Giacomo Verri

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #21: Giacomo Verri, Racconti partigiani

Racconti-partigiani

Una frase lunga un libro #21: Giacomo Verri, Racconti partigiani, Biblioteca dell’Immagine, 2015. € 14,00

Parlo di Boezio che oggi non c’è più e che io ricordo in una mattina di aprile del novantotto. Faceva caldo e c’era molta gente in attesa davanti all’ufficio postale. Quello di Bornate, che è piccolo e ci stanno sedute solo tre persone alla volta. Io non lo conobbi e lui non mi conobbe. Nel senso che tra noi non ci furono molte parole. Io sapevo chi era. Lui, ovviamente, no. Perciò quella volta lo osservai con agio, come si fa quando si è in fila, senza che egli si stupisse del mio sguardo. Oggi so tutto di Boezio.

Mi capita spesso, o mi è capitato, di dire quanto mi interessi, quanto ancora mi colpisca la storia della Seconda guerra mondiale, la nostra. In particolare, quanto io abbia fame e necessità di leggere della Resistenza, di scoprire le storie di chi vi ha preso parte direttamente e chi indirettamente. Attribuisco questa mia caccia alla memoria al fatto di essere nato in provincia di Napoli, dove guerra e resistenza hanno significato cose diverse. Dove i racconti sono quasi sempre quelli dei rifugi, dei ricoveri, del cibo venduto clandestinamente, e poi quelli meravigliosi dei giorni della Liberazione. La Resistenza partigiana è avvenuta altrove.

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[racconti inediti] – Le ciabatte – di Giacomo Verri (post di natàlia castaldi)

È una luminosa e fredda giornata d’inverno, e gli orologi battono ovattati nella neve. A stento il dindonne si fa strada tra i rami, sì che l’oblovomismo di lei e di lui s’inchiocciola nelle coperte, più e più volte. Lui dà la schiena al muro, poi alla finestra, e vede lei. In fondo al letto, coi piedi, sente il grumo di lenzuola accartocciate ai pantaloni del pigiama che lei, come ogni notte, ha tolto; una cortina di buio è ancora alle pareti. Si gira di nuovo e poi è fermo, supino. A poco a poco ritrova un filo di sonno spesso e lo tira fino alle guance.

Lei no. Non si muove e passeggia con gli occhi sui margini delle ombre. Fino a ieri il mondo era tutto secco. Fuori dalla finestra solo il Barone era coperto di neve. Adesso sente che la manna è scesa anche lì, per le strade: i suoni messi in bambagia, lontani, separati da loro, e loro nella camera, e la camera eretta a mondo.

Lui sente un solletico, un vellicore e poi il caldo della pelle di lei che s’adagia. È tutto buio. Dopo un attimo lui è dentro, ma lei non dice niente. Si muove. Lui le cerca il seno ma è coperto dal pigiama. Lei si muove più forte e lui, sotto, è fermo, anzi ondeggia in virtù dei movimenti di lei. A momenti si vede come da fuori, osserva una donna che dà volta alla schiena, alle anche, cercando come mettersi per prendere più piacere: è un gatto di pelle chiara, a quattro zampe, e avvicina alla faccia di lui la michetta calda della vulva, stretta tra le cosce. Poi lui è di nuovo sotto e lei è più dolce, muove lentamente. Lui prova a baciarla ma le labbra sono altre, i capelli non corrono tra le dita come è di solito. Anche la stretta attorno al sesso è differente.

La stanza, intanto, s’è fatta più chiara e lui immagina il mondo intero, fuori: le montagne tirate su in erte curve come onde, le nuvole del cielo sgranate come sabbia e, nei mari, i flutti compatti e lenti come le dune del deserto. Non s’è accorto della neve. Sul piumone vede la piccola bica, non più calda, che han fatto le mutande di lei gettate a caso.

Quando si sveglia, lei non c’è. Le coperte, che lui aveva immaginato come un groviglio di loppe, sono ordinatamente quadrate attorno al materasso. Dalla cucina vengono i suoni della festa, lo sbatacchiare di pentole. È Natale.

Lui si chiama Remo Agrivoci, è uno scrittore. Volto candeggiato, pensa per lasse tendenti allo sgretolamento, perciò consacra i pensieri alla carta più spesso del dovuto, per fermarli, come per veder dall’esterno che cosa sta pensando. Scrive ma, tratto tratto, s’inuzzolisce a voler fare il giardiniere, sogna lunghissimi prati, molli, malinconici come brughiere, e poi alberi e alberi. Abita, in condominio, all’ultimo piano, una mansarda senza balconi.

Al supermercato del quartiere si vendono, da alcuni anni, libri: dapprima tre scaffali, poi sei; adesso c’è anche un contenitore con le offerte. Se uno scrittore raggiunge il successo, i suoi libri arrivano al supermercato. Remo Agrivoci, al supermercato, ci è andato ieri, e ha comperato delle ciabatte, sabot di plastica nera, guarniti all’interno da un pellicciotto eburneo. Con un mezzo giro di gambe scende dal letto e infila i piedi in quelle ciabatte. Sono morbide e caldissime.

In cucina trova lei, i capelli di princisbecco, messa in una lunga robe de chambre color avorio, bella come una sposa. Gli sorride. Lei si chiama Flora, è bella, lo è sempre stata. Gli dice: – Buongiorno! –, mentre gli occhi le si affogliano dolci, e va verso la sala, in mano la tovaglia, la stende sul tavolo.

Lui si sente ancora affagottato nel sogno che ha fatto, i capelli non di lei, le labbra non di lei, si sente come violentato, come se qualche intruso gli si fosse avvinghiato.

Remo ha un naso spurio; gli occhi, a volte, gli ballano come le foglie mosse dal vento. I capelli, merito di una lunga tradizione, di un processo di senescenza naturale, grigiolano rotondi come un coperchio di pisside: ha più di mezzo secolo. Va su e giù nella faccia il naso, accettabile di fronte, in abbondanza di centimetri se visto di lato, torcendo gli occhi nello specchio; di sotto escono le vibrisse che, di più in più, è costretto a tagliare con la forbice curva delle unghie; montatoci in cima, come la mosca, vede la biforcazione degli occhi. Occhi stanchi, color dello scoiattolo che corre.

Con Flora e Remo vive Arturo Agrivoci. – Papà, – gli chiede Remo, – stai bene questa mattina? – Arturo è di quegli uomini che paiono antichi già a vent’anni: lineamenti confermati, baffi duri e grigi come crema rancida, barba d’acciaio forbito. Di lui non si può dire qualcosa di complessivo, ma va preso a spicchi, non riuscendo, chi gli sta di fronte, a tenerlo tutto fermo nello sguardo: gli occhi, soprattutto, dan colpi di bacchetta intorno. – Sto bene, – dice, – come vuoi che stia! Non è che, perché è Natale, torno a camminare. Dio mulino! – Arturo è imbecille nelle gambe, da quella volta che è caduto nel crepaccio, saran più di vent’anni, gli amici avevano corso e era arrivato l’elicottero. Gli occhi è come se li avesse sempre lasciati sulle vette, all’aria buona, in cima al mondo, a prendere il gelo, ad affilarsi.

– Non puoi, – gli dà sulla voce Remo, – lamentarti all’infinito.

– Mi lamento fin che ho voglia!

– E cosa risolvi?

– Risolvo che non gliela do la soddisfazione, a ‘sto mondo, di vedermi ridere!

– Come vuoi, papà! – dice Remo, la faccia debaclata, una mano in tasca, l’altra a reggere la tazzina del caffè che gli ha porto Flora, i piedi in fasce alle bellissime ciabatte che ha comperato ieri.

Arturo, seduto accanto alla finestra, pianta gli occhi fuori e, probabilmente, ce li lascerà per quasi tutto il giorno, fino a che verrà scuro: segue l’asfalto che si perde allo svolto della strada, il campanile che, solo, in alto, sta a prendere il gelo dell’inverno, mentre le case s’acquattano in basso.

Remo ha finito di bere il caffè e porta la tazzina in cucina. Camminando si guarda le ciabatte e pensa al bel calduccio che gli fanno, a quel pelo così bianco attorno alla plastica nera. Si rende conto di quanto sono brutte, veramente orrende, ma calde.

– Ti piacciono le mie ciabatte? Guardale un po’!

– Sono ciabatte, – fa Flora, che intanto s’è vestita per il pranzo.

– Sì, ma sono veramente calde!

– Meglio così. Dammi una mano a mettere i piatti.

– Non credi che siano un po’ bruttine?

– Tengono caldo, – dice la bella.

– Stanno male, sono goffe!

– Non devi mica andare all’opera.

– Sì, ma è Natale.

– E allora?

– E allora tutti mi guarderanno… non diranno niente, ma chissà cosa penseranno.

– Pensi che tutti staranno a fissare le tue ciabatte!?

Suona il campanello. Arturo ricade con gli occhi nella stanza da pranzo, stremato dalle regioni dell’astratto in cui era andato a ficcarsi.

– Apri, Remo! Sono i bambini. Antonella ha detto che li portava su, così lei finiva di preparare i ravioli.

Maria e Italo sono i nipoti di Remo e abitano un alloggio al piano di sotto. Lei ha due anni e mezzo, lui sei. Abbracciano i nonni, tirano un sorriso fino al bisnonno. Remo li osserva mentre si vanno a buttare sul divano e pensa che loro non si sono accorti delle sue ciabatte.

Arturo ricomincia dalla strada, ma presto si stufa di seguire le auto che corrono come cani solitari e cerca i monti, gli unici, ai suoi occhi, che han quel quarto di nobiltà che rende la vita vivibile.

– Forse se questo pelo bianco si sporcasse un po’…

– Ancora alle ciabatte pensi!

– Sì ma guarda – dice a Flora, – sembra che ho messo i piedi nella toeletta d’una pecora!

– Ti sembra un problema? Lei gli porta il morbido sgaurdare in faccia e gli dice: – Buon Natale!

Il chiasso alzato dai bambini agita Remo e quando Remo è agitato vuole scrivere e far ordine, raccogliere i grani, questuare il senso, filare la narrazione della sua vita. Saranno sette, otto anni, che un suo romanzo sulla guerra partigiana s’era andato anche lui, bel bello, a mettere sullo scaffale del supermercato. Impastocchiato dalla vanità, aveva anche chiesto, al banco informazioni, se vendeva bene, facendo mostra di essere in dubbio se pigliare il romanzo o no. – Si vende, si vende… – gli avevano detto. Come il pane, l’olio, i sottaceti, i cerotti. Era il romanzo che gli era uscito meglio dalla penna, perché lì il palo teleologico dei fatti andava dritto a un punto certo, la morte d’un bel gruppetto di fucilati, e di lì non si scappava.

Il cociore condominiale inizia a fargli bollire i piedi. Va nello studio, ma non si siede, perché non c’è tempo. Piglia in mano, così per fare, l’ultimo volume che s’è fatto venire da Torino e che ora sta in cima alla sua collezione di opere botaniche ottocentesche. È il Corso teorico-pratico sopra la coltivazione e potatura delle principali piante fruttifere dei fratelli Marcellino e Giuseppe Roda, direttori e disegnatori dei reali giardini. Terza edizione, la più bella, interamente riveduta e notevolmente ampliata. 1869. Roba da specialisti e cultori del genere, tutto sommato di esiguo valore economico, un bel volumetto in sedicesimo, legato in mezza tela, con le sue brave titolazioni in oro al dorso. E, dentro, duecentoquattro incisioni in legno, disegnate dai fratelli in persona, radici, spongiole, tronchi, rami, gemme, foglie, chiome, fiori, frutti, innesti e innestatoi, potatoi, svettatoi, scale, seghe, arnesi tutti per dar forma all’informe, che a tutta prima restituiscono a Remo il sapore di strumenti della Passione.

– Nonno! – arriva la piccola Maria e lo tira fuori dai pensieri: è una bimba obrizza di capelli, il naso tanto piccolino come solo i bambini l’hanno, occhi di luce liquida, sorriso da contagio. Remo le prende la manina e tornano in sala da pranzo.

La televisione viaggia in sottofondo, come una bocca di rubinetto lasciata aperta, a dire qualcosa su Natale: regali, soldi, spreco, bambini poveri, risparmi, tredicesime, viaggi, ricchezze del paesaggio, relax, pranzi, cene, panettoni, luminarie, bianco, ravioli. Le immagini muovono veloci e fan contrasto con l’austera immobilità di Arturo, la faccia devota, quella di un palmiere con un penchant assai serio per l’infinito, occhi panflettanti, barba dura come denti. I bambini gli vanno attorno, scarpucciano nelle gambe inermi, ma ancora incredibilmente grosse e ripiene, gualdrappate nel plaid a scacchi, che paion star lì a pigliare la polvere, e gli cacciano in mano caramelle di vetro che raccolgono dal vassoio del tavolino, palline dell’albero, molte opache, penne che non scrivono più, bucce di clementine, pecorine di gesso, ch’erano ancora di Remo da piccolo, tutto gli mettono addosso come a dar oboli a un santo. Mentre Remo si guarda ancora una volta le ciabatte, la sua ossessione a pois, che lo batte come la pallina del flipper, sullo schermo appare un giovinotto ben vestito, il mondo alle spalle, le braccia che van su e giù delicate come quelle del gabbiano rasente il mare: dice il tempo. Bocca farisea, occhi satiriconi, temperature in caduta, veloce rossore della strafottenza, piogge a bassa quota, e venti a Trieste, neve oltre i cinquecento metri, moto ondoso in aumento, non si prenda il traghetto, sussiego greve, intemperanza delle corde vocali mandate in stropicciamenti cacofonici. Una cosa che Remo Agrivoci non sopporta sono le previsioni del tempo, come le fanno oggi: il dicitore rubizzo, ingallato, esaltato, concitato, come avesse a dire una storia, dà la stura alla malizia di particolari, che tutti sembrano preterire il vero. Non è una storia. Non è una storia da muovere su e giù con le mani molli come uno straccio, il parlar babulo, la faccia carnacciosa, l’idiozia, la sfacciataggine. Remo guarda ancora le ciabatte, a sviar le furie.

Per fortuna, pensa, i bambini non seguono le parole del giovanotto. Maria, presa dall’ingombro dell’io che a tutti sale fuori, inevitabilmente, come il sole vien su dai monti, è intesa a dire cosa è suo, cosa vuole, chi è. Flora, passando a portare alcune pietanze fredde, che possono già stare fuori, le dà un bacio in mezzo alla fronte e sente il profumo dei capelli piccoli. Dopo aver saltato per un tratto sul divano, l’ha risistemato, ha preso una posa un po’ da vecchio, e s’è messo a sfogliare un libretto: Italo, un bel bambino, ragionevole, in quell’età, e in quella disposizione spirituale, che non a tutti cade così acconcia, e che avvia desolatamente verso la più triste spettanza della condizione umana: la perdita del senso del disordine, della disposizione a esso, necessaria ai bambini per star felici, seppure in essa già vacillino, irraggiungibile agli adulti, che, anche inconsciamente, la rimpiangono.

– Remo! Vieni qui! – dice Arturo, – Prendimi sta roba dalle mani, che mi cade tutta.

– Arrivo, papà! – E poi, rivolto a Italo che ha più giudizio: – Non date più niente in mano al bisnonno, che non riesce a tener tutto.

– Non dirgli così, porco falso, che mi prendono per una bestia del presepe, buono a far nulla. Avessi queste gambe che ancora mi reggono…

– Papà…! Sai che poi ti va su la pressione…

– Ma valà tu, non mi rompere. Pensa ai casi tuoi. Guarda… guarda lì che ciabatte che ti sei comperato! Un lifroc di quasi sessant’anni… Bah! – Arturo accompagna tutto il suo dire con una smorfia, le mani essendo interdette dalla minuteria di cosettine che sorreggono.

Remo, stizzito come il cane della pubblica via cui han tirato la coda, facendogli perdere la saviezza in cui sempre si tiene, va dal padre e comincia col togliergli di mano la pecorina di gesso: s’accorge che il vegliardo ha una presura ancora eccezionalmente forte nelle mani, artigli di pelle morta, dove la vita è andata dentro, non si vede più, lasciando fuori mille foglie di rughe secche e insensibili. Sente, Remo, di aver la faccia d’un muflone o d’un bisonte senza cibo, sodo, amareggiato, senza umori se non uno condensato e duro come una perla: il pessimismo è una perla, pensa. Duro, pensa. Frutto d’un bel faticare a proteggersi dagli scorni, a metter su strati di concrezioni per farsi posto nel mondo. Duri.

– E spegni la televisione, – dice ancora Arturo, – che almeno senta questi bambini, e forse un giorno… chissà che non torni a udire il silenzio delle montagne!

– Arturo, – arriva Flora, – tenga un bel bicchiere di rosso! È Natale, deve stare allegro!

– Solo tu… – non finisce di dire, Arturo, e guarda Remo. – Io non capisco più le cose di questo mondo, – dice, come dicono i vecchi, pian piano presi nelle ignote regioni del borbottio, – i paesi, per esempio; una volta s’andava da Borgosesia a Serravalle, che so, o a Varallo, trovavi gli amici, anche la morosa, parlavi, le davi il bacio dentro il portone…

– Papà! Cosa c’entra? Cos’è ’sta storia del portone adesso!

– Non so neanch’io, è per dire che si facevano le cose per arrivare a uno scopo… – Non ha più voglia di parlare Arturo, e si butta con la schiena curva, malmesso come un fagotto di bile. Beve un sorso di vino e guarda fuori. Poi ha di nuovo un sussulto: – Vedi, volevo raccontare una storia, ma… non si riesce più! Non so perché!

Remo si fa assorto, ma non sa tenere fermi i pensieri. Avrebbe bisogno di scriverli, ma non c’è tempo. È Natale. Guarda le ciabatte, per la prima volta col cuore un pochino sollevato: senza che se ne sia accorto, la pelliccia bianca s’è macchiata, da candore celestiale decadendo a ordinario biancore, con tendenze al grigio. Spegne la televisione sulla pubblicità, decisamente meno odiosa del giovinotto del meteo. Dice tra sé che, se ci fossero i partiti di una volta, non ci sarebbe tanto da ridere a fare le previsioni. Dove sono finiti i partiti di un tempo? Con le loro spettrali ideologie che davano forma agli uomini, alle parole, alle cose? Le belle urla ai comizi, la depravazione morale? I grovigli del malgoverno? Sì che c’era da star lì a dipanare, e far passare gli anni a metter su la repubblica e disfarla, metterla su e buttarla giù ancora. Adesso che è tutto pacificato e si governa con concordia… Pensa così Remo Agrivoci, cammina a testa china, va nello studio. Eppure… manda avanti il labbro inferiore. Sembra così, dice fuori dalla bocca. Tutto sembra funzionare, perché chi ci comanda racconta. Egli racconta qualcosa che apparentemente ha senso, in cui Egli è l’eroe della storia, una storia che ci fa credere abbia un fine. Nessuno sa qual è, ma c’è la storia…. Soprattutto, Egli dice, quella è l’unica storia, senza bisogno di nient’altro, né libri, né giornali, né radio. Sa di falso, eppure è così comoda menzogna. Allora tutti abbiamo voglia di entrare nel racconto, senza nube di coerenza.

– Bhè! – dice Remo.

Il quadro della finestra lo conquista a sé, come sempre in inverno. Ci và con l’anima abbuddata, pesante e vuota a un tempo. Dalla finestra vede, lontani, i monti scotennati dall’inverno e, sotto, il bosco: i rami vi sono infiniti, belli e contorti. Duri e disposti a dar credito al disordine. Sforzano la mente a seguirli tutti e tutti perderli. Signoranza assoluta del labirinto. Gli occhi gli ballano come paillettes. Prova a fermare l’attenzione su una corteccia, su una singola tessera secca e arrugata. Il gagno falotico dei rami lo riprende. Impossibile esaurire il quadro della finestra, vero simbolo della condizione umana. Rampano le gazze, bellissime. Più belle ancora le strisce di neve, una per ogni ramo. Remo prende in mano il volume dei fratelli Roda, come a voler provare al paragone le incisioni con il quadro che gli si apre innanzi. Legge, in un passo di quei due che, bodon bodoni, mettevano giù l’ordine dei giardini regi, tre righe che danno nell’illuminismo filosofico e, infine, nel poetico: …l’inverno, quando gli alberi protendono irregolari labirinti di stecchi e pare non desiderino che d’essere ridotti in forme più ordinate per coprirsi di fiori e foglie e frutti, e per attendere gli aierini che vi facciano la danza dentro… Baggianate! Pensa Remo. Nessuna riduzione del labirinto, a queste condizioni! Come si fa a raccontare una storia oggi – se raccontare vuol dire scegliere una strada nel labirinto e, in qualche modo, vincerlo – oggi che tutto suona così falso? Anche le previsioni del tempo! Egli racconta e comanda, e noi, come impegno, non dobbiamo credere.

Guarda le sue belle ciabatte e vuole smettere di vergognarsene. Nessuna potatura, dice. Che il mondo si mostri per quello che è, zarzuela di rami, buscioni e vincigli giunti con tanta amena follia! Rubeste querce, olivi torti, olmi bitorzoluti, fichi d’umori gommosi, fieri sorbi, noci sterminati, platani cittadini, castagni dai legni di lunga durata, larici, abeti, faggi: unitevi e resistete alle potature, a queste arroganti dilazioni della verità…

Remo ha preso a parlare a voce alta e ha richiamato l’attenzione dei bambini e di Flora. Lei arriva e ha gli occhi dolci che acquietano il cane con la rabbia. – Cosa stai dicendo, Remo?! – dice lei. – Dico che è ora di finirla con questo mondo… – dice lui. – Dici bene, – dice lei, – amore mio!

Lei lo abbraccia e gli fa sentire tutto il suo calore. Lui si calma. Italo, che ha la testa a posto, capisce e porta via la piccola Maria. Lei e lui sono soli e non si lasciano dall’avvinghio in cui sono messi: lei odora di buono: è il solito profumo; lui le tocca i capelli: sono i soliti capelli; la bacia: sono le solite labbra. Lei è bellissima e lui la ama, non come in quell’incubo fatto sull’alba, in punta al mattino. Tutto è a posto adesso, sembra che lei dica a lui, tenendolo nel seno, tutto è a posto, la lotta è finita. Sei riuscito a trionfare su te stesso.

Sono arrivati anche Antonella e Vittorio, suo marito. Giocano con Maria e Italo. Arturo è seduto alla finestra, come sempre. Flora va in camera da letto e porta fuori i regali, li distribuisce ai bambini.

Remo esce dallo studio. È felice delle sue ciabatte.

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Giacomo Verri insegna Lettere alle scuole medie. Si è laureato con il Prof. Giu­seppe Zaccaria presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “A. Avogadro”, con una tesi inti­tolata Oltre la teoria: la narrativa di Umberto Eco. Attualmente frequenta il Dottorato di Ricerca in ‘Tradizioni linguistico-letterarie dell’Italia antica e moderna’ sempre presso l’Università di Ver­celli e sempre sotto la guida del Prof. Zaccaria. Si occupa degli scrittori della ‘Ronda’, in particolare di Baldini e Cardarelli.

 Narrativa:

– Partigiano Inverno, romanzo, è stato selezionato tra gli otto finalisti del Premio “Italo Calvino” 2011.

– Buoni maestri, racconti, è apparso sulla rivista online «Libri senza carta».

– Passano i guerriglieri di piombo, racconto, apparirà su «Nuova Prosa».

– Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio, apparsa su «SibriSenzaCarta».

Articoli:

– “Baudolino. Dal riso alla menzogna: un altro modo di sognare il Medioevo”, «Otto/Novecen­to», 2/2010, pp. 195-216.

– Segnalazione del volume di Giuseppe Torelli, Paesaggi. Storia e leggende in Piemonte, presentazione di Giuseppe Zaccaria, Novara, Interlinea, 2010, in «Novarien» (39).

– “Due scritti valsesiani di Achille Giovanni Cagna: Boccioleto e Valsesia”, che apparirà in «De valle sicida», anno XXI, 2011.

– “Guglielmo da Baskerville VS Adso da Melk: istanze della ragione e del cuore nel Nome della rosa di Umberto Eco”, che apparirà su «Rivista di Studi Italiani», 2/2011, anno XXIX.

– “‘Ma gavte la nata”: sconfitta del non-senso, sospensione del processo interpretativo ed epifania dell’Occasione ne Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco’, che apparirà su «Levia Gravia», XII, 2010.

– “I castelli di Cannero: un ‘paesaggio’ manzoniano di Giuseppe Torelli”, apparso su «LibriSenzaCarta».

– “Fame di letteratura”, intervento sullo stato della narrativa odierna apparso su «SibriSenzaCarta»