Giacomo Trinci

Premio Ciampi 2014: Francesco Targhetta e Petr Hruška

PREMIO CIAMPI – VALIGIE ROSSE
2014

ciampi

Con la quinta edizione del Premio, la collana Valigie Rosse Poesia abbandona felicemente la stagione della sua «infanzia» e raggiunge l’importante tappa di dieci libri pubblicati.
La sensazione di incipiente maturità, naturalmente, non deriva soltanto da uno sguardo retrospettivo su quanto si è fatto con un entusiasmo ripagato dall’attenzione che i nostri libri hanno suscitato, ma anche dalle prospettive future, dal ritrovarsi già al lavoro per l’allestimento delle future edizioni 2015 e 2016 che, sul versante della poesia straniera, saranno dedicate rispettivamente alla Svizzera e alla Romania.
La «credibilità» del Premio, conquistata passo dopo passo mediante scelte indipendenti e proposte sempre all’insegna del dialogo, aperte con curiosità e passione al diverso da sé, ci sta offrendo la possibilità di collaborazioni sempre più articolate, che danno vita a progetti di sempre più ampio respiro.
La collezione di plaquettes di autori italiani si arricchisce quest’anno della brillante voce di Francesco Targhetta – già autore di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012), romanzo in versi su un’epoca precaria – che con tagliente leggerezza attraversa le nebbie della provincia settentrionale, in cerca di una lampadina che rischiari almeno lo spazio di una stanza se non proprio un paesaggio. Le fotografie artistiche di lampadari che accompagnano il libro scandiscono proprio questa ricerca, inespressa ma sempre velatamente presente, mentre fruga meticolosa nella sera che filtra «nei conventi, nelle anime, nelle banche». (altro…)

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

da “La pioggia fuori” di Ekaterina Josifova

di Ekaterina Josifova

La pioggia fuori

IN CERCHIO


Jack London, l’allegro Jack, l’uomo di successo,
forse segretamente annoiato
—–dagli uomini forti e dai lupi
(e un po’ prima della fine)
scrisse approssimativamente una cosa del genere:
In una clinica psichiatrica,
di pomeriggio, in un momento vuoto
(all’incirca,
—-quando inizia a riempirsi il circolo)
ogni giorno una grassa, una brutta,
———-ragazza minorata,
seduta beatamente con le mani in grembo,
———-in cerchio con un’altra
decina di grasse, brutte
———-ragazze minorate,
dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Poco dopo un’altra grassa,
———-brutta, ragazza
minorata dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Dopo un altro po’ si sente la terza:
“Quanto sono…”
E così
via.


BENESSERE


Più di quanto gli serve ha qualcuno.
Altri sanno più di quanto comprendono.
Noi abbiamo ugualmente e ugualmente sappiamo
il benessere cos’è:
nutrirsi
e che te ne resti.


MI METTO IN UNA POSIZIONE COMODA


Sul divano, il cuscino, la coperta morbida,
i libri.
Anche l’illuminazione è buona.
Non viene nessuno,
ma non perdo la speranza
che entri e che dica
in tono di rimprovero:
anche questo governo è caduto,
e tu leggi Lao Tsu.
Al che rispondo:
esattamente.


LA PIOGGIA FUORI


Picchietta, s’infittisce.
È piacevole
che t’arrivi qualcuno un po’ così
da lontano, dall’alto.


UN GRIDO


Non è così vicino, non può capire uno
Che è un grido umano?
Può essere un uccello notturno o un uccello in generale
Che imita
Il grido umano,
Un uccello canterino
O qualcosa di totalmente diverso, ad esempio
Un grido umano
immaginato
o
un grido umano, ma
addormentato, un grido nel sonno e
quindi niente di male,
è
solo qualcosa di notturno,
l’ho sentito.




*Tutti i testi sono tratti da Ekaterina Josifova, La pioggia fuori, Valigie Rosse 2013. Le traduzioni sono a cura di Alessandra Bertuccelli, con la collaborazione di Andrea Inglese e Giacomo Trinci.


Ekaterina Josifova (Kjustendil, 1941) è una delle figure più significative della poesia bulgara contemporanea. È autrice di 13 raccolte poetiche e di due libri di narrativa per l’infanzia. Nata a Kjustendil, si è laureata presso l’Università di Sofia “S. Clemente di Ohrida”. I suoi libri di poesia sono stati pubblicati in Ungheria, Slovenia, Macedonia, Francia e ora anche in Italia. Ekaterina Josifova è l’autrice di cui le ultime generazioni di poeti bulgari subiscono una fortissima e permanente influenza. Ciò avviene in modo del tutto gratuito: è infatti la persona scelta dai giovani poeti come colei che incarna il senso, il significato e l’irrevocabilità dell’Arte poetica.

A proposito di Valigie Rosse Poesia

di Valerio Nardoni 

valigie rosse

Valigie Rosse Poesia è una collezione di libri fondata nel 2010 nell’ambito delle attività del più noto premio musicale intitolato al cantautore livornese Piero Ciampi, una figura straordinaria e non etichettabile, la cui rilevanza consiste appunto nel timbro espressivo delle sue parole prima ancora che delle sue note. “Tu avevi preparato / le tue valigie rosse / e con tono deciso / chiamavi per telefono un tassì”: è da questi versi della canzone Mia moglie che il premio prende nome, nella semplicità di quell’aggettivo “rosse”, che può forse da solo definire la forza della poesia, quella particolare attività creativa che, a volte con un dettaglio non necessario, riassume tutto il senso di una situazione. Senza spiegarla. Rosse d’amore, di passione, di vergogna, di rabbia, non si sa: ma non sono valigie indifferenti.
Il premio è diviso in due sezioni e prevede ogni anno la pubblicazione di due libri: una plaquette inedita di un poeta italiano ed una antologia o raccolta di un poeta straniero. La sezione italiana, diretta da Paolo Maccari, può considerarsi una sorta di “primo premio alla carriera”: non individua, cioè, delle voci esordienti, ma certifica un timbro convincente ed una personalità rilevante, sia nell’ambito della propria produzione, sia nell’organizzazione e promozione culturale. L’intento della collana, nel tempo, è quello di tracciare una possibile mappatura della poesia italiana contemporanea, attraversando ambienti e modalità differenti, ma riunite nel segno di una stabile qualità.
La sezione estera, invece, promuove un lavoro di ricerca di una personalità poetica straniera con stesse caratteristiche, con la specifica disposizione che il poeta o la poetessa premiati non siano mai stati tradotti in italiano. Questa sezione del premio, che io stesso dirigo, è di anno in anno affidata alla cura di un esperto, che si occupa di creare una opportuna rete di contatti capaci di cogliere il bersaglio di una voce rappresentativa e forte della propria indipendenza, così come lo è stato Piero Ciampi, ma senza cercare altre analogie e soprattutto senza irrigidire in nessun altro modo i criteri di selezione, se non via via riflettendo sulla specificità della cultura e della poesia di quel paese.
I vincitori dell’edizione 2013 sono il poeta italiano Italo Testa, che esce con la plaquette inedita i camminatori, e la poetessa bulgara Ekaterina Josifova, con La pioggia fuori, una antologia particolarmente significativa nello sviluppo della collana, in quanto la traduzione, realizzata da Alessandra Bertuccelli, si è avvalsa della collaborazione dei poeti Andrea Inglese e Giacomo Trinci, già vincitori del premio nella sezione italiana.
Valigie Rosse Poesia, con il Premio Ciampi 2013, è giunta al rispettabile esito di otto libri pubblicati; a questa collana si sono nel tempo affiancate altre due collane: Beauty case, dedicata ai libri illustrati di vario genere (collegata alla sezione di arti visive del Premio Ciampi, il Premio Ciampi L’altrarte); e Gli Asteroidi, una collana di prosa anch’essa a suo modo ciampiana, di storie scritte in prima persona, al di fuori dai canoni e dei generi, sempre accompagnate da una “nota” musicale, la testimonianza di un cantautore. Il primo libro della collana, Il bambino mammitico di Giacinto Conte, ambientato nella turbolenta Pisa degli anni Settanta, è stato introdotto da Claudio Lolli.
Il progetto Valigie Rosse, pur legato (e grato) al decisivo sostegno non solo economico del Premio Ciampi, è un progetto editoriale indipendente e totalmente no profit: coperte le spese di stampa, ogni utile viene direttamente investito in nuovi libri. Non è un’impresa e non è un’attività: è un contenitore e catalizzatore di esperienze, dove autori, curatori, traduttori, grafici, magazzinieri e amministratori rappresentano una struttura totalmente orizzontale la cui unica finalità e interesse è la realizzazione e diffusione di libri. Anche molti librai condividono la stessa passione e si prendono cura dei nostri libri: sanno che dietro non c’è una delle molte realtà apparentemente simili ma i cui organizzatori sono, con maggiore o minor grado di opacità, stipendiati. Non c’è nessuna polemica in questo discorso, è bene che tutti possano sopravvivere e soprattutto gli editori di poesia, è solo per chiarire in che modo facciamo quello che facciamo.
Questo è più o meno tutto, a parlare siano piuttosto il catalogo e i lettori, che possono trovare notizie ed anteprime su valigierosse.net

VALIGIE ROSSE POESIA
collana diretta da Paolo Maccari e Valerio Nardoni

1. Juan Andrés Garcia Roman, Quaderno del suggeritore
2. Matteo Marchesini, Sala d’aspetto
3. Martina Evans, Di fronte al pubblico
4. Andrea Inglese, Commiato da Andromeda
5. Charles Juliet, Radici della luce
6. Giacomo Trinci, Sul finire
7. Ekaterina Yosifova, La pioggia fuori
8. Italo Testa, i camminatori

Anteprima di “Inter nos” – Poesie di Giacomo Trinci

di Giacomo Trinci





Dalla prima sezione di “Inter nos” – COMMENTARIA


*


un don chisciotte d’oggi è seduto fisso
riguardante studiante tutto,
intorno caleidoscopico psichico coma di gente,
un bar con gli scontrini, senza ronzini e ronzinanti,
fan da riscontro,
e la mia sedia fissa è il mio cavallo,
la campagna, calura di sere,
è questa quieta aspettazione di analisi di critica gioiosa,
è questa rosa di fatti non capiti ma seguiti,
con occhio e cuore,
furore mente e schiocco di vedute,
squarci d’aria e di vento,
lanci di schiarite logiche e mentali
a chi non le vuole,
e ti guarda incurante di felice,
facendoti di gioia e di esclusione,
cavaliere d’esilio compartecipe
di parte e di poi tutto,
come d’io, poi in fondo
potente in tutto ed impotente mente,
come felice d’essere, qui,
puro venire in duro confrontare
vita con vita, che la guardi disarmare
in puro incanto, in faccia al mare…


*


ogni pochino un crampo, un chiodo al senso:
qualcosa vorrà dire questo mio corpo,
idealisti noi, che diamo retta solo alla testa,
al regno delle idee,
e non al fatto curvo, allo spettro del corpo che ci opprime,
e ci sderena e ci butta di sotto al pio pensiero,
fragile e debole non curiamo il crepito che sordo
ci dirupa, forse, giorno dopo giorno, e frana d’ogni slancio,
in alto il cielo, sì, stellato e splendido,
e dentro la legge costale, gli ossi, teneri e gentili,
duri e frali, poveri fogli andati,
canti di kant compiti e semestrali,
imperativi che, perenti e guasti,
ricordano dai cieli i miei disastri…


*


ha i nervi sempre più fini,
tesi tesissimi, la ‘verve’ gli si stacca
dal sommo suo riso
e gli grida gli soffre
gli smorfia di dolore, un niente
gli basta per niente,
per piombare nel cruccio,
nel crocicchio che stona le voci,
s’incrocia e gli cuoce,
cammina a tentoni, sbatacchia,
devia dalle vie che s’incontra e la fuga
alimenta la fuga
che sempre più fuga diventa, da tutto,
per tutti, dirute le strade, franate le funi,
i contesti, no, non soffre i contesti,
coi testi s’incozza, lo vedo,
incammina di nuovo,
per nuove contrade dirama devia,
affoga in una fuga
tramata di rughe, di vie,
se tu sentissi, mi dice,
mentre mi parla sussurra il suo fiato,
lontano, mi arriva,
sparisce la rabbia, nel rauco suo ventre
di buio, lo intana la frana
del senno di poi, mentre il vento…


*


mi duole un dente, mi brucia lo stomaco,
mi infiamma la rabbia la radice,
quel che è incidente è un incidente,
nulla di più o di meno, ma a paragone
dell’immenso che non è
che vuoi che sia, non è che l’incisione
del vuoto nulla, il grande che inerisce in “è”…
in questo qui che sbraita, che sconquassa,
particolare infimo ed infine piccolo,
che vuoi che sia la mia che s’impossessa
in me che mi fa me puntino inerme,
di pallottino e carne putrescente
che sparisce in quello che più è
grande non essere…
sparimento di nulla culla e d’aria,
mi cuce qui il dolore, l’amarezza,
ma non temete, non è così importante,
rispetto a quello che si sente in mente,
immenso mare che,deliquiescente, scende…



lo spirito del tempo

quando più non c’è vita,
ritornano i morti, che ingravidano i vivi,
ma se vivi non ce ne sono, chi ingravidano?,
mah, meglio continuare a non vivere,
dicevano operando vivendo per finta,
almanaccando, trafficando
tra fiche merci e soldi sempre più
sfacchinando,
facendo le viste di lavorare
non progredendo di un cazzo,
non facendo che niente, rimanendo
nel solito lo stesso di sempre,
che ingravida il dopo, il cambio, il moto, il tempo,
il niente che ingravida il poco che c’è,
che si scopa la nostra utopia,
se la porta a dibattere ai congressi,
ai salotti, alla tele,gli incontri,
i dibattiti fatui, i tellurici guasti
dello spiritoso che abbonda,
greve e scontato che anch’esso si storpia
che stupido ammassa nequizie,
quando più non c’è vita, si inventa
anche la morte, la si dipinge
infingarda di noi, del nostro vizioso
poltrire, si depriva
la nostra, di vita,
con l’uso retorico d’essa,
ed anche la morte si sbriga…



cosmesi

……
e allora finge maschera estetista.
e allora buio, e finto e tinto, e basta.
le grandi idee che puzzano lo sanno.
nello smalto pulito c’è l’inganno.
nel sorriso impostato c’è la cloaca.
e fioca mi guardava dal suo scranno.




[“Inter nos” di prossima pubblicazione per Aragno]