro amato Papa, che ci ha ricordato che il figlio di Dio è morto v-o-l-o-n-t-a-r-i-a-m-e-n-t-e sulla croce per la salvezza di tutti gli uomini… e che non fu una sorta di suicidio, ma un immenso atto d’amore… il Governo, sulla scorta dell’esempio di Cristo, ha deciso di farsi carico della sorte dei cittadini ridotti sul lastrico, i poveri cristi nostrani, accogliendo il desiderio di coloro che vogliono farla finita per la salvezza dell’intera società, che non può più nutrire queste eccedenze umane.

(altro…)

NELL’ATELIER

NELL’ATELIER

 

Prepareresti un tè? mi chiese, senza distogliere lo sguardo dalla sua opera.

Certo, risposi, ne prenderò anch’io. Ovviamente non ero stato abbastanza incorporeo, mentre alle sue spalle sbirciavo la tela.

Tornai dopo qualche minuto col vassoio: due tazze fumanti, un piattino con due spicchi di limone e lo zucchero che lei teneva a dosare da sé, avida di dolcezza com’era. Non si girò, così osai interromperla baciandole l’ansa tiepida tra collo e spalla, facendola squittire nella maniera infantile dei nostri giochi amorosi.

Grazie, mi amor, disse, recuperando la concentrazione persa per un attimo. Nel suo quadro due papaveri rossi sbocciarono senza preavviso. Sedetti anch’io al mio cavalletto, quindi aprii e respirai il primo tubetto di colore, esitando. Nel suo portatile il terzo capitolo dell’audiolibro taceva ancora, così dissi: vorrei cambiare, uscire dai miei soliti colori.

La pittrice raccolse dopo qualche secondo: non avere fretta, smonta la tua ansia… raccomandò … e non scegliere i colori, lascia che siano loro a scegliere te.

Va bene, dirò alla mia ansia di non avere fretta… sorrisi, e continuai … lavoriamo con i colori, cioè con qualcosa che in pratica non esiste…

Stai scherzando, ribatté lei, qualcuno ha detto che sono i tasti con cui si suona la nostra anima, esistono, esistono…

E invece non esistono in sé, non sono una qualità intrinseca degli oggetti, replicai.

So dove vuoi arrivare, non m’importa.

Proseguii tenace: tanto per cominciare non tutti gli esseri viventi possono vederli, quindi non esistono oggettivamente. Il mondo non è fatto di cose colorate, i colori che percepiamo sono solo particelle di luce riflessa che gli oggetti respingono senza assorbire.

Questo lo so, affermò ostentando pazienza, ma non m’importa.

Sono radiazioni elettromagnetiche, incalzai (ormai ero partito in quarta), e si comportano come onde.

Radiazioni? Ma allora i colori sono pure pericolosi? ironizzò l’artista.

Spiritosa … dissi piccato.

Ma che significa che sono“onde”? chiese, mi piace l’idea di associare i colori a delle onde cromatiche… del resto il verde-acquamarina ed il blu-oltremare hanno le onde nel nome, non trovi?

Buona questa! ammisi di malavoglia, comunque “si comportano come onde” significa che i colori hanno una frequenza e una lunghezza d’onda misurabili, e poi… che ne so! Non sono un fisico…

Bene, sentenziò lei, continua a non fregarmene assolutamente nulla. I miei colori esistono, ed hanno nomi che nemmeno t’immagini. Io parlo con loro, e se dicessi, per esempio, al mio “verde-ideale” che non esiste, mi prenderebbe per matta. Sorrise e riprese: se un mio quadro ti cattura è perché i miei colori non solo esistono, ma vivono, e ti scrutano. Non t’illudere, non sei tu che guardi, è il quadro a guardare te… ma non chiedermi di spiegartelo. Il fatto è che tu vuoi capire ogni aspetto della realtà che ti circonda, andare al nocciolo delle questioni, sempre; la tua curiosità è onnivora e insaziabile… ma per molte cose io voglio solo percepire, sono tutt’occhi, pelle, cuore … sono profumo, sono sentimento. Ho lottato per essere così, e non tornerò indietro.

Toccato, risposi: Lo so querida, lo so …ma così mi fai sentire arido e senza cuore … Al mio tono deliberatamente querulo ridemmo rumorosamente, ed uno sbuffo arancione comparve sulla sua tela.

Subito dopo lei avviò il terzo audio-capitolo di “Kafka sulla spiaggia”, i nostri pennelli sospesero la conversazione.

Dopo circa mezz’ora del nostro silenzio e di Murakami, come se avessimo interrotto il dialogo solo qualche attimo prima, lei rilanciò: io non so come comunicano i colori: non parlano eppure dicono, non suonano eppure vibrano, non si muovono eppure ci toccano… Sono puro “senso”, nel doppio valore di percezione e significato; sono le componenti elementari di una lingua primordiale, lo stupore e l’incanto con cui è possibile elaborare anche raffinate estetiche contemporanee. Ma è un processo che non si esaurisce negli occhi: i nostri occhi sono solo una porta.

Mia Maestra, che belle cose hai detto! esclamai, mimetizzando nel tono giocoso la mia ammirazione. Lei ridacchiò, poi aggiunsi: sai, credo che il cuore occupi gran parte del tuo spazio interiore perché, in fondo, il tuo cervello non ama granché quello che c’è fuori da queste mura. Penso che il tuo mondo traboccante di colori, di leggerezza, di sereno erotismo, la tua “Arcadia”, contenga in sé un rimprovero diretto a tutti noi che lo osserviamo. Tu ci ammonisci in ogni tua opera mostrandoci la vita meravigliosa che potremmo avere se solo fossimo capaci di cercarla, quella vita che sprechiamo ogni giorno nelle brutture e nelle miserie umane. Dietro la gioia dei tuoi dipinti c’è un sommesso lamento, la mascherata sofferenza di un clown obbligato all’allegria. Il tuo sorriso non m’inganna: tu dipingi favole vitali e precarie, felicità in bilico, sogni incredibili che rischiano di dissolversi ad ogni nuova alba. Però non ti arrendi, ti aggrappi tenacemente alle illusioni cui non rinunci mai … è quella la forza che ti rende unica, ciò che amo in te. Lei mi fissò intensamente, trattenendo il sorriso negli occhi, quindi pigiò un tasto del portatile, restituendo allo scrittore giapponese una voce per la sua storia.

Dalle due finestre dell’atelier il sole conveniva per la giusta luminosità, riflessa dagli edifici sull’altro lato della strada.

Visto che luce, oggi? Magnifica per dipingere o… passeggiare, affermai, oltraggiando il silenzio che avvolgeva il romanzo parlante.

Sì, una giornata da dio, confermò lei, mentre zittiva il giovane Tamura Kafka.

Beh, gli dei si trattano bene, dissi, è risaputo. Ma di noi poveri derelitti, quaggiù, chi si prende cura? La storia ci insegna che la giustizia divina non ha mai posseduto un gran talento, come quella degli uomini, del resto.

Sì, può darsi, replicò lei, ma il mio dio non è quello che ci vendono i preti, lo sai, dichiarò. È qualcosa che sento dentro ma è oltre me nello stesso tempo: un mio bisogno.

Lo so, risposi, in fondo i credenti fai-da-te sono quelli che preferisco, si confezionano un padre celeste su misura  e questo li rende immuni dal fanatismo religioso.

Il mio dio consiglia anche la masturbazione e ogni tipo di rapporto sessuale, accentuò lei, perché è un dio d’amore e non chiede a nessuno di rinunciare al proprio corpo; è un dio che ha dettato un solo comandamento: “siate felici”, e non c’è inferno per chi disobbedisce, se non l’infelicità stessa costruita con le proprie mani.

Personalmente scrivo “dio” con la “d” minuscola, confessai, perché non credo che dio abbia inventato gli uomini, credo invece che egli sia un’invenzione degli uomini, che sono quindi i veri creatori.

Quindi gli dei saremmo noi? domandò stupefatta, mentre dal suo pennello una linea d’ombra scuriva un tronco d’albero.

Risposta esatta! lei ha vinto un bacio! dissi, felicitandomi come ogni vero italiano concepito durante la pubblicità tra un quiz e l’altro. Così baciai il suo sorriso, mentre fingeva di respingermi. In quel momento avvertii chiaramente l’approvazione del suo dio, quello dei colori e della libera ricerca della felicità, come pure l’umido dei suoi polpastrelli sul mio viso, sporchi di quel colore verde che non asciuga mai.

 Per Norma 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La figlia accomodante

Non voglio che il mio stesso silenzio, compagno di sempre, mi divori qui, nell’angolo in cui mi hanno relegata. Ero bella, una volta. Non sono una millantatrice dedita al lamento, vi racconterò la mia storia, e non vi mentirò. Per comodità – e per rispetto – ogni volta che nominerò mio Padre e mia Madre userò la lettera maiuscola, come ho appena fatto, così per i pronomi che userò per indicarli. Potrà apparirvi beffardo, in qualche caso. Me ne farò carico.

Fui adottata molti anni fa, dopo la grande crisi del ’10. La fabbrica aveva già chiuso i battenti: “Fine del ciclo”, ci fu detto, prima di mandarci via. Sì, ero già transitata per un lavoro in fabbrica quando mi scovarono in quel negozietto malandato del centro, dove avevo trovato una sistemazione provvisoria. Mi presero con Loro, come accecati da un colpo di fulmine. Una giovane reduce dal tracollo economico che aveva colpito mezzo mondo, questo ero, una che si arrangiava. Eppure quei Due si innamorarono proprio di me. Come ho detto ero molto attraente all’epoca, tutti ne convenivano – il mio principale confessò Loro di avermi accolta per quello, pur non potendo permetterselo. Ma ciò che Li convinse, credo, fu quella certa aria di orgoglio represso che mi dava la collocazione in un luogo deprimente come quello, non adatto a me, alle mie qualità. Avevo della stoffa, una pelle come poche, ne ero consapevole, e mi sentivo destinata a ben altro. Dei miei genitori naturali non ricordo quasi nulla, tranne il frastuono di una falegnameria dove mi vezzeggiavano, mi pare, forse appartenuta al mio vero padre. Ma è tutto così vago. Rammento però di essere passata di mano in mano, mentre crescevo. “Sta venendo su bene”, ripetevano ogni volta che mi affidavano ad altri, rinnovando il triste cerimoniale che pativo. Mai nessuno che volesse tenermi con sé, che mi dimostrasse un affetto duraturo. Sono stata allevata con tutta l’attenzione ed i riguardi del caso, lo riconosco, ma sempre con il distacco di chi ottempera per professione ad un dovere umanitario. Mi sentivo la cavia di  generose pratiche di volontariato, non una figlia. Non mi bastava. Dicono che l’amore di un vero genitore sia un’altra cosa … io non lo saprò mai. Ad ogni modo la vita in fabbrica mi aveva fatto crescere rapidamente, ero robusta e mi sentivo in grado di badare a me stessa. Fino al momento in cui mi sollevarono di peso per costringermi ad abbandonare il capannone, insieme alle mie colleghe. E furono gli altri operai, i maschi, a fare il lavoro sporco. Li avevano persuasi che il nostro allontanamento avrebbe incrementato i profitti, scongiurando il fallimento dell’azienda. Se l’erano bevuta, quei porci, ingenui e traditori. Li buttarono fuori tutti, nel giro di qualche settimana. Io fui fortunata, il posto in negozio lo trovai subito, poi arrivarono Loro, i miei cari, a portarmi via. Non erano giovanissimi, si approssimavano alla quarantina e si erano appena sposati. Il posto di lavoro che entrambi ancora conservavano impediva Loro di vedere la miseria che avanzava ovunque, e le macerie che si lasciava alle spalle. In quel periodo così difficile immaginavano nuovi arredi per la casa incompleta, progettavano viaggi e figli fatti in casa. Forse mi avevano giudicata adatta per il loro tirocinio da genitore, un buon attrezzo con cui impratichirsi mentre avviavano il cantiere dei loro figli naturali, chissà. Meno delicata di un neonato, niente poppate né vaccinazioni obbligatorie, niente scuola la mattina presto… Un’orfana cresciuta, non troppo difficile da gestire, che Li facesse sentire dispensati da eccessive responsabilità, questo credevo. Che stupida. Ed eccomi qui, a trastullarmi con inutili congetture da vecchio scarpone, a ruminare ricordi avvelenati che hanno ingiallito il mio colorito, spento la mia gioventù. Mi ero illusa, lo so, ma procediamo con ordine. Non ci volle molto tempo per gli adempimenti burocratici, pagarono ciò che c’era da pagare e divenni cosa loro. Cominciai a fantasticare sulla felicità il giorno in cui entrai per la prima volta nel loro appartamento appena ristrutturato, retta da Entrambi come una sposa novella che varca la soglia. Una volta dentro mi posarono a terra, sbuffando come due compressori in riserva di gasolio. Quel rito scaramantico mi fece sorridere, ma  a modo mio, dentro. Non avrei nemmeno saputo come manifestare la gioia, un sentimento di cui non mi fidavo. La fabbrica era stata una dura scuola, si sgobbava per otto ore al giorno su due turni, non c’era spazio per la leggerezza e l’allegria, non rientravano nel mio repertorio emotivo. Quel giorno, mentre fingevo indifferenza, carpii dalle loro confabulazioni che non avrei mai avuto una stanza tutta per me, avrei vissuto nel soggiorno. Per Loro era un luogo privilegiato, ma io avrei voluto uno spazio solo mio, anche piccolo – perché no? – che avesse protetto i dialoghi che di tanto in tanto sostenevo con me stessa. Non m’importava se in quel soggiorno c’era un comodo divano-letto; cosa voleva dire “è il posto più adatto a lei”? Avrei vissuto sempre come un ospite? Non dissi nulla, non volevo sembrare schizzinosa, dovevo essere grata.

I primi tempi mi diedero alla testa, i miei nuovi Genitori mi ubriacarono di attenzioni e smancerie. Bastava che mi passassero accanto per sentirmi inondata di sguardi adoranti, sorrisi e carezze che mi davano brividi mai sperimentati prima. Nulla a che vedere con gli affidatari che mi avevano formata, coscienziosi, ma così tiepidi. A volte quei Due mi osservavano in silenzio, scambiandosi occhiate compiaciute. Era quello l’amore? Me lo chiedevo spesso in principio, poi sempre meno, fin quando mi convinsi di aver trovato una famiglia, di essere amata sul serio. Non crediate che la mia frustrazione stia gonfiando gli eventi per guadagnarsi la vostra commiserazione. Non sto esagerando, non lo faccio mai. Io volevo una vita normale, prima che fosse troppo tardi, prima che il destino mi condannasse alla solitudine per sempre. Chiamiamo ‘vita’ una frattura infinitesimale nello stato di morte senza fine dell’universo, una concessione fortuita. Non so come faccio a saperlo, ma so che proveniamo dal sonno eterno, che siamo fatti di morte e dobbiamo affrettarci a vivere. Io sentivo di aver finalmente sconfitto la morte in me.

Arrivarono altri arredi, la casa prese l’aspetto di un appartamento contemporaneo, ma con quel “tocco di classico a compensare la freddezza della tecnologia” – così disse l’architetto per insaporire la consulenza e giustificare la sua parcella. Arrivò anche il primo ritardo mestruale. Loro: maschio; femmina; Carlo; Martina; come tuo padre; come mia madre. Io: fratello o sorella? Nessuno mi chiese cosa avrei preferito, e mi ignorarono anche per la scelta dei nomi. Non me ne lamentai, nel periodo della gravidanza di Lei la dolcezza e l’affetto consueti si erano intensificati. Tutto il loro tempo libero lo passavano con me, dedicandomi lo svago ed il riposo, soprattutto il riposo. Non di rado, spingendosi e ridendo come matti, piombavano da me, in soggiorno, per conquistare la mia vicinanza. Ero il traguardo delle loro gare di corsa casalinghe. Del resto mi mostravo sempre molto accogliente e ospitale, com’era nella mia natura. In quei momenti giocosi il contatto fisico che mi imponevano era così stretto e soffocante da modellare in me sorprendenti concavità per le loro forme; la morbidezza del mio corpo sviluppato si confaceva al loro amore gestuale, tattile, quasi lascivo. Non sapevo cosa pensare di quelle frequenti invasioni – certo, festose. Ero il centro del loro mondo, il pezzo pregiato della loro collezione di affetti.

Nacque Carlo. Grazie a quella piccola, tenera fabbrica di liquidi puzzolenti e disgustosi, con crescente frequenza cominciai ad essere trattata come una bambinaia – retribuita, mio malgrado, con dosi di ansia non richiesta. Non avevo alcuna intenzione di badare al cucciolo frignante, mi sentivo un’incapace con quel coso addosso, non lo volevo fare. Tuttavia non riuscivo mai ad opporre un vero rifiuto – come potevo? – mi usavano amore, strozzando sul nascere i miei no. Comunque, dopo un paio di settimane circa e con grande soddisfazione della Madre, nostra Madre, divenni molto abile nel quietare mio fratello Carletto. Sì, ‘Carletto’, mi ci affezionai, ecco tutto. Lei me lo affidava rimanendo vigile nei pressi, nel caso si svegliasse di soprassalto. Mi isolava scrupolosamente da lui con una copertina di lana per non farmi macchiare dai rigurgiti infantili, quasi tenesse più al mio decoro che al bambino. L’aiutavo anche durante l’allattamento al seno con la prossimità del mio corpo, sostenendole delicatamente la schiena mentre il piccolo succhiava avidamente. Mi stupiva che anche in quei frangenti così intimi, con la propria creatura attaccata al capezzolo, occhi negli occhi, la contiguità con me fosse per Lei una premessa irrinunciabile. Mi occupava lo spazio e il corpo, si metteva comoda in me, in un certo senso. Mio Padre mi usava alla stessa maniera ogni volta che poteva, e col passar del tempo diventò sempre più insistente e meno riguardoso. Tornava da lavoro, la sera, recando negli occhi e nei movimenti da felino stanco un desiderio inconfessabile – benché solo in seguito ne ebbi la piena consapevolezza. Si liberava della borsa e del soprabito e, col pretesto del saluto, mi sottometteva alle sue voglie silenziose strusciandosi senza ritegno, approfittando della mia disponibilità, della figlia che aveva scelto. Lei lo osservava senza indignarsi, anzi, sovente si univa a Lui nell’abbraccio a tre, sorridendo sorniona. Lei, sua moglie, mia Madre. Non erano le abituali affettuosità, ma il vocabolario delle mie sensazioni era troppo povero per esprimere il palpito agrodolce che mi agitava, il sottile richiamo di quella stretta ripugnante. Senza le parole adatte non riuscivo a definire il mio malessere, i miei pensieri abortivano nell’utero che li aveva concepiti. Non uscivo mai, avevo confinato le mie aspirazioni in un territorio sotto occupazione militare, conquistato con le subdole armi delle emozioni. Non parlavo, nulla sembrava scalfirmi. In fondo ero stata raccolta e strappata al mio purgatorio, ero fortunata.

Venne il turno di Martina, nata secondo programma. Fu così naturale sottopormi nuovamente alla routine da sorella maggiore e madre supplente, accettare il ruolo che il governo domestico mi aveva assegnato. Funzionava così, dunque, una famiglia. Una complessa organizzazione di sentimenti a corso legale e di consuetudini non pattuite cui sottostare, in cambio di amore. I bambini crescevano, ormai anche Martina aveva raggiunto l’età scolare. Entrambi frequentavano una scuola privata che li occupava dalle otto e trenta del mattino fino alle diciassette, così restavo da sola a casa per gran parte del giorno. Continuavo a non uscire, le mie gambe non potevano in alcun modo condurmi fuori da quella porta che mi sfidava. Fui presa da una strana paura del mondo esterno, la prigionia in casa diventò ben presto insopportabile quanto l’idea di porvi fine. Nessuno sembrava rendersi conto della mia angoscia. Avrebbero amato anche la mia pena, la mia debolezza? Il buon viso della mia muta condiscendenza fu l’abituale risposta al cattivo gioco della domanda.

Il ricordo delle sere davanti alla tivù, con i bambini che mi si addormentavano in braccio, è una delle poche cose che ancora riesce a lenire l’amarezza per la mia sorte. Com’erano dolci e odorosi, piccoli quanto bastava per appisolarsi ancora su di me, serenamente abbandonati. Naturalmente le mie preferenze in materia di programmazione televisiva non contavano affatto. Riflettendoci, era come se per Loro fossi esistita a tratti: irretita da quotidiane offerte di plateali tenerezze, nondimeno messa da parte nei momenti in cui la vita familiare avrebbe richiesto la mia partecipazione. Ormai l’avevo capito, la docilità che tanto apprezzavano in me non aveva diritto di voto. Ero perfetta come trofeo da mostrare agli amici – questo sì – il metro del loro buongusto, la medaglia appuntata sul petto della loro accortezza per avermi scelto. Amavano disquisire della mia bellezza, della tranquillità e distensione che la mia presenza donava, ma la sensibilità che mi consumava non era degna di menzione in casa nostra.  Anche l’altruismo, che pure i miei Genitori avevano dimostrato adottando un’orfana come me, si perdeva nelle nebbie della noncuranza altrui. La mia vita passata non interessava a nessuno e io tiravo avanti nascondendomi, celando accuratamente ciò che speravo fosse trovato.

Le cose cominciarono a precipitare diversi anni fa (si celebrava il compleanno di Carletto, mi pare). Durante i festeggiamenti ebbi la sensazione che Lui avesse incoraggiato uno degli invitati a ‘provarmi’. Un lieve cenno della testa nella mia direzione ed uno sguardo ammiccante furono sufficienti perché quell’uomo viscido mi si avvicinasse, mettendosi a sedere e premendo il suo corpo schifoso contro il mio, quasi adagiandosi, nell’indifferenza generale. Immobile come ero sempre stata, fissai gli occhi di mio Padre: due piccole fessure che autorizzavano, sorridendo con orgoglio spietato. Finsi gratificazione, seppellendo la rabbia e la vergogna nel brusio di stucchevoli conversazioni mondane, umide di brindisi gaudenti e fasulli. Detestavo quelle persone nella loro qualità di ospiti, non volevo essere avvicinata da intrusi né data in pasto a sorrisi ipocriti e ruffiani. Ciò nonostante Loro non mi proteggevano, mi esibivano. Quell’incubo, invisibile come ogni mio sentimento, si riprodusse più volte nel corso dei mesi e poi degli anni che seguirono. Mio Padre accordava i lasciapassare per accedere alle mie grazie compiacendosi di quell’indecenza, cucendomi addosso un tormento su misura che non avrei più dismesso. Io mi sforzavo di considerare quegli assalti come parte dei miei doveri di figlia, il prezzo da pagare per l’ammirazione di cui ero oggetto, così disinfettavo ogni umiliazione, credendo in buona fede nella mia capacità di dimenticare e passare oltre. Ero accomodante, ma il tempo non lo fu altrettanto, non con me. Osservando Carletto, un bel giorno realizzai bruscamente di non essere più giovane. Uno sconosciuto brufoloso, con la voce incerta tra la pernacchietta ed il trombone, mi evitava regolarmente per andare a rinchiudersi nel suo computer. E Martina, la piccola: sparita, dissolta. Una specie di donnina precoce dal trucco scuro e marcato, lo sguardo languido e la carnagione anemica si struggeva per un cantante americano, un minorenne senza alcun talento. Fu come un’improvvisa vampata di coscienza, tutto stava mutando intorno a me – o era già mutato – tranne mio Padre e mia Madre. Sembravano partecipare del ristagno in cui vivevo, costretti nei loro ruoli dalle mie mancate ribellioni, trattenuti nel loro ambiguo amore per me. Non ero più giovane. Solo allora mi resi conto di aver vissuto come sospesa in un malessere pigro e sonnolento, in bilico tra l’insoddisfazione e la narcosi dei miei bisogni più intimi, il fotogramma di una vita immaginata bloccato in un imprevisto fermoimmagine. Sebbene fossi in credito di un’infanzia sottratta e mai risarcita avevo assurdamente dilapidato la mia gioventù nelle rassicuranti sabbie mobili familiari. Non avevo osato inserire il mio nome nella lista delle cose da procurarmi per vivere, avevo omesso me stessa, consegnandomi all’arbitrio del destino. Mi ero concessa il lusso della vigliaccheria. Non ero più giovane, è vero, ma mi restava ancora gran parte della vita da affrancare, e soprattutto ero ancora molto avvenente, cosa che non sfuggì ai miei cari Genitori.

Era di aprile, un sabato pomeriggio di aprile di tre anni fa, il cui ricordo non mi dà requie. Carlo e Martina erano dalla nonna, Loro fermi vicino al banco che separa la cucina dal soggiorno, lanciandomi occhiate che non riuscivo ad interpretare. “Si potrebbe… no?”. “Ma dai, non l’abbiamo mai voluto fare, anche se, forse, adesso …”. “L’abbiamo sempre trattata con i guanti, sarebbe anche ora di ‘usarla’ come si deve”. Lui rideva, Lei, invece, recitava un’esitazione che mascherava quella particolare attitudine che consente ad alcune donne di disporre a piacimento degli uomini, se vogliono. Parlavano di me, in mia presenza, come se io non fossi esistita, un oggetto inanimato cui non dover rendere conto di nulla. “Si sporcherà…”. “Sopporterà il trauma”, rispose Lui, socchiudendo le palpebre mentre la prendeva per mano. Si accostarono, poi, lentamente, schiacciarono i loro corpi contro il mio, come avevano sempre fatto, abbracciandosi, aprendosi le bocche con le lingue impazzite. Le mani di mio Padre sembravano dotate di una volontà propria mentre percorrevano affamate i sentieri di mia Madre, inabissandosi nell’avventura della sua gonna. No, le cose non andarono esattamente nel modo che conoscevo e che mi aspettavo. I miei adorati, ignobili Genitori mi coinvolsero nelle loro contorsioni, afferrando le mie forme sode e prosperose e strizzandole al ritmo dei loro spasmi improvvisi, punteggiando di gemiti beneducati il loro respiro affannoso. Nella messinscena della loro depravazione avevano assegnato al mio corpo il ruolo meschino e degradante di comparsa. In un attimo l’oscena lotta che avevano ingaggiato subì un’accelerazione: si liberarono dei vestiti, l’aria cominciò a saturarsi dell’odore dei loro umori e le mani si moltiplicarono, infilandosi nei recessi sinuosi della mia carne ridotta a indegno accessorio del piacere che li bruciava, infangandomi. Avverto ancora la stessa nausea che oggi come allora non riuscì a cancellare i fremiti indecifrabili che mi avvolsero, e che tuttora mi accusano inesorabili. Sporca. Lo schiaffo dei corpi che sbattevano l’uno contro l’altro assunse una cadenza regolare, accentata di tanto in tanto dalle urla soffocate di mia Madre. Sporca. Sudavano, la bocca calda di Lei disegnava cerchi di saliva sulla mia pelle, mio Padre le scivolava dentro bloccandole ogni movimento privo del suo consenso preventivo di maschio, dominando entrambe con la sua presa sicura, con il suo peso. Sporca. Quindi il suo corpo virile, vibrante e contratto, si avvinghiò al mio inondandomi del suo sudore, penetrandomi con le dita mentre Lei ne ingoiava avidamente il succo, espulso con un ruggito smorzato. Sporca, era quella la parola che la vergogna non mi permetteva di rintracciare vietandomene il pensiero, quelle le sei lettere che tacevano in me, che la colpa mi tatuò sul corpo violato. Quegli agguati annunciati – cui rispondevo con la sottomissione – presero a scandire i miei fine settimana per molti mesi, prima che i miei Genitori cambiassero atteggiamento nei miei confronti, in maniera del tutto inaspettata. “Vecchia”, disse mia Madre un giorno, indicandomi con il mento e incassando un’occhiata inespressiva di mio Padre. Vecchia? Ero e sono molto più giovane di Loro, sebbene a volte senta che la macchia del loro amore malato abbia compromesso la mia integrità, la mia stessa vita, guidandola verso il ciglio di un burrone, il futuro dei vecchi. “Vecchia per cosa?”, mi chiedevo. Avevo sprecato i miei anni migliori per loro, i loro bambini e i loro amici, ma ero ancora nel pieno del mio vigore e la mia pelle aveva conservato un ottimo aspetto. “Troppo vecchia per restare in soggiorno, dici?”, chiese il mio affezionato Padre, fingendo di non capire. “Sì, sono stufa di vederla qui, ho voglia di cambiare”, rispose Lei, con la tranquillità di chi non ammette repliche – che non ci furono, infatti. “Cambiare? Una come me?”. Ero furente. Cosa credevano fossi diventata? Una poltrona come la altre? Io sono una Chesterfield! La mia pelle marrone, conciata a mano, era ancora morbida e lucente, e avrei potuto sostenere i loro luridi corpi ancora per anni, grazie all’inalterata consistenza delle mie forme capitonate, uniche e senza tempo, di cui ero e sono fiera! Oppure intendevano nascondere la propria immoralità sottraendomi alla vista altrui? Avevano paura di essere sbugiardati per ciò che erano? Non avrei mai parlato, almeno questo avrebbero dovuto saperlo, non ho mai potuto aprire bocca. Mia Madre fu risoluta e sollecita: dopo due giorni mi ritrovai nella camera in fondo al corridoio, una specie di mausoleo dedicato all’ospite ignoto, incastrata tra una libreria anonima e il muro adiacente. È da quell’angolo che piansi la mia inettitudine, il disgusto per me stessa e per chi avrebbe dovuto tutelarmi, la sorte che mi ero meritata. Ed è in quell’angolo che mi trovo ancora oggi, evitata da tutta la mia Famiglia, sbiadita da questo velo di polvere che mi offende. Ero bella, una volta.

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LA FIRMA

 

Dal crocchio, illuminato dal fuoco, parlò per tutti una voce acerba e roca: 

– Chi? Ah, Davidone! … ‘o putite truvà’ fore ‘a stazione…
– ’A là stamm’ venenno…
– Nun ce sta? … eh, nun ’o sapimm’ addò sta.

Gli altri del gruppetto confermarono scuotendo la testa, mentre venivano sezionati dagli sguardi taglienti dei due centauri. L’urlo arrogante della moto che se ne andava fu il ringraziamento per la risposta insoddisfacente. Il crepitio delle assi di legno che bruciavano nel bidone, poi null’altro, per quella sera.

 “… ‘O biglietto?” era la richiesta, monca del verbo, che prima o poi toccava ai passeggeri appena giunti alla stazione di Piscinola-Secondigliano, capolinea della metropolitana nuova, la porta di Scampia. Appena fuori stazione, nei pressi della strettoia del cantiere che obbligava le persone a compattarsi, Davidone tendeva le sue imboscate. Restringendo ulteriormente il passaggio con la sua obesità, chiedeva i biglietti usati. Ogni tanto riusciva a piazzare a quaranta o cinquanta centesimi quelli non ancora scaduti. Qualcosa di più consistente lo metteva insieme eseguendo commissioni per quelli che controllavano la zona, attività che svolgeva da quasi tre anni. “Chiattò’, fa’ ‘stu servizio…”, e Davidone ‘o chiattone consegnava per lo più piccoli pacchi o buste sigillate dove gli dicevano, senza parlare. Non salutava il mittente, non ringraziava il destinatario per la mancia. Un postino perfetto. Del resto, il silenzio che fedelmente lo scortava sin da bambino costituiva la garanzia della sua discrezione.

 Sorvolando sul mantra del biglietto che recitava alla stazione (una copertura, per alcuni), normalmente Davidone apriva la bocca con la stessa frequenza della neve a Napoli. Quando accadeva, eruttava monosillabi e scorie di frasi, lo stretto indispensabile per non offuscare la sua fama di indecifrabile taciturno. Il suo corpo straripante era ugualmente silenzioso, il suo passo pesante e imperturbabile non produceva alcun rumore. Non solo. Quella massa espansa, quell’enorme discarica di tutte le parole marcite che aveva sempre trattenuto, in certi frangenti mostrava di possedere un dono, una specie di invisibilità. Se Davidone non voleva essere notato non c’era nulla da fare, non ci si accorgeva nemmeno di passargli accanto. Poggiandosi ad un muro di mattoni ne assumeva la trama e il colore, muffe comprese; camminando sui marciapiedi di via Labriola, nei pressi delle “vele” abbandonate, diventava grigio e scorticato come l’asfalto che calpestava; nell’erba alta di aiuole selvatiche, fra cadaveri di siringhe lasciati senza sepoltura, legnificava accanto ai tronchi degli alberi. Alla stazione nessuno lo vedeva arrivare, appariva. Era fatto della stessa sostanza del quartiere.

 Il pallone si arrestò sotto la suola di una nike nera, e fu trattenuto contro la sua volontà. Nel sole pomeridiano piazza Giovanni Paolo II era accecante come un deserto di sale, dodici ragazzini sudati si erano appena fermati di colpo. Gli occhiali da sole fecero un cenno, un giovane ambasciatore si mosse per parlamentare in virtù della sua divisa da Lavezzi. La trattativa fu breve, e terminò con le braccia larghe ed un’alzata di spalle del piccolo diplomatico, che tornò con l’ostaggio di gomma appena liberato.

– Che vuleva?
– A Davidone…
– Vabbuò’, jamme, ripigliammo… ‘a palla era ‘a nosta, però!
– ’O cazz’! Me l’aggio juta’a piglià’ io, mò ‘a palla è d’a nosta!

La moto con gli occhiali da sole approvò mentre si allontanava. Le leggi della strada non hanno spirito sportivo.

 L’apprendistato del chiattone come corriere professionale era del tutto ignorato dai suoi genitori. Si erano arresi da tempo alla  carestia di parole del figlio e a tutto il resto. La madre puliva nobili scale condominiali per dieci ore al giorno, in nero; il padre era un metalmeccanico a riposo per infermità cardiaca, e contribuiva a sostenere la famiglia con una pensione malridotta quanto lui. Così, in risposta a domande svogliate, i discorsi mai iniziati da Davidone colavano a picco nel mal di schiena di lei e si inabissavano nella depressione di lui. Tutta la casa zittiva.

 Le strade di Scampia erano arterie giganti in cui scorreva un liquido tossico, che avvelenava il corpo del quartiere. Le case, lontani fondali ideati per il domicilio coatto di un’umanità deportata, non disegnavano percorsi, ma desolati panorami metafisici. Gli spazi verdi, un inganno. A Scampia Davidone imparò a tacere, a cancellare le proprie tracce, a svanire. Come un vuoto riempito di vuoto, un linguaggio inarticolato fermo alla pura grammatica, Scampia lo osservava senza interferire. Apparentemente.

 Dal bavero della camicia, strattonato su fino a coprire il mento, una voce tremula cominciò a supplicare:

– Nun ‘o saccio… nun ‘o saccio! … si ‘o sapess’ t’o dicess’! … nun l’aggio visto a Davidone, t’o giuro! … lassame …

Uscivano da due maniche di pelle nera le mani nodose e inanellate che indugiarono ancora, prima di mollare la presa. Umida di sudore, la camicia del ragazzo aderiva ancora al muro contro cui era stata spinta, quando il latrato della moto guidata dal giubbotto scuro si sciolse nel rumore di via Bakù.

 Dopo aver taciuto in classe per tre anni (e sorvolando sul trattamento da subnormale che gli riservarono alle elementari), Davidone aveva finito le medie senza macchia. Il profitto scolastico dei suoi ostinati silenzi era risultato sorprendente, così come il tornaconto didattico ricavato dalle sue improvvise apparizioni, proprio mentre il docente di turno si accingeva a bollarlo come “assente” sul registro. Gli insegnanti della sua classe, sedotti da quel mutismo quotidiano e impenetrabile, da quell’aria da “affiliato” e da certe voci che giravano, non ritennero opportuno “ostacolare il percorso formativo di un alunno dallo sguardo molto intelligente”, solo perché parlava poco. Inoltre andava considerato che questi educatori di frontiera abitualmente raggiungevano la scuola in macchina, e il parcheggio era incustodito.

 – L’amma truvà’ mò a chillu mongoloide… si no è peggio pure pe’ nuje…

La moto procedeva a basso regime fiutando il quartiere che tramontava, placida come il fuoco sotto la cenere.

 Spesso, a Scampia, certe questioni di coabitazione tra galletti si risolvevano a colpi di occhiate e di pochi grugniti esplosi a distanza ravvicinata. Raramente si passava a vie di fatto. Bastava saper innescare e conservare quel tipico sguardo feroce e definitivo (seguito da qualche fosca previsione sull’imminente stato di salute del rivale), per tutelare la propria reputazione nel pollaio senza colpo ferire. Davidone era un maestro in quell’arte marziale caricata a salve. I pochi che osavano sfidarlo, oltre che vedersela con la sua espressione intimidatoria d’ordinanza, orribilmente tranquilla, dovevano fronteggiare la canna puntata di un’arma tanto oscura quanto deterrente: la parola morta. Il corpulento concepiva terribili offese, e, colpendosele in gola, ne sputava addosso ai malcapitati le impressionanti tumefazioni vocali. Strozzava brutalmente gli avvertimenti che lanciava, i cui rantoli sconcertavano anche i più coraggiosi. Squartava le sue stesse minacce e ne biascicava le spoglie sanguinolenti al nemico, che temeva di fare la stessa fine. L’aggressività muta e incomprensibile di Davidone possedeva un orrendo fetore di putrefazione che sgomentava, atterriva, dissuadeva. In questa maniera, spalleggiata dall’eccedenza corporea, la volontà silente del fattorino del clan si imponeva.

 – Chill’ ce sta chiammanno, vedimmo che vò’ …

La moto ascoltò attentamente la vedetta, poi sparì in direzione di viale della Resistenza, verso il campo rom.

 – … Non lo so, è sempre rientrato a casa… qualche volta faceva tardi, turnava quando io e mio marito già stevemo durmenno, ma io non mi preoccupavo… è ‘nu buono guaglione, nun dice tre parole…

Il poliziotto ricontrollava ad alta voce i dati salienti della denuncia, infastidito dall’ansia della pulitrice di scale:

– Dunque, abbiamo detto … Davide Cardone, quattordici anni, bruno, occhi neri, capelli corti, pelle olivastra, un metro e settantacinque, più o meno, cento chili circa… ‘azz, signò’, e quant’è gruosso! …
– Eh…
– … scarpe sportive, colore… non vi ricordate, pantalone… forse un jeans, e felpa blu scuro, con cappuccio. Uscito ieri mattina da casa e mai rientrato…. vabbuò… 

Il padre dello scomparso ascoltava seduto su una panca di legno, avvolto nel silenzio di famiglia. Pallido e con gli occhi spenti, sembrava cercare la speranza sul pavimento, poco più avanti delle sue scarpe.

– Turnat’a casa, è inutile che restate qua. Ci pensiamo noi, e per qualsiasi cosa sarete chiamati, state a pensiero tranquillo.

Lo sfinimento dei due genitori voltò le spalle al vice sovrintendente e fece ritorno a casa.

 La moto si fermò ai bordi di un terreno incolto. I due saltarono un muretto di recinzione e si diressero verso un minuscolo boschetto. Facendosi strada tra rifiuti stanziali e nostalgiche carcasse d’auto, raggiunsero Davidone che sedeva poggiato a un tronco. Non sembrava diventato di legno, stavolta. Accanto al ricercato un pacchetto aperto, sulla felpa i candidi resti di avidi e goffi tiri di coca. Gli occhi sbarrati bucavano l’ombra del cappuccio tirato sulla testa. Entrambi i cacciatori si chinarono per scrutare da vicino il viso esanime del ragazzo. Curiosi e frementi alla vista del corpo senza vita, sorrisero, mentre si rialzavano. Il pacchetto fu attentamente ispezionato, poi richiuso alla meglio. Il giubbotto nero lo prese in consegna.

– E’ muort’, ‘stu strunz’. S’è tirato ‘na tunnellata ‘e roba e è schiattato… ma che strunz’!

Il cadavere non reagì al rimprovero.

– Mò jammuncenne.
– Aspetta…
– Ma che cosa? Jamme!

– T’aggio ditt’ aspetta! – urlò il capo della spedizione, mentre rifletteva. Poi portò la mano dietro la schiena sollevando il giubbotto. La pistola completò il percorso dalla cintola alla fronte incappucciata di Davidone. Uno sparo siglò la fine della battuta di caccia. 

– Mò ce ne putimm’ ì…”.
– Ma perché l’e fatto? Era già muorto…”.

 – S’adda sapè’ ca simm’ stati nuje… – fu la risposta.

Così, Davide Cardone, quattordici anni, ammazzato dopo morto, decise per l’ultima volta di rinunciare alle parole.

 – Professò’, ma com’è ca nostro figlio nun parla ancora? tiene tre anni, oramai. Capisce tutto, si vede… ci sta a sentire e si fa capì’ pure isso, a gesti, ma nun parla quasi mai, e quando parla farfuglia, tiene ‘na lingua tutta sua… alle volte ce ne andiamo per un’idea…

– Ecco, sì… – osò il padre del bambino.

– “Mamma” e “papà” lo dice bene, – proseguì la donna – ma per il resto parla troppo male! ‘O dottore nuosto ci ha mandato da voi, che siete specialista… Davide, su, saluta il professore!

Il bimbo allungò la mano paffuta al di sopra della grande scrivania, facendola sparire in quella del dottore. E sorrise, pure.

– Avete visto, professò’, capisce tutto! – sottolineò la madre.

– Ecco, sì…
 
 
                                                                                              ***
 
Questo racconto, di pura invenzione, si snoda in un ambiente che non è rappresentativo del variegato mondo sociale di Scampia. In realtà nel quartiere vivono e agiscono associazioni e cooperative di operatori sociali (come il “Centro territoriale Mammut”, il centro sociale “Gridas”, l’associazione “Chi Rom e chi no”), coraggiosi e determinati docenti nelle scuole pubbliche, parroci (che hanno deciso di interpretare la propria missione pastorale nel cuore malato della società),  famiglie e privati cittadini riuniti in tenaci comitati di quartiere che contendono ogni giorno, alla criminalità organizzata ed al degrado, gli spazi fisici e morali della periferia di cui si parla nel racconto. Spesso costruendo con successo, soprattutto fra i giovani, cultura e senso della cittadinanza attiva e partecipativa. Questa nota doverosa rappresenta il mio umile riconoscimento al loro fruttuoso lavoro.
 
Gino Di Costanzo 

 

 

IL COMANDANTE EVARISTO

Nestor Cerpa Cartolini

Si faceva chiamare Evaristo, ma il suo vero nome era Nestor, Nestor Cerpa Cartolini, per esser precisi. Non è passato molto tempo dalla sua morte, solo quattordici anni. Il comandante Evaristo fu ucciso insieme ai suoi compagni il 22 Aprile del 1997 da unità speciali del governo peruviano. Con un gruppo di fidati compagni, il 17 dicembre 1996, alle 20,25 ora locale, il combattente del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, MRTA, assaltò la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima durante una sontuosa festa affollata di personalità locali ed internazionali: politici, diplomatici accreditati in Perù, militari, imprenditori. Lo scopo dell’azione fu sintetizzato nel loro primo comunicato:

La direzione nazionale del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru si rivolge al popolo peruviano per rendere noto che il giorno martedì 17 dicembre alle ore 20,25 la Unità delle Forze Speciali “Edgard Sanchez” della nostra organizzazione, ha occupato militarmente la residenza dell’ambasciatore del Giappone e ha preso come prigionieri diverse personalità politiche, imprenditoriali e membri del corpo diplomatico accreditati in Perù.

Abbiamo denominato questa operazione: ” Oscar Torre Condesu ” con la parola d’ordine “rompendo il silenzio, il popolo li vuole liberi”, questa operazione e’ incaricata dal comandante dell’MRTA HEMIGIDIO HUERTA LOAIZA. Rendiamo noto che dall’occupazione militare della residenza dell’ambasciatore giapponese in Perù si sono prese tutte le precauzioni del caso per rispettare l’integrità fisica e morale delle personalità catturate. Quest’occupazione militare è stata realizzata come protesta per l’ingerenza del governo Giapponese nella vita politica del nostro paese, avallando in tutti i momenti i metodi di violazione dei diritti umani applicati dal governo del signor Fujimori, cosi come la sua politica economica che ha prodotto miseria e fame per la maggioranza del popolo peruviano.

Riaffermiamo che ci siamo trovati costretti a queste misure estreme per preservare la vita di decine di militanti e dirigenti della nostra organizzazione che sono prigionieri in condizioni inumane e sottoposti ad una politica carceraria che cerca il loro annichilimento fisico e mentale, rinchiusi in veri e proprie “carceri tombe ” cosi come confermato dal sig. Alberto Fujimori con le seguenti parole: ” là imputridiranno e usciranno solo morti “, mostrando una persecuzione irrazionale contro coloro che lottano e che si sono alzati in armi lottando per il benessere del nostro popolo.

In questo senso riaffermiamo il totale rispetto dell’integrità fisica delle personalità catturate e che verranno liberati solamente quando il governo acconsentirà alle seguenti richieste:

1) Impegno a cambiare direzione della politica economica verso un modello volto al benessere di tutti.

2) La liberazione di tutti i prigionieri appartenenti all’MRTA e accusati di appartenere alla nostra organizzazione.

3) Trasferimento del commando intervenuto nella residenza dell’ambasciatore giapponese insieme con tutti i compagni prigionieri dell’MRTA verso la selva centrale. Come garanti sarà inclusa parte delle personalità catturate e una volta nella zona guerrigliera saranno liberati.

4) Pagamento di una tassa di guerra.

L’MRTA e’ stata sempre una organizzazione disposta a proposte di dialogo incontrando però solamente il rifiuto e l’inganno del governo. Deve essere chiaro a tutti che qualsiasi soluzione militare che ponga in pericolo di vita le personalità catturate sarà di assoluta responsabilità del governo, così come qualsiasi altro comportamento cui ci costringa il governo se non accetterà le nostre proposte.

Nestor non era un terrorista, non avrebbe mai torto un capello a nessuno, e infatti non lo fece. E nessuno degli ostaggi liberati dichiarò di aver mai avuto paura di lui, paura di essere ucciso. I combattenti del MRTA rispettavano la vita. Non si poteva dire altrettanto di “ El chino”, il presidente del Perù Alberto Fujimori. Dietro suo ordine il commando di “Tupamaros” fu trucidato praticamente a sangue freddo, come testimoniarono alcuni degli ostaggi che assistettero al massacro. Le feroci teste di cuoio spararono su alcuni membri del commando che avevano deposto le armi e avevano le braccia alzate, mentre altri miracolosamente sopravvissuti furono trucidati poco più tardi ed i loro corpi massacrati.

Erano le 15,30 del 22 aprile. Ha squillato il mio cellulare, era il comandante Cerpa Cartolini: “L’assalto all’ambasciata è cominciato. Ci uccideranno tutti, fratello. Moriamo per il Perù e per l’America latina”

“Quando a Lima erano le 15,30 del 22 aprile, meno di un giorno fa, ero all’aeroporto di Monaco di Baviera e ha suonato il mio cellulare. Era Nestor Cerpa Cartolini, ovvero il comandante Evaristo, che mi chiamava. Qualcuno, un giornalista tedesco forse, gli aveva dato il mio numero e gli aveva fatto sapere che ero disponibile a fare parte di uno scudo umano per interporsi fra i sequestratori dell’Mrta, che da 126 giorni occupavano la residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, e la follia di Fujimori, un discendente di giapponesi che, per quanto ci costi riconoscerlo, rappresenta la peggior spazzatura giunta su un continente che ha sempre accolto bene gli emigranti.”

Luis Sepùlveda

 

Il presidente Fujimori e la polizia ingannarono le famiglie dei guerriglieri uccisi e non permisero a nessuno dei familiari di vedere i corpi martoriati. Le salme furono seppellite in gran segreto in cimiteri periferici, lontano dagli occhi dei peruviani per i quali avevano combattuto. Solo alla zia di Nestor, sorella della madre, fu concesso di vedere e ricomporre la salma del nipote. Lei raccontò di aver rinvenuto chiari segni di strangolamento e che il viso era spappolato da trentuno colpi di arma da fuoco. Il comandante Evaristo fu seppellito anch’egli come i suoi compagni e le autorità proibirono a chiunque di visitare la sua tomba. La madre di Nestor Cerpa Cartolini non vedeva suo figlio dal 1984, data in cui il guerrigliero decise di entrare in clandestinità. Insieme alla sorella di Nestor furono costrette dopo quella data a riparare in Francia, a Nantes. Lei, e sua figlia dopo di lei, stanno ancora chiedendo giustizia.

 

PORCI SENZA PERLE… – n° 2 (media et cordoglio: una riflessione)

Girovagando nella rete dopo la morte prematura di Steve Jobs, ho rilevato con un po’ di  sorpresa quanto rapidamente ed a macchia d’olio si sia diffuso il sentimento di cordoglio per questo tragico evento. Molti hanno espresso il proprio profondo rincrescimento quasi nei termini in cui ci si duole per la scomparsa di un vecchio amico che non si vedeva da tempo. Sulle prime ho ipotizzato si trattasse di sublimazione della gratitudine – che molti sembrano nutrire – per l’inventore di strumenti che hanno modificato radicalmente i nostri comportamenti. Si tratta non solo di sofisticati utensili per il lavoro, ma di vere e proprie protesi aggiuntive per comunicare, nuovi acceleratori e moltiplicatori delle relazioni umane. In questo preciso istante, probabilmente, devo qualcosa a colui – o a coloro – che mi consente di avere dei lettori fisicamente molto lontani da me. Personalmente non provo un particolare dispiacere per questa dipartita, sono altri i lutti che mi colpiscono. Eppure mentirei se mi proclamassi indifferente a questa notizia. Inutile girarci intorno: Jobs è un mito moderno, ed è questo che ha amplificato l’intensità dell’onda emotiva provocata dalla sua scomparsa. Un mito nato dal suo precocissimo talento, dalle sue idee talmente innovative da apparire geniali, dal suo ostentato anticonformismo, dal suo spirito di ribellione, genuino o costruito che fosse. Le parole di un suo toccante discorso agli studenti di Stanford rimarranno incise a lungo nella memoria di molti giovani (e meno giovani) che ancora sognano di farcela. Era certamente una persona di grande fantasia, perché le cose bisogna prima immaginarle. A quest’uomo non mancava nulla per essere, come era, innegabilmente affascinante. Il genio della porta accanto, potremmo dire. Tuttavia io non sono persuaso che la sua aura di “folle razionale” ed il suo acume ribelle fossero la spia di un reale anticonformismo o insofferenza verso l’ambito sociale e lavorativo che si era scelto per emergere. Non reputo il vero anticonformismo indirizzato verso la creazione di un colossale impero economico, anche se questo impero è il frutto di una straordinaria scintilla iniziale. Riflettendoci su, cosa distingue il ribelle, l’anticonformista, il “folle”, dalla piatta normalità di tutti gli altri? L’anticonformismo è essenzialmente rifiuto; ma se questo rifiuto è confinato nel mero rigetto dei rituali standardizzati dell’apparire, nell’esibizione del sembrare ordinari in consessi non ordinari, democratici pur appartenendo ad una elite, accessibili eppure intoccabili come ogni tycoon che si rispetti, allora, probabilmente, parliamo di superficie, di pura immagine. Il genio “folle”, se rifiuta la sostanza e non solo l’apparenza delle cose, pur avendo strumenti intellettuali superiori alla media, si ribella proprio ad un sistema che gli consente di arricchirsi smodatamente in una società caratterizzata da enormi disuguaglianze. Un anticonformista non persegue l’accumulazione di capitali, altrimenti a cosa non è “conforme”? All’indossare giacca e cravatta durante i consigli di amministrazione? ribellione è vestirsi – da ricco – come uno studente diciottenne e povero? A cosa si ribella uno che è diventato miliardario? Possono esistere enormi ricchezze ottenute senza la povertà di qualcun altro? proprio in questo sistema economico con tutte le sue atroci sperequazioni? Ciò che intendo è che il mito Jobs è un mito della società capitalista, ancora più subdolo perché il personaggio in questione si presentava come una persona normale, l’incarnazione del sogno americano a cui chiunque può accedere (a patto di avere capacità e volontà), perché la società capitalista un’opportunità la offre a tutti, non è vero? e se non ce la fai, vuol dire che non sei stato abbastanza intelligente o lungimirante, che non eri dotato di ferrea volontà, che non hai colto al volo l’occasione. Da ciò non discende direttamente che il vero ribelle è sempre uno sfigato malmesso. Ma, di certo, se non è un emarginato, almeno è un “non allineato”, e certamente, consentitemelo, non è nemmeno quotato in borsa. Tutti noi, volenti o nolenti, viviamo in questo tipo di contesto socioeconomico, sforzandoci di guadagnare abbastanza per vivere senza affanni, magari usufruendo di beni o servizi non indispensabili, diciamo pure di piccoli lussi superflui, a volte. Anche lo scrivente, per esser chiari. Ma entrare nel circuito economico e finanziario mondiale è altra storia: bisogna volerlo. Bisogna volerne accettare tutte le regole codificate così come quell’unica che si deve tacere: l’assoluta, criminale, effettiva mancanza di regole e di controllo, quella perversa libertà che costituisce l’unico modo per tenersi a galla nel  feroce e lontano mondo dell’alta finanza, quel mondo in cui bisogna “conformarsi” sul serio.

Credo che Jobs fosse una persona dal carattere solido e concreto (uno che ci ha indotto a “desiderare” cose che nemmeno sapevamo di volere), così come credo che il suo mito sia frutto di un’abile costruzione mediatica: un utilissimo apporto all’immagine della sua azienda ed un potente contributo al potere di persuasione dell’ideologia capitalista che – in mancanza di robusti anticorpi politici – attecchisce ovunque. Basta osservare uno dei suoi ultimi apprezzatissimi  filmati pubblicitari che attualmente impazza nel web, quello con frammenti di Ghandi, Luther King, ecc.. Quel filmato solletica mellifluo le aspirazioni e i miti proprio “del popolo della sinistra”, perché per vincere bisogna invadere il territorio del nemico. Ancora una volta “Lo strumento più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso”. (Steve Biko, martire sudafricano).

Come “lucida follia ribelle”, preferisco la dolorosa parabola di Artaud. “E cosa c’entra Artaud con Jobs?” si potrebbe obiettare. Il nodo è proprio questo: nulla.

Dalla rete:

 1) Grazie a Jobs ma anche agli operai cinesi che producono, in condizioni “manchesteriane” (cioè da Inghilterra del primo Ottocento) per quanto riguarda salari, condizioni di lavoro, contesti abitativi e di vita, IPhone, IPad, MacAir progettati dal “grande” Steve. Speriamo che il nuovo CEO di Apple si ponga il problema di migliorare un po’ la loro situazione, perché risulta che Jobs non se ne desse pensiero.

2) Una famosa poesia di Brecht chiedeva chi costruì le piramidi. Bellissime le musiche di Verdi ma quanto erano sfruttati i suoi contadini? (…) Molti anni fa ho avuto la fortuna di ascoltare quel grande attore e provocatore di Carmelo Bene: nelle biografie non bisogna far cenno che a suon di sevizie mandava la sua donna in ospedale? Che storia è quella che parla solo dei grandi personaggi e cancella tutti gli altri e tutte le altre?

PORCI SENZA PERLE… – n°1

L’orrendo Sacconi, così come Berlusconi, è solo un sintomo perniciosissimo, da eliminare certamente, ma non è la malattia…
La malattia è un sistema che consente a personaggi del genere di ottenere le più alte cariche istituzionali e di distruggere la vita di milioni di persone. Se non si attacca il sistema è inutile chiedere scuse ufficiali per questa o quella gaffe oppure dimissioni per manifesta incapacità: arriverebbero altri ad occupare le poltrone di nuovo disponibili e non sarebbero migliori, ma solo più furbi e coperti. Prendiamo ad esempio la sedicente “opposizione” parlamentare: pare attendere al varco la fine di questo governo, ma non prima di avergli lasciato fare tutto il lavoro sporco i cui frutti erediterà senza essersi sporcata apertamente le mani.
Se il bersaglio delle lotte sociali non è “il sistema” ma le persone che lo incarnano di volta in volta, ogni espressione di dissenso assumerà la forma (e la sostanza) di una ipocrita condanna borghese, tanto politicamente corretta quanto inefficace e pericolosa. Il pericolo deriva dal tipo di critica politica impostata sul personalismo. Affermare che un’equa amministrazione della cosa pubblica dipenda dall’onestà di chi detiene le leve del potere, implica la legittimazione del sistema come struttura politico-economica adatta al buon governo. Accettare la visione de “l’uomo giusto al posto giusto” impone una fuorviante “questione morale” – che tanti governi democristiani hanno venduto con successo ai comunisti parlamentari compiacenti o sulla via del tramonto – che occulta il nocciolo del problema: il sistema capitalista.

Il suffragio universale, vi dico, è l’esibizione più larga e allo stesso tempo più raffinata del ciarlatanesimo politico dello stato; senza dubbio uno strumento pericoloso e che richiede grande abilità da parte di chi se ne serve ma che, se lo si sa bene utilizzare, è il più sicuro mezzo per far cooperare le masse all’edificazione della loro propria prigione (…) Le forme dette costituzionali o rappresentative non sono in nessun modo un ostacolo al dispotismo statale, militare, politico e finanziario (…) Ma, si può dire, i lavoratori, resi più saggi dalle stesse esperienze da loro fatte, non manderanno più dei borghesi nelle assemblee costituenti o legislative, vi manderanno dei semplici operai (…) Sapete quale sarà il risultato? Che gli operai deputati, trasportati in condizioni di esistenza borghese e in una atmosfera di idee politiche tutte borghesi, smettendo di essere dei lavoratori di fatto per diventare uomini di Stato, diventeranno dei borghesi, e saranno forse più borghesi degli stessi borghesi. Dato che non sono gli uomini a fare le posizioni, bensì le posizioni a fare gli uomini.

(Bakunin)

CANTILENA DEI MIGLIORI

Incerti tra il coraggio e la viltà

da uomini perbene marciremo.

Noi contro le divise

vestiti di pace borghese

marciremo nel giro di un mese.

Depositari inerti del libero pensiero

sobillatori cauti di pure autocensure

prudenti sovversivi di marce variopinte

ribelli mogi e miti dai sogni svaporati

stremati rivoltosi da troppa indignazione

veementi sediziosi da pausa caffè

istigatori pratici di saggi emendamenti

(nel retto Parlamento dell’era del profitto)

apostoli ferventi dell’etico mercato

propensi umanitari alle guerre doverose                                        

seguaci senza dubbi

del comico tribuno con staff elettorale

del conduttore eretico del cerchio e della botte

del redattore integro con penna da sionista

del pifferaio narrante col suo bell’orecchino

del giovane scrittore con scorta di tivù …

Orfani piangenti dei bei tempi

civili dissidenti senza macchia

probi deleganti d’ogni specie                                                

compagni masturbanti da ogni dove

aborti inconsapevoli di ciò che fu sinistra

l’orrenda esalazione che sale mollemente

è la nostra opposizione che va in putrefazione.

SENZA TITOLO

La nebbia raggruma in ombrelli di luce
da piccole lune arancioni e stanche
al di là del parabrezza.
La strada indossa il buio rimanente
con estrema noncuranza
mentre cado mollemente nei tranelli
dell’asfalto scorticato.
Veloci fari ignoti
percorrono la notte
e questa scia di case spente.
La radio posa vecchie note
e polveri sottili di un esausto passato
monossido notturno di memorie
nei titoli di coda verso casa.

Si andava al mare

Il sottoscritto sulla spiaggia di Miliscola

Le domeniche d’estate avevano il profumo della pasta cucinata di prima mattina che ci avrebbe accompagnato nel viaggio fino al mare. Amavo anche l’odore dolciastro della crema abbronzante al cocco di mia zia. Ricordo meno volentieri la puzza nauseabonda della tappezzeria della macchina nuova di mio zio, l’unico dei parenti ad essere motorizzato.

La nostra Ipanema si chiamava Miliscola, la spiaggia di Bacoli, e distava più o meno quindici chilometri da Bagnoli, dove abitavamo. Nella seicento dello zio ci stipavamo in sette: lo zio e la zia freschi sposi; mio padre e mia madre; io ed i miei due fratelli. I miei cugini sarebbero nati qualche anno dopo.

La mano della nonna salutava la nostra partenza dalla finestra, chissà perché lei non veniva mai… Io resistevo per quasi tutto il viaggio ma cedevo invariabilmente in vista del traguardo, sui tornanti del castello di Baia, vomitando sulla tappezzeria e sulle rate ancora da pagare della macchina. Mio zio prese così l’abitudine di andare a bestemmiare in puteolano lontano da orecchie innocenti, alla solita fontanella dove usava lavare i tappetini sporchi dei miei succhi infantili.

Sulla spiaggia libera ci si accampava con due ombrelloni, tavolino e sedie da picnic, più un frigo portatile col suo pesante carico di bottiglie d’acqua e di vino immerse in blocchetti di ghiaccio, che compravamo per poche lire da Luisa ‘a ghiacciaola. Della pasta, immancabile, s’è già detto.

Non sapendo ancora nuotare, facevo il bagno circondato da un salvagente gonfiabile con testa d’elefante ed una proboscide che produceva un suono se premuta, una sciccheria! Ma ciò che amavo di più era fare “il fosso” con mio padre: lui si sedeva con noi fratelli nei pressi del bagnasciuga e ci aiutava a scavare nella sabbia con le mani fino al punto in cui la lunghezza del braccio lo consentiva, per vedere l’acqua sgorgare dal fondo del piccolo scavo. Scoprivamo così che il mare non terminava dissolvendosi nella risacca ma arrivava dappertutto, anche sotto la sabbia. Non aveva confini.

Uno sciopero del ’70

 
Fiutando il vento di carbone, sale e ruggine
della fabbrica d’acciaio in riva al mare
scrutavi nuvole invisibili
alla tua porzione di cielo da suburbio
così alla cura del sole rubavi panni ancora umidi
– c’è puzza, pioverà
Ti chiedevo di quei cori dal fiume tutto blu
e di striscioni rossi
all’epico vociare dei mille caschi gialli
tra quinte di vili serrande già socchiuse
Tu – sciopero – affermavi
– sciopero – e tacevi
Mi era campetto il balcone lungo
e alto sugli operai
il Brasile troppo forte
un ghiacciolo venti lire
 
Madre mia
quale compenso da insonni ricordi
se non il giudizio di giorni svenduti
la muta condanna di spenti talenti
Io manutentore di sogni stanchi
accartoccio origami di rabbia
Il mio provvisorio cadavere
brama la piena del fiume
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NOI E I TRADITORI

 

Ci hanno resi tutti pavidi. I poteri reali, i poteri che su scala mondiale governano i destini delle nazioni, quelli di cui i parlamenti sono solo umili esecutori di ordini, ci hanno tolto ogni capacità di comprensione e di reazione. Pochi sono consapevoli della loro esistenza. Apparati politici e militari sono puri strumenti, persino le mafie che appestano il pianeta sono una loro concessione. Democrazie, atroci dittature, pure coperture. E’ contro questi poteri che bisogna rialzare la testa. Personalizzare la lotta politica contro poche persone, addirittura una sola come da noi, non ha senso. Il signor Berlusconi è un maggiordomo anch’egli, umile servitore cui hanno concesso una lauta fetta di torta e l’accesso ai piani alti del palazzo. Le guerre di religione non esistono, il razzismo e l’intolleranza non esistono, sono invenzioni create all’uopo, ancora una volta strumenti per muovere capitali, merci e uomini, con il consenso delle vittime. Con il nostro consenso. La guerra è uno strumento per ristabilire lo squilibrato equilibrio dell’accumulazione di capitale. Questi poteri, svariati decenni fa, hanno deciso che tutto il mondo doveva abbandonare pretese di uguaglianza e vaghi obiettivi come i diritti umani. Ma hanno bisogno del nostro consenso, o della nostra passività. Altrimenti non impiegherebbero incalcolabili capitali per addomesticare i media di tutto il mondo, per narcotizzare le nostre coscienze. Ci hanno indotto a credere che contro di loro non si può nulla, che sono troppo potenti. Non è vero. Da soli non si può nulla… Le poche righe che seguono, scritte mesi fa, muovono da queste considerazioni.

In questi tempi di collaudati nazifascismi in nome di dio, in questi tempi di atrocità oscurate dall’eclissi dell’etica dei mezzi di informazione, ciò che si sporca è la dignità di ogni essere umano. La ricerca stessa del significato del nostro essere al mondo sembra essere corrotta per sempre; interrogarsi sul senso dell’esistenza un’asfittica pratica speculativa; trascurabile la differenza tra il lasciarsi vivere ed il lasciarsi morire. Chi siamo, da dove veniamo, perché siamo qui, dove andiamo: enigmistica da spiaggia. La mia domanda è: come vogliamo stare qui? Oggi più che mai il come è più importante del perché. Nella risposta muta l’uranio impoverisce.

 

Ai traditori

 False parole

(le vostre)

colmano e appagano

lo spazio che vi separa

il vuoto che vi unisce.

Trovarvi acqua è un’illusione

per la sete accumulata

in ginnastica di bocche.

 

A ciò che rimane della sinistra parlamentare italiana. Al nulla.

Gino Di Costanzo