Gianni Iasimone

PoEstate Silva #5: Gianni Iasimone, da ‘La quintessenza’

11.
Richiamo

C’è anche il gatto stasera.
È tornato, dopo mesi e mesi di assenza,
di copule e lotte all’ultimo sangue.
Il tuo Nerone, più nero della notte,
sempre fiero e mezzo spelacchiato.
Solo i suoi occhi rossi come lanterne
brillano e aprono un cielo crudele
senza una ferita che sia luna,
una macchia remota, una stella.
Sulla colonna del cancello
come sempre è appollaiato
e inutilmente aspetta
che tu lo chiami.

 

17.
In vita

Sotto un concerto di capriate
di pregiate essenze del vecchio foro,
e una fioca luce notturna che disegnava
strane figure su vetri sporchi di acqua e sale.

Con la testa reclinata su una mano con braccio
disposti a lama e vomere verticale,
sotto una serrata, nervosa mascella che triturava
ricordi e illogico vento.

Con l’orecchio teso alla vis poetica
del giovane pescatore, la cellula trepidava
nella tasca e insisteva
nell’attesa di essere ascoltata.

Rotto l’indugio, tra il disturbo
e il desiderio di non perdere nulla
di quel − di ogni − momento,
pur con disagio, dall’incanto mi sono sospeso.

Era la voce della nera signora
che annunciava un’altra sinistra conquista.
E là, all’angolo delle gronde e le guglie
sfiorate dal nero volo, sorella, ti ho vista.

Anche tu già nel regno
dei giusti a far festa.
Come non esser contenti se rivedi
chi in vita hai amato. (altro…)

Salvatore Ritrovato, La casa dei venti (rec. di Gianni Iasimone)

La casa dei venti di Salvatore Ritrovato

Il titolo del nuovo lavoro, in forma di elegante plaquette, La casa dei venti (Il Vicolo, 2018) di Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967 ma da decenni urbinate di adozione, che ha al suo attivo molte pubblicazioni in poesia – solo per ricordare le ultime: L’angolo ospitale, (La Vita Felice, 2013), Questa strana pace (Esta extraña paz), Progetto cultura, 2016, Cercando l’isola, (Fiorina, 2017) –, a differenza di tutti i lavori precedenti, più vicini a uno stile fortiniano del primo periodo, straniato e solitario in una incessante ricerca di un “angolo ospitale” dove si possa trovate una improbabile quiete, sembra rimandare a un’immagine di sospensione, a una condizione di dolorosa “esposizione”: ai venti, alle ambasce ma anche alle sorprese, alle meraviglie che permeano un’esistenza del nostro tempo malconcio, sempre più esposta a imput mediatici e superficiali, che sovente vincono facile sui richiami più profondi e millenari, più significativi, necessari.
In tale non scontata prospettiva, in questa piccola raccolta “in verticale” l’esperienza poetica di Ritrovato apre nuove finestre di senso, con riferimenti – pur velati da un colto pudore – alla tradizione del nostro migliore Novecento, un nome per tutti: Volponi e il suo umanesimo letterario e non solo, ad esempio, ma occasione e quadro insolito (precario?) di un detto collettivo non gridato, sempre amaramente sensibile e strutturalmente retorico, lirico, ancorché anti realistico, anti simbolico. Squisitamente moderno e coinvolgente. E se la lettura inizia con una dichiarazione programmatica anti io, dove l’autore scopre subito le sue carte e si apre, squaderna l’io lirico come nevrotico e problematico, come «sentimento mortale di queste pagine», come «padrone in lungo e in largo del suo deserto / di ogni piega o vena di verità che lo ha piagato», come un vecchio (saggio?)e nuovo pater all’interno e fuori delle dinamiche epifenomeniche dell’esperienza, man mano che scorrono agili le pagine della plaquette viene chiara e forte un’immagine più completa di questo autore che qui trova uno dei momenti più ispirati e creativi introdotti dall’esatta, geometrica poesia Bagatelle di viaggio, risolta in otto quartine in cui le assonanze e le rime non penalizzano la resa della sostanza drammatica, esistenziale: «Un uomo in treno, disperato» che «non può urlare», e «un giorno nessuno più lo chiama / ma gli chiede dove sei stai bene? […]».
Ma è più avanti che il nostro “commesso viaggiatore” dell’anima «[…] come le rondini che volentieri fabbricano il loro nido fra le rovine» (Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, in esergo alla sezione Vuoto a perdere, e altro da me) trova il massimo delle possibilità espressive nelle stanze di volta in volta abitate per viaggi di piacere o di lavoro, sempre vissute come il proprio nido, nonostante la consapevolezza della propria “erranza”, la certezza della inevitabile ri-partenza: «[…] Grande la colpa di chi è nato. / In ogni stanza il silenzio stringe le ombre / a scomparse stagioni, ad antenati senza nome […]», così inconsolato e fraterno “scrive ancora” Salvatore Ritrovato nella bellissima Lasciando Grodek. (altro…)