giappone

Luca Buonaguidi, poesie da “Uno studio sul niente. Viaggio in Giappone”

 

Cammino in strade a tre piani
tra forme future nel ritmo
muto di luci epilettiche,
c’è una certa cura, un’idea
nell’orgia metallica
mi sento bene, mi sento male,
non capisco cosa siano
il bene e il male
dentro la pancia
del mostro morale e lucente.
È tutto un guardare d’essere
in essere boccheggiare
in un’armonia contrita e liscia,
tra pesci rossi che gonfiano
le branchie nei riflessi vitrei
dei bordi, il vuoto pneumatico
agita appena questo sogno
di luce artificiale.
Nuoto in questo acquario,
sono piccolo e lontano.

Roppongi, Tokyo

 

 

Il cartello invita
a sedere immobili
e in silenzio:
qui si insegna
la trascendenza
nell’immanenza
ma sono arrivato tardi
e il guardiano mi invita
a uscire dal tempio.

Per strada
il mondo è già scritto
e gioca a guardarmi fisso:
qualche luce,
serrande abbassate,
sembra una sera come altre
ma da qualche parte c’è
un niente che tutte le sere
appare e scompare.

Shimamoto, Tokyo

(altro…)

Cercare Dio nella palude. Da “Silenzio” di Endō a “Silence” di Scorsese

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Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude (Le persecuzioni dei missionari in Giappone da Shūsaku Endō a Martin Scorsese), EDB, € 11,00

Quello affrontato da Shūsaku Endō nel romanzo Silenzio (1966) e ora da Martin Scorsese con il film Silence è un tema altissimo e difficilissimo. Anzi, sono più temi in uno: di questa complessità si carica ogni vera grande opera d’arte, se animata come sempre dovrebbe essere da un confronto serrato con la violenza, la fine, la morte. E proprio per comprendere meglio questa complessità, sciogliendone qualche nodo, è davvero utile leggere un libro breve e prezioso, scritto da Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude. Tosolini, teologo, direttore del Centro studi dei missionari saveriani a Osaka, si muove tra pagine di storia e di cultura e sa farci entrare in una materia ricca di interrogativi che inevitabilmente restano privi di una risposta certa.
Quando nel 1549 si apre per il Giappone il cosiddetto “secolo cristiano”, l’Europa è nel vivo della diffusione del Luteranesimo. Carlo V, il più grande sovrano dell’Età moderna, avrebbe dovuto di lì a poco rinunciare all’unità religiosa, e quindi politica, dell’Impero. Nel 1555, con la celebre formulazione della Pace di Augusta, cuius regio eius religio, si rassegnava alla rottura esercitata dal protestantesimo. Dopo l’ondata dei movimenti ereticali nel Basso Medioevo, questa è una rottura che sconvolge e minaccia alle fondamenta la Chiesa Romana: una contesa che avrebbe spaccato culturalmente, socialmente ed economicamente l’Europa, disegnandone il destino dei secoli successivi. Da questo profondo turbamento nasce a Parigi, nel 1534 (con conferma papale nel 1540), l’ordine dei Gesuiti. L’attività missionaria e l’opera di evangelizzazione sarebbero presto diventate colonne portanti della Controriforma. Fu lo spagnolo San Francesco Saverio a spingersi fin nell’Estremo Oriente, prima in India, poi in Indonesia, quindi appunto nel 1549, in Giappone.
Il film di Scorsese ci porta direttamente al termine del periodo cristiano. Ci troviamo tra il 1640 e il 1641, quando le persecuzioni dell’era Tokugawa, attive da tempo, avevano ormai portato l’azione dei cattolici a un dolorosissimo epilogo. Vediamo missionari esposti al bilico tra la colpa e l’espiazione; il “martirio al contrario” dei cristiani giapponesi che, nascosti e perseguitati, si consegnano alla tortura e alla morte violenta per proteggere i Padri missionari; la vicenda di Padre Francisco Rodrigues, stretto tra il bisogno di Dio e la necessità di sopravvivere; la costrizione alla fumia, all’abiura.
D’altronde, non c’è “dolcezza” nel cristianesimo. Cristo è venuto a dividere: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Matteo 10,34); è venuto a ferirci, aprendoci l’orizzonte del sacrificio, del martirio se necessario: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà» (Matteo 10,39).
«Il romanzo di Endō – ha dichiarato Scorsese – affronta il mistero della fede cristiana, e per estensione il mistero stesso della fede. Rodrigues impara, un po’ alla volta, che l’amore di Dio è più misterioso di quanto conosca, che egli concede molto più alle vie dell’uomo di quanto siamo disposti ad ammettere, e che egli è sempre presente… anche nel silenzio.»
Il libro di Tosolini si addentra nel campo delle tante domande poste dal libro di Endō e dal film di Scorsese. Tra queste, ecco forse quella centrale: la mia fede, si chiede il credente, è e sarà grande come l’amore che ho per Dio? È e sarà incrollabile?
La fede, per il religioso, s’inscrive sempre, necessariamente, nel territorio della ragione. Ma la ragione dell’uomo non può, non riesce proprio, a comprendere il silenzio di Dio di fronte allo schianto del male, al cospetto dell’uccisione, dell’ingiustizia. Dio non solo non parla la nostra lingua, ma non ci parla affatto. Non si manifesta, non interviene nella storia, non agisce in alcun modo per “ripararla”, e noi non possiamo far altro che pensarlo e raffigurarlo come un uomo. Cristo, Dio incarnato, è in ogni essere umano, nel cuore della sofferenza di ogni uomo, in ogni “palude” dell’anima e del corpo. In questi termini, nelle parole di Endō: «Ho voluto mostrare che Dio, il quale appare solo superficialmente disinteressato alla sofferenza e miseria umana, di fatto parla attraverso un medium che va oltre le parole». Queste sono, perlomeno sarebbero, le conclusioni.
La palude è il Giappone, dove la religione cristiana non può attecchire; la palude è l’impossibilità che la vertigine della trascendenza per l’uomo occidentale e il tutto rappresentato dalla natura per l’uomo orientale s’incontrino; ma la palude è soprattutto la grande non risposta, il silenzio non tanto di Dio, ma il silenzio che si impone alle ragioni della nostra fede.
Del resto, tra tutte le voci la prima, l’originaria, appartiene al silenzio. Lo sentiamo in noi, continuamente, e intorno a noi: Dio è silenzio, e lascia a noi ogni decisione. Non c’è risposta dunque alle ragioni con cui “costruiamo” la nostra fede o con cui compiamo la storia. «È neonato anche Dio. A noi di farlo/ vivere o farne senza; a noi di uccidere/ il tempo perché in lui non è possibile/ l’esistenza», recita una splendida poesia di Montale, A un gesuita moderno, in Satura.
Per credere occorre andare oltre i limiti della ragione, occorre fidarsi, ossia porre la fede più in alto o se si vuole più giù, fino all’abisso del male, del sacrificio, della perdita.

Cristiano Poletti

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

I poeti della domenica #120: Yosano Akiko, ‘Ho avvertito, chissà perché’

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Ho avvertito. chissà perché
che tu m’aspettavi
e sono uscita – La notte
improvvisa sbucò la luna
su campi fioriti.

*

Nani-to-naku
Kimi ni mataruru
Kokochi shite
Ideshi hana no noo
Yūzukuyo kana

*

Yosano Akiko, da Midaregami. Traduzione di Mario Riccò da Il muschio e la rugiada, antologia di poesia giapponese, BUR 1996.

I poeti della domenica #119: Yosano Akiko, ‘Se qui adesso’

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Se qui adesso
ripenso al percorso
della mia passione –
somigliavo a un cieco
senza paura del buio.

*

Ima koko ni
Kaerimi sureba
Waga nasake
Yami o osorenu
Meshii ni nitari

*

Yosano Akiko, da Midaregami. Traduzione di Mario Riccò da Il muschio e la rugiada, antologia di poesia giapponese, BUR 1996.

Insolite realtà: dal Giappone 46 storie raccontate in un modo ‘altro’

Se penso al Giappone mi vengono in mente tre cose che mi piacciono molto e che sono le uniche che io conosca connesse a quella terra: Made in Japan dei Deep Purple, L’eleganza è frigida di Goffredo Parise, raccolta di suoi articoli apparsi sul Corriere della Sera ad inizio anni ’80 (oggi in Adelphi) e una bella canzone di Cristina Donà dal titolo Giapponese che sta nell’ultimo album Torno a casa a piedi, e recita così: «Questo sentimento un po’ giapponese/ un temporale giapponese, l’esploratore giapponese,/ un cellulare giapponese, giapponese, giapponese, giapponese/ un kamikaze giapponese su un calendario/ giapponese per arrivare a fine mese/ giapponese, giapponese.» Quando contatto questi due ragazzi e amici che in Giappone ci hanno vissuto o ci abitano ancora, queste due lampadine s’illuminano immediatamente. Nicola Bernardi e Simone Albrigi sono ex studenti di lingue orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, classe 1988, che come me hanno fatto parte del team più militante di Radio Ca’ Foscari; sono stati studenti di giapponese, con una passione per la fotografia e il fumetto ben radicata, una passione che si è sviluppata di recente in qualcos’altro, in un’opera ‘made in Japan’ appunto, di cui in quest’intervista ci parlano. Il loro progetto si chiama unCOMMON:stories ed intreccia le loro inclinazioni artistiche in un modo intelligente, nuovo e originale; è una mappatura di 46 identità ribattezzate ‘uncommon’ utilizzando un ossimoro. Questo progetto ha raccolto dai primi di luglio su ulule.com (noto sito per crowdfunding o finanziamento no profit, n.d.r.), una cifra non solo necessaria per la stampa e la diffusione, ma che supera di due volte e mezzo l’obiettivo prefissato, tanto che i ragazzi pochissimi giorni fa han deciso di portare l’obiettivo a 500%, raddoppiando di fatto quello attuale! Trovate tutto qui, compreso il promo da youtube e le indicazioni per sostenere il progetto, ma prima leggete fino in fondo.

Alessandra Trevisan

***

1. Quando, dove nasce e in cosa consiste questo progetto?

Il progetto è nato dalla necessità di costruire qualcosa assieme. Ritrovarsi dopo più di un anno a vivere insieme a Sapporo nei mesi di Febbraio e Marzo è stata un’occasione unica per importunare persone sconosciute con le nostre foto e i nostri fumetti. unCOMMON:stories è un libro che raccoglie storie. Storie che vogliono avere un volto tramite i ritratti e un corpo attraverso i fumetti.

2. Quanto è durata la fase progettuale e di realizzazione?

Tutti i ritratti e le interviste sono state realizzate appunto fra Febbraio e Marzo 2012. La fase progettuale è durata circa un paio di birre. Da quando ci è balenata l’idea in testa a quando abbiamo iniziato a darle forma sono passate davvero poche ore. Poi vabbè, continuiamo ad ampliare il libro ad ogni singola donazione, quindi il progetto si ingrandisce ogni giorno che passa (e il nostro tempo libero diminuisce proporzionalmente).

3. Nuove narrazioni attraverso il visivo: il vostro manifesto parla di ‘raccontare delle storie’ attraverso fotografia e fumetto, che son mezzi a voi congeniali. Io mi chiedo quali storie? E se ne avete scartate e perché? 

Come suggerisce il titolo, le storie che narriamo sono storie non-comuni proprio nel loro essere comuni e di tutti i giorni. Siamo due “presi bene” ed entrambi adoriamo le persone, siamo fermamente convinti che chiunque abbia una storia da raccontare, e che le storie veramente interessanti siano quelle vissute, quelle vere. Non serve cavalcare dinosauri e sconfiggere armate di ninja robot per avere una storia da raccontare (non più, dopo la terza guerra mondiale, quella invisibile).
Delle 46 storie che siamo riusciti a raccogliere, non ne abbiamo scartato nessuna. Il nostro manifesto parla proprio del fatto che tutte sono degne di essere raccontate, perché sono ciò che ci rende quello che siamo, anche il più piccolo passo ha portato al presente, e ogni passo successivo ci porterà a quello che saremo. Non a Sanremo, come invece molti sbagliano e poi si svegliano una mattina e sono Povia.

4. Di chi sono le storie che avete scelto di raccontare e in che cosa differisce culturalmente la scelta di mettere in piedi questo progetto in Giappone o in un altro luogo?

Tutti i soggetti sono Giapponesi in Giappone.
Questo è stato fondamentale per noi sia da un punto di vista linguistico (per metterci in gioco con la lingua che abbiamo studiato) che culturale in quanto ovviamente eravamo e siamo affascinati dalla società (sono pazzi) (scherzo) (solo un po’) del Sol Levante. Però il progetto in sé, l’idea, sarebbe replicabile ovunque e senza limiti geografici/culturali. Le storie che val la pena raccontare sono ovunque intorno a noi.

5. L’autofinanziamento è un punto importante: spiegateci perché avete scelto questa forma per veder realizzato il libro e in che cosa consiste, forma molto usata ad esempio dai musicisti per produrre i propri album – mi viene in mente soprattutto nel jazz contemporaneo a me vicino, in cui anche certi festival son finanziati così. 

Premessa fondamentale: noi non vogliamo guadagnarci una lira da questo progetto. Neanche un euro. Vogliamo semplicemente che queste storie che abbiamo raccolto e raccontato arrivino in più mani possibili. Bello vero? Si però neanche possiamo permetterci di finanziarcela da soli una cosa simile. Quindi la soluzione naturale è stato il crowdfunding, raccolte fondi online tramite il sito Ulule.com dove chiunque, donando e finanziando, non solo ci aiuta ma nello stesso tempo riceve copie del libro, stampe e fumetti dedicati. Con questo sistema il progetto si auto-finanzia da solo, si pubblicizza da solo e fa in modo di arrivare in mano alle persone da solo. Fico no?
La raccolta fondi è iniziata da pochissimo ma grazie a una serie di miracoli inattesi siamo già a più del 250% dei finanziamenti. Ci fermiamo qui? Certo che no!
Trattandosi di una questione “non a scopo di lucro” come già detto in precedenza, eccedere quello che era il nostro obiettivo iniziale ci permette di far arrivare il libro e le storie in più mani, a più persone e di spronarci a trovare nuovi modi di far conoscere il progetto e invogliare le persone a sostenerci e a far conoscere unCOMMON:stories.

6. Non ho cercato in rete se esistono esempi simili al vostro, non ne conosco: esistono? La vostra idea mi pare molto originale, soprattutto per dei ragazzi che hanno meno di 25 anni. C’è qualche fonte d’ispirazione nel progetto, per quanto riguarda i vostri punti di riferimento fotografici e fumettistici? Quali sono i vostri maestri?

Puro caso. Non eravamo a conoscenza del fatto che non ci fossero progetti simili che mettono mano nella mano fumetti e foto. Per noi è stata una scelta naturale. Abbiamo inventato un genere senza rendercene conto?
(nico) Ci sono tanti fotografi che scelgono di raccontare storie attraverso le loro foto, spesso soprattutto per scopi umanitari. Mi vengono in mente Jeremy Cowart, Darcy Padilla, Josef Koudelka, Elliott Erwitt e tipo un milione d’altri ancora.
(sio) A me vengono sempre in mente i miei mostri sacri della letteratura a fumetti, quando finisco una striscia, un fumetto, spero di essermi avvicinato di un piccolo passo a gente come Bill Watterson, Don Rosa, Alan Moore.

*Poi mi accorgo che sono seduto e mi rendo conto della mia ingenuità, non ci si muove quando ci si è seduti. Magari se si salta con la sedia, ma è pericoloso. Bambini a casa, non fatelo, mi raccomando. Che poi, perché si dice “bambini a casa?”, i bambini stanno forse sempre tutti a casa? È forse un segno dei tempi? Quando ero giovane io,
(nico) Sio, stai zitto.
(sio) Scusa.

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