Gianni Rodari

proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato, Gianni Rodari, La febbre mangina

Quando la bambina è malata anche le sue bambole debbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno le visita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissime iniezioni con una penna a sfera.
– Questo bambino è malato, dottore.
– Vediamo un po’. Eh sì, eh già. Mi pare che abbia una buona brontolite.
– È grave?
– Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matita blu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.
– E quest’altro bambino non le pare malaticcio anche lui?
– Malatissimo, si vede senza cannocchiale.
– E che cosa ha?
– Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due etti di fragolite acuta.
– Mamma mia! Morirà?
– Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidina sciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda un bicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebbero venire il mal di denti.
Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore le dice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarla personalmente, mentre la mamma prepara i vestiti.
– Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè… provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbre mangina.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Tutti i post di Natale #4: Gianni Rodari, da “Il pianeta degli alberi di Natale”

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

[…]

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Coriandoli a Natale #9: Gianni Rodari, Il pianeta degli alberi di Natale

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

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Anticipazioni: Simone Consorti, Le ore del terrore

È in uscita per la casa editrice L’arcolaio la raccolta di Simone Consorti Le ore del terrore. Pubblichiamo qui in anteprima la prefazione e una scelta di poesie. Buona lettura!

La poesia di Simone Consorti è poesia dotata di grammatica e di struttura rigorose nel gioco serissimo di rime e sberleffi, di citazioni e di osservazioni lasciate e lanciate, sassi nello stagno e sassi a memoria, con apparente noncuranza. È un tratto che unisce sapienza (e se non certo la sapienza dei libri sapienziali, senz’altro quella delle scritture smascherate e spogliate di intenti manipolatori e di controllo) e creatività.  Sapienza e creatività duettano anche in questa raccolta, spogliate, non francescanamente, ma con un understatement intenzionale e irridente, di qualsiasi retorica, e per questo ancora più incisive.
Sono testi nei quali Consorti fa conversare la “grammatica della fantasia” di Rodari con lo spiazzamento elevato a metodo di conoscenza, lo spiazzamento perseguito e realizzato magistralmente da autori svizzeri di lingua tedesca, Friedrich Dürrenmatt in primis, con il suo rovesciamento di miti, eroi e credenze – La morte della Pizia, Il Minotauro –, e, accanto a Dürrenmatt, Peter Bichsel e Hugo Loetscher, narratori sublimi di aneliti e piccoli tragicomici fraintendimenti quotidiani l’uno, esploratori dell’ignobile e ineludibile sostrato dell’esistenza –  si pensi a L’ispettore delle fogne – l’altro). Di Dürrenmatt e Loetscher, poi, va menzionata in questa cornice di familiarità anche la produzione in versi: penso, in particolare, a passaggi di Salmo svizzero dell’uno e alla poesia Abbraccio dell’altro, testi che possono essere letti in traduzione italiana nell’antologia pubblicata da Crocetti nel 2013 e curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca.
Simone Consorti opta per un dettato comprensibile, smussa le punte, o meglio cela asperità e rudezze di storie e luoghi dietro un fluire piano, senza tumulti, con la grazia immediata di un nursery rhyme. Solo che il suo rovesciamento in “Nursery Cryme”, per dirla con il titolo di un celebre album dei Genesis, attende al varco, dopo essersi appostato tra le pieghe dei singoli versi, per manifestarsi apertamente nella chiusa. Questa, a sua volta, invita a ripercorrere l’intero testo di ogni componimento, perché fa luce su ulteriori possibili sentieri interpretativi. È il caso, per fornire un esempio concreto, proprio della prima poesia della raccolta, Alla frontiera, che accoglie termini ricorrenti, lo specchio, il volto, lo schermo, la curiosità tanto morbosa quanto volatile e volubile degli altri, l’estraneità: «La guardia di frontiera/ ha detto che non sono io/ e che nemmeno mi assomiglio/ tanto meno mi potrei spacciare/ per mio padre o per mio figlio/ Mi intima di restare fermo/ e per convincermi/ mi mostra uno schermo/ che qui chiamano specchio/ Gli altri passano e mi guardano/ facendo di no con la testa/ Devo essere una brutta persona/ se sono l’unico che resta/ Mi studio di nuovo sul mio documento/ ma la guardia mi spiega che è vecchio/ e lo straccia/ fissandomi con la mia faccia».
Le tre sezioni che compongono la raccolta, la prima, Le ore del terrore, che dà il nome a tutto il volume, la seconda, Preghiere e bestemmie sincere, la terza, Spoon River Italia, sviluppano in continuità stile e struttura dei testi poetici di Consorti, ampliando lo spettro di temi e di punti di vista dai quali catturare un’immagine, un evento, un incontro. Catturare, cogliere un istante e da quello ricostituire significato: se il gesto iniziale può essere affiancato alla pratica fotografica, nella quale Consorti si distingue – basti pensare all’e-book Finestra d’Italia pubblicato sul sito LaRecherche.it -, quello successivo, ma non certo subordinato al primo, si volge alla costruzione del ‘sense’ anche attraverso l’apparente ‘nonsense’.  La pregnanza, non di rado l’originalità delle immagini è inserita all’interno di una costruzione che cresce e sposta man mano i suoi confini su più livelli, a partire dai piani fonologico e metrico; è una costruzione, altresì, che rinuncia a qualsiasi gruccia data dalla punteggiatura: in mancanza di segni di interpunzione, sono le maiuscole a evidenziare le pause del respiro. (altro…)

Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione

Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione, minimum fax, 2017

Quando un libro mi conquista è facile che mi resti in testa per settimane, che alcune frasi mi si ricompongano nella mente mentre sto facendo qualunque altra cosa, un po’ come accade con le belle poesie. Stai camminando e ti tornano nitidi e perfetti due versi di Montale, una chiusa di Strand, un attacco di Pagliarani. Se devo scrivere di un libro bello comincio una sorta di rielaborazione involontaria della storia dentro la mia testa: ripenso ad alcuni passaggi, sottolineo mentalmente alcune parole, entro nei dettagli e scelgo le cose da dire. Nel caso di Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio ho passato alcuni giorni a sentire dentro di me il ritmo delle frasi, il suono che fanno le parole andando da una all’altra, rivedendo alcune scene, i volti dei personaggi, le loro storie vere rielaborate nella versione di Orecchio, l’unica che ormai per me contava, e senza penna né carta ho cominciato a scrivere. Il pezzo sui racconti di Davide Orecchio è nato davanti all’Ospedale SS. Giovanni e Paolo di Venezia, mentre passavo del buon tempo. C’era il sole, la gente passeggiava, c’era un mercatino, non troppi turisti; c’erano la mia compagna e i miei cani, era ottobre naturalmente, e balzavano fuori dal canale poco distante, come sputate fuori da un riflesso le storie di Davide Orecchio.

David Foster Wallace riferendosi ai racconti di Barthelme, in particolare, diceva più o meno di avvertire il cambio di marcia, il preciso istante in cui la storia ti prende e si manifesta diversa da un racconto normale, quello scatto lo chiamava “click”. Ho letto tutti i libri di Davide Orecchio e il click l’ho sempre sentito, potrei descrivere il momento in cui l’ho sentito in Città distrutte (Gaffi, 2011) o l’altro indimenticabile in Stati di Grazia (Il Saggiatore, 2014) in Mio padre la rivoluzione il click è arrivato dopo poche frasi, è arrivato a questo punto:

E col suo cenno versatile, onnipotente, l’anno cinquantasei – biancospino figlio del diciassette, nipote dell’anno cinque, postero del  settecent’ottantanove, grande russo di aspetto, il volto una steppa, l’occhio destro il Mar Caspio, l’occhio sinistro il Mar Nero, il naso schietto e acuto come il monte Iremel – apre il cancello, anzi neppure lo apre, lo trapassa, lo è, per esibire un giardino dove sta un vecchio.

Il click e il ritmo di Orecchio, ritmo che da subito ti avvolge, siamo nel primo racconto, e tu non puoi far altro che cominciare a ondeggiare e a fare avanti e indietro nel tempo, siamo nel cinquantasei ma siamo nel diciassette, siamo in tutta la storia come in un sogno, e forse il sogno è l’unica dimensione in cui la storia, la storia della Rivoluzione russa, certo, ma tutta la storia si può e si deve raccontare. Tutto è stato talmente vero che stentiamo ancora a crederci, tutte le lacrime e l’umanità, tutte le morti e gli schemi dei dittatori, i cancelli divelti, i palazzi assaltati, i forconi e il grano, le falci e i martelli, i treni. Le rivoluzioni si fanno con i treni, sui treni, le rivoluzioni sono un treno, e vanno lungo le rotaie, sono fili d’erba e acciaio, sono i bambini e sono le madri, sono gli uomini che non tornano.

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Alessandro Salvi, Vita e morte di Scipio

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Foto di Alessandro Salvi

Vita e morte di Scipio

 

“Chi ora piange dovunque nel mondo,
senza ragione piange nel mondo,
piange per me.

Chi ora ride dovunque nella notte,
senza ragione ride nella notte,
ride di me.

Chi ora cammina dovunque nel mondo,
senza ragione cammina nel mondo,
verso di me cammina.

Chi ora muore dovunque nel mondo,
senza ragione muore nel mondo:
mi guarda.”

Ora grave di R. M. Rilke (trad. di Giacomo Cacciapaglia)

 

Credo siano ben pochi i luoghi al mondo tanto ricchi di personaggi bizzarri quanto la popolana del mare. Un vero e proprio giardino antropologico, un contenitore inesauribile di prototipi umani buffi, pittoreschi a trecentosessanta gradi, a dir poco inverosimili. Chi, pur essendoci stato solo per un breve periodo di tempo, non ha avuto modo di sentir parlare di Piero Soprappensiero o Mario Piria? Dovessi io sceglierne uno, certamente a me quello più caro, non esiterei un attimo, direi subito Scipio. Un tipo letteralmente straordinario, qui non ci piove. Un esemplare endemico emerso dalla fitta fauna rovignese, personaggio di cui mi accingo ora a narrarvi sommariamente la storia.

Aveva un cervello grosso così, lo giuro, e non credo di essere il solo a sostenerlo con tale perentorietà. Il suo sapere enciclopedico esposto con maestria ammaliava qualunque persona avesse modo di ascoltarlo, incantava chiunque con la propria innata capacità affabulatoria. Affascinava anche perché appariva come un essere partorito dalla fantasia di un’abile penna intinta nella più fervida immaginazione. Credo che ciò sia in parte dovuto anche all’aspetto propriamente fisico di Scipio: alto uno e novanta, magro e asciutto come un chiodo, vestito sempre in abiti di fortuna, per cui alle volte lo vedevi indossare giacca jeans, con sotto una camicia gialla a righe blu, il tutto abbinato a dei pantaloni verdi e scalcagnate e bianche (un tempo) scarpe da ginnastica, quelle che si usano per la pallacanestro. Combinazioni letteralmente pazzesche. Un po’ trasandato, vero, con quelle densità irregolari nella peluria che gli copriva il volto smunto. Sobrio nelle maniere, garbato e gentile oltremisura, un uomo d’altri tempi come non ce ne sono più al giorno d’oggi. Non era nativo di Rovigno, no, era nato a Fiume, nel secondo dopoguerra o giù di lì, anche se non saprei dire con esattezza in quale anno.

Proveniva da una famiglia agiata. Suo padre, partigiano distintosi durante la seconda guerra mondiale quale comandante maggiore a capo di diverse unità militari operanti in seno al MPL, era un individuo molto serio e parecchio riservato, i cui unici svaghi erano la caccia, un’imponente collezione di armi da fuoco e la lettura della grande narrativa russa Ottocentesca, con una fissazione vera e propria per Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Persona oculata, alta di statura e di costituzione robusta, con mustacchi a manubrio alla Jon Lord¹ ad essere precisi. Un signore molto compassato nell’agire, sussiegoso e zelante nell’adempimento dei vari incarichi da lui impeccabilmente portati a termine. Ambizioso e determinatissimo nel raggiungere i propri fini, forse un po’ troppo autoritario con il proprio figlio ed eccessivamente freddo nei rapporti interpersonali nonché avaro nelle dimostrazioni di affetto con i propri familiari. Questa sua parsimonia nel manifestare le proprie emozioni lo ha portato però con il tempo a trascurare la moglie, donna sostanzialmente infelice, insoddisfatta di un rapporto che non valorizzava appieno le sue doti. Non riceveva quanto meritasse veramente, questa donna che, nonostante gli anni e le due gravidanze alle spalle, si mostrava ancora molto attraente e, come vedremo tra poco, assai appetibile agli occhi degli uomini. Casalinga e madre a tempo pieno, le uniche amicizie di quest’ultima erano i compagni di lavoro del marito. Fatto sta che, in un attimo di debolezza (si dice così, vero?), la donna venne a contatto con un sottufficiale (il quale si suppone approfittasse dell’occasione per beffarsi del comandante maggiore, collega di lavoro verso il quale nutriva un’accentuata animosità se non addirittura un vero e proprio astio). Da lì nacque una storia che non durò molto a dire il vero, ma la quale, ahimè, funse da miccia di un più vasto appetito, il quale di lì a poco risultò non conoscere sazietà espandendosi a dismisura con la fulmineità disastrosa di un vasto incendio estivo. Ha avuto così inizio una fitta catena di tradimenti, i quali dapprima crearono delle fievoli voci di corridoio, per poi crescere esponenzialmente con il passar del tempo e culminare infine in vere e proprie sceneggiature osé con risvolti e trame a luci rosse nonché descrizioni piccantissime, narrate come se non bastasse con dovizia di particolari riguardo le varie prestazioni dei diretti interessati. Ciò, stranamente, non dissuase minimamente la signora dal perseverare nei propri intenti alquanto immorali. Una volta venuto a conoscenza, neppure il marito profferì parola alcuna né alla moglie né ad altri. Trincerato in una torre di silenzio inaccessibile a chiunque, molto probabilmente visse la vergogna e l’umiliazione in maniera assai accentuata. Sicché un bel giorno (bello si fa per dire), il marito invita a cena una nutrita rappresentanza dell’esercito, comprendente in tutto una dozzina di alti gradi e sottufficiali, tutti, a detta delle voci circolanti da tempo, amanti della moglie. Nessuno a parte il marito allora sospettava si trattasse di un piano diabolico dall’esito fatale, scrupolosamente premeditato e pianificato meticolosamente a tavolino, perché nell’attimo in cui lo stesso marito dalla posizione di capotavola si accinse ad inaugurare la cena, vestito di tutto punto in uniforme da parata con le decorazioni al valore militare e tutto il resto, anziché sollevare il calice con lo spumante e pronunciare il brindisi avviando il discorso di benvenuto, estrasse una Zastava e si sparò un colpo in bocca. Il corpo immobile, inequivocabilmente privo di vita, si presentò ad un tratto spaventosamente supino, con materia cerebrale e sangue schizzati sul ritratto del Maresciallo posto proprio dietro, sulla parete in prossimità della posizione del capotavola. Il piccolo Scipio udì quello sparo, era in camera sua intento a giocare, avrà avuto più o meno quattro anni, e sentì pure il grido straziato della propria madre e l’agitazione che ne conseguì nell’agghiacciante atmosfera dei commensali costernati, a dir poco inorriditi. (altro…)

Simone Consorti, Nell’antro del misantropo

Simone Consorti, Nell'antro del misantropoSimone Consorti
Nell’antro del misantropo
L’arcolaio (“Fuori collana”)
2014

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Nota di lettura di Anna Maria Curci

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Uno scenario di guerra, di quella guerra, tuttavia, di cui narra la poesia di Ingeborg Bachmann Tutti i giorni, la guerra che non viene più dichiarata, ma proseguita; resti poveri di un Eden liso e compromesso già nei ‘giorni felici’, amputazioni e squarci post-bellici, visioni di ciechi e cecità di visioni, riflessi moltiplicati allo specchio, uno sguardo asciutto, che conosce l’ironia del capovolgimento e non arretra dinanzi al ribrezzo, sulla storia ch’è stata e su quella che sarà: tutto questo si fa incontro a chi sceglie di esplorare “l’antro del misantropo” di Simone Consorti.
I versi sono brevi, spesso volutamente lapidari, come di chi ha scelto di imparare dal silenzio dei cimiteri, soprattutto dei cimiteri di guerra, e di far parlare le pietre, di piantare sassi, addirittura, per dar voce alla sapienza dell’essenziale, quella che ha tolto tutti gli involucri e i belletti, quella che non ha paura di essere cruda.
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Appunti per un discorso su “Filastrocche in cielo e in terra” – di Giovanni Peli (post di Natàlia Castaldi)

Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari è un classico della letteratura, a mio avviso non è necessario nemmeno specificare con “dell’infanzia”, proprio perché facciamo nostra la definizione di classico di Calvino, che disse che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Per questo invito tutti a leggere questo libro, senza distinzioni di età, e credo che anche adulti e adolescenti possano emozionarsi lasciandosi trasportare da questa lettura.
Innanzitutto una piccola riflessione sul titolo, di una efficacia disarmante. Notiamo che ricalca il detto popolare “non sta né in cielo né in terra”, che indica qualcosa di inconcepibile (lo usano anche i genitori con le proposte dei bambini), e ricalca anche la preghiera del Padre Nostro (imparata dai bambini a catechismo): il titolo può quindi risultare famigliare a chiunque. E’ ovviamente però ironico, da un lato perché indica qualcosa che c’è in cielo e pure in terra, e dall’altro perché ad essere in cielo e in terra non c’è la volontà del Signore, ma le filastrocche. E, come vedremo, filastrocca quasi equivale a dire “bambino”, quindi in cielo e in terra ci sono i bambini, metafora che dà in definitiva ai bambini e al loro linguaggio immensa dignità, quasi biblica, e importanza. Ma non solo, il titolo in realtà ci introduce anche al contenuto del libro visto che le filastrocche parlano del cielo (con gli astri, stelle, astronavi ecc. ecc.), ma anche della terra (con i lavoratori, le città, la povertà, l’ingiustizia ecc. ecc.), e non si stancano di comunicare che in entrambi gli elementi, cielo e terra, c’è posto per la speranza. (altro…)