Gianvittorio Scavino

POESIE DI GIANVITTORIO SCAVINO

IL POETA* …………………………………….. 

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Il poeta, pidocchio

delle leggende d’altrove, che lascia i solai

per giungere alle nostre case editrici

alle nostre stampatrici, al pubblico

che stuzzica nel profondo, sotto le grida avverse,

di pagina in pagina e poi

di versicolo in versicolo, limati,

sempre più pungenti, sempre più nel macigno

che è il cuore, filtrando

fra gorielli di birra finché un giorno

una luce scoccata da uno sguardo

ne ispira il guizzo da pensieri d’acqua smarcia,

nella perdizione che declina

da deliri d’assentio alla vinaccia;

il poeta, torturato, frustato,

freccia d’amore nei paesi in guerra

che solo la disperazione o disseccate

vene contratte riconducono

a paradisi di pubblicazione;

l’anima cieca che cerca

vita là dove solo

urla il dolore e la decomposizione,

l’allucinazione che dice

la parola comincia quando tutto pare

ingrovigliarsi, inchiostro pasticciato;

specchio gemello, rovesciato

da quello che credono gli uomini

incastonato in mezzo ai cigli,

sempre più nel contrario, nel fango lasciato

dai figli

di un dio, puoi tu non crederlo profeta?

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DANZICA E UN TAMBURO*

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Se per l’Elsenstrasse volgi il tuo passo

rasente i muri un giorno che piove,

non prestare attenzione

all’autobus numero nove

coi vetri appannati e (ci giurerei) l’intenzione

di bagnare i passanti infreddati.

Se verso Marienstrasse ti porta il tuo passo

in un giorno che piove fitto

volgi il pensiero al piccolo Oskar

che durante lo stesso tragitto

interruppe di scatto

il suo cinque quarti sincopato

e restò impazzito del nulla sparso

aspettandosi l’applauso del pubblico

(o almeno un segno d’apprezzamento)

convinto che stiamo tutti recitando

senza saperlo.

Se verso le vetrate del Sacro Cuore

volgerai il tuo sguardo,

non giudicare il piccolo Oskar

per la sua sconfitta

(ahi la sua voce, una fitta

sottile, spigolo al cuore)

e in te ritieni senza riguardo

le voci che lo dicono matto;

lui che batté la sua pazzia

su un tamburo di latta

e nelle cicatrici dello scaricatore

toccò la carne degli angeli,

si burlò dell’Inferno vestito a festa

nei giorni indecenti di un nero delirio.

Demone insaziabile di vetri infranti

segreto figlio di padre presunto

segreto padre di figlio negato,

conobbe la forza della disperazione

nell’impotenza delle sue mani,

ma tutto potrebbe accadere

se solo ricordasse il silenzio

che apre a infernali tentazioni

in incisioni di coltelli sonori,

gli amanti risorgerebbero

e i monti toccherebbero il fondo del mare.

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LA SEPOLTURA DEL SABATO*

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Sabato è il giorno più crudele, destando

bramosie ormonali dalla carne frolla, mischiando

routine e desiderio, fondendo

il vizio ed il vanto

il blasfemo ed il santo

il sospiro ed il rantolo.

Venerdì ci tenne caldi, coprendo

la pelle di abiti neri feroci di sole, offrendo

un Varietà quasi familiare

nella vastità del naufragare.

Domenica arriverà già con le strade

impozzate di neve sporca

e di residui di sangue feriale.

Città invernale,

la notte nella solitudine ormai rara

una nebbia da ciminiere mi lascia

voglie di zolfatara.

Siamo gente vuota

nel senso e nel corpo

nei gesti del torpore

usati

dal riflusso dal flusso

dal flusso d’ore.

Siamo gente di nota,

sapranno

che siamo vissuti (almeno quella sera)

per le lettere che intonano la lastra

dove ci scioglieremo come cera.

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NESSUNO

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Era una vita piena di onde

e tempesta

nemmeno sdegnosa alla festa

all’ubriachezza alla donna

lasciva,

una vita che non si fermava

incrostata al salino di un porto

bagnata da un odore di pioggia e di terra

pestata.

Tu pensa la ricchezza

e la donna,

e l’avventura che pensi

di aver già tutta sfidata.

Tu pensa poterti fermare,

esser lontano di vaghezza infinita.

Tu pensa i servi e gli ori

e un’isola per cui

il tuo viso è il viso

perfetto di un re.

Ma trovarti poi a guardare

altre onde, un altro mare.

E pensare

dove dorme il tuo cane,

se ancora gli arriva la sbobba

e sotto i tavolacci

il pane raffermo e gli ossi,

se ancora ingarbuglia l’aria

a stanare il selvatico

se lo aizza la traccia

del cinghiale ferito

se la primavera ancora lo attizza

come brace nella sterpaglia.

Tu pensa allora partire,

anche solo per vederlo

sbatter la coda e morire.

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In memory of Abebe Bikila

 .

Chiamatemi grido

correrò come la fiamma

in un cielo di cherosene,

non veloce come il lampo

ma più a lungo del tempo

e della morte.

Chiamatemi urlo

getterò

via le mie scarpe e correrò

contro chi crede che questo

non sia sognare,

contro la vostra abitudine glaciale

contro la vostra tangenziale,

correrò

finché dai miei polmoni

non nasceranno i monsoni,

finché la strada non chiederà

pietà.

Chiamatemi grido

correrò

contro la sete

contro l’inconscio

contro la mente,

contro chi mi riporterà le scarpe

e allora saprò

che avrò corso per niente.

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*Tratte da Occhi di pirata, Blu di Prussia editrice, 2006.

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Sono nato a Savigliano (CN) il 24/12/84, ho conseguito la Laurea triennale in Lettere presso l’Università di Torino nel 2007 e in questo momento sono laureando in Medicina Veterinaria presso la stessa Università.

Nel 2006 è uscita la mia prima e unica pubblicazione, “Occhi di pirata”, Blu di Prussia editrice, con cui ho ricevuto una segnalazione al Premio Internazionale “Mario Luzi” nel 2007.

Altri premi e segnalazioni: vincitore nel 2002 della Biennale di Alessandria, nel 2005 decimo classificato al Premio di poesia “Club 3”, nel 2006 vincitore del Premio “Giacomo Leopardi” Città di Savigliano e terzo classificato al Premio di poesia “Alba Beccaria” Città di Roddi, nel 2007 vincitore del Premio Selezione al Premio Internazionale di Poesia Archè, Anguillara Sabazia Città d’Arte.

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