Gianfranco Fabbri

Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

fabbri_01Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

di Luca Cenacchi

 

In questo articolo mi propongo di analizzare Stato di Vigilanza (Manni, 2007) di Gianfranco Fabbri al fine di delineare un rapporto tra lirismo e rappresentazione della realtà che non ponga unicamente l’enfasi sulla modalità diaristica e autobiografica, sempre aperta ai pericoli della mitizzazione privata, ormai invalsa in molti autori del panorama contemporaneo.
In questo libro Fabbri riprende il lirismo proprio dei maestri (per lui Saba e Caproni sopra a tutti, ma anche Sereni), e pone l’accento sulla descrizione-rappresentazione che finisce per trasfondere l’esperienza personale nella realtà stessa. L’autobiografismo, se è lecito parlare in questi termini – in realtà pare di essere più davanti a un diario di un osservatore scrupoloso, dunque diario-mappa –, è utilizzato da Fabbri come strumento in grado di stabilire un rapporto di continuità con il reale e la propria intimità.

Prima di passare al cuore del libro, con la sezione gli oggetti i sogni e l’altra vita, la parte prima del radio­dramma merita una menzione non solo per competenza stilistica, ma anche perché è in questa sede che vi è la riappropriazione del femminile, che permette l’autocoscienza e dunque consente di mettere in moto la macchina della nominazione centrale nelle fasi successive del libro.
In questa sezione il femminile sembra sottrarsi continuamente. Sin dalla prima poesia Fabbri rimarca la distanza tra l’io e la figura femminile, ma nonostante il continuo sottrarsi questa si dimostra necessaria, come se desse la possibilità all’io lirico di riconoscersi: «come se la coscienza/ potesse no­minarsi senza di te». Anche quando si pensa di averla scovata essa si disfa palesando la propria sfuggenza: «assalti nel cono/ d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle». Per questo si può in fondo dire che il libro si apra con l’enunciazione di un’assenza. Dimensione idilliaca, che collima sempre con la sofferenza e l’infezione del giorno. È in questo frangente che Fabbri torna nel tessuto della tradizione e dimostra di saperla variare tra Saba e Palazzeschi: l’assenza diviene un fantasma fra gli echi di un rubinetto gocciante.

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.
.                   Sei tu che gemi
.                   Nelle ossa di una
.                   morte apparente?
Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
-ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana?-

Come si evince da questo testo la figura femminile è rappresentata come entità sfuggente; tuttavia si rivela centrale poiché, come espresso nella lirica ti so frangente, è solo attraverso il ricongiungimento con quest’ultima che l’io poetante potrà chiamare «le cose col nome delle cose». Fabbri, poi, procede a delineare con chiarezza i momenti fondamentali in cui il poeta opera. Il primo di questi è una dimensione di sospensione e potenza rituale: l’alba. Un secondo è la notte nella quale si dispiega l’intimità dell’io «un porta-gioie dove conservi l’oro di famiglia». In ultimo abbiamo il giorno leopardianamente inteso come infettato anzitutto «dell’abominevole colpa del vissuto». La tripartizione in questi tre periodi intende fungere da spazio in cui il poeta si muove e osserva la vita, le cui parti ed elementi potranno essere ‘detti’ attraverso una riduzione oggettuale. (altro…)

Maurizio Brusa “Una vita scalza”. Imola, 31 ottobre 2017

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Una serata dedicata alla poesia di Maurizio Brusa nella splendida cornice offerta dalla BIM Biblioteca Comunale di Imola. L’occasione per parlare di Maurizio Brusa, della sua vita, della sua ultima raccolta, La vita scalza, nonché di un percorso poetico che ha lasciato un segno negli amici e in chiunque abbia incontrato i suoi versi. L’occasione per iniziare a conoscere un poeta che scelse di vivere defilato ma non assente.

Interverranno: Alessandro Brusa, Antonio Castronuovo, Maurizio Cucchi, Salvatore Della Capa, Gianfranco Fabbri, Carlo Falconi, Matteo Fantuzzi, Franco Minganti, Francesca Serragnoli, Stefano Simoncelli, Giancarlo Sissa, Gabriele Xella.

Oggi, martedì 31 ottobre 2017, alle ore 20:00, presso la BIM Biblioteca Comunale di Imola.

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Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

Cultura come Universo: ‘Il tempo del consistere’ di G. Fabbri (di L. Cenacchi)

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Gianfranco Fabbri, fondatore dell’Arcolaio di Forlì, esce, dopo un lungo silenzio, con il libro di prose Il tempo del consistere.
Si intuiscono subito, anche a una lettura sommaria, le molteplici sfaccettature di cui questo libro è carico e, di conseguenza, la difficoltà di impostare un discorso critico che possa abbracciarle tutte. In questo articolo prenderò in considerazione, da una parte, la riflessione sul tempo sottesa alla struttura del libro: di come la sua struttura lirica interpreti il sentimento del tempo postmoderno; dall’altra come Fabbri, non riuscendo più a poter concepire genuinamente una identità e un sentimento lirico legati al territorio, opponga a questo una de-realizzazione che lo proietta nell’orizzonte culturale della coscienza, il quale si rivela nuovo universo d’interazione.
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  1. La frammentazione del tempo

Questo libro, inevitabilmente, è anche un’opera che concerne il sentimento del tempo.
Il tipo postmoderno non può più concepirlo come un continuum, come progresso e ha teso a frammentarlo rivalutando così «l’attimo isolato e isolabile»;[1] oggi lo scrittore «tende a una percezione omogenea di un tempo galleggiante, che sottomette l’essere all’istante».[2] Anche Il tempo del consistere non fa eccezione e infrange il continuum, il progresso cronologico, chiudendo gli eventi in componimenti singoli che, a loro volta, sono diluiti dalla coscienza dello scrivente che li percepisce. Difatti il libro si fonda su un rilancio tematico di concordanza od opposizione. Così il campo d’azione non diviene più la realtà, ma la coscienza, la quale impone il tempo, per così dire, dei suoi frammenti, i suoi istanti sempre attuali.
Questa suggestione dispiega, così, il senso etimologico del titolo del libro Il tempo del consistere (cum+sistere, stare fermo, stare saldo, avere il proprio fondamento in…), dunque radicarsi nell’istante della coscienza. Questa peculiarità si può ritrovare sin da subito nell’episodio Non mi va di alzarmi che apre la prima sezione del libro, Echi del passato. Qui percezione esterna e interna si fondono.
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  1. Realtà e cultura

Qual è la conseguenza di questa fusione? Ovviamente uno straniamento dalla realtà. O meglio: vi è una dipartita dalla territorialità, che non può più rispecchiare l’io. Questo è sintomatico, soprattutto, nella sezione L’occulto sguardo dal presente in cui vengono dipinti paesaggi desolanti e vuoti, assieme a difficoltà comunicative con altri personaggi. Nel trapasso dalla prima alla seconda sezione l’impressione ricorrente è che il mondo abbia perso qualcosa: l’efficacia del rapporto umano. Difatti la dimensione del gioco, che la incarnava, viene quasi totalmente a mancare; viene così sostituita da suture precarie e frangenti di pura incomunicabilità. Ritorna un dialogo con gli oggetti,[3] ma non è altro che lo specchio di quello con gli uomini: nel migliore dei casi momenti passivi, come la tastiera, oppure la macchina gialla.
In questo modo Fabbri registra lo sgambetto che il mondo fa all’uomo, anche se qui si dovrebbe parlare ancora di poeta: non tanto la perdita dell’altro quanto la difficoltà comunicativa o, a volte, l’impossibilità comunicativa.
Ma quello che soccorre il Nostro nell’inerzia di questo immaginario è proprio la ‘suggestione della cultura’ che si rivela un universo gravido in cui agire e dal quale ci si può lasciare fecondare. Nell’omonima sezione, così, l’ipotetica biblioteca di Fabbri (che chiamerei biblioteca essenziale), più che per titoli, è ordinata per nominativi in cui si innestano le riflessioni dell’autore. Questa caratteristica prosegue alternamente anche nelle successive sezioni.
Così la realtà straniante viene sostituita dall’immaginario culturale, che è quello della coscienza. È questa la cosa interessante di questo libro, che lo apre a sviluppi interessanti e a congiunture inattese. Quello che rimane certo è, fra le tante cose, la transizione d’identità cui l’autore è stato obbligato. L’io, non potendosi più rispecchiare nel territorio, tende a compiere una parabola d’astrazione, ma senza rinchiudersi in una sterile autoreferenzialità. Difatti la suggestione della cultura, obbligandolo a un confronto, impone all’io di uscire fuori di sé per poi ritrovarsi accresciuto. La cultura diviene così non solo un silenzioso interlocutore, non restituisce soltanto l’equilibrio perduto,[4] ma si scopre depositaria di quell’umanità smarrita. Io credo non sarebbe un errore sillogizzare: cultura come essenza dell’essere umano. Perché? Perché la dissoluzione dell’orizzonte geografico ha aperto possibilità di virtualità totali ed è in questa totalità d’immaginario, intesa come molteplicità di suggestioni amalgamabili[5] e comunicanti, che si dovrebbe costruire un identità comune, almeno nell’utopia letteraria. In questo libro Fabbri, mi pare, si sia aperto a questa possibilità, alle sue molteplici virtualità, e per un certo verso, rispecchia anche, seppur sia un uomo profondamente legato al ’900, l’architettura plurale, anche se confusa, del nuovo millennio.

© Luca Cenacchi

Note
[1] Postmodernismo e letteratura in Bertrand Westphal, Mappe della letteratura europea e mediterranea, Mondadori 2001.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. pp. 44, 46.
[4] Cfr. Ciò che mi frega è lo specchio.
[5] Ma non deve essere operazione intertestuale, qualora si considerasse intertestualità la giustapposizione paratattica di elementi letterari.

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Luca Cenacchi nasce a Forlì nel 1990. Ha scritto prefazioni a raccolte di versi. Suoi articoli critici sono apparsi su Poetarum Silva, Fara poesia, Kerberos Bookstore e la piattaforma Laboratori Poesia della Sammuele editore. Sue poesie sono pubblicate in antologie, fra le quali La mia sfida al male (Fara 2016). Collabora con il Centro Culturale l’Ortica.

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

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Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti

Nota a Nuove nomenclature e altre poesie, di Anna Maria Curci

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie (L'arcolaio, 2015)

«Volano stracci intorno./ I veri hanno colori/ da tuta mimetica,/ inodore è il tanfo.// Nella notte ti culli/ e ti spaventi a vuoto/ per Lumpen variopinti/ (rinnegati parenti).// Il cencio del risveglio non porta la ragione./ pre-fissi la coscienza/ con novelitas lumpen». La poesia di Anna Maria Curci mi appare come attraversata da una scarica elettrica o da un tremito nervoso irrefrenabile che si fa parola armata e scattante. Questa sensazione ritorna rafforzata dopo la lettura dell’ultimo suo libro Nuove nomenclature e altre poesie − edito da L’Arcolaio, 2015, con prefazione di Plinio Perilli e nota di lettura finale di Gianfranco Fabbri. Anche questa densa e articolata raccolta nasce da un’attenzione minuziosa e spasmodica per la realtà, in tutti i suoi aspetti, sia per quelli apparentemente transeunti e quotidiani, o più ampiamente contemporanei (Sta dalla parte dei respinti/ e non l’ha scelto. Il tedesco/ lo chiama nero, se lavora,/ a bordo passeggero cieco.// Il francese lo bolla senza/ carte, per l’inglese è immigrante/ illegale. Soliti ignari,/ qui, rispolverano il latino.// Eppure, “di nascosto” era “clam”:/ cosa c’è di segreto in chi,/ nell’angolo, prega che lingua/ non taccia e copra il suo destino?), sia che essa si apra verso il lungo respiro della storia, storia che entra nel verso per lampi e accensioni, legando macrostoria e storia familiare (Sono nipote di un eroe di guerra/ miracolato a un filo, poi travolto/ da un camion per improvvida manovra// e di un coscritto fuggitivo, preso/ e recluso nell’isola severa./ Non vidi mai l’eroe, l’altro mi crebbe.). Rivelando, così, il senso segreto del dettato della Curci: una meditazione sofferta, indomita e sagace, sul destino dell’uomo, come emerge dalla poesia 16 ottobre 1943 (Se Cassandra è Celeste,/ è vestita di nero/ è scarmigliata e sciatta/ è fradicia di pioggia.// a vuoto profetizza, scombinata com’è./ “Sfiduciata speranza”/ apre gli occhi e li chiude.// Nell’alba successiva/ le grida stropicciate./ Razzia, rastrellamento/ nel cielo grigio topo), sul suo rapporto col dire e col senso che da esso ne scaturisce. La cifra poetica della Curci oscilla tra attenzione e disincanto, ironia, che a volte diventa sarcasmo, e compassione, nel senso proprio ed etimologico, verso le cose, gli uomini, ogni evento del mondo. Naturalmente questo sguardo acuto e selettivo diventa, nelle pagine del libro, precisione chirurgica del dettato poetico, stile. L’amplissima gamma di sensazioni e riflessioni che emergono dallo spazio bianco del foglio sono rese attraverso il filtro rigorosissimo del verso, attraverso un’attenzione ossessiva alla parola, alla precisione del dettato, come se da una parola di troppo o da una virgola sbagliata potesse dipendere il crollo non solo del senso del componimento, ma dell’intero mondo da esso evocato. E qui si manifesta un’altra caratteristica fondamentale della poesia della Curci, l’unione simbiotica tra senso e verso, il senso del dettato emerge dal rigore della versificazione, dalle forme chiuse e dal suono stesso dei versi. È la forma dei versi che permette ai contenuti di potersi esprimere nella loro pienezza, nella loro dimensione, di volta in volta, rivelativa, sapienziale, ironica e, viceversa, è la pienezza del senso che ridesta nella loro funzione originaria, nella loro armonia musicale, quelli che nel corso del tempo sono diventati gusci vuoti, soppiantati dalla versificazione libera novecentesca. Nei testi di Nuove nomenclature i metri della tradizione poetica italiana, l’endecasillabo e in particolare il settenario con la sua scattante icasticità, assumono nuovo vigore, essi esprimono la misura giusta per rinominare la realtà, per darle una nuova e inaudita nomenclatura e quindi per ridefinire un ordine, un’armonia (anche di suoni, attraverso un uso sapientissimo delle allitterazioni e delle rime) che sembra ormai perso sia nella parola che nelle cose. Si veda a tal proposito l’uso delle quartine e dei distici che fanno insediare i versi della Curci in una dimensione epigrammatica, fondata sui pilastri dell’ethos e della memoria. Queste due istanze sembrano emergere dalle attività che la Curci esercita nella vita e che affiorano tra le pagine del libro: la traduttrice e l’insegnante, mestieri che sono entrambi, al tempo stesso, un esercizio etico e della memoria. La cura per la traducibilità della parola, per le sue potenzialità analogiche e simboliche, che mette a confronto due lingue e le rende rivelatrici l’una dell’altra (Nella torre a Tubinga/ scriveva Scardanelli/ quel bagliore di alture/ che cerco di tradurre) è la stessa cura che è presente nella trasmissione di generazione in generazione del sapere e della sua ricerca attraverso il desiderio (Assennata e composta la bambina/ sorseggia il tedio tutto fino in fondo). La fede nella parola che contraddistingue l’intero libro, della parola come salvezza dall’oblio, diventa esplicita e drammaticamente struggente nell’ultima sezione, Canti dal silenzio, in cui l’intera trama del libro si rivela come un tentativo di ricostruire, attraverso l’ascolto, la partitura del dire e dell’esistenza (Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota./ Ricostruisci la tua partitura:/ è proprio quella che appare distante), di ritrovarne i legami profondi, oltre il disincanto che ogni esistenza porta con sé e che la poesia stessa deve attraversare fino in fondo (Si aggiunge un giorno al conto delle farse./ Magri gli ingaggi, al verde le comparse). Esistenza e parola che però possono essere fatte nuovamente proprie solo attraverso una distanza, un filtro, la soglia del silenzio e del suo corrispettivo spaziale: la pagina bianca, che sola permette un ridestarsi del canto, un emersione di senso, un reincantamento del mondo, fosse anche solo per dirne la sua intrinseca illusorietà (La schiena scricchiola senza spartito/ precipita la suite della speranza/ nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto).

© Francesco Filia

Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie di Gianni Montieri

‘La vocazione della balena’ di Claudio Pagelli. Recensione

www.mondadoristore

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Quando il mammifero è ciò che ti resta di me
A corpo libero, in tutto l’istinto che c’è.

Mammifero, Subsonica in Amorematico, 2002

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Non è un caso che Claudio Pagelli scelga un titolo nominale per la sua raccolta poetica La vocazione della balena (L’arcolaio, 2015. Collana La costruzione del verso diretta da Gianfranco Fabbri), utilizzando due sostantivi come ‘vocazione’ e ‘balena’. L’animale che Pagelli sceglie è un mammifero, come l’uomo. Non è un azzardo citare quindi un noto successo pop dei Subsonica, posto in testa a questa recensione; la balena potrebbe da subito apparire come l’altro-uomo che s’inoltra “a corpo libero” nelle peripezie della vita quotidiana e che tenta di viverle sino in fondo lanciando una sfida in versi allo scorrere dei giorni, competizione che poi potrebbe essere la sua ‘elezione’.
È lucido lo sguardo del poeta, ben evidenziato nella prefazione concisa di Guido Oldani, che esalta la qualità del ritmo, l’efficacia delle similitudini rovesciate, che lo annuncia come un autore con il piede nel terzo millennio. Di certo il bestiario di Pagelli – anche titolo di una sezione, Bestiario d’ufficio, ma il luogo di lavoro è più volte richiamato e traslato in tutto il volume − ci porta a rileggere il nostro presente, a considerarlo intriso di un senso di obliquità che appartiene a tutti, e da cui non possiamo sfuggire. È complice ogni immagine che ci invita non a interpretare ma a cogliere “oltre”. In questo la forza dei versi, irriverenti, contenuti dalla (e nella) forma. Si può citare, ad esempio, il doppio ritorno delle “meduse” (“le cuffie sono meduse leggere”, p. 16; “le soffici meduse dei pollini/ 
nuotano esatte la vasca d’aria/ 
all’ultimo piano dell’edificio –”, p. 26), qui zoologicamente intese ma che potrebbero anche essere trasfigurazione del mito e di un portato culturale quindi, in un senso contemporaneo. Il senso di precarietà – di cui fin troppo si abusa oggi – è sotteso nella scelta linguistica dei titoli, nella punteggiatura, nella scelta delle minuscole in luogo delle maiuscole. La sezione Burattini fa pensare a chi è assoggettato al potere di qualcun altro, anche al giogo della parola, ma anche la precedente Caffè in sette quarti ammette che le sue quartine siano da leggere “sorbendo” un tempo dispari. Il 7/4 è un tempo che in musica dilata idealmente l’idea del tempo – utile all’assorbimento del caffè -, ma resta dentro la criticità del dispari, è nervoso, e quindi richiama un certo equilibrio transitorio. Pagelli, tuttavia, ci suggerisce tutto ciò utilizzando il metro della tradizione e affidandosi alla rima, non lasciando nulla al caso stilisticamente, con il collo (e l’orecchio) di tre quarti teso al passato, anche a quello più recente del citato Simone Cattaneo o di Ivano Ferrari, solo per fare qualche nome. Questa l’originalità del suo poetare e della sua voce.

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“call center”

ora che tutto riparte
in questa selva lampeggiante di voci
le cuffie sono meduse leggere
sulle teste degli operatori che oscillano come boe marine
e le bocche gonfie di parole, promesse d’occasioni
nel mercato virtuale
l’abbonamento migliore alla novità in visione –
l’estrema spremitura della buona volontà…

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*

“terzo piano”

anche milano balla
la rumba del sisma –
nella pancia di mezzogiorno
il vetro oscilla, qualcuno grida
la tipa in fondo la fila
scatta come un topo e se la svigna dalle scale.
il capo, invece, ricurvo
fra i cavilli di un contratto
neppure s’accorge
della scossa del grido del ballo di gruppo…
(roba da poco l’oscillazione del globo
se la clausola si nega all’espulsione
se l’equilibrio è di carta e l’inganno la sola visione)

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*

“le oche”

ingozzati come oche
destinate all’esplosione
si resta nella cella
in attesa della cena,
la maschera che s’apre
e la voce che riparte
nel solito carnevale
(la sera che scende, il sole che sale) un pensiero s’infila
quasi per sbaglio nell’aria –
che serve la mia presenza
la zampa rotta dal peso
se neanche so se è vero
il dio della tua preghiera,
se il grande cielo che vedo
è l’esordio della buona novella
o il culo azzurro di una balena…?

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*

“meduse”

le soffici meduse dei pollini
nuotano esatte la vasca d’aria
all’ultimo piano dell’edificio –
sembra una metafora del male
più che il bussare della primavera…
e l’urticante indifferenza delle cose
striscia il respiro vicino, buca piano
il corpo del mondo, senza avvertire
il minimo dolore, il danno frontale dello schianto…

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“quartina n.1”

tutto di fretta, anche questi versi
rubati alla bocca del tempo
come fiori nati sul cemento
fratelli degli altri, ma diversi…

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“quartina n. 5”

dice di essere un vero imprenditore
uno che viaggia in prima da gran signore
per affari di radio e televisione
qui solo per svago a sudare sotto il sole…

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“l’attore”

che si contorce e dà voce
alle voci, smaschera mascherandosi
le rose sottili, le spine atroci…
eccolo – signore e signori – lontano
dal centro, dal rogo invisibile delle cose,
gira su se stesso come un frullatore
abbaia alla luna come un cane –
non c’è niente che non possa fare
nessuno che non possa surrogare
io sono il sogno, il grillo di zucchero
che sfama la bocca grande della sera,
sono il padre e la madre, l’errore e la catarsi
e posso pure insultarti
dire quello che penso ed il suo rovescio
e tu applaudimi sempre, anche se dal palco in testa ti piscio…

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*

“la vocazione della balena”

aperta la bocca
come una grande balena
la lingua di gradini
aspetta la prima cena –
timidi mitili, pesci azzurri
ed altre specie minori in arrivo al binario sei
(dice la voce inudibile
nella pancia della stazione….)
e come pesci non si domanda
s’entra a branchi involontari
ognuno col suo bel colore
avuto in prestito dal caso,
chi prega chi pensa chi legge il giornale
chi bianco in volto chi gonfio come un gommone
chi già rosso con la lingua che cade…
l’ombra di granchio del vecchio professore
sbanda un poco sulle scale, nella borsa marrone
qualche lisca di sogno, una frase di commiato
sugli appunti dell’estrema lezione…

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Claudio Pagelli nasce a Como nel 1975. Autore de L’incerta specie (LietoColle, 2005), Le visioni del Trifoglio (Manni, 2007), la plaquette Ho mangiato il fiore dei pazzi (Dialogo,2008) e l’e-book Buchi Bianchi (Clepsydra, 2010).
Premiato e segnalato in numerosi premi letterari di interesse nazionale tra cui “Il Fiore”, “Antica Badia di San Savino”, “Città di Capannori”, “De Palchi Raiziss”, “Dialogo”, “Il Lago Verde”. Sue poesie compaiono in cataloghi d’arte, riviste di settore e siti a tema. Presidente dell’Associazione Culturale Helianto, vive e lavora a Rovello Porro (CO). Quella che oggi proponiamo è la sua ultima raccolta.

Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie

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Anna Maria Curci – Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

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Leggere le poesie di Anna Maria Curci significa, tra le altre cose, accettare numerosi inviti. Significa giocare su più tavoli, con più giocatori. Quando si leggono i versi di Anna Maria Curci, si sta dentro il nostro tempo, molto caro alla scrittrice e traduttrice romana, ma, contemporaneamente, si è invitati a confrontarci con la storia. Quello che è accaduto prima di noi, delle nostre vite e in quelle degli altri, segna il nostro presente e, che ci piaccia o meno, il nostro futuro. La storia entra nelle parole, ci entrano le guerre, i bombardamenti, ci entrano i ricordi, i racconti dei vecchi. Conta la memoria. Il bianco e nero vale quanto una fotografia a colori. L’altro invito che riceviamo è quello del confronto con la letteratura. Anna Maria Curci convoca in queste pagine tutte le sue letture, i suoi studi. I libri e gli autori che ha amato o che l’hanno influenzata. Gli scrittori, quasi sempre europei, sono o citati indirettamente, o menzionati, o, comunque, fonte d’ispirazione. A farla da padrona è la letteratura tedesca, di cui la Curci è ottima e inesauribile traduttrice. Si sente la Bachmann, si sente Trakl, e poi Pastior, e molti altri, ma anche il nostro Scotellaro. Sono lì presenti e irrinunciabili.
Per questi motivi leggere le poesie qui raccolte vuol dire leggere anche molte altre cose, vuol dire mettersi in un’ellisse dentro la quale spostarsi di rimando in rimando, di pronuncia in pronuncia. Significa, in sostanza, prendere appunti e andare poi a cercare qualche libro, qualche passaggio. Traendo ispirazione dalla letteratura che ama, Curci fa un regalo a noi, non ci resta che accettarlo.
(altro…)

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: quattro prose

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da Estate 1997

2.

Ieri sera leggiucchiavo una nota su Caravaggio.
Di fianco, in due colonne, era riportato un suo ritratto giovanile che non ho potuto fare a meno di mettere vicino a quello fotografico di Picasso.
Chissà perché vicini.
Neanche ci fosse una reale somiglianza.
L’unica cosa in comune è il genio; l’essere considerati due dei massimi personaggi della storia dell’arte di tutti i tempi.
Eppure…
Sarà che i Grandi un poco si assomigliano, dentro.
Oppure sarà invece che anche Pablo una sua certa violenza, del tutto diversa da quella del Caravaggio, la possedeva.
La violenza della libertà di stile.
L’arrivare al Cubismo attraverso uno scandalo riconosciuto.
Ovvero, il Bacchino Malato del Lombardo come qualche toro arcionato dello Spagnolo.

da Autunno 1997

1.
Non le solite nebbie d’inizio autunno.
Ancora caldo, atmosfera insana.
Scuote la terra, nel cuore dell’Italia. Ferita è Assisi.
Scuote la febbre della stolidità: caduto è oggi il governo: che ne sarà di noi?

 Studio con estrema lentezza un poco di Platone e mi accorgo che la sua Utopia mi fa paura. Mi piace soltanto l’idea che ha del saggio, del filosofo. Costui dovrebbe governare la città della repubblica ideale, inseguendo il compromesso per il rispetto di ognuno. Ma l’ammazzare i figli nati deboli, o quelli nati da rapporti non previsti, mi inquieta assai.

 È ottobre, sì.
La sera cade in fretta, quasi di soprassalto. Pare un traditore che venga a fare il proprio mestiere. Alle spalle, di soppiatto, per soffocarti.
È il terz’ultimo ottobre del secolo e anche del millennio.
Cade il governo e tira il terremoto.
Il tempo non è più lo stesso di una volta.
Trenta gradi di giorno e la gente strana, che sbanda che non sa a quale santo appellarsi.
Qual è la ricetta per una buon’esistenza?
Mi diceva mio padre che è stata scoperta una stella cento volte più grande del sole; e nella nostra Galassia, per giunta.
Qualcuno afferma che, nonostante questo, tutto sia normale.

6.

…Poi giunse a Cesena la notizia che Renato era morto sul fronte. Era il 20 luglio 1915.
Poi giunse a Trieste il dispaccio che Scipio era perito in battaglia (non mi ricordo il giorno e il mese: l’anno era lo stesso)…

 Alla stazione di Bologna tanti soldati provenienti dal sud attendevano il cambio del treno. Sarebbero partiti per Udine, alla volta del Carso. Giovani sfocati nelle fotografie collettive: chi beve al dispaccio; chi dorme in un giaciglio ricavato nell’angolo della sala d’aspetto. Capigliature corte, a spazzola. Visi allegri, altri pensosi. Giovani d’Italia: giovani come sempre. Giovani infine di tutte le generazioni del mondo. Alti, bassi, forti e arditi.

 …Poi giunse la notizia che un militare ignoto era morto sul campo, il giorno l’ora il mese di quell’anno…ma lo pianse soltanto la sua mamma: la Patria.

da Inverno 1997-’98

1.

Qui non contano i giorni, il loro avvicendarsi. È importante invece lo stato dei fatti; quell’impercettibile movimento che spesso trascende lo stupore. Si parla tanto di romanzo, in questo finire di secolo; si parla di crisi del romanzo e si fa accenno a una variante delle sue forme. La narrazione quasi sempre ha bisogno di un tempo al passato e di una certa capacità a ritenere: valori questi in forte abbattimento; tanto, che è più facile leggere testi scritti “in diretta”, in ‘tempo reale’.
Schermo visivo prevalente.
Però l’occhio non accetta una simile responsabilità; l’occhio vede ogni elemento, ma non scorge il pensiero. La sintassi allora muta le sue forme e i suoi oggetti: le forme, intese come legamenti tra un periodo e l’altro del nuovo “sistema comunicante”; e gli oggetti, perché alle parole si sono sostituiti i colori.

 I giovani oggi scrivono per ‘tinte’, in sintonia col “tempo reale”. Si può dire che per loro Proust sia morto del tutto; infatti essi non scorgono alcun valore nella codifica mnemonica; non contengono il passato: macinano il presente, ignorando il futuro.

 L’atto del vivere.
Il piglio, più dell’apparire che del “sentirsi”.
Si scrive per ‘gags’, per ‘trovate’.
Si avanza per organico difetto di direzione e si “fanno le pulci” alla logica dell’impianto.
Lo stile, infine. Esso è ruffiano/orale/molto svelto; senza fronzoli e di veloce lettura.
Ma alla fine, tutto risulta vano.
Ricordate l’adagio di Mengaldo su Govoni?

«Bello, ma chi ne ricorda un verso?»

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Altre prose tratte da Quadri del consistere possono essere lette qui e qui.

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: quattro brevi prose.

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da Inverno 1996-’97

 5.

 Ciò che mi frega è lo specchio.
 Di quando mi ci metto davanti.
Profilo; di fronte; di nuovo profilo.
Non sono mica contento.
Riprovo.
Profilo; di fronte; ah, dimenticavo: tre quarti.
Patemi del tipo La bella del reame. Ma, d’altra parte, ognuno ha le sue miserie.
Poi mi tiro su dicendomi sotto voce che in fondo ho altri problemi:

                            -che sono precario;
                            -che del domani ho tutte le incertezze.

È solo una questione di profilo.

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 6.

 Verrebbe voglia di dare nuove definizioni della prosa. Prosa creativa, romanzo. Ma sempre ci si accorge che tale disegno risulta impervio, quasi più difficile per me che allacciarmi bene la scarpa.
Renato Serra avrebbe forse detto: Oh, intendiamoci; le lettere sono ventuno, come son sette le note. Le pa­role che un individuo può utilizzare saranno circa il dieci per cento del bagaglio lessicale della lingua alla quale appartiene. Ciononostante, un pezzo di talento è sempre solo, come isolato in cima alla montagna della bravura. E allora? Come può lo stile soltanto dare una così grande energia a quello scritto? Chissà! Sarà per­ché quello è compromesso con la pasta dell’uomo/artista, dell’uomo immaginifico, dello sciamano che vive oltre il tempo. O forse sarà perché la stoffa è in proporzione diretta con i difetti, con la mollezza dei sensi, con la porosità “a pelle”, con l’irrazionalità e il saper speculare l’intreccio. Grazia, estetica e fianco prestato alla commistione fanno del talento la più completa foggia della chiarezza. E non occorre essere onesti, in senso intellettuale. Anzi, è vero il contrario. Più s’infrange il rigore e più si spe­cula sul vincolo del creare. Soltanto i critici hanno il dovere dell’onestà. Per una specie di contraltare, che permette il giudizio scientifico del testo.

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da Estate 1997

 1.

 Oggi pomeriggio è venuto il temporale tanto atteso.
Da una parte all’altra della città i fulmini hanno av­volto l’atmosfera, che sempre di più sapeva di ozono.
Poi il rovescio, la massa flessuosa di acqua scendere giù secondo dinamiche d’elicoide.
Venti variabili.
Temperatura in discesa; pozzanghere a forma di cri­stallo nel terrazzo del bar.
E il respiro è tornato a farsi di menta.

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 4.

 È quando il sole fa piangere gli occhi che poi si chiude lo stomaco.
Un senso di nausea, da fotofobia.
Il sole per i campi, oltre l’autostrada, che inorgogli­sce le  piante rinsavite dall’acqua di ieri. Ecco l’esatta idea di questo luglio, qui.
Basta un temporale che l’aria si ravviva di un colore diverso da quello di soli venti giorni fa. Un settembre sembra che spii dietro le nubi ormai assottigliate. E nonostante il caldo, tornato ad avvampare, il pome­riggio riprende uno dei tanti quadri di scuola veneta, con i suoi cieli, incerti se risultare azzurri oppure  croma cobalto.
Cantano comunque gli uccelli e le cicale.
Un cane, per suo conto, ruspa la terra ancora bagna­ticcia.

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Le prime due prose tratte da Quadri del consistere si possono leggere qui.

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: due prose.

Gianfranco Fabbri, Quadri del consistere

Da Inverno 1996-‘97

1.

. Ogni volta che mi allaccio le scarpe, al mattino ripenso a Giorgio Manganelli, il quale divideva con me l’incertezza di tale operazione. Esito quanto mai labile: reggerà o no, la stringa? E io, sottintende la domanda, terrò per tutto il santo giorno?
. L’incertezza di me, poi, si manifesta anche nel rap­porto che ho con la mia ombra; cattivo, del resto. Sento che lei mi gestisce e la cosa mi offende, mi umi­lia. Ma non posso ribellarmi, dal momento che il mio carattere sembra ravvisare tutte le tinte di quello del tipo “secondario-passivo”.
. Secondario-passivo?
. Sì, certo: secondario perché lascio agli altri, come alla sorte, il potere di prendere per primi l’iniziativa;  e pas­sivo perché sempre più spesso mi accorgo che provo delizia a farmi maleficiare -sia nel bene che nel male-.
. Maleficiare nel bene? Che cosa significa? mi chiederà qualcuno.
. Oh, sarei l’ultima persona in grado di spiegarlo. Però, se proprio debbo definire questa asserzione, dovrò in­dicare la facoltà mia nell’accettare qualcosa di esterno, di cui non conosco né la natura né il gradiente. E que­sto abbandono è esattamente quello che io intendo per “maleficio”. Nel bene, se l’evento sarà positivo.

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13.

. Stasera invece penso ai Formalisti russi.
. Intuire la struttura del racconto in maniera così origi­nale.
. Il poliziesco, ad esempio.
. Oh, si capisce: non è farina del mio sacco. Sto infatti leggendo il bel saggio di Tzvetan Todorov intitolato “La poetica della prosa”, nel cui inizio appunto l’autore ricorda la scuola russa, la quale prevede una fabula e un intreccio, dove la prima rappresenta la vicenda evocata e il secondo è il libro stesso, ovvero il modo con cui lo scrittore ha composto il romanzo.
. Bello, mi piace.
. Uno arriva lì, nel punto nodale, e trova il cadavere della vittima, senza sapere che cosa è successo e come si sono svolti i fatti che hanno condotto all’assassinio. E questa è la fabula. Poi questo tipo decide di narrare le mosse future dei personaggi che a mano a mano giungono nella stanza, e fa nascere un intreccio, nel corso del quale si tenta, attraverso carat­teri/mos-se/piccoli particolari/alibi e confessioni, di risalire alla causa. C’è della curiosità; il lettore sarà in­dotto a se­guire gli sviluppi e infine scoprirà il volto del colpe­vole, ma non è detto che la fabula venga sco­perta. O meglio, si tenta di ricostruirla, senza l’obbligo di nar­rarla.
. Mi piace sempre più, questo problema.
. All’interno del “poliziesco” esiste poi il cosiddetto romanzo “nero”, in cui fabula e intreccio vengono fusi. Difatti, qui si parte dalla causa e si procede in di­rezione dell’effetto. Una banda di delinquenti orga­nizza una rapina, dei cui esiti il romanziere ci dirà man mano che si procede nel testo. Si crea così della suspense. Si sa chi sono i colpevoli; non si conoscono ancora gli effetti. La fabula si snoda di volta in volta, ed è anche intreccio.
. Bellissimo, procedo.
. Todorov dice che in questo caso il detective non è immune; nel corso della storia potrebbe anche morire. Mentre nel primo caso il poliziotto era protetto da ogni pericolo, giacché viveva il “dopo” davanti al ca­davere, nel tentativo di ricostruire il “prima”.
. Colui che è veramente immortale è l’autore.
. E ancor più lo sono i Formalisti russi, i quali hanno pensato bene di porsi sopra le decisioni di quello.

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© Gianfranco Fabbri

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Libri L'arcolaioPronunciare il nome Gianfranco Fabbri (senese di nascita, forlivese d’adozione) da qualche anno a questa parte significa parlare delle edizioni L’arcolaio, la sua creatura che in cinque anni ha allestito un catalogo e un’offerta tra poesia, prosa e saggistica di tutto rispetto.
Ma Gianfranco Fabbri è stato ed è un fine poeta, un fine scrittore e un fine critico (chi come me ricorda il suo blog La costruzione del verso, ricorda pure gli interessanti dibattiti sul fare poesia capaci di coinvolgere i nomi di quanti allora emergenti si sono poi affermati e consolidati).
La sua prima raccolta di poesia, I ragazzi del Settanta, uscì nel 1989 per Campanotto; seguirono: Davanzale di travertino, nel 1993 (Campanotto), le prose di Jennifer, nel 1995 (Fernandel), Album italiano, nel 2002 (Campanotto), e infine Stato di vigilanza, nel 2007 (Manni).
Dal 2008 si è interamente dedicato a L’arcolaio, apparentemente dimenticandosi di assecondare una vena creativa che comunque continuava a scorrergli. Prova ne sono queste due prose inedite tratte da Quadri del consistere, libro sospeso tra il diario intimo (l’arco temporale è chiuso dentro gli inverni 1996-1997 e 1998-1999) e uno zibaldone, non tanto leopardiano, quanto più elegantemente proustiano; prose che ricordano vagamente le Piccole prose della sinapsi, nell’eponima e conclusiva sezione di Stato di vigilanza.
La sospensione di ogni suono e la predisposizione all’ascolto pare siano i requisiti necessari per affrontare il libro che spero non rimanga al lungo ancora inedito. [f.m.]

Ritagliando “La raccolta del sale” di Alessandro Brusa

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“Nel Silenzio del suo Sangue”: così Shelley campeggia in esergo a salutare La raccolta del sale di Alessandro Brusa, edito da Perrone lo scorso ottobre. Con questa forza, con accenti posti su silenzio e sangue, si dichiara l’amore di Brusa per i romantici inglesi e subito il primo verso è un invito: «Sei qui, cerchi qualcosa» che suona difatti, un poco parafrasato: “Se sei qui è perché cerchi qualcosa”; oppure, sembra dirci l’autore: “Cerca, avanti, seguimi, seguitemi qui tra le righe, prendetemi con voi, secondo quanto ora vi dirò”. Troviamo infatti confessione, intimità e resa tra queste pagine e ripetute forme di assottigliamento: di parola, di figure, in movimento tra sentimenti e apprendimenti snocciolati in rapida successione. A fior di labbra talvolta, nei casi migliori, e si potrebbe anche azzardare con la mente un ponte con il Giudici di “O minima intenzione a fior di labbro: / di ciò nel fare cose di parole / alunno e fabbro”. Brusa, ecco, lo fa in alcuni momenti con l’accento giusto, con «viso onesto / … sporco magari, e con la parola meno adatta / stesa proprio lì, / sul confine azzurro del labbro». La confessione di cui è portatore si compone progressivamente sulla traccia di una ferita in attesa di cicatrice. Così è che «con fatica mi lasciavo / prestare a quel mondo» portandoci – grazie a un forte, incisivo enjambement – dentro il suo «mondo da riordinare». A questo servirebbe dunque il sale, sparso sulle ferite che l’esistenza sa riservare: a tentare l’ordine, la cucitura, la cicatrice. Raccogliere il sale, raccogliere parole: «: che il sale mi è figlio / e lecca la mia pelle». Da notare il “due punti” utilizzato a inizio verso, qui come in diversi altri passaggi di testo. Lo segnala rapidamente anche Gianfranco Fabbri nella postfazione; si tratta di un indizio che merita una particolare evidenziazione, perché sembra indicare dell’autore una particolare voglia di dire, di spiegare, mettendo sull’attenti il lettore.
Tanto che con l’andare della lettura s’infittisce la misura dell’ascolto, mentre si produce di continuo una volontà di ritagliare versi, isolarne anche soltanto dei frammenti, togliendoli così da un eccesso di “io in azione”, manifestato spesso in incipit («Cammino»; «Ho imparato»; «Mi guardo»; «Mi coloro») proprio per ricondurne senso e portata a occhio e orecchio maggiormente universali. Se «La raccolta del sale è / una stagione… » è l’affermazione con cui l’autore si assegna un margine di tempo per mettere ordine alle proprie ferite mediante la cristallizzazione della scrittura, uno dei versi centrali appare: «e cancello i corpi, di cui sono / lastricate le acque…», reso potente dall’uso, ancora una volta, di un forte enjambement.
Peraltro, a fronte di questa “voglia di ritagliare” prodottasi nel lettore, la tendenza pronunciata in tutto il lavoro è verso la prosa, declinata a un continuo, sotterraneo raccontare/raccontarsi di “un io senza dio” e il “tu” utilizzato di volta in volta altro non è che compagno di strada, sponda necessaria, volano di chiarificazione di quell’io-testimonianza. Un tu e io, tuttavia, posti in dualismo, spesso con nettezza, senza veli, nel cuore di una «malevolenza privata».
Nella seconda sezione, ispirata da “La stella dei perduti” di Dylan Thomas, due versi spiccano e sembrano contenere tutti gli altri: «quel suo spigolo fatto frontiera» in una poesia e in un’altra il verso: «dove il tuo nome è famiglia». L’autore vuole evidentemente fotografare il limite della perdita per condividerlo nel sangue di chi resta, fissandone respiri e battiti. Elemento, la condivisione, ribadito a chiare lettere («Il lutto va condiviso» scrive Brusa) anche nella terza sezione.
Con le ultime due sezioni del libro, dietro l’omaggio manifestato nei confronti di Caproni prima e poi con la significativa citazione del padre dell’autore, Maurizio, si nota una decisa dilatazione dello sguardo, il campo visivo dell’autore davvero allargato, cosicché un po’ di io si perde. Gli occhi allora si puntano sui «giorni in polvere», fino a «scomodare la morte». Uno scatto in avanti, potremmo dunque dire, che porta a sposare in parte quanto si rintraccia al termine, sempre tra le righe di commento regalateci da Fabbri: «Tutto il libro potrebbe quindi apparire come la metafora totale dell’umanità. Un consorzio di membri intesi, più che altro, a rubare al fratello perfino l’anima e il nocciolo della natura umana. E tutto per una sola ragione: quella di non dover nascere di nuovo all’Unicità».

Cristiano Poletti