gianna manzini

proSabato: Gianna Manzini, Ricordo di Ada Negri

INCONTRAI per la prima volta Ada Negri molti anni fa, in casa sua, a Milano. E l’immagine che da allora ne serbo si sostiene all’impressione che i suoi capelli fossero grigi per una specie di riguardo: bisognava, con qualche tono dimesso, temperare tutto quello sfavillìo di occhi, e un così libero giuoco fra ardimento e soavità.
Rinnovando in ogni istante un’intesa col mondo, mi appariva legata e quasi sostenuta da una salda amicizia con tutto ciò che respira. Così, per virtù di sentimento e di sorriso, e per quel senso di giustizia e di persuasione che le sue parole ispiravano, anche col parlarmi della mia diversità da lei, non mi allontanava da sé come inevitabilmente accadde quando si sottolineano differenze: anzi riusciva ad avviare un rapporto amichevole.
Di questa visita mi rimane, oltre il ritratto che la sottile arte del ricordo compose poi per esaudire il mio desiderio di compagnia e di colloqui, la disagiosa certezza d’aver cercato ostinatamente d’abbassare il tono della conversazione con frasi superflue e banali, delle quali, di volta in volta, mi vergognavo. Un disagio che adesso diventa pungente rimorso. Era come se allontanassi da noi il poeta, in lei sempre presente, e lo ammettessi soltanto relegato nella pagina, ostacolassi quel suo coraggioso naturale farsi vivo nella vibrazione di una parola, nell’impennata di una frase, nell’accoglienza di tutto quello che la finestra aperta, i libri, le cose intorno e il calore dei nostri pensieri suggerivano. Quella volta, il mio pudore mi fece peccare d’avarizia.
Ma il mio tardivo desiderio di giustificarmi provocò uno dei miei molti ricordi falsi, di quei ricordi immaginari che ci si studia poi di invecchiare, d’incastonare in momenti e luoghi rigorosamente reali. E che scrupolo nel togliere il nuovo ai particolari con cui di tanto in tanto li ritocchiamo. Perché accade a tutti, credo, di scegliere, quasi senza che la volontà deliberi, nel numero delle persone che direttamente e indirettamente conosciamo, i personaggi necessari alla difficile e mal nota commedia spirituale nostra: amicizie in mezzo alle quali più liberamente viviamo.
Fu l’estate ad Arenzano.
La ragazza che mi porgeva i francobolli, in uno spaccio di sale e tabacchi, butta gli occhi sulla lettera che reca l’indirizzo di Ada Negri, per alzarli subito su di me, raggiando di sorpresa e d’amorosa invidia.
Un momento dopo, al tavolino di caffè, sotto un ombrellone colorato, intrattenevo l’immagine della scrittrice che, sorta in una maniera così stravagante, fra le pareti d’una bottega anonima, mi aveva dato autorità e prestigio presso una ragazza, senza dubbio esperta nel far combaciare i propri sogni su pagine sfogliate e risfogliate nel cassetto aperto del banco di vendita. Una ragazza che avrebbe potuto dar luogo a un racconto. (altro…)

proSabato: Gianna Manzini, La zingara del cielo

Gianna Manzini scrittrice italiana Roma 1960

Pasquale De Antonis, Roma 1960

La zingara del cielo

Mio padre era cacciatore. Ecco una cosa che non ho mai capito: che si potesse essere, come lui, innamorati della vita con un senso struggente di protezione, e insieme cacciatori; attenti al filo d’erba, rispettosi del ragno, del moscerino, della formica: e pronti a sparare su gli uccelli. È l’unico punto d’incomprensione fra me e lui, ieri come adesso.
Uno che s’indignava e sfavillava di furore per le scarpe rotte del bambino povero, che, saltando come un grillo da un paese all’altro d’Europa, rivendicava «i deboli e gli oppressi», che in nome della libertà rischiava e pagava di persona (è morto al confino, sulla montagna pistoiese) poteva poi, con ebrezza, fare strage del più inerme e grazioso degli animali.
Proprio non lo capivo; se glielo dicevo rideva senza rispondere; e, facendo gli occhi piccini, mi sottraeva almeno la metà di quello scintillante e quasi inconfessabile entusiasmo: come a scusarsi d’una irresistibile monelleria, di cui gli sfuggisse il significato e la portata.

Fra tutte le forme di caccia, preferiva quella che a me sembrava la più atroce, con la civetta.
Tu vedessi il suo gioco di richiamo, le sue smorfie, la sua commedia, le sue incredibili civetterie: e, nella luce dell’alba, lo stupore, l’incantamento degli uccellini di fronte a una bestia così straordinaria.
Da vicino, io non l’avevo vista mai. La conoscevo di fama, e la temevo: ma non avrei mai immaginato di poter essere così sconvolta, quando mi apparvero i suoi occhi, dietro il cancelletto di giunchi del panierino.
Eravamo a Cutigliano. L’avevamo portata da Firenze, proprio per la caccia. – Vedrai com’è bella – fece il babbo. Ed ecco che i suoi occhi, due mezze sfere enormi, gialle con la pupilla forse fosforescente, gli occhi, d’un grosso gatto in un uccello mi dettero un senso pauroso di sortilegio: come se con quegli occhi d’accatto, avesse cominciato a contraffare la sua stessa natura e, soltanto guardando e girandoli, spalancati, potesse alterare e stregare tutto intorno, a cominciare da me, che non potevo fare a meno di fissarla, attraverso la sua clausura di bianche sbarre.
Nulla doveva resistere al raggio delle sue pupille. Trapassava: non uno di quei diaframmi d’indifferenza, d’ironia, di ripulsa, di semplice opacità, con cui possiamo ostacolare dentro di noi il percorso d’uno sguardo, concedendo molto o poco della nostra intimità, era valido con lei. All’istante, t’accorgevi d’aver subìto una violazione, di essere senza riparo, d’averle fatto toccare un fondo segreto, insomma di trovarti in sua balìa.
Intorno agli occhi, le piume erano disposte a corona, e schiacciate, sì da cerchiarli, come una faccia umana. Una vera cerchiatura d’abbattimento rendeva dunque la sua espressione stranamente adulta. Uomo, gatto, uccello: e per giunta, il senso della notte in pieno giorno: perché, notturna, sfidava la luce.
Un mostro: uno sbaglio troppo vivente: d’una gagliardia, infatti, d’un’accensione, d’una potenza che, ora non ne dubitavo, le meritava di stare a cavallo fra il mondo dei vivi e quello delle ombre. Non si dice che aspetti gli agonizzanti per accompagnarli al cimitero, questa ladra degli ultimi respiri? E mio padre esclamava: «Guarda che bellezza. Sarà un piacere, ammaestrarla».

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