Gianluca Garrapa

Gianluca Garrapa, da ‘Di fantasmi e stasi. Transizioni’

dall’una all’altra parte del cavedio. nei fossati di luce lunare.
appesi a traverse massaie il ricamo. schiuma molteplici quotidianità.
d’altra parte il cavedio imparziale. a sguardi di lumache
che trascinano. superfici di bava. reattivo soltanto ai millenni. di
vagabondaggio quantistico. non può comunicare il falso vuoto.
per questo il fascino rotola ai piedi. degli occhi nella diagonale.
attraverso il silenzio. filo che imperla quotidiane molteplicità.
dall’una all’altra parte del cavedio.

*

attraversa incolume la strada nel sole forestiero dell’estate.
vieni dici con me al limite sul marciapiede opposto. e resto
a non seguirti ad avvicinarti solamente con lo sguardo. la fuga
dei palazzi che affrontano lo spazio della piazza. lumeggiano i
semafori e fermano la corsa mentre ti ripeti. con la mano sventoli
il trapasso dal marciapiede sporco all’altro spoglio. e sono troppo
tardi i passi che distraggono da me ogni altro segno. abbiamo
questo caldo nello zaino e presto partiremo nel sole forestiero
dell’estate.

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Il senso del verso #3. Intervista a Franco Buffoni

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista prosegue la nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

jucci

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Il senso del verso #2. Intervista a Mariangela Gualtieri

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista prosegue la nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

gualtieri

 

1. Vista: Buon giorno a voi che non vediamo. / Ciò che non vediamo / preme: cosa vede il poeta, che altri non vedono?


Il poeta guarda lì dove tutti guardano, in quella che sembra la realtà ordinaria e vede ciò che gli altri non vedono. Dunque vede in sottigliezza e presagisce ciò che non si vede. Il poeta si dispone davanti al nulla, in ascolto, in attesa, e da quel nulla prendono vita le parole, se si ha il dono di un io diminuito e di una attenzione plenaria. Dunque direi che il poeta vede il nulla, sa reggere quell’appuntamento e sa farsi fecondare. Ma a volte è una manovra pericolosa, perigliosa.

2. Tatto: Non sappiamo. Non so. Non è dato sapere / con parole. Solo il corpo sa. / Sapienza di respiro: come parla il corpo de Le giovani parole?

Il corpo ha una propria sapienza. Lo capiamo a volte quando si ammala, quando si inceppa, quando rifiutandosi di funzionare ci costringe a rivedere certe situazioni, certe scelte probabilmente non giuste. Ne Le giovani parole, la prima sezione, quella più legata alla mia vita in campagna, o l’ultima con gli Esercizi al microscopio, in un certo senso parlano della vita del corpo.

3. Udito: Imparare quel mantra che contiene / l’antica vibrazione musicale / forse la prima, quando dal buio immoto / per traboccante felicità / un gettito innescò la creazione: quali suoni accompagnano, e quali rumori?, il momento di scrivere e dire la poesia?

È il silenzio, la grande melodia della poesia, sia quando scrivo che quando recito. Nella resa orale del verso a volte serve qualche nota. Quasi sempre in questi anni sono state per me note di Arvo Pärt.

– 
4. Odorato: Un odore smielato / precipita le forme / e tutto vira verso qualcosa / che è ancora fiore: qual è l’odore delle poesie di questa raccolta?

– 
Non so rispondere a questa domanda. D’istinto direi che questa raccolta, la sua uscita, è legata all’odore del mosto sotto il portico di casa mia. Nei giorni dell’uscita eravamo impegnati con la vendemmia e così il libro è arrivato proprio durante le operazioni di vinificazione – operazioni magnifiche e fortemente profumate, se il vino è buono.

5. Gusto: Butta su le forme i sapori / per farsi mangiare: si può mangiare una poesia? E che sapore ha, quando la si declama?

Quando la si declama lo stomaco è perfettamente vuoto e l’impressione è piuttosto quella di dare da mangiare a chi ascolta, di dare un nutrimento ora estremamente necessario e cercato, da alcuni, con urgenza, con una necessità e passione che alla fine si trasformano in gratitudine.

6. Mi fa una domanda in forma di poesia?

Mi dispiace ma non sono capace.

[È possibile leggere la prima intervista a Valerio Magrelli cliccando qui: Il senso del verso 1. Intervista a Valerio Magrelli]

Il senso del verso #1. Intervista a Valerio Magrelli

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista si avvia una nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

foto magrelli

1. Vista: Ti guardo, cerco di guardarti dentro, / come se mi sporgessi su un abisso: cosa guardiamo nelle poesie de Il sangue amaro, e cosa vediamo?

Ispirandomi a una splendida riflessione di Isabelle Stengers, ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato di oggi non desidera tornare a casa col bosone che sta studiando, mentre uno zoologo sviluppa affetto per la scimmia con cui lavora, e magari vorrebbe tenerla con sé. Ecco, nei riguardi delle poesie che elabora, il poeta è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata:

Cave cavie!
A Isabelle Stengers

O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,
per qualche esperimento concepite,
che tuttavia non so.
Non so perché si formano,
eppure mi affeziono e le chiamo per nome,
topolini vivissimi, allarmati
da che?

2. Tatto: Mentre io ustionato / Decorato di piaghe / Ho la pelle che cade / Da lebbroso: se si potessero toccare, che sensazione darebbero le sue poesie?

Bellissima domanda, a cui rispondo citando un bellissimo libro, per me letteralmente fondamentale. Mi riferisco a uno dei due principali studi di Alexander Lurija, il grande neurologo russo il quale, a differenza di Freud che seguiva molti casi per breve tempo, ne seguì solo un paio, ma per vent’anni. Quello che mi interessa di più parla di un mnemonista (molto simile al personaggio di Borges, Funes el memorioso) che finisce per esibirsi in un circo. Lurija cerca di aiutarlo a dimenticare le cose superflue, facendogli immaginare di scrivere tutto su un foglio per dargli fuoco. Perché non riesce a dimenticare? Questa è la cosa sorprendente: perché ha avuto un arresto nello sviluppo del linguaggio. In lui, cioè, resta fortissimo il legame sinestetico, che assicura alle parole un peso e una presenza per noi inimmaginabili (questo fenomeno psichico consiste nell’insorgere di sensazioni auditive, visive, tattili, olfattive e gustative, in concomitanza con una percezione di natura sensoriale diversa). Nel circo, per esempio, a inizio spettacolo, il mnemonista si faceva elencare decine e decine di sillabe senza senso, e a fine serata le ripeteva tutte, senza errori. In che maniera ciò era possibile? La risposta era questa: «Come potrei non ricordarle? La r così amara, ruvida, la v così luminosa, accecante», etc. Il caso più divertente si verifica quando, in un ristorante, si accorge di un errore di stampa nel menu ed immediatamente fugge via, in preda a conati di vomito. Non poteva più mangiare, era come se avesse visto uno scarafaggio nella minestra! Per lui, infatti, il linguaggio “era” la realtà, e possedeva la sua stessa una forza estrema. Questo per dire che, secondo me chi scrive ha una sorta di ipersensibilità, di ulcerazione che lo rende particolarmente reattivo al linguaggio, quasi una sua preda.

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[Sul bordo d’ogni cosa s’affaccia…] – di Gianluca Garrapa (post di Natàlia Castaldi)

C) sul bordo d’ogni cosa senza limite s’affaccia l’aria di.
ed è semplificato adesso il gioco e la navigazione segue stelle
-marine, non lo sapevo.-
dalle scalette di un’improvvisata aria di festa scende l’abito del tuo corpo sessuale.
è in fine il piacere pornografico che inizia col moralismo d’abito che sai.
così alla fine del resto dei corpi sudati e che hanno goduto
così alla fine di ogni godimento non resta che il desiderio ultimo
quel tuo amore.

D) è bene il turgido del pene mentre vibra
l’animale recondito che detta un immorale desiderio
senza aver goduto.
lo sai? non devi far la spesa quando hai fame
e non devi parlar d’amore se il corpo non è già esploso
dilapidato sprecato e stanco
se prima non hai ammalato l’anima di bestia che sei
per voler l’angelico sentimento senza corpo che sai
non esiste. lo scandalo il sottofondo soffocato dell’ansimante contraccolpo
e poi stanchi esausti sfiniti dal porcile di sudore e liquidi
allora soltanto allora
inizieremo a darci un nome
inizieremo a spiegarci quel po’ d’amore
senza altro scopo che non sia speculare l’anima
che solo allora può darsi un dove.
credimi
è dopo aver massacrato il corpo che puoi sfiorare l’infinito.

*

Gianluca Garrapa

(n+1) – foto e testo di Gianluca Garrapa (post di natàlia castaldi)

(n+1) Gianluca Garrapa

è ed e. l’amore oh oh l’amore. ricordi? il gioco meta_personale dell’amore? perché? è ed e. un eufemismo del cazzo.
questo è il tuo amore. un eufemismo. come donna è l’eufemismo cortese di troia e omosessuale l’eufemismo conveniente di frocio.
l’amore oh oh l’amore. il fuoco enne_occasionale? che non t’ha mai segnato?
_un plettro serve ad amplificare una corda o a salvaguardare l’ipo_derma delle dita disavvezze a carezzar la pelle_

n) guarda ragnatele_visive: beh, non è una fiction (certo lo è la tua vita) (la mia vita è non di certo).
n+1) osserva quell’immagine: non direbbe nulla ma solo il nulla cui sottrarrei di_certo vita per raffigurarmi questo nulla simile in ogni_modo alla tua vita evitata. evitata e non vissuta.
povera lei povero io poveri noi, ad elemosinarti uno spropositato ego di muscolosa muffa.

n) senti il rollìo di una carena: ecco sono di questo sapore i baci che reggi come un atlante senza più mitologia.
n+1) ascolta e noi ignoranti infine saremo la coppia che ti adotta come un orfano di cuore e amore per il tuo muscoloso_il tuo meccanico dare&prendere – senza donare_ricevere –

rif. dissipazione senz_orizzonte culturale e potlach senza mistica di mana. di anima di cose. di eversioni psichiche. come una puttana la tua sensazionale sensazione sfolgora brucia e non si cicatrizza. è il negativo permanente d’una scia chimica nel cielo. è cicatrice incarbonita nella corteccia. l’avvallatura nera di carbone. una ripetizione d’un’immagine già morta.

è ed e. ma l’amore l’amore ma. non bisogna ossigeno né temperatura da fornace. il gioco_fioco_fuoco dell’amore è particola nell’immensario dei gesti calcolati del tuo passato_quotidiano.

Gianluca Garrapa

5 – foto e testo di Gianluca Garrapa (post di natàlia castaldi)

5 – @Gianluca Garrapa

5. dava l’idea apparente di un immaginario. un vuoto tentacolare e senza via d’entrata. un incendio in pieno volto di luna. un intreccio egoistico di due egoismi. un vaniloquio disperso. un centralino emorragico. un coartante senso di voler essere in_abbandono. uno dei tanti fantasmi che, accidenti, torna proprio mentre ne stavi stilando la fine nel catalogo degli indecisi perenni e. vedi? non sei quell’unica possibilità, che impossibilmente. e quanto c’è. e quanto c’è da dire. e quanto amore hai donato, che ritorna come un boomerang e t’investe in pieno volto. sarà la nostalgia? o la prevista previsione del futuro che non accetti già da prima, prima che sia. prima che sia passato. ama te stesso prima di amare qualcun altro e. prima che passi il passato in deflagrante futuro. il futuro con le mani nel sacco di un passato presentato in vivande di un opportuno capodanno.

Gianluca Garrapa