Gian Piero Stefanoni

Gian Piero Stefanoni, Lunamajella

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, Lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella – animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso/ che quasi ci tocca». È una parola, Lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi/ penso alla morte, al rassetto che sarà/ sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.
Ecco che la “nobile semplicità” del dire poetico di Stefanoni si illumina e arricchisce di un uso linguistico che raccoglie, rielabora e restituisce, in una forma che prende nuova vita, sostanza e colori, una lunga tradizione di poesia, in lingua italiana, in dialetto (con una perla in epigrafe, due versi del letterato abruzzese Tito Verratti, che al suo paese d’Abruzzo, Sant’Eusanio del Sangro, dedicò un libro e versi nell’idioma locale; di un altro poeta abruzzese, Vittorio Clemente, che fu incluso nell’antologia curata da Pasolini e Dell’Arco, è riportato un verso prima del componimento Fantasia), in traduzione da altre lingue. I versi di Stefanoni sanno attingere, con la conoscenza data dalla consuetudine amorevole, a un ampio patrimonio di poesia conosciuta, frequentata assiduamente, amata, diffusa con  la cura e l’entusiasmo della condivisione. (altro…)

Maria Lenti, Ai piedi del faro (rec. di G.P. Stefanoni)

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La Vita Felice, Milano 2016

Non c’è separazione di mondi, non esiste un mondo appena fuori dalla porta e un mondo lontano, di terre e di esistenze a noi estranee: è questa la lezione di vita prima che di scrittura di Maria Lenti, una vita da insegnante e poliedrica autrice che nella poesia ha l’espressione del suo timbro più alto (in un impegno di presenza testimoniato anche nella attività politica – è stata deputata infatti per Rifondazione Comunista). Così lo sguardo, così vivo, così curioso e pronto ad indignarsi o a innamorarsi, che sa passare abilmente tra le strade della natia Urbino a quelle delle rotte diversissime di Samarcanda e dall’Uzbekistan alla Cambogia, ci testimonia la ferrea volontà di comprendere e di testimoniare “la trama del rovescio” di un tempo che rema contro se stesso tra squilibri socio economici, assenze di riferimenti culturali forti e dispersione di valori. L’opposizione allora viene dalla conoscenza, dal circolo stesso di una memoria saldamente allacciata al presente nella sottolineatura delle mancanze e delle crepe, di quel dialogo intessuto di reciproche interrogazioni che fanno la cultura stessa di un paese a partire dai margini di un’inclusione o meno di tutte le sue componenti («Sentirsi nel gioco/ del desiderare e fare/ sul pieno di un insieme/ insieme che eravamo» – ci dice per voce e per eco). Proseografia della paura, questo (dal titolo di un testo) il crinale su cui si muove, disgiunta la comunità umana tra chiusure di fabbriche e disoccupazione giovanile, disastri del territorio e sangue di migrazioni in quell’«inferno posato sulla terra» di cui qualcuno nella «sepoltura d’intenti», nel «rimestare ciò che non è» di una politica dei debiti, è chiamato a rispondere. Perché è una questione di scelte e la scelta della Lenti è nella condivisione, a partire e nel cuore di un femminile che (seppure  ancora colpito da parte di uomini, mariti-padri padroni) leva con forza la sua controfilastrocca a fronte della paure e delle cancellazioni di mercanti, urlatori e recitanti nel vuoto di una “lingua intorbidata”. E che può essere vinta solo all’interno del suo stesso meccanismo, nel cortocircuito provocato da “una parola nuova” che in queste pagine si risolve in un tono tra il prosastico appunto, il colloquiale e un dotto leggermente abbassato a dire l’ironia nell’etica meditata del mondo, l’ironia ancora nella sapienza d’indagine sovente unita a sillabe e strofe ora frante tra esplosioni e rincorse di rime ora accese in argutissimi, non-sense del reale. (altro…)

Gian Piero Stefanoni, Da questo mare – Recensione di Lucianna Argentino

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Gian Piero Stefanoni mi ha fatto dono del suo libro Da questo mare, edito dalla Gazebo (2014), quando ci incontrammo alla presentazione di La bellezza non si somma di Roberto Maggiani e in quell’occasione qualcuno parlò di “preghiera laica” (a mio avviso un ossimoro senza via d’uscita) a proposito delle poesie di Maggiani e io e Gian Piero ci dicemmo che anche per noi la poesia è una preghiera. Una preghiera per niente “laica”, una preghiera profondamente e spiritualmente umana che ricerca una relazione con l’Altro in noi e in tutto ciò che ci circonda: creature e cose. E dunque nel libro di Gian Piero Stefanoni ritrovo la stessa sostanza del mio fare poetico ossia, in particolare, il non temere di trovarsi faccia a faccia con il divino. Ritrovo anche il coraggio e la forza del suo essere luminosa testimonianza dell’amore divino colto nelle sue molteplici espressioni. Fin dall’inizio, dedicando otto componimenti alle “Crocifissioni” di Manzù, Stefanoni sembra suggerirci che l’arte in tutte le sue forme è la via privilegiata per raggiungerlo, che tutta l’arte è una forma di preghiera che si nutre della dimensione verticale e di quella orizzontale (le stesse della Croce) ma tra queste spicca la parola poetica che forse è l’unica delle arti che ha mantenuto una sua purezza, riconducibile a quando la letteratura «riusciva ad essere portatrice di valori non esclusivamente letterari» (come scriveva Giudici chiedendosi se la poesia abbia ancora senso) e si è sottratta dunque dalle direttive commerciali del mercato editoriale. La poesia così come emerge dalle pagine del libro di Gian Piero Stefanoni ha ancora senso e dà senso alla nostra vita o quanto meno ci offre delle indicazioni che ognuno può far proprie e rielaborare per una sua personale ricerca: «dai al tuo cuore  giusto pensiero, giusta anima e il riflesso in voce del tuo bene.» Quello che il poeta ci offre è una sorta di pellegrinaggio attraverso luoghi che si fanno specchio al suo mondo interiore, specchio e pretesto per una riflessione sull’umana condizione di creature che vivono l’esperienza terrena come un esilio, che sentono che la loro patria non è di questa terra. Credo che tutti, credenti e non credenti, abbiamo, almeno una volta nella vita, sentito un senso di spaesamento e che non è tutto qui oltre alle domande fondamentali che gli esseri umani da sempre si pongono. W.H. Auden ha scritto: «Ogni poesia che tenda a chiarire il significato della vita deve interessarsi a due problemi su cui tutti gli uomini che leggano o non leggano poesia, cercano di essere illuminati: 1)  Chi sono io? […] 2) Cosa dovrei diventare?» Auden mette l’accento sull’autenticità perché la poesia quando è autentica è lavoro dentro l’individuo e con l’individuo, interrogazione, tensione verso il vero. Ed è verso la verità che Gian Piero Stefanoni tende, la verità della Bellezza, del Bene, della Giustizia che tuttavia inevitabilmente si scontra con il male. Il male che colpisce gli innocenti come ci ricorda nella poesia dedicata a Stefano Gay Taché, il bambino di due anni morto nell’attentato alla Sinagoga; il male che colpisce chi cerca di realizzare la propria umanità operando per il bene comune come nella poesia dedicata a Vittorio Arrigoni e il male, diciamo, quotidiano. Gli affanni, le sofferenze, le difficoltà, le preoccupazioni di tutti i giorni che affaticano il cuore umano, lo provano. Ma su tutto ciò splende la luce della consapevolezza dell’amore divino che è una fonte a cui noi dobbiamo attingere per trovare la forza per operare nel bene e per il bene senza attenderci interventi dall’alto, ma sentendoci e rendendoci responsabili in prima persona perché in ognuno di noi risuona ancora la domanda: «Dov’è tuo fratello?» Andare a Lui, nutrirci del Suo amore e poi renderlo concreto attraverso l’opera delle nostre mani, del nostro cuore. «Non darti nome ma appartieni / al mistero che anche di te sarà terra / e specchio imparando il sentire», scrive Gian Piero Stefanoni nei bei versi iniziali della poesia Lungaretta. Il mistero che circonda la vita umana e non solo, è avvertito non come un muro impenetrabile ma, al contrario, come un possibile varco per aprirsi a un tempo altro, a un tempo di speranza. «Il male urla forte ma la speranza urla ancora più forte» afferma il poeta nella poesia Navicelle. La speranza, dunque, che salvaguarda dallo scoraggiamento e non è una passiva attesa ma anzi pretende da ciascuno una vitale azione, una attiva partecipazione all’opera creativa di Dio. Ed è significativo che il titolo di questo libro sia quello di un poemetto  messo a conclusione del libro in cui è narrata la storia di uno dei tanti naufraghi venuti a morire tra le onde del nostro mediterraneo a sottolineare lo stato di precarietà della vita umana. Tutti su un barcone che ondeggia sul mare dell’esistenza. Gian Piero Stefanoni pertanto attraverso la sua poesia cerca di interpretare i “segni del tempo” perché, come dice Mario Luzi,  la poesia «lavora a strappare alle immagini del tempo la loro temporalità» e dunque a dire «l’essenzialità oltre l’individuo» (O. Elitis). Percorrendo e lasciandoci percorrere e attraversare dalla parola poetica di Gian Piero Stefanoni percorriamo e attraversiamo la storia umana e la “storicità” di Dio che non rimane relegato nell’alto dei cieli ma decide di incamminarsi per le strade polverose dello spazio terreno assumendo il volto di ciascuno di noi e in particolare dei più umili e dei più disgraziati. Con la sua poesia e direi pure con la sua fede Stefanoni sente e vede e ci fa vedere e sentire l’abbraccio del tempo con l’eternità e per farlo bisogna avere uno sguardo che sappia vedere oltre l’esteriorità del tempo umano per cogliervi l’attimo dell’eterno divino.

© Lucianna Argentino

 

CAIROLI
                                                             

Ma il mondo sale in piedi
tra le braccia delle sue donne,
in questo ripiano di luce,
nel pane quotidiano, dove anche oggi
passi
.          e ci guardi
prima di andare; dove Ti spingi, a largo
segnalando il limite delle Americhe, dal Tevere,
dall’isola,
.                 chiamando
alla barca del nuovo mondo la terra.

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