Giampiero Neri

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

← (prima parte)

Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)

Poesie per l’estate #14 Giampiero Neri, “Mimesi”

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

oc.
Delle figure e dei fregi
si osservano sulle ali delle farfalle
e in altre specie diverse
ornamento e difesa insieme,
simili a cerchi e disegni
detti anche macchie ocellari,
sono una varietà di mimetismo
l’immaginario occhio di Dio che guarda.

Da Armi e mestieri, 2004

Vita quasi vera di Giancarlo Majorino

di Laura Di Corcia 

majorino

[Pubblichiamo un estratto dal VI capitolo di “Vita quasi vera di Giancarlo Majorino”, biografia dell’autore scritta da Laura Di Corcia con la collaborazione del poeta stesso. Ricordiamo inoltre che giovedì 9 ottobre, presso La Casa della poesia di Milano si terrà un incontro dal titolo “Poesia e realtà: autobiografie di F. Loj, G. Majorino e G. Neri”. In questa occasione verranno presentati i volumi “Da bambino il cielo”, Garzanti 2010, a cura di Mauro Raimondi; “Vita quasi vera di Giancarlo Majorino”, La vita felice 2014, a cura di Laura Di Corcia, e “Giampiero Neri: un maestro in ombra”, Jacabook 2013, a cura di Alessandro Rivali.  Altre info qui]

La prima opera di Giancarlo Majorino venne scritta dal ’53 al ’59 e subito trovò pubblicazione presso la casa editrice Schwarz, dietro pagamento: anche allora le opere di poesia richiedevano uno sforzo personale per vedere la luce. Insieme a lui, vennero pubblicati altri giovani poeti emergenti che poi si sarebbero ritagliati uno spazio importante nella poesia italiana del secondo Novecento, come Alda Merini e Elio Pagliarani.
«Schwarz era un esperto di pittura, un anarchico e un surrealista», spiega oggi il poeta. «Fungeva pure da competente (notevole la sua personale collezione) per riviste e acquirenti americani. Aveva il pallino per i versi e ne scriveva anche; un giorno aveva deciso di creare una collana di poesia dove alternava pubblicazioni importanti, di grandi autori americani e inglesi, e raccolte di poeti non ancora conosciuti. Per noi era un onore figurare accanto a nomi tanto prestigiosi, come Eliot; quindi eravamo disposti a pagare». Così il poeta ricorda, a distanza di anni, la prima pubblicazione che non ebbe una grande restituzione critica, ma fu un passo importante. Poi qualcosa, improvvisamente, accadde. Una mattina, mentre lui dormiva, squillò il telefono. Rispose la madre: era Franco Fortini, lo scrittore di sinistra più noto.

«Signora, c’è Giancarlo?»
«Veramente dorme».
«Guardi, se quando pubblicai la mia prima raccolta di poesie, mi avesse chiamato Franco Fortini, mi sarei svegliato volentieri».

[…]

Majorino ha sempre rifiutato con tutte le forze il clientelismo, abbinando a questo una sorta di idiosincrasia verso i circoli di potere. E infatti su Franco Fortini spende parole che ne restituiscono un’immagine vivida, in bianco e nero, evidenziando non solo i pregi, ma anche i difetti.

Scriveva sul «Corriere della Sera» ed era un vero combattente […]. Lo ammiravo, ma allo stesso tempo non condividevo la sua opposizione, troppo netta e violenta e ostile. In lui apprezzavo l’amore per i classici, la vasta cultura, ma gli eccessi di ideologia mi lasciavano perplesso. O eri con lui o non c’eri. Ho preferito rischiare di non esserci.

Nonostante questo Fortini in due occasioni parlò della poesia di Majorino, che doveva veramente averlo colpito. Quando venne pubblicata Poesie e realtà scrisse un’intera pagina su «il manifesto». E passò La capitale del Nord a Pasolini:

Ti segnalo vivamente un libro di Schwarz: La capitale del Nord di tale Giancarlo Majorino, racconto neopopulista neofuturista in versi, genere Pagliarani ma forse anche superiore, con passaggi molto forti e belli in mezzo a banalità. Il tipo in questione ha trent’anni, impiegato di banca, ha scritto altre migliaia di versi. Dagli un’occhiata. Mi ha colpito.

Pronta la risposta di Pasolini:

Ho qui sul tavolo la Capitale, ti prometto che la guarderò1

Ma quel numero di «Officina» fu l’ultimo: contenendo anche un epigramma di Pasolini contro il Papa, dovette chiudere, motivo per cui Majorino non seppe mai il parere del poeta friulano sulla sua prima raccolta.

1 F. FORTINI, Attraverso Pasolini, Einaudi, 1993, p. 105. La lettera di Fortini è data 15 marzo 1959, la risposta di Pasolini è del 19 marzo. La capitale del Nord è stata pubblicata nel febbraio dello stesso anno.

L. Di Corcia – G. Majorino, Vita quasi vera di Giancarlo Majorino, La vita felice 2014

Ritratti di poesia – ottava edizione

Locandina Ritratti 2014

Ritratti di Poesia

Edizione VIII- 2014

 

Roma, 12 febbraio 2014, Tempio di Adriano- Piazza di Pietra.

Uno sguardo alla diversità delle voci. L’oralità, la poesia metropolitana.
L’irruzione del fumetto e di Twitter.

Premiati Giampiero Neri e Adam Zagajewski.

Il Tempio di Adriano ospiterà il prossimo mercoledì 12 febbraio l’ottava edizione di «Ritratti di Poesia», progetto nato come osservatorio sulla poesia contemporanea e divenuta negli anni uno dei più rilevanti appuntamenti dedicati a questa espressione artistica. Quest’anno, tra i protagonisti, i candidati al Nobel Adam Zagajewski e Yang Lian.

La rassegna, promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con la collaborazione di InventaEventi, è curata da Vincenzo Mascolo. La manifestazione, aperta gratuitamente al pubblico, si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà focalizzata sulla diversità delle espressioni poetiche e sull’importanza dell’oralità.

Il primo incontro, Caro poeta, vedrà protagonisti Maria Grazia Calandrone, Valerio Magrelli, Elio Pecora e Lidia Riviello che dopo essere stati ospitati dai licei romani Francesco d’Assisi, Lucrezio Caro, Virgilio e Vivona, risponderanno alle domande degli studenti. A seguire la proclamazione dei vincitori della prima edizione del concorso Ritratti di poesia.140, nato per sperimentare la poesia nei 140 caratteri richiesti da Twitter.

La rassegna sarà inaugurata dal Presidente della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ideatore dell’iniziativa, che dichiara: «È con grande piacere che do l’avvio a questa edizione di ‘Ritratti di Poesia’, che apre il calendario annuale delle iniziative culturali realizzate dalla nostra istituzione. Il consolidarsi di questa rilevante iniziativa, giunta alla sua VIII edizione, rende concreto, l’impegno che la Fondazione Roma svolge a favore della riscoperta del patrimonio culturale italiano, dando voce ad una forma letteraria poco divulgata, ma che rappresenta una delle eccellenze che hanno reso in passato, come oggi, lustro alla letteratura del nostro paese. La realizzazione ed il successo di questa manifestazione- prosegue il Presidente- rappresenta un ulteriore testimonianza del mio convincimento secondo cui il ruolo del privati, soprattutto se non profit, possa e debba rappresentare una risorsa ineludibile per un nuovo modello di gestione nel settore della Cultura. La poesia è la parola dell’anima, è un mezzo immediato per esprime il nostro io, è espressione di un arte delicata ma al contempo concreta che, soprattutto in questo periodo storico così spersonalizzante, permette di rendere reale il sentimento dell’uomo nascosto nell’uomo. È quindi proprio per il valore che risiede in questa nobile forma d’arte che essa sia parte integrante dell’attività che la Fondazione Roma, attraverso la Fondazione Roma-Arte-Musei, svolge nel settore dell’arte e della cultura e che si sviluppa anche attraverso la musica, il teatro e le arti visive, con le esposizioni organizzate presso gli spazi del Museo Fondazione Roma nelle sedi di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla».

In apertura della manifestazione il Presidente Emanuele consegnerà il Premio Fondazione Roma-Ritratti di Poesia a Giampiero Neri, onorificenza alla carriera di un poeta italiano che abbia contribuito all’affermazione della cultura nazionale al di là dei confini del nostro Paese.

Seguirà una serie di conversazioni, curate da Vincenzo Mascolo, dal giornalista e critico letterario Stas’ Gawronski e dal giornalista e poeta Ennio Cavalli, con alcuni protagonisti del panorama poetico italiano quali Mario Benedetti, Biancamaria Frabotta e Bianca Tarozzi; i vincitori del premio Viareggio Gian Mario Villalta e Pierluigi Cappello, che sarà presente in video collegamento; Lello Voce, poeta performativo che ha introdotto in Italia il poetry slam; Mia Lecomte, Plinio Perilli, Laura Pugno e Zingonia Zingone; Annamaria Armenante e Mario Guadalupi.

Nell’arco della giornata sarà affrontato il tema della spiritualità nella poesia, grazie all’intervento del Monsignor Antonio Staglianò, Arcivescovo di Noto.

Si conferma anche in questa edizione l’appuntamento con i poeti delle nuove generazioni che quest’anno vede ospiti Elena Buia Rutt, Evelina De Signoribus, Omar Ghiani e Daniele Santoro. La contemporaneità nelle metropoli sarà invece il tema dell’appuntamento dedicato ai “Poeti der Trullo”, sette giovani romani che sognano la periferia come “seme e frutto di poesia”. Hanno scelto l’anonimato e saranno quindi presenti solo con i loro versi.

Uno spazio importante sarà riservato alla poesia internazionale, con autori quali Yang Lian, poeta cinese in esilio dopo i fatti di Tienanmen e candidato al Nobel nel 2002; il vietnamita Nguyen Chi-Trung, il marocchino Mohammed El Amraoui, il cileno Santiago Elordi; la francese Nathalie Riera. Accanto a loro alcuni poeti stranieri che vivono in Italia e scrivono nella lingua del nostro Paese: Anna Belozorovitch (Russia), Barbara Serdakowski (Polonia) e Marcia Teophilo (Brasile), che canta con i suoi versi l’Amazzonia per evocarne e difenderne la bellezza.

La giornata prevede anche l’incontro insolito tra la poesia e il disegno a fumetti. Marco Petrella, autore di recensioni a fumetti con il suo personaggio Arturo il libraio, esporrà alcune tavole di recensioni e ne realizzerà altre durante la manifestazione. L’artista e poeta Tiziana Cera Rosco sarà presente con sue installazioni recitative. Ci sarà spazio per la vita e la voce di Edith Piaf, rievocate nello spettacolo Sous le ciel de Paris di Marina Benedetto anche attraverso immagini, versi di Jacques Prevert e le parole di Jean Cocteau.

A conclusione della giornata il Presidente della Fondazione Roma Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele consegnerà il Premio internazionale Fondazione Roma – Ritratti di Poesia a Adam Zagajewski, uno dei poeti contemporanei più significativi, vincitore di numerosi premi internazionali e candidato al premio Nobel nel 2010. Molto nota la sua poesia Try To Praise The Mutilated World (Prova a cantare il mondo mutilato), uscita sul periodico statunitense The New Yorker dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Parteciperanno alla giornata le case editrici Bucefalo e Samuele Editore, nonché le riviste Testo a fronte e Viva (una rivista in carne e ossa). La rassegna sarà trasmessa in diretta in videostreaming su Rai Letteratura (www.letteratura.rai.it).

La manifestazione «Ritratti di Poesia» sarà aperta al pubblico dalle ore 9.30 con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Comunicazione e Relazioni Esterne

Fondazione Roma-Arte-Musei

Chiara Perazzoli

cperazzoli@fondazioneromamuseo.it

tel 06697645208-3384655942

Ufficio stampa web: InventaEventi S.r.l.

carlacaiafa@inventaeventi.com

tel. 0698188901 – 3386812902

“Il Professor Fumagalli e altre figure” di Giampiero Neri

Immagine 004

Titolo: Il Professor Fumagalli e altre figure

Autore: Giampiero Neri

Editore: Mondadori, 2012

Il professor Fumagalli e altre figure, ultimo libro di Giampiero Neri, chiude un ciclo e ne inizia uno nuovo. Il libro può sembrare l’inizio di una nuova fase della poesia di Neri, una fase ancora più biografica, meno oscura, che richiama l’esigenza di una chiarezza nuova, non in ombra.

I primi tre libri di Giampiero Neri, poi racchiusi nel bellissimo Teatro naturale, davano l’idea di un lavoro ricco e perfetto, dove un racconto metafisico perennemente in ombra, agiva attraverso una responsabilità di traccia, di segno, di una scrittura al limite che attraversava particolari invadenti. Si è passati poi ad una seconda fase che parte da Armi e mestieri per finire con Paesaggi inospiti, dove si intuiva il migrare da metafisico a reale, dove si rivelavano i passaggi, la progressione nello svelare, sempre  più con maggior sicurezza, luoghi e nomi.

Una lunga carriera quella di Neri al servizio della poesia, quella vera, creata, vissuta come una lettera aperta, come una biografia in forma di versi, centellinata, ritmata in perenni pause e immagini precise.

Il libro, composto di brevi racconti in prosa, spiega e racconta in maniera frammentata, episodi, incontri e circostanze. Questi scritti raccontano solo in minima parte la complessità dell’uomo Giampiero Neri e della sua arte. Sono brevi narrazioni, sono il limite che pone lo stesso autore, la sua maggiore mimesi. La figura principale di questa scena è il Professor Fumagalli, personaggio molto particolare ma uomo vero e giusto, già apparso in forma più anonima nei versi precedenti  di Giampiero Neri.

Il Professor Fumagalli è uomo di studi, impartisce le sue lezioni in un caffè, ascoltato dai suoi alunni che sono gente di passaggio o veri e propri affezionati alle sue lezioni: “ Si era proposto come educatore di un gruppo di ragazzi, usciti malconci dalla guerra. Chi mancava di un piede, o un braccio, ma al falegname che gli aveva chiesto se dovesse fare dei banchi speciali, aveva detto: “No, faccia dei banchi normali, perché poi Lei mi darà un mondo speciale?” Uomo risoluto il Professor Fumagalli, energico, con uno stile di vita poco tradizionale, un utopista che guardava il mondo e la realtà in una maniera nuova, senza compromessi con l’idea costante della giustizia e morale umana.

Ora Giampiero Neri cede, racconta il rapporto teso, fraterno e complicato con il fratello Giuseppe Pontiggia: “Ero diventato un bersaglio della sua ironia, riscontrabile facilmente in qualche suo personaggio. Una volta mi aveva detto: “Sai, la differenza fra me e te è che tu ti entusiasmi per quello che non capisci”. Ancora adesso non ho nulla da obiettare”. E poi l’amico Nene (già personaggio centrale del penultimo libro Paesaggi inospiti), i genitori, il poeta Remo Pagnanelli, il lavoro in banca.

Le parti più riuscite restano sicuramente i momenti di acume e precisione nel descrivere se stesso, in una logica mentale esterna e zelante, come nella rappresentazione di tarli e idee: “Sono diventato comprensivo verso i traduttori. Le difficoltà sono tali da farmi pensare che quasi tutto sia idiomatico e che le somiglianze linguistiche siano una mera apparenza. Sono anzi convinto della profonda e universale diversità”.

In quanto autore Neri ha sempre avuto bisogno di grande individualità e quindi di una profonda distanza da scuole di pensiero e altre categorie; ha sempre voluto dire la sua in ogni modo e la sua opera offre al lettore una calma intelligenza, una descrizione interna, profonda di luoghi e persone: “Queste finestre di via Paradiso, in realtà, si aprono sulla scena del mondo. Una folla di personaggi e figure, come uscendo da una quinta di teatro, si presenta ai nostri occhi e ci viene incontro. Sono le immagini del “ mondo fluttuante”, ciascuna con il suo carico di vita e di mistero, a formare la materia”. Interessante anche la prosa che allude all’interesse di Neri per la “pacifica Svizzera”: “oltre lo splendido isolamento nel contesto delle nazioni, in primis l’anticonformismo dei suoi abitanti. L’Europa? “ C’era anche prima”, sarà stato probabilmente il loro pensiero per non correre a unirsi insieme agli altri, e via discorrendo amabilmente, senza farsi prendere la mano dalle novità”. E poi sempre dalla stessa prosa “Fra queste memorie si respirava una viva aria di cordialità, insolita nell’ambito dei poeti, che si conducono l’un l’altro una guerra sotterranea, irrinunciabile”.

Questi pensieri sottolineano un bisogno di verità assoluta, di una lunga intimità con pensiero e materia. Un ragionamento sotterraneo, che abbina ed elabora in armonia un linguaggio chiaro e mai letterale ed opprimente.

Un libro Il Professor Fumagalli e altre figure di racconto puro, mai alterato nella sua forma attuale di armonia. In chiusura una poesia che già compariva in Paesaggi inospiti, che da un’idea della “rotondità” della poesia di Giampiero Neri: “Di quella fontana stile Novecento/ che doveva durare/ oltre le nostre vite/ si è persa la traccia/ morta con la sua epoca breve./ Era ridente nella sua rotondità/ spensierata all’apparenza,/ finita chissà dove”.